martedì 23 agosto 2016

Si parla di montagna a Fahrenheit


Il 23 agosto, alle 15, nella prima parte di Fahrenheit, Tommaso Giartosio ha coinvolto Enrico Camanni, Franco Brevini e me in una conversazione sulle trasformazioni (morfologiche, culturali) della montagna.

martedì 16 agosto 2016

Electro Camp 2016: il programma


Progetto di
Live Arts Cultures ed electronicgirls
in collaborazione con
Fondazione Forte Marghera, Cooperativa Sociale Controvento e
Perypezye Urbane, Gruppo Acusma
grazie al sostegno di
4Culture e Istituto di Cultura Rumena, Centro Aquased e Provincia Autonoma di Bolzano;
le netlabel Laverna, Uhlrahut, Up-it-up, Clinical Archives, electronicgirls, Stato Dischi, Stato Elettrico, Ephedrina, 51 beats, NoisyBeat, Galaverna.

Promosso e organizzato dall’associazione culturale Live Arts Cultures in collaborazione con l’etichetta electronicgirls, “Electro Camp – International Platform for New Sounds and Dance” giunge quest'anno alla sua quarta edizione, e avrà luogo a Forte Marghera, Venezia-Mestre, dal 7 all’11 settembre.
L’apertura verso le nuove produzioni estere dedicate alla ricerca “suono-movimento” è la caratteristica principale di questo quarto appuntamento, che vedrà la coreografa Ronit Ziv (Israele) e il percussionista Seijiro Murayama (Giappone) a conduzione dei laboratori residenziali destinati agli ambiti della danza e del suono (9, 10 e 11 settembre).
Tra le molte nazionalità ospiti del festival – oltre alle già citate: Francia, Slovenia, Olanda, Belgio, Romania, Serbia, Brasile, Italia – si segnala l’importante collaborazione con 4Culture all’interno di “Contemporary Perspectives on Romanian Interdisciplinary Art” finanziato dall'Istituto di Cultura Rumena.
Electro Camp 4 si propone come una piattaforma di sperimentazione dedicata ai nuovi contributi nelle arti performative, una cinque giorni di approfondimento, scambio e ricerca che accoglierà momenti di ulteriore riflessione e formazione con l’offerta di un seminario condotto da Valentina Valentini e Water Paradiso – Gruppo Acusma – dal titolo “Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video” (8, 9, 10 settembre).
Quella sopraccitata non è la sola novità per questo 2016; ad arricchire il programma con i consueti eventi serali, infatti, anche il festival di videodanzaEspressioni Festival - Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si” a cura di Perypezye Urbane e una fiera delle netlabel dedicate alle produzioni di musica elettronica ‘sperimentale e di ricerca’ con licenze Creative Commons.
Info
liveartscultures.org ; info@liveartscultures.org | Facebook: liveartscultures ; electrocampfestival
Ingresso riservato ai soci LAC.

Programma festival

Seminario
Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video, a cura del Gruppo Acusma (Valentina Valentini, Water Paradiso): 8, 9 e 10 settembre.

Dance & Sound Workshops
Ronit Ziv (Israele) e Seijiro Murayama (Giappone): nelle giornate del 9, 10 e 11 settembre.

Iscrizioni aperte alle esperienze laboratoriali e seminariali inviando una mail a info@liveartscultures.org o electronicgirls.fest@gmail.com
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Mercoledì 7 settembre

Dalle 19:00
Inaugurazione del festival. Saranno presentate:
- Perypezye Urbane (Italia): Espressioni Festival - Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si
- Aldo Aliprandi (Italia): Monas
- Johann Merrich (Italia): Dall'orlo il ghiaccio fece cricch più forte, in collaborazione con Aquased - Monitoraggio innovativo dei sedimenti nei torrenti alpini e Provincia Autonoma di Bolzano
- Ciprian Ciuclea, Catalin Cretu (Romania): Visualizing the Sound, in collaborazione con 4Culture e Istituto di Cultura Rumena

Dalle ore 21:00
-  Installazione/performance: - Corinne Mazzoli (Italia): Orbita Zero
- Installazione/performance: - Tomaž Grom (Slovenia): Visual Hallucination / Auditoru Hallucination (Unrepetable) - Musical Instrument, in collaborazione con “Disobedience Festival”

- Danza/Suono - Thomas Kortvélyessy (Belgio), Benjamin Strauch: poidespaces
- Elettronica di ricerca - Giulia Vismara (Italia), Paraphernaila
- Dj Set - LECRI (electronicgirls, Italia)
[Le installazioni permanenti saranno fruibili tutti i giorni dalle ore 20:00]


Giovedì 8 settembre

Dalle ore 21:00
- Danza: - Valentina dal Mas (Italia): ARKAR
- Elettronica di ricerca: - Jasna Veličković (Olanda): Soundware and magnetic songs (2016)
- Danza: - (Romania) ospite in via di definizione in collaborazione con 4Culture

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Venerdì 9 settembre
Dalle ore 21:00
- Danza: - Valentina de Piante (Romania): MELT Motion, Emotion and Lateral Thinking
- Repertorio contemporaneo: - Carlo Siega (Italia) Estensioni Protesi (esecuzione di opere tratte dal repertorio di G. Colombo Taccani, F. Romitelli, K. Essl, P. Ablinger, S. Beyer)
- Mixed Media: - Le Collectif Singulier (Francia): Overflow

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Sabato 10 settembre
Dalle ore 21:00
- Danza: - Annika Pannitto (Italia): Piazza/solo
- Danza: - Marta Bichisao, Annè Lepère (Italia/Francia)
- Elettronica di ricerca: - Medula: Isabel Nogueira, Luciano Zanatta (Brasile): Lusque Fusque
- Dj Set: - LECRI (electronicgirls, Italia)
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Domenica 11 settembre

Dalle ore 21:00
- Danza: - Ronit Ziv (Israele): - Restituzione pubblica del laboratorio
- Suono: - Seijiro Murayama (Giappone): - Restituzione pubblica del laboratorio
- Musica contemporanea: - Mario Mariotti&Elia Moretti Duo (Italia)
- Performance: - S’odinonsuonare (Italia)


Le serate saranno accompagnate da una selezione di musica elettronica tutelata da licenze Creative Commons; l'iniziativa rientra all'interno della Netlabels Fair. Con: Laverna (Italia, Venezia) Uhlrahut (Danimarca), Up-it-up (Inghilterra, Liverpool), Clinical Archives (Russia), electronicgirls (Italia, Venezia), Stato Dischi (Italia, Roma), Stato Elettrico (Italia), Ephedrina (Italia, Roma), 51 beats (Italia, Milano), Noisy Beat (Italia), Galaverna (Italia, Venezia).

lunedì 8 agosto 2016

Ancora da 12 piccoli indiani: aneddotica

Riprendo, da una discussione nata all'interno del già citato gruppo facebook "12 piccoli indiani", alcuni miei post sul romanzo "Neve, cane, piede".

"Ma insomma, quello che racconti alla fine del libro, l’incontro con il montanaro scorbutico che ti accoglie a sassate e colpi di pigna, è vero o no?" mi chiedono in molti. Non è esattamente vero, nel senso che nessun vecchio montanaro mi ha mai accolto così mentre salivo per un sentiero. Nelle mie escursioni ho sempre incontrato persone gentili. Però, nel presentare “Neve, cane, piede” in giro per l’Italia, ho scoperto che diversi lettori hanno avuto un’esperienza simile a quella che ho raccontato io, e nel corso di una camminata su Alpi o Appennini o rilievi di qualunque tipo sono stati bersagliati, loro o le loro auto, da sassi o pigne o legni, o inseguiti da cani aizzati dai loro padroni scorbutici. Quindi quell’episodio, che in origine voleva solo giocare con il lettore sull’eterno tema della realtà e della finzione, è diventato in un certo senso più vero anche per me. Di sicuro ora lo considero pienamente verosimile (e in montagna sto più attento).

Qualcuno mi chiede: perché quelle pagine finali, quella “Storia di questa storia” che rischia di rovinare un po' il gusto in bocca, l’effetto di smarrimento creato dalla fine sospesa di Adelmo? Già, perché? Diciamo che avevo bisogno di una sorta di camera di decompressione, proprio lì alla fine, che consentisse (a me e, immagino, al lettore) di rientrare nella realtà dopo lo sprofondamento di Adelmo nella montagna e nell’allucinazione più totale. Sentivo proprio il bisogno di ragionare sulla voce che aveva raccontato la storia, senza smettere però di raccontare, quindi, in un certo senso, di mentire (ecco l’episodio del montanaro e dei sassi). Se questo ha raffreddato un po’ l’entusiasmo dei lettori, pazienza (no, anzi, mi spiace, ma spero che le mie ragioni siano almeno in parte condivisibili).

La stesura del romanzo è stata facile e piacevole, in un certo senso è venuta da sé, ho solo dovuto osservarla crescere, assecondarne certi sviluppi. Non partendo da un progetto, nemmeno da un vago schema, ma solo da un’immagine (quella del piede che spunta dalla neve), mi sono davvero lasciato cogliere dal piacere della scoperta e dell’invenzione. Le difficoltà, se vogliamo, sono sorte in seguito, quando si è trattato di trovare una collocazione editoriale: le dimensioni ridotte del romanzo non convincevano alcuni, altri non erano interessati a storie di montagna. Sentivo d’altra parte che il libro non poteva essere più lungo di così (non avrei potuto allungare il brodo introducendo digressioni o sviluppi collaterali, avrei incrinato l’equilibrio delle parti) o più “attuale” (lo è comunque, credo, a modo suo, se si legge bene tra le righe). Finalmente, ci ha creduto Exòrma, una casa editrice che non ha avuto paura né della brevità né di temi e figure non esattamente trendy. “Neve, cane, piede” non poteva avere collocazione migliore: con tutte quelle transumanze tra monte e valle, tra sogno e realtà, tra vita e morte, tra su e giù e dentro e fuori, sembrava nato proprio per il catalogo di Exòrma. Come vedete, non ci si nega mai un happy end.

Dal gruppo facebook 12 Piccoli Indiani: il commento di Valeria De Carli

Il gruppo facebook "12 Piccoli indiani", dedicato alla lettura e al commento di alcuni romanzi italiani contemporanei, ha dedicato il mese di luglio a "Neve, cane, piede". Tra i numerosi commenti sul romanzo, colpisce per vastità e complessità di riferimenti questo di Valeria De Carli, che ho il piacere di riportare qui integralmente. 

Ho letto il romanzo breve di Claudio Morandini quasi d’un fiato. Mi è piaciuto molto. La prima sensazione è stata quella di trovarmi di fronte ad un opera di valore universale.
L’intenzione manifesta dell’autore, o quanto meno la curiosità che lo ha spinto a scrivere, è quella di capire perché un essere umano possa abbandonare tutto quanto vi sia di umano. Tuttavia, non ho trovato motivazioni abbastanza forti che giustifichino pienamente la determinazione del protagonista a isolarsi dalla società umana, a parte la sua auto-supposta pazzia. Eppure la storia di Adelmo Farandola non è una storia di pazzia. È bensì una storia di isolamento lucidamente autoimposto e portato al suo estremo. Una vita vissuta ai minimi termini, senza apparati, solo con lo stretto necessario per soddisfare le necessità primarie, in un ambiente naturale duro, indomato, estraneo, inesorabile. D’altra parte, quando era giovane, egli aveva imparato i vantaggi della solitudine, costretto a sfuggire ai rastrellamenti in tempo di guerra. Aveva imparato il conforto di parlarsi da solo, di parlare con le cose e gli animali. Aveva imparato a non soffrire il freddo la fame e il sonno, sfidandoli e combattendoli come i suoi peggior nemici. Il Freddo, la Fame e il Sonno diventano tre persone dalle facce normali, stanche, silenziose, sedute difronte a lui. Per contrasto, questa triade mi ha richiamato il celebre quadro “Trinità” del pittore russo Andrej Rubljov, interpretazione creativa del tema dedotto dalla storia antico-testamentaria dell’apparizione di Dio ad Abramo sotto forma di tre angeli che banchettano presso di lui come prefigurazione dell’Ultima Cena. Il centro ideale e strutturale del quadro è il piatto con la testa del vitello sacrificato, simbolo dell’agnello neo-testamentario. Dietro ognuno degli angeli si leva un emblema: dietro quello centrale, l’albero della vita e dell’amore divino, dietro il sinistro, una casa di cui si vedono le stanze (simbolo dell’edificazione interiore dell’uomo), dietro il destro, una montagna, immagine dell’ispirazione divina e della sublimità del pensiero.

Ora, come associare la sublime armonia di questa composizione alla visione dei tre squallidi figuri in cenci scuri che perseguitano il bestemmiatore Adelmo Farandola? Gli elementi simbolici nel quadro di Rubljov, l’albero, la casa e la montagna, il piatto con la testa di vitello sacrificato, sono tutti presenti nella storia di Adelmo Farandola. Naturalmente è necessario fare un esercizio di astrazione nel quale ci si può sbizzarrire con le chiavi di lettura. Più semplicemente basta coglierne le assonanze-dissonanze. Se la Fame corrisponde all’albero della vita e dell’amore, sono la vita e l’amore ciò di cui Adelmo Farandola ha fame. Se il Freddo corrisponde alla casa, simbolo dell’edificazione dell’interiore dell’uomo, attraverso il pensiero, è proprio questo che Adelmo Farandola non ha o ha perso. Vedo anche nel simbolo della casa con stanze, una brillante immagine della mente logica che ordina i pensieri nei propri cassetti, e che Adelmo Farandola suo malgrado, tiene un po’ in disordine! Se il Sonno corrisponde alla montagna, nel quadro di Rubljov simbolo di ispirazione divina, è o sarebbe il luogo del sogno, di una delle porte d’accesso al divino. Ma per Adelmo Farandola è il nemico più infido, che lo avrebbe consegnato alla morte senza ritorno. Perché lui teme la morte, come tutti coloro che non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di una continuazione oltre la vita terrestre. Infine, nel vitello sacrificato sul piatto offerto alla Trinità, simbolo dell’Agnello di Dio, vedo rappresentato Adelmo Farandola, colto nel suo isolamento selvaggio, quale emblema del sacrificio dell’Uomo ancora inconsapevole del divino, al cospetto della triade maledetta, Fame Freddo e Sonno, che consuma la carne e fa tacere lo spirito. Se il mio accostamento può sembrare un po’ tirato per i capelli, invito ugualmente chi legge a vedere quest’opera i cui colori sono tanto puri e limpidi, come raggianti sono le schiarite. A ulteriore riprova del contrasto con l’immagine della penosa triade nella visione di Adelmo Farandola. Visto che Adelmo Farandola è l’antitesi quasi perfetta dell’essere spirituale, anche la montagna, i suoi dirupi minacciosi che egli percorre come un animale braccato, la vetta del bivacco estivo, sono tutti aspetti che connotano l’assoluta mancanza o rifiuto del divino. Anche le gallerie della miniera, nelle viscere della terra, che sono stomaco che ingoia e non utero che accoglie e pasce la vita, confermano l’estraneità di Adelmo Farandola a qualsiasi riferimento spirituale. La terra non è il luogo dal quale Dio plasmò Adamo, non è la tomba dalla quale risorgere a nuova vita.

Detto ciò, Adelmo Farandola assurge a simbolo universale dell’uomo originario. Lo ritroviamo nella condizione di un Adamo dopo la cacciata dal Paradiso Terreste, senza Dio e senza Eva, di uomo primitivo, che sopravvive in un ambiente seppur ostile ma che egli in qualche modo controlla grazie alla sua intelligenza, in una natura che non offre frutti da cogliere, ma solo altri animali da cacciare. Un animale, un non-ancora-uomo. Almeno fino a quando non compare il cane, primo animale addomesticato, compagno dell’uomo – interessato, ma comunque fedele - fin dalla notte dei tempi. “Quel bastardo” - il cane - significativamente senza nome, è insieme anima e coscienza di Adelmo Farandola, e forse per questo motivo non ha un nome proprio. Anima perché il dialogo con il cane, al quale Adelmo Farandola si rapporta differenziandosi da lui, gli permette di umanizzarsi, come quando si prende cura dell’animale ripulendolo dalle zecche. Essendo il cane una bestia, Adelmo diventa uomo. Coscienza, perché sempre per mezzo del dialogo con il cane, egli riemerge dal vuoto abissale di una mente ridotta a uno stato quasi preverbale, fatto di immagini ed emozioni, nella quale si perdeva prima di incontrarlo. Una mente nella quale i pochi ricordi del vissuto prima dell’isolamento affiorano, e presto svaniscono, fino talvolta a depersonalizzarsi, talvolta risolvendosi nel distacco completo della coscienza di Adelmo Farandola dal suo passato.
La mente di Adelmo Farandola sembra confusa, offuscata da quell’ossessione per i fili dell’elettrodotto che lo avrebbero reso matto. In realtà, la sua è la mente di quell’uomo originario nella quale, come è descritta da Roberto Galasso ne Il Cacciatore di Stelle, l’invisibile era visibile, e continuamente si trasformava. Quando tutto avveniva in un solo flusso di forme, dai ragni ai morti, quando era il regno della metamorfosi, come dopo avvenne soltanto nella caverna della mente. Aggiungo io, prima del Big Bang, come mi piace immaginare la nascita della coscienza. Ancora Roberto Galasso ne Il Cacciatore Celeste scrive che gli uomini diventarono animali metafisici durante la caccia. Quando la caccia ebbe inizio, non c’era un uomo che inseguiva un animale. C’era un essere che inseguiva un altro essere. Mentre con la pastorizia e l’agricoltura l’animale divenne soltanto animale, separato per sempre dall’uomo. Adelmo Farandola è cacciatore e pastore al tempo stesso.

Il vero mondo di Adelmo Farandola è nella mente. I pensieri e le parole del cane nascono in realtà nella mente dell’uomo che nel cane si immedesima. Meravigliosa facoltà dell’immaginazione quella dell’immedesimazione e mirabilmente resa da Claudio Morandini nel personaggio del cane. I pensieri di Adelmo Farandola sono il luogo dove gli esseri e le cose sui quali egli posa la sua attenzione prendono significato, la trama lungo la quale si svolge il tempo della sua vita. Un tempo che pare fermarsi quando il cane non c’è. Il cane, lo strumento della sua coscienza appunto. Senza il cane, anche lo spazio familiare dell’angusto vallone montano in cui vive, si dilata fino a diventare un immenso deserto nel quale egli si sente piccolo come una formica o un verme. Sebbene Claudio Morandini con questa similitudine intenda chiaramente enfatizzare il sentimento di solitudine provato per la mancanza del cane - tra l’altro anche questo un tratto umanizzante conquistato - formica e verme sono anche esseri notoriamente incapaci di pensare, con i quali non può sussistere un dialogo. E se, per assurdo, Adelmo parlasse con le formiche o con i vermi, allora sì che potrebbe dirsi veramente matto!

Da Zibaldoni e altre meraviglie: "Le vacanze dello scrittore"

Nella rubrica “Da una provincia di confine” su Zibaldoni e altre meraviglie, compare un nuovo pezzo, intitolato “Le vacanze dello scrittore”. Ne riporto l'inizio, con l'invito consueto a seguire ogni pagina di quella eccellente rivista.


L’amico scrittore venuto qui a riposare dalle beghe cittadine, dalle polemiche, dai livori della metropoli si aggira i primi giorni con il sorriso beato, le narici dilatate a inspirare l’aria che lui reputa fresca e incontaminata, le orecchie tese a cogliere il silenzio. Lo conduco apposta in quartierini tranquilli, per compiacerlo, lontano dal traffico che ingombra le vie da mattina a sera, lontano dai negozi di moda o di telefonia da cui escono profumi artificiali e techno a palla (ma dov’è finita la musique d’ameublement d’una volta, lo sapete voi? che fine ha fatto la cara vecchia musichetta da ascensore o da supermercato, che invogliava all’acquisto e leniva le tensioni?), lontano dai dehors in cui nervosissimi perdigiorno fumano bevono e parlano a voce troppo alta. Esistono ancora, per fortuna, certe viuzze appartate, ombrose, maleodoranti il giusto, in cui al massimo si può incontrare un cane, un gatto, una vecchia. Lassù, tra le cimase dei tetti, il cielo. L’amico scrittore mi è subito grato, e si fa tutto naso, in quelle viuzze, che immediatamente collega a mille altre viuzze letterarie che la sua memoria (prodigiosa nelle connessioni letterarie) ha assiepato e inscatolato nella sua mente. Ecco, ecco! ripete come incantato, questo volevo, quest’ombra, quest’odore, questo nulla!
Vuole fare come me, in tutto. Una volta rideva come un matto, quando gli raccontavo che qui si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette (anzi, si finisce di cenare alle sette) e non è raro che si vada a letto alle dieci, perché il giorno dopo ci si alza presto. Io alle sette comincio a pensare a dove andare per l’aperitivo, rideva, io alle dieci comincio a pensare non alla cena, ma al bis di olive! Ora dice di voler fare come me, per disintossicarsi dalle cattive abitudini. E i primi giorni in effetti si mette d’impegno a seguire i nostri orari, docile, divertito, si dà alle minestre, dice che tenere in mano il cucchiaio lo fa tornare bambino.
In città (la sua città), si lamenta poi, non si può più vivere. È infestata dagli scrittori. Se si affaccia a sbadigliare alla finestra, si trova dinanzi il dirimpettaio premio Strega; se va in edicola a prendere inserti letterari (i quotidiani li butta quasi subito) incrocia il blogger polemista che lo prende a braccetto e gli attacca un bottone di quelli mentre sul blog si diverte a distruggerlo. Se va a comprare, che so, scatolette di tonno o buste di insalatina non può fare a meno di strusciare l’epa del tal critico, o del tale editor. E c’è sempre, appartato in attesa dietro un angolo, uno scrittore meno fortunato di lui, che balza fuori al suo passaggio e fa questua di favori.
Ma è vita quella? si lamenta l’amico scrittore, mentre lo invito a guardarsi attorno e dimenticare. Tu, tu sì che sei fortunato! dice poi convinto, qui non c’è nessuno, nessuno! Non potrei incontrare nessuno, potrei camminare per ore senza essere riconosciuto, e non troverei un collega nemmeno se lo volessi!
Dice di tenere spento lo smartphone, ma in realtà, quando si crede non osservato, cerca nella tasca, e furtivamente dà un’occhiatina, che nessuno lo cerchi dalla grande città. Qui non c’è nessuno, nessuno! insiste. Tranne te, aggiunge poi, anche se non ce n’è bisogno. Ti affacci e i tuoi dirimpettai nemmeno sai che scrivi; e magari loro non sanno proprio scrivere. Entri in un caffè e nessuno ti coinvolge in una diatriba letteraria. Dalle mie parti, si lamenta, non posso nemmeno più entrare a prendere un caffè perché becco subito Tizio e Caio che stanno lì, appostati, come in quelle vecchie foto degli anni cinquanta, hai presente? Quelle con Palazzeschi, Tobino, Orson Welles, Pasolini, che so, Cecchi D’Amico, Penna, Vedova, Guttuso, mettici chi vuoi, colti in un momento di pausa? Ecco, con quell’aria lì, l’aria di chi vorrebbe ricreare quell’ambiente, quel ricircolo di idee. Hai notato, tra parentesi, che nessuno rideva mai in quelle foto? Hanno tutti l’aria di volersene andare, di aspirare all’aria aperta, alla luce, ma nessuno si muove per primo, rimangono affondati in quei divanetti scomodi, e soffrono, perché la scomodità e la sofferenza fanno parte della condizione dell’intellettuale, eccetera.

L’amico gira beato, nel silenzio, nell’inconsapevolezza dei luoghi in cui sono nato. Dopo un po’, quando si accorge che potrei sentirmi depresso alle sue parole, comincia a esaltarmi come un astro, anzi l’unico, di questi luoghi, ed esagera fino a imbarazzarmi.

Da Fuori Asse n. 17: "Un uomo buono"

Nel numero 17 (luglio 2016) della rivista Fuori Asse la rubrica Lettera 22, curata da Mauro Tomassoli e dedicata alle scritture brevi, ospita il mio racconto "Un uomo buono". Ne riporto l'inizio, invitandovi a leggere ogni pagina di quella eccellente rivista.

Ho sempre avuto l’inclinazione a far morire le piante di casa. Ficus, gerani, cacti, con me non hanno mai avuto vita facile. Li compro e li ricompro, li metto sul davanzale, li tengo al sole o all’ombra a seconda dei casi, innaffio o non innaffio come da istruzioni, e quelli nel giro di una settimana si sgonfiano, ingialliscono, si torcono, si denudano. Neanche con il basilico, la mentuccia, il timo sono fortunato: quando entrano in casa sono rigogliosi, e promettono pesti succulenti, sapori speziati, e già la sera del primo giorno perdono le foglie, il giorno dopo sono circondati da un nugolo di quelle moschine che si accompagnano sempre ai vegetali in disfacimento. Insomma, se ci ricavo un condimento è già qualcosa. Poi butto tutto, e torno ai surgelati.
Pensavo di non avere il pollice verde, semplicemente. Me lo dicevano tutti: poverino, non hai il pollice verde. Capita. Anzi, può essere un vantaggio, perché i vicini non mi affideranno mai le loro piante quando vanno in vacanza, ed è una scocciatura in meno. Ma qualche mese fa ho scoperto che non è solo questione di cattivo penchant per i vegetali di appartamento. C’era questo gattino, che ogni tanto si affacciava alle porte dell’uno o dell’altro, nel quartiere, accasandosi ora qui, ora lì. Ricambiava con fusa e strusci discreti i pranzi e le cene e le attenzioni, ma non poteva dirsi di nessuno. Bene, un giorno bussa, per così dire, alla mia porta. Lieto di avere compagnia senza dover per forza parlare, apro, lo faccio accomodare, gli offro un’acciughetta, gli porto del latte. Mentre quello lappa, gli preparo un giaciglio con certi cuscini damascati dono della mia povera mamma. La sera, mentre faccio un cruciverba, mi godo la vicinanza del felino. Lo sento arrendevole, sotto le mie dita, sfibrato, ma attribuisco il tutto all’affaticamento che deve cogliere chi fa vita seminomade e non può sempre contare su due pasti tutti i giorni. Fatto sta, dopo una gara di sbadigli in cui lui esce vincitore andiamo a letto. La mattina dopo, al risveglio, lo scopro ancora più debole, al punto che è incapace di alzarsi, di muovere due passi senza scivolare stremato a terra. «Dormito male, eh?» gli dico per scherzo. Provo a tirarlo su con un lieve massaggio, ma è peggio. Poi vomita non so che. A mezzogiorno è già morto.
«Era già malato, di sicuro» mi consola per telefono mia cugina Letizia. «Oppure avrà mangiato una lucertola.»
«Sarà» dico io, «non è stato mica bello vederlo andarsene così.»
«Se ti piacciono i gatti, però, non devi privartene. Ho sempre pensato che fossi un tipo da gatti. Prendine subito un altro, ti aiuterà a elaborare il lutto.»
Elaboriamo il lutto, allora, dico io, puntando al gattile.
Il secondo gatto, un soriano di una certa età, reso docile e grasso da un antico intervento chirurgico, entra in casa circospetto, annusa, si guarda continuamente alle spalle come se si sentisse minacciato, non gioca, non mangia. «Fai lo snob?» gli chiedo allora, per scherzare e metterlo a suo agio. Due giorni, e se ne va all’altro mondo anche lui.
«Hai mica dei veleni in casa?» chiede Letizia. «Magari in cucina, sotto il lavandino? Quelli son bestie che girano, assaggiano tutto, magari sono arrivati entrambi a quei veleni e ci hanno fatto merenda.»
«Non ho veleni».
«Sicuro?»
«Sicuro» dico io. Però, finita la telefonata, vado a controllare. Niente veleni a portata di gatto, soltanto, in un armadietto ben chiuso, le solite cose, una conegrina, un detersivo, della cera per pavimenti, un barattolo di vernice che nemmeno si apre. Niente che possano avere assaggiato.

Il terzo gatto, che vado a comprare più per curiosità che per desiderio di compagnia (al gattile esito a tornare così presto), non vorrebbe nemmeno entrare in casa. Mi scappa non appena apro la porticina della gattiera, scappa a gambe levate giù per le scale, si butta sulla strada, finisce sotto il SUV dell’ingegner Caramore, che nemmeno se ne accorge. «Per la miseria, ingegnere!» strillo, ma quello non mi sente, perché sta facendo le sue manovre.