sabato 31 dicembre 2016

Neve, cane, piede secondo Filippo La Porta

Su wikicritics, nella Bookparade 2016 dei "canonizzatori", Filippo La Porta cita Neve, cane, piede tra i libri migliori di quest'anno: 
http://www.wikicritics.com/book-parade-2016-dei-canonizzatori/.
Lo stesso La Porta, in un articolo di tema analogo uscito il 30 dicembre su "Il Messaggero" intitolato "Alla ricerca del libro dell'anno", torna a citare Neve, cane, piede: «ritratto di un eremita intrattabile, romanzo poetico e concentrato, scritto in una lingua nitida, quasi alpestre: dentro al pozza di montagna la battaglia dei minuscoli girini per la sopravvivenza sembra condensare un dramma cosmico».

Ramuz e Stravinskij: libri che ci mancano

Sul blog di Giacomo Verri, uno dei più ricchi e interessanti che si possano leggere oggi, compare un mio piccolo contributo nella rubrica "Libri che ci mancano". Così lo stesso Verri presenta la rubrica: «Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”. Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. In questa seconda puntata proponiamo un pezzo di Claudio Morandini che racconta un altro piccolo gioiello dell’editoria francese mai approdato sui nostri scaffali:Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz, uscito per la prima volta nel 1929 per Mermod (Losanna).»
Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles Ferdinand Ramuz sono la storia di un’amicizia e di una splendida collaborazione artistica, ripercorse con precisa, asciutta nostalgia in un anno, il 1929, in cui ormai tempo e lontananza le hanno diluite. La stagione di quel sodalizio è stata tutto sommato breve, ma ha dato luogo a capolavori come Les Noces, l’Histoire du soldat e Renard. Stravinskij è raccontato come un demolitore di convenzioni e un delibatore di nostalgie: Ramuz lo osserva, lo ascolta, mette parole, o meglio sillabe nelle intricate partiture del russo espatriato. Come l’uno, il musicista, sembra voler accogliere i rumori tra i suoni, in una ricerca che gli anni della prima guerra mondiale e l’esilio dalla Russia hanno reso ostinata e solitaria, l’altro, lo scrittore, si presta a tradurre e adattare versi nei quali il suono sembra più importante del senso. Il tutto è narrato in una sorta di dialogo a distanza, in cui Ramuz continua a rivolgersi a Stravinskij con un rispettoso e complice “voi”.
Rendere in italiano l’ispida solennità del francese di Ramuz è una sfida che andrebbe raccolta di nuovo, per far risuonare ancora la voce originale di questo grande narratore svizzero.

Joca Reiners Terron su Diacritica

Sul fascicolo n. 12 dell'ottima rivista culturale Diacritica compare questa mia recensione a La straordinaria tristezza del leopardo delle nevi di Joca Reiners Terron (Caravan, 2016).
Che inquietante, poetico romanzo La straordinaria tristezza del leopardo delle nevi  del brasiliano Joca Reiners Terron, che Caravan ha pubblicato nel 2015 nella traduzione di Vincenzo Barca e Serena Magi, proseguendo nella lodevole perlustrazione dei territori della giovane narrativa sudamericana.
Vi incontriamo un’umanità dolente e ingabbiata, contaminata con animali dolorosamente reali e con altri trasfigurati dalla fantasia come quello del titolo, e creature che sembrano partecipare di entrambe le nature, almeno finché non scopriamo di quale malattia soffrono. Per l’appunto una delle protagoniste, di età indefinibile, bambina o vecchia (in realtà vecchia, ma non importa), apparente ibrido mostruoso e patetico di uomo e animale, in realtà erosa da una devastante forma di porfiria, costretta a vita notturna, lentissima nei movimenti e muta, si aggira circospetta nel mondo notturno che l’autore le ha imbandito attorno, lasciando dietro di sé una scia di sangue e croste, con il solo conforto di una tata-infermiera, la pia sig.ra X: intabarrata in una mantella rossa che la protegge dalla luce che le aprirebbe orribili piaghe sulla pelle, e dagli sguardi ancora più brucianti dei curiosi, è un vero e proprio Cappuccetto Rosso in balia di troppi lupi.
La aiutano, nel riempire di senso una vita tanto inspiegabilmente insensata, colma di tanto ingiustificato dolore, le fiabe, l’immaginazione, i documentari televisivi. Attraverserà anche un bosco, come è di prammatica in una fiaba, aggregandosi a una compagnia di visitatori notturni di un settore del giardino zoologico – e qui, tra i rottweiler di un tassista matto lasciati liberi di azzannare e uccidere e la malsana curiosità degli altri convenuti, sembra di trovarsi in mezzo a una specie di parodia di Jurassic Park, il film intendo (ci autorizza in questo un accenno dello stesso autore).
Il mondo minaccioso e pronto a esplodere in sussulti violenti della San Paolo di Joca Reiners Terron lascia poche speranze agli innocenti: tensioni razziali tracciate con pennellate ossessive in quartieri in cui i gruppi etnici non convivono mai davvero e si guardano in cagnesco pronti a deridersi o ad attaccarsi; uomini che aizzano bestie per ammirarne la presunta eleganza proprio negli atti più feroci, e che come esteti da quattro soldi trovano nella musica classica più ovvia la colonna sonora ideale di queste messe in scena; curiosità e attrazioni che diventano intimidazioni, aggressioni; un senso dilagante di declino, malattia, morte, che coinvolge anche l’altro protagonista, l’investigatore narrante, meticcio che sulla propria pelle (rossiccia) prova il conflitto tra mondi incompatibili (il padre ebreo, la madre nera), e assiste proprio il padre morente, in pagine che mi hanno ricordato più di una volta il più delicato e stilizzato Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (compare, a un certo punto, anche un grosso bisonte impagliato, per dire).
L’autore riesce – ed è un prodigio – a mantenere un bell’equilibrio tra materiale tanto disparato, che invece di esploderci davanti agli occhi è messo in ordine, implacabile, verso il finale. Il fiabesco rende sopportabili gli sbandamenti splatter, l’amara visionarietà tempera l’accettazione di certe convenzioni noir. La solitudine delle vite coinvolte nel racconto è compensata dalla ricerca (o dal sogno) di un contatto, di una ricomposizione: per il leopardo delle nevi, nel quale la sventurata protagonista si rispecchia, è l’attrazione per l’umano, per ciò che di nobile e libero l’essere umano può creare (il canto, dal potere consolatorio). Il disagio che proviamo nasce dalla sensazione che stia per accadere qualcosa di terribile (lo sappiamo perché assai spesso sin dalle prime pagine si fa riferimento a deposizioni, a verbali di polizia, il che non lascia presagire nulla di buono, anche se lascia incerti sulla reale natura di quello che avverrà).

http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-joca-reiners-terron-la-straordinaria-tristezza-del-leopardo-delle-nevi.html

Neve, cane, piede sui blog: aggiornamenti

Mario De Maglie, nella rubrica intitolata "Un'altra versione dei fatti" che tiene sul blog di Gabriella Bardaro, dopo avere espresso qualche riserva sul titolo, così scrive di Neve, cane, piede:


“Neve, cane, piede” è un libro semplice con una storia semplice, ma per nulla scontata, sempre in bilico tra il reale e l’assurdo con il lettore che intuisce senza avere certezze. E’ scritto molto bene, la lettura scorre che è un piacere e i dialoghi tra il divertente e il paradossale tengono l’attenzione alta in qualsiasi punto. Si ha voglia di finirlo subito, una volta cominciato. Si parla della solitudine e della sua capacità di tenere compagnia. Un uomo fa amicizia con la propria mente, non avendo altro, ma, nello stesso tempo, da essa viene ingannato. Carceriere e prigioniero si confondono. La solitudine è una fortezza, scegliamo noi chi far entrare e come.
Sul blog unoenessuno, Aldo Funicelli scrive tra l'altro:
Nel libro di Claudio Morandini c'è la montagna raccontata non secondo la classica narrazione idilliaca, buona per i turisti: è una montagna che fa paura, brulla, dove la neve ricopre i sassi e conserva i corpi come un museo, per riscoprirli al disgelo. Un territorio in cui Adelmo Farandola si sente padrone: padrone del vallone dove abita, delle rocce e delle grotte, dei camosci e degli altri animali, dell'aria e dell'acqua.
E in quel vallone vive col solo desiderio (o pazzia senile) di isolarsi dal resto del mondo, di autoesilio: desiderio che viene portato all'estremo, in fondo ad una grotta buia ..
Laddove va cercato il mistero dell'uomo.

mercoledì 7 dicembre 2016

Da FuoriAsse n. 18: Zangrando, Widmer

“Sto solo dicendo che trovarmi qui in mezzo, sul margine tra due situazioni, mi piace, non so perché, mi fa sentire al mio posto.”
(Stefano Zangrando, Amateurs)

Due libri che ho letto di recente, tra i tanti che allungano lo sguardo oltre i margini, raccontano lo sconfinare come condizione ineludibile: l’uno nello spazio, l’altro nel tempo. Sono entrambi pubblicati da editori “di confine”, quello di Stefano Zangrando dalle Edizioni Alphabeta Verlag di Merano, dal bel catalogo bilingue, quello di Urs Widmer da Keller di Rovereto, una presenza “dentro e fuori i confini d’Europa” ormai consolidata nella realtà editoriale italiana. La curiosità di questi editori per l’oltre, il loro ragionato esplorare territori nuovi, il loro muoversi tra sperimentazione e tradizione ci consentono di avvicinarci a forme di letteratura verso cui altrimenti non guarderemmo.

Amateurs di Stefano Zangrando (Edizioni Alphabeta Verlag, 2015) potrebbe apparire un romanzo generazionale, e forse in origine lo è stato, quando cioè l’autore non ancora trentenne lo ha concepito; ma poi Zangrando ci è tornato su negli anni successivi, con il senno di poi potremmo dire, e a più riprese, facendone qualcosa di diverso, e addirittura prendendo le distanze, o mostrando di prenderle, rispetto a quei temi e a quelle atmosfere: tant’è che oggi, nel parlarne agli amici lettori, Stefano Zangrando quasi invita a considerarlo “un’opera minore”, un “satellite dialogico” anche “più frivolo” rispetto a un’opera prima ormai introvabile e comunque imperfetta, bisognosa di cure.
Va bene, noi lo abbiamo letto con divertimento, perché ci ha fatto pensare a una commedia, anzi a una sorta di sit-com impossibile, dalle lunghe scene dilatate, cosa che in una sit-com è proibitissimo, ma insomma l’arguzia stralunata e le goffaggini e gli inciampi dei due giovani protagonisti divaganti a Berlino ci facevano quasi sentire in sottofondo le risate registrate. Valentino (il puntiglioso io narrante) e l’amico Gerwin, giovanotti di confine (uno altoatesino, l’altro sud-tirolese) entrambi sconfinati a Berlino, inquieti il giusto, inseguono un possibile senso nuovo, prima esplorando locali notturni, poi finendo quasi in mezzo a scontri tra manifestanti e polizia, poi a teatro: sempre un po’ sfasati e a disagio, forse più che dall’obiettivo che si sono posti sono attratti dalla possibilità di parlarne, forti di una cultura che fornisce loro appoggi di auctoritates e sottigliezze retoriche che lo stato di sovreccitazione anche alcolica impiastriccia solo un po’. È bello questo perdersi raccontato per così dire in tempo reale, senza ellissi, nel rispetto di un’ostinata unità di tempo. Pensateci: i personaggi, questi “amateurs” della vita che cercano uno sconfinamento proprio nella città più sconfinante e limitanea che esista, si trovano però in una storia che tutto sommato rispetta le unità aristoteliche, concedendosi poche deroghe anche a quella di azione, e insomma avviluppando i due giovanotti in una struttura che procede libera ma che potrebbe anche essere intesa come una ferrea gabbia di vincoli.

Quanto a Il sifone blu, si tratta di un viaggio nel tempo sentimentale e perfino commovente – un doppio viaggio, anzi. Lo ha immaginato lo svizzero Urs Widmer, in un romanzo in due parti tradotto con precisa sintonia da Roberta Gado per l’editore Keller (la stessa Gado ne ha scritto nel numero 14 di Fuori Asse, ricordate?). Nella prima parte l’io narrante e protagonista, scrittore che ci si figura facilmente con le fattezze dello stesso Widmer, torna indietro nel tempo di cinquant’anni, fino alla sua infanzia, e da straniero a se stesso, incuriosito dal passato proprio e dei propri cari si insinua nella vita di questi, prima come uomo tuttofare, poi come amico. Nella seconda parte, tornato nel suo presente, scoprirà che il se stesso bambino, scomparso al tempo della sua capatina nel passato, è finito nel presente, coinvolgendo i suoi cari di adesso. Quello di Widmer è un modo sentimentale e ironico, mai svenevole, di fare i conti con se stessi e con la propria vita, e di tirare le somme sul viluppo di relazioni e dipendenze che costituisce il mondo di affetti di ognuno di noi. Allo stesso tempo, è un voyage extraordinaire avulso da ogni pretesa para o fantascientifica, piegato solo alle esigenze dell’immaginazione irrorata dalla memoria. A fare da macchina del tempo è, nella finzione romanzesca, il luogo per eccellenza votato, almeno in passato, alla dislocazione immaginativa dei giovanissimi, il cinema: e lo strano film avventuroso che favorisce il teletrasporto da un’epoca all’altra, raccontato nei dettagli per intere pagine, sembra davvero una parafrasi esotica, solo più oscura e inquietante, delle avventure del giovane protagonista, una storia solo apparentemente per ragazzi e in realtà profusa di tristezza e di profondo senso di perdita e pericolo.
È un romanzo limpidamente visionario, cioè carico, sovraccarico anzi, di oggetti, di dettagli cui la memoria ha attribuito un sapore e una funzione particolari (tra questi, il sifone blu del titolo), orchestrato da una superiore maestria che pare conoscere il segreto di come governare il caos – come la scrittura, di cui questa doppia favola sembra essere una riflessione in chiave di allegoria.



Da FuoriAsse n. 18: Anna Luisa Pignatelli

Anna Luisa Pignatelli
Ruggine
Fazi, 2016

Romanzo di solitudini e di cattiverie, Ruggine di Anna Luisa Pignatelli (Fazi, 2016) torna tra le colline della campagna toscana, le stesse che con l’autrice avevamo esplorato in Nero toscano del 2013 (Lantana). Là c’era un vecchio inselvatichito, Buio, qui una vecchia, Gina detta Ruggine, che rimane aggrappata alla vita pur tra dolori e incomprensioni. Vedova, devota sia pure con grande pudore e senza idealismi alla memoria del Neri, il marito morto, smemorata di miserie e dolori passati (tra i quali, soprattutto, gli incesti imposti violentemente dal figlio), Gina si affeziona a un gatto, che chiamerà Ferro (da questo nome il soprannome maligno affibbiatole dai compaesani). Le sue giornate sono scandite da piccoli eventi sempre uguali, dal trascinarsi di rancori e malanimi, dall’affiorare episodico di ricordi sgradevoli, dall’esplodere di paure e angosce. Gina, o Ruggine, sente che gli altri abitanti del paese la detestano e faranno di tutto per scacciarla. Sordidi, meschini, i vecchi compaesani la spiano, evitano di salutarla, la condannano a rimanere legata a eventi del passato così traumatici che lei vorrebbe dimenticarli. Gretti, egoisti, attaccati al denaro e a una sorta di rispettabilità miserabilmente giocata sull’apparenza, non si accorgono del bisogno di bene e attenzione di Gina, fraintendono ogni suo gesto, la considerano gretta e attaccata a sua volta al denaro. Gina è incompatibile con il loro bisogno di accumulo (di ricchezze, di terre, di alloggi, di spazi, come nel caso della professoressa sua vicina, che ambisce alle stanze in cui Gina è in affitto per sistemarci i propri libri). E per farla sloggiare sono disposti a qualunque bassezza – poco aiuta supporre che le loro strategie siano ingigantite e deformate dall’immaginazione confusa di Ruggine. Avrebbero potuto soccorrerla quando era vittima degli assalti del figlio: e invece origliavano, e incolpavano lei di ogni cedimento. Pochissimi hanno nei suoi confronti un atteggiamento di umana compassione, o almeno mostrano un minimo di attenzione: e anche questi sono, a modo loro, vittime del perbenismo razzista e malfidente che strangola le relazioni umane del paese – vi è anche tra questi chi è troppo distratto o debole, e chi finge solo solidarietà e cerca di insinuarsi nella sua vita.
Strano paesaggio, questo descritto da Pignatelli, reticente, lontano: le colline e i particolari paesaggistici lasciano spazio sempre alle miserie, ai pensieri più foschi, all’ossessione del danaro, al bisogno dell’accumulo, alla maldicenza e alla derisione; e il fuori (i campi, i sentieri, il lavoro nei campi) sempre più è relegato nei ricordi della vita dura con il defunto marito, mentre l’oggi è una reclusione ostinata in poche stanze male illuminate.  
I sogni di Gina sono incerti, contraddittori: da una parte vuole difendere il suo diritto a rimanere lì, nell’alloggetto, con le sue cose, a rintanarvisi al chiuso da minacce e incomprensioni, dall’altra desidera andarsene, per cercare altrove di ricostruirsi una nuova vita, reinventandosi come sensitiva o qualcosa del genere: questa incertezza è una delle ragioni della sua fragilità rispetto alla cattiveria del mondo, che la vuole lontana, sì, ma non felice, e rinchiusa, sì, ma non in un ambiente che lei possa definire casa.
Si contrappone ai gesti trattenuti e compressi di Gina, alle sue giornate ormai tutte in levare, la vitalità insopprimibile del gatto Ferro, maschio non castrato, che ama azzuffarsi (o meglio, vi è costretto dalla sua natura) per giorni con i rivali per accoppiarsi, e torna a casa malconcio ma trionfante. Il gatto esprime una forza vitale lontana da ogni accomodamento morale, per questo piace alla vecchia Gina. Come il gatto è un nomade suonatore di violino, con cui Gina sogna, prima che precipitino gli eventi, una fuga da quel mondo oppressivo. Ma appunto, queste figure di libertà sono per definizione sfuggenti, e in esse il desiderio di Gina di affrancarsi definitivamente da chi la opprime non può trovare appoggio.  

La scrittura di Pignatelli, attenta, scabra, rallentata non da orpelli retorici ma dall’attenzione alle cose e dalla necessità della precisione, è avvolta in una lieve patina arcaizzante, che situa la storia in un’epoca che è la nostra (con tanto di indiretti ma limpidi riferimenti televisivi al ventennio berlusconiano) ma potrebbe anche essere collocata ovunque nel Novecento. È stato fatto spesso, per affinità geografica e stilistica e per l’insistenza su taluni temi, il nome di Tozzi, nel definire la letterarietà di questa voce; di certo ci troviamo dinanzi a un romanzo che non insegue alcuna moda corrente, e che proprio per questa sfasatura suona singolarmente intonato al presente.

https://www.yumpu.com/it/document/view/56427150/fuoriasse-18

Su Zibaldoni: C'è neve e neve

In città, un paio di mesi fa, in giornate improvvisamente già calde, una troupe televisiva riprendeva alcuni esterni per un serial poliziesco tratto da una serie di gialli di successo e ambientato, pensa te, proprio qui: spostavano insegne, spargevano neve artificiale sulle aiole, facevano indossare cappotti un po’ a tutti, cose così – e tutto con una mano sola, perché l’altra era sempre impegnata a reggere il cellulare. Attorno si raccoglieva un po’ di folla, si scattavano foto, si sperava, chissà, in una comparsata. Mi sono chiesto – senza troppo impegnarmici – che immagine sarebbe venuta fuori della cittadina in cui abito; mi sono anche chiesto se mi ci sarei riconosciuto, ammesso che mi capiti davvero di seguire le puntate (davanti ai polizieschi mi abbandono all’abbiocco come un pupo). I tecnici della troupe devono esserci andati giù pesante con l’ambientazione invernale, per non dire nordica o artica, perché giusto l’altro giorno, in pieno mese di giugno, passando attorno a una delle aiole sepolte tempo addietro sotto quella neve che sembrava polistirolo e si incollava a tutto, ho notato che nessuno aveva più levato le croste di finta neve da un povero monumento piazzato in mezzo, e quelle, tignosissime, ancora ricoprivano la statua di bronzo plus ou moins astratta dedicata non so più a chi o che cosa – impossibile saperlo ora, la targhetta era ricoperta di uno strato grigio di palline.

Così inizia "C'è neve e neve", il nuovo pezzo ospitato da Zibaldoni e altre meraviglie nella rubrica Da una provincia di confine. Scritto quest'estate, esce nelle settimane in cui lo sceneggiato televisivo di cui si parla è trasmesso sulla rete nazionale. Si può leggere il resto qui:

http://www.zibaldoni.it/2016/12/07/ce-neve-e-neve/.

lunedì 5 dicembre 2016

Neve, cane, piede: libro per ragazzi o giallo?

Si parla di Neve, cane, piede su "La Provincia di Como". Carla Colmegna, in un articolo intitolato "Neve, cane, piede. Che storia!", uscito il 29 novembre 2016, scrive:
«Adelmo è strano: vive da solo in montagna, come amico ha solo un cane con il quale... parla! Adelmo sa un sacco di cose e le racconta senza nemmeno saperlo perché, ogni tanto, si dimentica di ciò che dice e fa: sì, è un po’ smemorato; inoltre, Adelmo deve fare i conti con un guardiacaccia rompiscatole. Per fortuna c’è il suo cane parlante ad aiutarlo, soprattutto quando dalla neve spunta un piede umano! Per i lettori dai 12 anni in su davvero un bel libro.»

Anche Federica Belleri consiglia il romanzo edito da Exòrma sul blog "La Bottega del giallo".
«La baita dove Adelmo vive è isolata. Ci sta per mesi, sull’alpe, nel silenzio. Quando scende in paese i suoni e le voci lo fanno impazzire. Non è abituato al contatto con gli altri esseri umani, preferisce la solitudine. È vecchio Adelmo e non ci sta tanto con la testa. Ha poca memoria e una corazza spessa. Puzza Adelmo, non si lava da mesi. È timido e impacciato quando deve chiedere aiuto. Scontroso e sospettoso quanto basta. La compagnia di un grosso cane pulcioso lo aiuterà ad aprirsi? L’invadenza di un giovane guardiacaccia, risveglierà i suoi sensi infreddoliti? Questo è il breve viaggio di Adelmo, attraverso la guerra e i sogni smarriti. A sfidare il freddo, il sonno e la fame, con il terrore di essere catturato. È il suo cammino che si affaccia sul precipizio, sono i suoni del ghiaccio che si rompe, dello sgocciolio della neve e l’inevitabile odore di morte; per sopravvivere deve sopprimere qualche vita … È il rumore del bosco che in primavera si risveglia e la capacità di subire l’isolamento in modo quasi rassegnato. È la macabra sorpresa svelata dal disgelo. Neve, cane, piede. La follia di un montanaro, raccontata per immagini e sensazioni. Il dolore muto e freddo di chi non comprende la propria condizione di disagio. La storia nera di un passato legato all’oggi da tradizioni tramandate.»

domenica 4 dicembre 2016

Su Letteratitudine: Jean Echenoz, Ravel

Jean Echenoz è riuscito, con il breve romanzo “Ravel”, a creare un’ingegnosa opera à la Ravel: nel senso che con precisione da compositore-orologiaio, con distacco, nonchalance, una facilità ingannevole, un calibrato rispetto di tempi e forme, ha costruito un libro in cui sembra davvero di ascoltare, convertite in parole, le musiche del compositore francese. La fine traduzione di Giorgio Pinotti per Adelphi preserva l’eleganza mai fatua e spesso tendente all’eccentrico dello stile raveliano di Echenoz.
Ravel ci è restituito innanzitutto attraverso gli oggetti, i vestiti, i feticci di cui si circonda nella angusta e impossibile casetta di Montfort e con cui riempie le numerose valigie e bauli che lo accompagnano in tournée o in villeggiatura. L’omino Maurice, sotto quell’armatura di originale eleganza che lo protegge dalle insidie del mondo, è sempre inappuntabile, anche quando è in ritardo (cioè, sempre), e lo sarà anche negli anni del declino, quando perderà memoria e facoltà fisiche e intellettive e si aggirerà per concerti e vernissage scortato dagli amici più fidati che terranno lontani i cacciatori di autografi (ignari che il celebre compositore non sa nemmeno più scrivere il suo nome). È un mondo protettivo, di ninnoli, abitudini consolidate, sofisticati automatismi, squisitezze varie, una boîte à musique in cui anche il tormento dell’insonnia è sopportabile, anche le smemoratezze sembrano accettabili. Pare di sentir risuonare, in questo mondo ovattato e un po’ fuori dal tempo, le armonie raffinate e fintamente algide del “Tombeau de Couperin”, le fantasticherie rassicuranti e inquiete di “Ma mère l’Oye”.
A proposito: il sospetto di fatuità, di jeu un po’ fine a se stesso, di meccanismo alla fine disumano, che può cogliere il lettore alle prime pagine (o l’ascoltatore alle prime battute) svanisce ben presto: il romanzo di Echenoz, seguendo i movimenti di Ravel, da commedia brillante (la tournée negli Stati Uniti, la spossatezza caricaturale che coglie il compositore dinanzi a spostamenti in carrozze di lusso, gli entusiasmi iperbolici del pubblico di amateurs) si tramuta progressivamente in descrizione degli ultimi anni di vita, quelli della malattia, rimasta misteriosa, e dei vani tentativi di cura. Diventa, cioè, un vero e proprio tombeau, in cui l’imperturbabile, clinica precisione risulta paradossalmente toccante (e sfido chiunque a leggere l’ultima parte senza magone).
C’è molta musica, ovviamente, nel breve romanzo di Echenoz. Ravel all’epoca è uno dei compositori più apprezzati al mondo, lo si pone accanto a Stravinskij, in lui il brivido della modernità e della sfida si concilia sempre con uno charme che sa sedurre le masse, spaventate invece dalla piega che ha preso altra musica moderna. È così autorevole che, di fronte agli attacchi dei più giovani leoni del gruppo Les Six, in particolare di Milhaud e Auric, reagisce con superiore tolleranza, e anzi con simpatia e comprensione. La musica, che pure è la sua vita, ed è parte fondamentale della sua persona, non è sempre al centro dei suoi pensieri: a volte, vinto da una sorta di superiore indolenza, Ravel resta inerte, cincischia, si perde senza grande convinzione dietro a progetti che non porterà a termine. Il suo rapporto con la tradizione è fondato su una sorta di singolare sfida: con le forme (trio, quartetto, sonata) “salda i conti” affrontandole una volta sola, in opere uniche che suonano come suggelli definitivi. Solo con il Concerto per pianoforte la sfida è duplice, tant’è che verranno tormentosamente composti negli stessi mesi due concerti, uno in Re maggiore per la mano sinistra (commissionato da Paul Wittgenstein, che lo eseguirà strapazzandolo in modo insopportabile per il compositore) e l’altro in Sol.
Anche il rapporto con gli interpreti merita qualche riga. Ravel, che predilige una lettura fedele, perfettamente calibrata delle sue opere, detesta le personalizzazioni di Wittgenstein, i virtuosismi rodomonteschi che distorcono e rompono la tensione in perfetto equilibrio tra strumento solista e orchestra; e detesta pure il “Bolero” velocizzato e accelerato sotto la direzione di Toscanini (si ascolti la vecchia incisione del 1930 in cui Ravel dirige la propria opera più famosa: la lentezza garantisce cesello su ogni singola nota). Egli stesso, però, quando non può farne a meno, si presta a esecuzioni approssimative delle sue opere pianistiche, perché pianista non è e ciò che scrive per il pianoforte è spesso al di là delle sue possibilità tecniche: confida, in tali casi, sull’indulgenza, la disattenzione o l’incompetenza del pubblico.
Affascinato dalla meccanica, concepisce la musica come un linguaggio puramente formale, in cui tout se tient – in questo è vicino al concetto di musica assoluta che in quei decenni era rappresentato da compositori come Stravinskij o Hindemith. Tutto è forma, dosaggio, equilibrio, struttura, nel meccanismo che è un pezzo musicale, nel gioco serio e svagato che è la musica. La musica è motore in movimento, orologio, nave, treno (sempre di prima classe, naturalmente): da qui nasce anche l’idea (impossibile, provocatoria, allora) di un pezzo privo di sviluppo in senso musicale ma tutto giocato sulla ripetizione, melodica e ritmica, in cui solo il timbro (l’orchestrazione di cui Ravel era maestro) cambia e crea movimento (il “Bolero”, appunto). En passant, vi sono anche studi, che Echenoz per fortuna non cita, in cui neurologi interpretano i diversi aspetti della musica di Ravel, e del “Bolero” in particolare, come sintomi di differenti neuropatie: ma lasciamo stare.

Il processo compositivo è ben raccontato da Echenoz, che riprende quanto confidato (con qualche esagerazione) da Ravel durante una conferenza a New York: il compositore resta a pensare a lungo, anche per anni, senza scrivere una sola nota, e intanto le idee germinano nella sua mente un po’ alla volta, e solo dopo che si sono adattate in una struttura arriva il momento della stesura, che può essere anche rapido e coincide sempre con la fase della ripulitura, della sottrazione del superfluo. Non crede nell’ispirazione, Ravel, la tastiera (quella vera del pianoforte, o quella immaginaria sempre aperta nella mente) è tutto. Nemmeno la natura sembra offrire motivi di ispirazione: mentre contempla l’orizzonte marino dal ponte della nave che lo porta in America, Ravel prova a tradurre la superficie del mare in una linea melodica o in un ritmo, ma desiste subito, per noia e per scetticismo. Né sembra aver dato risultati più duraturi la trascrizione del canto degli uccelli compiuta in certi momenti di inerzia della Prima Guerra Mondiale, quando Ravel, spinto da un sentimento di sincero patriottismo che sorprese molti e che ha il sapore di un beau geste, era riuscito a farsi arruolare come autista di mezzi pesanti.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/11/30/ravel-di-jean-echenoz/

Su Libri in Musica

Cinzia Orabona, nel bel blog letterario Libri in Musica, dopo avere analizzato le tematiche di Neve, cane, piede, lo accosta a un'opera di Stravinskij che amo, i tre pezzi per quartetto d'archi. Scrive in particolare:
«Quale colonna sonora per un romanzo come questo? Lo stesso Morandini, in un’intervista che ho letto sul web, risponde così:
Per le dimensioni ridotte, per la presenza di un limitato numero di ingredienti (o di temi, se vuoi), Neve, cane, piede mi è venuto fuori come una specie di sonatina. Ha anche una struttura tripartita, con un allegro iniziale che corrisponde all’autunno, un ampio movimento lento centrale che coincide con il lungo inverno passato sotto la neve, e un allegro finale primaverile. Non è una struttura vincolante, e nemmeno programmata: diciamo che pensare il romanzo in quei termini mi ha aiutato nella composizione, nel dosaggio, nella ricerca di un equilibrio.
Una struttura tripartita mi ha fatto pensare ad una composizione poco conosciuta di Igor Stravinskij (1882 – 1971): Tre pezzi per quartetto d’archi (1915). Comporre questa partitura dopo la Sagra della primavera, significò per Stravinskij un passo indietro verso l’essenziale. Due violini, una viola ed un violoncello sono gli strumenti protagonisti. Ciò che  ne scaturisce è una sovrapposizione di individualità ben delineate. Gli strumenti creano, da soli e insieme, degli effetti sonori. Sono suoni cupi, aggressivi, ritmati, come quelli della neve quando batte sulla baracca di Adelmo.
Il compositore russo si distacca dalla tradizione compositiva classica per creare un’armonia non convenzionale in una fusione timbrica ed un dialogo paritetico tra tutti gli strumenti coinvolti. Come in Neve, cane, piede, tutto è vitale: la montagna, la neve, la terra. Sperimentalismo sonoro da una parte e abbandono del realismo in favore della forza visionaria dall’altra.»