martedì 24 maggio 2016

17 Days su Poetarum Silva

Sulla rivista letteraria Poetarum Silva, sotto il titolo "U’ve been gone 17 days, 17 long nights", Fabio Michieli e io ci siamo confrontati sul lascito di Prince, a diciassette giorni dalla sua morte improvvisa
Riprendo la prima parte della nostra conversazione a distanza e invito a leggere il resto qui: 
https://poetarumsilva.com/2016/05/08/17-days-prince/.

F: «All good things, they say, never last»… Dimmi, è proprio così? Le cose belle non passano mai? No, perché io ho l’impressione di essere uno di quegli stupidi che ammirano una macchina sfrecciare. E dire che io di quella macchina, una Thunderbird, credo, o una piccola rossa Corvette, ho osservato ogni cosa, ascoltato ogni roboante accelerata. Insomma, non credo di essere uno di quegli stupidi.
C: A me quella macchina a volte sembrava una Jaguar (ricordi la canzone scritta per Mavis Staples?). Ci siamo rimasti secchi in molti, credo, alla notizia della morte di Prince, e ora assistiamo al moltiplicarsi di notizie infondate, iperboliche (migliaia, anzi diecimila, anzi ventimilainediti chiusi in cassaforte!). Era un artista iperattivo, generoso, strabordante anche quando stava zitto e rintanato nel suo castello di Chanhassen. L’elaborazione del lutto sarà lunga, ma forse la riservatezza estrema con cui Prince si è tenuto lontano dal mondo aiuterà a – come dire – storicizzare la sua presenza nel mondo della musica. E l’abbondanza di inediti (non saranno ventimila, ma tanti sì, come sappiamo bene noialtri cacciatori di outtakes da tempi non sospetti) e registrazioni dal vivo consentirà di tornare sul suo metodo compositivo, a cui spesso la forma-canzone stava stretta, o almeno di sentirsi meno soli. Quella macchina continuerà a sfrecciarci davanti agli occhi ancora per un pezzo, non credi?
F: Già… Jaguar… inizialmente pensata per Sheena Easton e poi data a Mavis per quel gran bel disco, incompreso secondo me:Time Waits For No One! Quanti brani composti e registrati tra il 1985 e il 1987: tra Parade e Sign ’O The Times! Quanti album finiti e scartati!! Dream FactoryCamilleCrystal Ball per nominarne tre. E poi The Black Album, ossia The Funk Biblecome Prince canta in Le Grind. La via dell’indipendenza artistica in Prince correva lungo la sperimentazione continua, come un novello Little Richard; capisco perciò chi a un certo punto, dopo il clamore di Purple Rain, si è fermato: Prince pretendeva dai suoi ammiratori (odiava la parola fan) la costanza. Pretendeva pure la capacità di accostarsi ai suoi maestri. È grazie a Prince se io iniziai ad ascoltare Stevie Wonder, che per me adolescente era quello dell’imbarazzante I just called to say I love you. No! Prince mi fece capire che c’era stato altro e molto prima. Prince mi fece capire che il funky portava la firma di George Clinton; mi fece comprendere la differenza tra un falsetto fastidioso come quello dei Bee Gees e il suo. E poi James Brown, o il soul della vecchia scuola! Sì! Prince era un mentore, non solo per i molti musicisti che sono entrati in contatto con lui: lo era anche per il suo pubblico.
C: Hai ragione. Anch’io sono andato a ritroso grazie a Prince, ho scoperto le sue radici (Sly and The Family Stone, i Parliament e soprattutto i Funkadelic di George Clinton, lo Stevie Wonder dei bellissimi album dei primi anni settanta, Jimi Hendrix, certo, gli artisti della Stax, il jazz elettrico e contaminato della cerchia attorno a Miles Davis; ma senti anche quanto british pop alla Beatles e quanto Bob Dylan risuonano in un album inclassificabile come Around the World in a Day, o quanto Zappa ammicca da Lovesexy). Prince sembrava riassumere e armonizzare in una sintesi splendida, sontuosa, divertente e elegante, l’eredità della musica (mica solo black): e nel farlo ricercava un nuovo stile, non rimaneva fermo all’eclettismo, non si limitava al crossover purchessia, alla somma di questo e di quello giusto per. Il suo rapporto con il passato era vera Musicology; allo stesso tempo era ricerca d’avanguardia. Per capirlo davvero bisogna non accontentarsi degli album ufficiali, ma andare a scoprire gli inediti scartati, le canzoni incompiute, le diverse versioni dello stesso brano, oppure le versioni lunghe realizzate per i maxi singoli, o le canzoni nascoste nei lati B. Si entra allora in un altro mondo, più aperto, più libero, più coraggioso e anche più inquietante. Le versioni lunghe di Let’s Go Crazy, di Raspberry Beret, soprattutto di Mountains, diAnotherloverholenyohead e di I Wish U Heaven andavano ben al di là dell’occasione danzereccia per la quale i maxi singoli si erano diffusi negli anni settanta, diventavano jam session, reinvenzioni, esplorazioni di nuovi territori, spesso andando per così dire contro il brano originale, forzandone la natura, cavandone un lato funk profondo e inaspettato. Erano, allo stesso tempo, un modo per ricreare l’atmosfera della creazione in studio, per dare un’idea delle lunghe sedute da cui nascevano le canzoni nella loro veste strumentale.

https://poetarumsilva.com/2016/05/08/17-days-prince/

Da Zibaldoni: Lanthaler, Fano


Questa volta valico i confini della valle in cui mi trovo a vivere, ma invece di prendere l’auto e scivolare lungo la tratta autostradale più cara d’Italia, o prendere il treno e perdermi nella tratta ferroviaria più lenta d’Europa, mi lascerò trasportare dai libri.
Ecco, “Il delta” di Kurt Lanthaler (Alphabeta edizioni, 2016) è il libro che vorrei sempre leggere. I motivi sono tanti, a partire dalla bella (lo si sente, che è bella, inventiva, amica) traduzione di Stefano Zangrando. E poi ci sono le svolte impreviste della storia: perché è vero che tutto parte nel delta del Po, nell’immane pantano piatto in cui si aggirano i cacciatori di frodo di anguille, e qui vediamo agitarsi l’io protagonista dal nome immaginoso di Fedele Conte Mamai e i suoi amici o rivali, in un pantano salmastro che rende lutulento anche il tempo, e tutto si ripete, rallenta, sprofonda; ma a un certo punto tutto d’improvviso si muove, l’io diventa molte altre cose, operaio e lavoratore di mille lavori in giro per l’Italia e anche oltre, fino a tornare al delta da laureato, ad annusare quell’aria nebbiosa e a inseguire i cascami di quello che è rimasto. Un personaggio così, picaro di natura, multifaccia come Ulisse ma senza senso del dramma e del melodramma, ribelle ma di un ribellismo improntato a una sorta di understatement, mai protagonista, sempre un po’ defilato, è un piacere seguirlo dove capita, ai baracconi, in Sardegna o tra le montagne svizzere (ma come, fin qui è arrivato, da queste parti? mi dico guardando fuori dalla finestra, come se potessi vederlo) o a Cinecittà, dove compare anche, in un cameo di straniante comicità, il Bombolo di tante commediole tirate via. Ed è anche un piacere vederlo interrogato dalle polizie, perché sai che sa difendersi, non correrà rischi seri, e dal non detto verranno fuori altre cose, e a Fedele Conte Mamai piace ragionare, anche con un po’ di puntiglio.
Che bellezza queste storie in cui si vivono avventure umane per interposta persona. Gli vorresti chiedere, da lettore, a Fedele Conte Mamai e agli altri come lui: ma dove stai andando, dove mi stai portando? In realtà non lo vuoi sapere, e ti lasci trascinare dove non andresti mai di tuo, ma loro – i personaggi inquieti che si muovono tra terra e mare come animali migratori – ti ci portano, e vivono svolte incidenti inconvenienti fratture come passaggi naturali, magari brontolano un po’, ma mai quanto faresti tu, perché sanno che quel momento sarà presto superato, quell’accidente dimenticato.
Qualcosa di simile ho trovato in un personaggio anche lui tra il vero e il picaresco, il Ferribbotte (con due bi, mi raccomando) di Nicola Fano (“Ferribbotte e Mefistofele”, Exòrma, 2011). È proprio il Tiberio Murgia reso celebre da Monicelli prima ne “I soliti ignoti” e poi ne “La grande guerra”, il siciliano compito e geloso interpretato da un sardo che prima di fare l’attore, o il non-attore, perché recitare proprio non sapeva, ed era sempre doppiato – dicevo, prima di sfondare al cinema e entrare, come maschera sempre uguale a se stessa, nel cast di centinaia di film da quattro soldi, ha fatto mille mestieri in giro per l’Europa, è stato attivista del Partito Comunista, tombeur de femmes un po’ ovunque, lavapiatti, minatore a Marcinelle dove è scampato per un pelo al disastro che sappiamo. Fano, che ama queste figure di contorno, i caratteristi sfortunati, l’avanspettacolo brulicante (curata da lui è la basilare antologia “Vieni avanti, cretino!” pubblicata da Theoria nel 1993), i guitti di arte modesta e di grande generosità, fa di Ferribbotte l’epitome dell’italiano, una sorta di modello di unificazione nazionale: un sardo che a Roma fa il siciliano, uno che rinuncia alla propria identità e a ogni campanilismo senza rinunciare alle rodomontate, e se ne lascia ritagliare addosso un’altra, di identità, a cui si adegua definitivamente, in nome del successo, come un piccolo Faust di provincia senza grosse pretese. Ci ragiona su parecchio, Nicola Fano, e si sente che ci tiene a questo strano personaggio sfuggente a ogni classificazione, perché vede in lui una specie di antidoto agli egoismi regionalistici. E un’avventura nell’avventura è il suo inseguire Tiberio Murgia nei resoconti dei giornali, nelle testimonianze di chi lo ha incontrato, tra le iperboli depistanti dell’autobiografia scritta da altri, alla ricerca di un senso, di uno scopo ignoti allo stesso Murgia.
E qui volevo arrivare: mi piace pensare che nel corso delle loro scorribande per il mondo questi due Pinocchi, questi due Luci (nel senso del plurale di Lucio, il protagonista della Metamorfosi di Apuleio), insomma Ferribbotte e Fedele Conte Mamai, si siano incontrati, abbiano percorso un pezzo di strada assieme, abbiano solidarizzato, si siano capiti – oppure abbiano litigato, che è un altro modo per capirsi.


http://www.zibaldoni.it/2016/05/11/picaro-qua-picaro-la/

Neve, cane, piede su Gli Squadernauti

Sulla bella rivista online Gli Squadernauti, Claudio Bagnasco analizza Neve, cane, piede.
Scrive tra l'altro Bagnasco: «solo nelle rappresentazioni umane, ma non in natura, esistono eventi clamorosi o inquietanti, esistono innocenti e colpevoli, esistono le categorie e le interpretazioni.
In natura, semplicemente, tutto succede».

"Neve, cane, piede" sui blog letterari.

Gaia Tarini scrive di Neve, cane, piede su http://barta.it.
«Morandini scrive con falsa semplicità una storia terribile, che si legge con la fame di chi vuol capire quanto in fondo possano arrivare gli uomini, quelli che sopravvivono e quelli che invece lasciano il passo. Tutto si tiene in piedi in una squisita atmosfera di credibilità e di terrore insieme, fino al temuto epilogo.»

Sul blog Il giro del mondo attraverso i libri si parla di Neve, cane, piede, di cui si coglie il lato fiabesco: «è un romanzo per chi apprezza gli scenari alpini e per chi vuole sentirsi narrare una storia che ha quasi il sapore di una fiaba».

Sul suo blog, Elena Ponzetti racconta la sua esperienza di lettrice alle prese con Neve, cane, piede e trascrive una breve conversazione telefonica avuta per la stesura di un articolo per La Vallée Notizie di Aosta.
Scrive tra l'altro Elena: «mentre si cerca di scavare nell’emotività di Adelmo per tirarne fuori i tratti distintivi e la personalità che l’uomo sembra quasi voler nascondere, in verità ci viene rivelato qualcosa di noi stessi ed è proprio questa particolarità ad avermi colpito e a rendere il romanzo così delicato e genuino, seppur la storia narri un uomo burbero e solitario».


martedì 10 maggio 2016

Filippo La Porta su "Neve, cane, piede"

Sul “Quotidiano di Puglia”, il 20 Marzo 2016, rispondendo ad alcune domande di Claudia Presicce, in occasione di una lezione all’Università del Salento sulla letteratura contemporanea, Filippo La Porta ha citato Neve, cane piede tra i « libri da salvare che non hanno avuto sufficiente visibilità», accanto a Le cose semplici di Luca Doninelli, Fallire di Beppe Sebaste e Vita di Lidia Sobakevic di Giovanni Maccari.
«Che cosa hanno in comune?» si chiede La Porta. «Sono tutti libri che raccontano una storia mettendo al centro un personaggio memorabile, perché è fondamentale per un romanziere costruire protagonisti mitici che fissino caratteristiche della condizione umana. Guardano al presente, ma non sono dei commenti sul contemporaneo perché si legano ad una storia. E poi incarnano tutti una verità morale che non smette di agire dentro il lettore, con un giudizio sul mondo contemporaneo, sulla falsità e su una certa alienazione del nostro mondo».
E ancora: «I libri citati, non a caso, hanno tutti una lingua non banale, non inerte e non convenzionale, ma semplice e senza ammiccamenti. Non esiste per me il romanzo d’avanguardia, la trovo un’espressione ossimorica perché il romanzo lavora su ciò che hanno in comune le persone. Quindi deve dire delle verità in modo che le possano capire tutti potenzialmente, con lingua semplice, ma non banalizzante. Lo stile del romanziere deve sciogliersi dentro le storie e fingerla almeno la naturalezza.»


domenica 8 maggio 2016

Verne a Les Mots

Riprendo la pagina dal cap. XX del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne (1864) nella traduzione di G. Mina del 1967 con cui si è aperta la presentazione di Neve, cane, piede a Les Mots - Festival della parola in Valle d'Aosta. Mi divertiva accostare un episodio nel quale i personaggi di Verne, invece di scendere, risalgono per una via sbagliata, e un romanzo come il mio nel quale l'ascesa in montagna è, in realtà, uno sprofondare. La lettura di Barbara Caviglia ha ben sottolineato le paradossali affinità.



Durante tutto il giorno seguente la galleria svolse davanti a noi i suoi archi interminabili. Camminavamo quasi senza dir parola; il mutismo di Hans ci contagiava.
La strada non saliva, almeno in maniera sensibile; talvolta anzi pareva scendere, ma questa lieve pendenza non doveva rassicurare il professore, poiché la natura degli strati non si modificava e il periodo devonico si affermava sempre più..
La luce elettrica faceva scintillare meravigliosamente gli schisti, i calcari e le vecchie arenarie rosse delle pareti. Pareva d'essere in un canale aperto nel mezzo del Devonshire che diede il suo nome a questo genere di terreni. Magnifici marmi rivestivano le muraglie, alcuni d'un grigio agata venati capricciosamente di bianco, altri color carnicino o giallo macchiato di rosso; più oltre si vedevano esemplari di griottes, dalle tinte cupe, nei quali il calcare spiccava con colori vivaci.
La maggior parte di quei marmi presentavano impronte di animali primitivi. Dal giorno prima la creazione aveva fatto un progresso evidente; invece dei trilobiti rudimentali, vedevo gli avanzi di un ordine più perfetto; tra gli altri i pesci ganoidi e quei sauropteri nei quali il paleontologo ha scoperto l'origine del rettile. I mari devoniani erano abitati da moltissimi animali di questa specie e li deposero a migliaia sulle rocce nuovamente formate.
Era evidente che risalivamo la scala della vita animale di cui l'uomo occupa la sommità. Ma il professor Lidenbrock non sembrava badarvi.
Egli aspettava due cose: o che un pozzo verticale venisse ad aprirsi sotto i suoi piedi e gli permettesse di ricominciare la discesa, o che un ostacolo gli impedisse di continuare quella strada. Ma venne la sera senza che alcuna di tali speranze si fosse avverata.
Il venerdì, dopo una notte durante la quale cominciai a provare i tormenti della sete, riprendemmo a seguire i meandri della galleria.
Dopo dieci ore di viaggio, notai che il riflesso della lampada sulle pareti diminuiva stranamente. Il marmo, lo schisto, il calcare e l'arenaria delle muraglie erano sostituiti da un intonaco cupo e senza splendore. A un certo punto in cui la galleria era diventata strettissima, mi appoggiai alla parete sinistra.
Nel ritrarre la mano vidi che era interamente nera. Guardai più da vicino e vidi che ci trovavamo in mezzo a uno strato di carbon fossile.
— Una miniera di carbone! — esclamai.
— Una miniera senza minatori! — rispose lo zio.
— Chi lo sa!
— Io lo so, — replicò il professore in tono reciso; — sono certo che questa galleria aperta attraverso gli strati di carbon fossile, non è stata fatta dalle mani dell'uomo. Ma che sia o no opera della natura, ciò m'importa poco. È ora di cena; ceniamo.

venerdì 6 maggio 2016

Essere poeti, 4: Stefano Bortolussi

Con la testimonianza di Stefano Bortolussi, traduttore, narratore e poeta, si conclude, per ora, la serie di conversazioni a distanza con alcuni poeti contemporanei amici nate dalle domande espresse dai miei alunni di seconda C del Liceo Scientifico di Aosta. 

1) Da cosa e in quali momenti può nascere l'ispirazione poetica?
Letteralmente da qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. Ogni dato del mondo e del reale, piccolo o grande che sia, si presta a quello speciale “slittamento” che è l’ispirazione poetica.
Jorge Luis Borges ha scritto: Ogni poesia è misteriosa. Nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.
Per fare qualche esempio concreto, le osservazioni/situazioni di “partenza” di alcune fra le mie ultime poesie comprendono: il 60mo anniversario della Citroen DS, la morte di un puma investito da un’auto su un’autostrada californiana, una visita al salone dei diorama del Museo di Storia Naturale di New York…

2) Che cosa nella stesura di una poesia viene prima: un’immagine, un’idea, o la scelta di una forma particolare?
Può essere una di queste tre cose o una combinazione di più elementi, ma direi che il punto di partenza è più spesso un’osservazione, una situazione, una visione.
Nell’ultimo caso, se decido di scrivere un sonetto, è ovvio che la scelta della forma condizionerà il contenuto, ma non al punto da sostituirsi all’idea o all’immagine di partenza.

3) Che ruolo riveste la casualità nella composizione di un testo poetico?
Ha un ruolo che può essere importante in fase di ispirazione e prima stesura (tanto che a volte la poesia si impadronisce del poeta e lo porta in zone che lui non immaginava nemmeno…), ma in una seconda fase (e terza, e quarta, e quinta, e…) subentra un duro, rigoroso, spesso doloroso lavoro di pulizia, riscrittura, eliminazione e sostituzione.
La poesia non è mai un’opera creata “di getto”; è sempre, come e ancora più del romanzo, un lavoro “a strati”, uno scavo continuo nella miniera del linguaggio.

4) Quali sentimenti prova durante la stesura di una poesia?
Nell’ordine: eccitazione, ansia, disperazione, accettazione del risultato finale, che è sempre inferiore (o quanto meno diverso) rispetto all’ispirazione di partenza.

5) La scelta del titolo del componimento avviene prima o dopo la stesura?
Dopo, quando avviene. A volte la poesia non vuole un titolo, lo respinge, lo rigetta.

6) Quale influenza sta esercitando internet sulla poesia contemporanea?
È molto utile ai poeti per restituire un senso di comunità che altrimenti andrebbe perduto, per stabilire una “rete” (appunto) di relazioni, scambi di opinioni e di poetiche, etc.; ma è anche illusoria nei riguardi di chi crede che la poesia sia sempre “a portata di mano” (o di tastiera) e che basti semplicemente “andare a capo” per poetare.

7) A suo parere, come si può distinguere un buon poeta da un poeta mediocre?
La poesia dev’essere sempre qualcosa di “altro” rispetto alla normale comunicazione. Come ha scritto Seamus Heaney: La poesia è il linguaggio in orbita.
Deve produrre, come dicevo prima, uno “slittamento” di senso, una vertigine espressiva, e deve farlo con l’unico, grande strumento a disposizione del poeta: il linguaggio.
Per citare un altro grande, W.H. Auden:  Un poeta è, prima di tutto, un uomo che è appassionatamente innamorato del linguaggio.
Il buon poeta si deve fare portatore di una lingua “nuova”, ma deve farlo possibilmente senza forzature, senza fare violenza alla lingua, sviscerandone i misteri in modo organico.

8) Qual è la relazione tra la sua poesia e la tradizione poetica italiana?
È una relazione forte, perché non esiste poesia che non si nutra di altra poesia. Nel mio caso specifico, in ordine temporale, Dante, Leopardi, Campana, Bertolucci, Conte, Mussapi.

9) Da poeta, come giudica i testi delle canzoni? Li ritiene vera poesia?
Fermo restando che per esigenze espressive e (appunto) musicali la forma-canzone ha caratteristiche per forza di cose diverse dalla poesia in senso stretto, alcuni versi di canzoni hanno una potenza immaginifica che non ha nulla di invidiare alla poesia. Dylan, Paul Simon, Springsteen, De André, De Gregori rappresentano per me dei momenti poetici “forti”, che a volte ricorrono nei miei versi.

10) Come vive la critica relativa alla sua produzione poetica?
Quando è accaduto che la critica si sia accorta di me, è sempre stato un piacere. Ma mai un condizionamento.

11) Ha mai avuto ripensamenti in seguito alla pubblicazione di una sua poesia?
Sempre. La poesia ideale non ha mai fine. Termina soltanto in base all’arbitrio del suo autore, ma lo stesso autore il giorno dopo che ha terminato la poesia è una poeta diverso da quello del giorno prima.