venerdì 29 gennaio 2016

"Neve, cane, piede": i prossimi incontri (aggiornamenti)

Ripropongo le date (aggiornate) dei prossimi incontri a Roma e Milano.


domenica 24 gennaio 2016

"Neve, cane, piede": i prossimi incontri

Ecco le date certe delle prossime presentazioni di “Neve, cane, piede”:
1) Venerdì 29 gennaio, ore 18.30, Libreria Luna’s Torta (Via Belfiore, 50, Torino), con Francesco Ruggiero e Elisa Baglioni (Sparajurij)
2) Sabato 6 febbraio, Libreria Ubik, ore 18.30 (via Adige 2, Monterotondo, RM) con Valentina Ciliberti
3) Domenica 7 febbraio, ore 18.30, Libreria Fahrenheit (Campo de’ Fiori 44, Roma), con Giorgio Ghiotti
4) Martedì 9 febbraio, ore 19.00, Libri & Bar Pallotta (Piazzale Ponte Milvio, 21/24, Roma), con Vins Gallico
5) Sabato 13 febbraio, ore 18.00, Libreria Open (Viale Monte Nero 6, Milano) con Orazio Labbate.

"Neve, cane, piede" su Lovepress.it

Enrica Buongiorno firma su lovepress.it una bella recensione del mio "Neve, cane, piede".
Le atmosfere rarefatte della montagna tra la solitudine e la vita. 
“Neve, cane, piede” è l’ultimo romanzo di Claudio Morandini (Exòrma edizioni), scrittore aostano. Adelmo Farandola è un vecchio che vive sui monti delle Alpi, in una casupola. E’ una scelta ponderata, forse ineluttabile. Un cane lo accompagna, gli parla, cerca di conquistarsi un posto da amico e confidente. Un guardiacaccia, invece, lo controlla, lo infastidisce, lo assilla. Un giorno poi, tra la neve spunta un piede umano.
Difficile descrivere la storia di questo romanzo fatto di tanti piccoli particolari, di sguardi, discorsi e oggetti.  I pensieri dell’uomo (sempre indicato col suo nome e cognome al contrario del cane che invece non ha nome) divengono frasi, conversazioni che il vecchio fa con se stesso e con l’animale che risponde, rintuzza, si  lamenta e opina. Il gioco però non ha nulla di fantastico, al contrario è reale più che mai e trascina con sé il lettore sempre più spettatore di una scena che non appare mai costruita.
Nel libro, le parole non sembrano già “usate” ma nuove di zecca. La potenza del  lessico è ingombrante ma nel modo giusto, le descrizioni minuziose ma mai noiose. Gli occhi , le orecchie e persino il naso sono sollecitati dalla scrittura a tratti ironica e divertente.
E poi c’è l’inverno, il ghiaccio e la neve.
“La neve che grava su di loro e vive e respira. Quei colpi sono manifestazioni della sua vitalità. Ora che li ha avvolti li sta digerendo con tutto comodo. Così viene da pensare talvolta al vecchio Adelmo Farandola. Al cane preferisce non parlare di questa sensazione, perché lo vede già inquieto e spaventato di suo, pronto ad agitarsi per ogni scricchiolio, per ogni sgocciolio. Chissà come reagirà agli schianti del ghiaccio in primavera, si dice l’uomo, visto che già ora basta un nonnulla a impaurirlo” (Neve, cane, piede).

"Neve, cane, piede" sul Sole 24 Ore

Orazio Labbate firma, su Domenica 24 del Sole 24 ore del 17 gennaio 2016, una bella recensione intitolata "Una speciale letteratura della malinconia" del mio "Neve, cane, piede".
“Alla fine di un sogno a occhi aperti in cui l’intero paese viene dato alle fiamme, fiamme alte, urlanti, contro cui si agitano invano le sagome dei pompieri e su cui invano ruotano le pale degli elicotteri carichi d’acqua – alla fine di quel sogno, Adelmo Farandola, placato, si siede su un masso e riesce persino a sorridere. Guarderà nella stalla solo perché non si sa mai. Ormai però, nella sua fantasia, tra il fumo degli incendi finalmente domati, la stalla aperta gli rivela scorte di cibo e vino.”
“Neve, cane, piede” (Exòrma, 2015), è un libro di speciale qualità letteraria, fatto di quel fulgore solitudinale, pregiato, in grado di mai svelare il difficile confine tra materico e non. Nelle Alpi, didentro quei valloni innevati che sembrano d’altri mondi, si muove come un’ombra di carne Adelmo Farandola insieme al suo cane. Rinchiuso nella baita, nel domestico silenzio, nel procedere atavico delle stagioni, e nel rumore del tempo, sigilla la sua vita. Fino a un’insidia del fato.
La trama, netta, che si percepisce come una sorta di seconda presenza, uno spazio atteso e saggio, scandito dai metafisici (oppure reali) dialoghi col cane, è condita da una lingua che suona come un violino potente e insieme preziosamente spiritato. Lo stile è dunque in possesso di una linearità saggia tale da concedere quel salto verso la questione del metafisico.
“Nevica ancora, per notti intere, di giorno poi un vento violento e caldo comprime quella neve, alternandosi con l’aria gelida della notte e la rende dura come pietra.” E nonostante la dimensione reale si avvicendi grazie agli inattesi eventi o alla presenza di personaggi, il tempio immateriale eretto da Morandini si legge sempre movimentato dai territori e dal protagonista che è letterariamente carne e fantasma.
(Orazio Labbate, Domenica 24 del Sole 24 ore, 17 gennaio 2016)

"Neve, cane, piede" su Il Paradiso degli Orchi

Riprendo la bella recessione firmata da Giovanna Repetto per la rivista letteraria online "Il Paradiso degli Orchi".

Ne esistono ancora, di questi eremiti. L’Italia, che in tante parti è sovraffollata, che fa fiorire ovunque aiuole di case con la tendenza a tappezzare di mattoni ogni centimetro quadrato, che si direbbe ormai tutta piena e svelata, eppure fra le sue montagne nasconde ancora angoli selvaggi. Mio padre ne andava continuamente in cerca e li trovava. E, un po’ eremita anche lui, vi scopriva spesso eremiti che si erano sottratti al rumore del mondo. Così non mi stupisce la storia che racconta Morandini, e tanto meno mi stupisce che il primo spunto d’ispirazione sia nato da un personaggio vero.
Che poi l’avventura di un solo uomo acquisti nel suo svolgersi le dimensioni di una solitudine esistenziale, direi che è un destino inevitabile, quando Claudio Morandini ci mette le mani.
Personaggio non facile, Adelmo Farandola, schivo e misantropo fino all’antipatia, non lascia però indifferenti. Soprattutto colpisce la sua ostinazione. È come un soldato in missione, e il suo obiettivo è di ottenere il massimo isolamento possibile. È una difesa? È il prodotto dei traumi della guerra, e prima ancora dell’elettricità che passava nei fili dell’alta tensione sopra il suo villaggio inquinando i cervelli degli abitanti? Comunque sia è in fuga da ogni contatto, e in definitiva perfino dal contatto con se stesso. Si isola dal suo corpo lasciandolo coprire via via da uno strato di sudiciume, e si ritira perfino dalla propria mente sprofondando sempre più in un limbo della memoria. Ha in sé qualcosa di ineluttabile e disperato (direi tranquillamente disperato), come certi personaggi di Paul Auster che implodono lentamente.
Spesso il mondo esterno cerca di stanarlo e qualche volta lui deve scendere a compromessi: per acquistare le provviste nell’emporio del paese, per rispondere alle domande indiscrete del guardiacaccia, per sopportare la vicinanza di un cane che si intestardisce ad essergli amico.
Qualche lettore potrebbe sorprendersi del fatto che Adelmo Farandola parli in continuazione con esseri animati e inanimati, umani o animali, e soprattutto potrebbe sorprendersi del fatto che tutti questi interlocutori gli rispondano, e dio ne scampi potrebbe scambiare tutta la storia per una favola. Non lo è.
Il fatto vero, verissimo, è che la mente umana è conformata per il dialogo. Piuttosto che tacere del tutto, cosa che la sua natura non contempla, la mente inventa monologhi. Ma poiché anche il monologo alla fine non le è congeniale, necessariamente si ingaggia in un dialogo, non importa come. Così Adelmo parla con tutto quello che lo circonda: neve, cose, animali, personaggi dei suoi ricordi, cadaveri. E alla fine, per il fatto stesso che li intende come interlocutori, ne percepisce le risposte.
La gente immagina che la montagna sotto la neve sia il regno del silenzio. Ma neve e ghiaccio sono creature rumorose, sfrontate, beffarde. (…) Là sotto, nella baita compressa dai metri di neve, tutto giunge attutito, ma giunge. E quel baccano che perdura anche di notte sembra modularsi come una partitura di voci. (…)
- Se lo dici tu – butta lì allora Adelmo Farandola, a un borborigmo del ghiaccio.
Oppure: - Certo, come no – a uno schianto troppo lontano per essere davvero minaccioso.
Gli sgocciolii che di giorno sembrano annunciare la primavera lo fanno ridere e un po’ lo esasperano. – Allora, la finiamo o no? – scatta allora, con una stizza parodistica.
- Prego? – equivoca il cane.
- Non parlavo con te - dice Adelmo Farandola.
- Ah, no?
- No. Sciò, sciò!
Le pagine in cui si parla del rapporto con la neve, di quella neve animata e intrusiva che diventa persona, sono fra le più belle e suggestive non solo del romanzo, ma di qualsiasi libro io abbia letto sull’argomento. Vi ho ritrovato sensazioni che anch’io, senza essere Adelmo Farandola, ho provato in analoghe situazioni. Mio padre, che come dicevo era anche lui un po’ eremita, non mi lesinava campeggi invernali in baite remote, tanto che una volta, sorpresi da una nevicata, toccò fare sette chilometri a piedi, sprofondando nella neve fino all’inguine, per riprendere contatto con il consorzio umano. Dunque, se riconosco nel romanzo certe sensazioni, so quello che dico. Devo aggiungere però che per me nel curriculum di Morandini A gran giornate detiene ancora il primo posto.

Giovanna Repetto,


venerdì 15 gennaio 2016

"Neve, cane, piede": un capitolo inedito su Zibaldoni

La rivista Zibaldoni e altre meraviglie, diretta da Enrico De Vivo, ospita "Teschi dimenticati", un capitolo inedito del mio romanzo "Neve, cane, piede". Ne riporto qui l'introduzione, invitandovi a leggere il resto su Zibaldoni.


Quando un libro è finito, anzi è già passato attraverso il vaglio di molteplici letture e diverse paia d’occhi lo hanno limato, ricomposto, spulciato per bene, ed è giunto il momento di accompagnarlo in giro, nelle presentazioni, nelle interviste – ecco, proprio allora il libro pretende di essere ancora vivo, di avere altro da dire. I personaggi vi si agitano ancora, arzilli più di prima, ed esigono spazio e pazienza. Vorrebbero vivere altre avventure, o almeno essere coinvolti in altre situazioni. Si accontentano anche di poco, una comparsata in una paginetta occasionale, un cameo in un booktrailer, magari una rentrée in un altro libro. Sono come quegli ospiti che, accompagnati alla porta di casa, quasi congedati dopo una serata piena di chiacchiere, trovano lì per lì altri argomenti, e si riparte daccapo, in piedi, al freddo. Io non so mai dire di no ai miei personaggi: è capitato con “Rapsodia su un solo tema”, che ha generato inediti anche a distanza di anni, sparsi su riviste, su blog e su programmi di sala da concerto; è capitato con le partecipazioni straordinarie di alcuni vecchi personaggi in “A gran giornate”. Adelmo Farandola, il protagonista del breve romanzo “Neve, cane, piede” pubblicato con cura ammirevole da Exòrma è ancora qui, insomma, qui tra noi, nonostante la fine che farà: così, dopo l’uscita in libreria (il 26 novembre), non ho saputo rinunciare a mettere per iscritto un paio di episodi che avrei potuto inserire nel romanzo ma avrebbero alterato l’equilibro delle parti, o avrei potuto scrivere ma mi sono venuti in mente troppo tardi. Questa che segue è una di quelle pagine – chiamatele appendici, postille, extra, bonus o come vi pare. Da sola, qui su Zibaldoni, ha un suo perché, mi pare.

http://www.zibaldoni.it/2015/12/09/9737/

"Neve, cane, piede" su Diacritica

La rivista Diacritica ospita una bella recensione del mio "Neve, cane, piede" firmata da quel raffinato scrittore che è Guido Conterio:

Col breve romanzo Neve, cane, piede (Exòrma, 2015) Claudio Morandini ancora una volta sorprende con felice esito gli affezionati estimatori che sin qui lo hanno via via seguito attraverso stazioni narrative immancabilmente e talora radicalmente rinnovate per soggetto, strumenti espressivi e intenti: dal trattenuto registro goticheggiante di Nora e le ombre (Palomar, 2006), a quello ormai apertamente provocatorio e grottesco di Le larve (Pendragon, 2008), dalla meditata e colta partitura fanta-storico-musicologica di Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010) al bruciante apologo sociopolitico di Il sangue del tiranno (Agenzia X, 2011), fino alla “zingarata” spassosa del più recente A gran giornate (La Linea, 2012).
Già, infatti, a partire dall’azzeccato titolo asindetico il lettore è avvertito che verrà condotto in un nuovo clima espressivo, improntato a essenzialità e preventiva messa al bando di bollori: tanto più che la vicenda raccontata e i suoi personaggi (un montanaro scorbutico in odore di demenza senile, un cane parlante, o immaginato tale, con un po’ – ma solo un po’ – dell’entrante saccenteriaideologica del corvo di Uccellacci e uccellini; e altri corvi veri e propri, e un morto stecchito, tutti parimenti inclini a dire la propria) esigono l’intera sorvegliata alchimia di colori e proporzioni che si addice a una fiaba morale senza esplicita morale, per giunta da assoggettare ai vincoli di un aspro scenario alpino. Un delicato cimento, che avrebbe potuto indurre l’Autore a due passi falsi di segno opposto: ornare lo svolgimento di ammicchi di facile effetto e sortilegi immaginativi, tipici semmai di una narrazione fantasy per la gioventù; oppure, al contrario, secondando senza misura le caratteristiche della location, prosciugarlo fino al dolente algore, metaforico e letterale, di un paradigma della desolazione distopica quale il lungometraggio Quintet di Robert Altman.
Morandini, invece, indovina un ideale equilibrio fra tali poli, non senza ricorrere all’abituale understatement, costantemente innervato di precisione costruttiva e freschezza di ritmi, nel quale da tempo egli è provetto, col risultato di offrire un testo che già alla prima lettura ci presenta le credenziali di un attendibile candidato alla dignità di nuovo classico, e sicuramente i lucori di un piccolo gioiello che farà strada. E di certo molto lo aiuta l’istintiva capacità di calibrare dialoghi mai banali né ridondanti, sempre a loro volta equidistanti sia da insistenze umoristiche da sit-com, che condurrebbero fuori dal mood nobilmente sobrio che il progetto narrativo pretende, sia da spigoli concettosi e mutismi, cui indulgerebbe un’imitazione sommaria di effetti bergmaniani.
Il risultato è una lettura scorrevole come quella di Pinocchio (cui il romanzo, fra mille scontate differenze, rimanda in virtù di quella fortunata economia compositiva, propria appunto di certi stati di grazia, che è difficile da definire se non con una locuzione latina: multum in parvo) ma gravata intrigantemente di tutte le risonanze e i coinvolgenti sottotesti di un prodotto letterario a noi contemporaneo.
Conclude il libro un’apparente postfazione, intitolata Storia di questa storia, che deve essere intesa quale capitolo della narrazione a pieno titolo, coerente col tracciato pregresso e necessario, nonché denso di suggestioni anche toccanti, che ci conducono ben al di là di un mero ambito di ragguagli consuntivi.

mercoledì 6 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Valeria Gentile

Valeria Gentile
Viagginversi
Exòrma, 2015

Viagginversi, il libro di Valeria Gentile «sulle tracce dei poeti contemporanei» pubblicato da Exòrma nel 2015, esprime una fiducia totale nella capacità della poesia di parlare ancora – fiducia sorprendente, soprattutto per noialtri occidentali che abbiamo prima smontato il ruolo di portavoce dei poeti, poi instillato dubbi sulla natura universale del linguaggio poetico e sulla funzione della poesia (per tacere della sua utilità), poi ridotto la poesia a una faccenda di ritmi e suoni, in certi casi a una questione di enigmistica di alto profilo. Ecco, questa trasformazione della poesia – assieme a molte altre espressioni artistiche – doverosa e necessaria nella storia culturale dell’Occidente, sembra non avere influito sul senso della poesia dei paesi che Valeria Gentile ha visitato. I poeti che vengono coinvolti non sembrano nutrire dubbi sulla propria funzione e sulla necessità della poesia come linguaggio che trova parole e immagini che nessun altro potrebbe scovare ma in cui tutti possono riconoscersi. Anche quelli che, come il giapponese Akira Takemani o la cinese Ho Wu Yin Ching, vivono in società in rapidissima mutazione in cui una contemporaneità fatta di grattacieli, ipervelocità e consumismo compulsivo sembra occupare ogni spazio, affondano in realtà le loro radici in un humus antichissimo, e invece di secernere con sussiego dubbi impreziositi dallo stile sembrano aspettare che il passato venga riscoperto, che la tradizione riemerga – non perché siano conservatori, ma perché la loro idea di poesia da lì parte, dall’artigianato affinato in migliaia di anni, dai mille gesti pazienti che la modernità ha rifiutato in nome del soddisfacimento immediato dei bisogni.
Altri poeti (penso a quelli senegalesi citati da Valeria, o al palestinese Husam Alsabe) sembrano più legati a un’idea, anche questa antichissima, di poesia come effusione spontanea di un sentire che è rimasto ancorato all’oralità, e si esprime quando e dove vuole, ignora i rovelli del lirico occidentale dinanzi alla pagina bianca o del critico occidentale dinanzi alla declinazione di un canone, non parla mai in nome del solo poeta ma si fa naturalmente espressione di un’intera comunità di cui assume le speranze e le sofferenze. Il ruolo di portavoce (stavo per scrivere di vate, se non fosse che questo termine si è colorato dalle nostre parti di significati non compatibili) si accende di intenti ancora più battaglieri nel caso della libanese Joumana Haddad, che ha assunto la responsabilità e i rischi di essere la coscienza critica (e scomoda) del suo paese e ha scelto le armi della poesia per denunciarne le contraddizioni e i mali. A questo punto, è fuorviante a mio parere chiedersi se questi versi freschi, talvolta enfatici, non siano troppo semplici e diretti, troppo naïf insomma, per essere davvero poesia secondo i nostri gusti di nipotini delle avanguardie storiche e delle postavanguardie.


Valeria Gentile dialoga con i poeti che incontra nei suoi viaggi, ma non ha fretta, lo fa con comodo, non subito. Lascia prima che i loro versi sgorghino, per così dire, dalla stessa terra, che diventino una guida per addentrarsi nei paesaggi e nelle realtà umane dei vari popoli. Vuole suggerirci che ogni voce poetica non potrebbe che suonare così, in quell’ambiente, in quella cultura, e che il radicamento di quei poeti che a un certo punto le si fanno incontro o che lei si trova accanto è reale, sentito, concreto. E il suo dialogare con personalità geograficamente tanto distanti è anche, inevitabilmente, una gara, un mettersi al passo, un tentare la strada della prosa poetica nell’accostarsi alla vita colma di voci dei diversi paesi.

Da Fuori Asse n. 15: Luísa Marinho Antunes

Luísa Marinho Antunes
Creare la parola, creare il mondo
Libreria Ticinum Editore, 2015


Con Creare la parola, creare il mondo, Luísa Marinho Antunes, docente di Letterature Comparate all’Università di Madeira, apre al lettore italiano, che dei poeti contemporanei di lingua portoghese conosce assai poco, una finestra sulla vivace scena letteraria d’area lusofona. La sua è insieme una ricognizione rigorosa della letteratura del dopo-Pessoa e una riflessione appassionata sulla poesia senza frontiere e sulla lingua poetica come fertile terreno di mescolanza e molteplicità.
Le origini di questa raccolta di saggi risalgono al 2002, quando Kamen’. Rivista di Poesia e Filosofia, ha invitato l’autrice a scegliere quali poeti contemporanei del Portogallo tradurre e proporre. Ai primi nomi di Herberto Hélder e António Ramos Rosa, a quel tempo non del tutto ignoti in italiano, ma più ampiamente conosciuti sul piano internazionale, si sono poi aggiunti altri autori del mondo lusofono, che, come confida la stessa autrice nel risvolto di copertina, «in una vera fruizione della lingua, cercano nelle parole le voci di nuove sensazioni e percezioni, offerte dal loro mondo. Lingua trapiantata, il portoghese diventa con i poeti lusofoni una geografia del corpo, rappresentante dell’anima, dell’essere mozambicano, angolano, capoverdiano, sud-americano».
Ed è stata la volta di Luís Carlos Patraquim, poeta del Mozambico, e Arménio Vieira, di Capo Verde, «esempi dell’espressione/creazione di un vecchio-nuovo mondo, dove si incrociano cammini, uomini e affetti, il fisico e l’immaginario, e dove nulla viene cancellato, ma tutto si dà nella ricostruzione di un nuovo corpo.» Alcuni testi proposti in versione bilingue consentono di assaporare, alla fine di ogni saggio, la diversità delle voci di tutti questi autori.
L’obiettivo, anzi l’ambizione di questo libro, pienamente condivisibile, è di aprire, attraverso il confronto con l’espressione dei poeti lusofoni, «vie di riflessione sui poeti italiani e viceversa, consentendo di valutare le diverse tradizioni culturali e letterarie dell’Europa e raccontando molteplici dimensioni del fare arte, in un ripensamento dell’umano e dei suoi rapporti col mondo.» Su questo aspetto insiste l’acuto saggio finale, non a caso intitolato “Multiculturalità e lusofonia: la lingua in libertà”.
Luísa Marinho Antunes, insomma, ripone una grande fiducia nell’«autenticità» della viva esperienza poetica. Anche per questo la conclusione della sua nota è di tono tutt’altro che accademico: «Poeti che pensano in maniera seria l’arte, la tecnica, i contenuti e che rispettano la responsabilità della parola, il suo peso nella contemporaneità, attraverso l’universalità e l’atemporalità delle diverse sfaccettature dell’esistenza. Poeti lusofoni e italiani. Poeti autentici.»

http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/112-fuoriasse-n-15/600-fuoriasse-15-novembre-2015.html

martedì 5 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Salabelle, D'Ors

Maurizio Salabelle
La famiglia che perse tempo
Quodlibet, 2015

Pablo D’Ors
L’amico del deserto
Quodlibet, 2015

Parlare di due romanzi tanto diversi come La famiglia che perse tempo di Maurizio Salabelle e L’amico del deserto di Pablo D’Ors, tra le ultime uscite della collana “Quodlibet Compagnia Extra” curata da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, è un po’ come accostare gli asparagi e l’immortalità dell’anima – lo fece, come è noto, Achille Campanile, riuscendo pure a trovare punti in comune tra argomenti così distanti. Azzarderemo anche noi l’accostamento, rassicurati dal fatto che la collocazione di entrambi in una collana tanto ben caratterizzata come “Compagnia Extra” istituisce già una sintonia, per quanto sotterranea.


Lasciamo da parte per il momento gli asparagi, per così dire, e partiamo dall’immortalità dell’anima. L’amico del deserto di Pablo D’Ors, nella fine, equilibrata traduzione di Marino Magliani, traccia con i toni e anche le semplificazioni del romanzo una possibile storia di spiritualità. E lo fa, va dato atto, senza scivolare nel didascalico o nell’agiografico. Il madrileno D’Ors, che è sacerdote, quando mette mano a un romanzo è prima di tutto scrittore. E il lettore ingenuo può sorprendersi che un sacerdote nello scavare tra i pensieri e le pulsioni dei suoi personaggi parli di sensualità, di attrazione fisica ed esprima dubbi che i cattolici tutti d’un pezzo negherebbero di covare. Ma appunto, qui a parlare è lo scrittore, il narratore di storie, capace di immadiata empatia con le vite poco ortodosse dei suoi personaggi.
La trama è presto detta, e non peccheremo di spoiler a rivelarla, perché l’imprevedibilità non è esattamente tra i suoi obiettivi: il protagonista, Pavel, entra a far parte di un circolo, l’Associazione amici del deserto, che coltiva la passione per i territori brulli e disabitati del mondo e organizza periodicamente spedizioni per conoscerli da vicino. La prima esperienza in Marocco è per la verità scoraggiante, ma l’idea del deserto sopravvive a qualunque delusione: ed è così che nelle spedizioni successive Pavel acquisisce una dimestichezza maggiore con il deserto, e sviluppa un bisogno di deserto che va al di là della passione geografica per diventare una necessità eminentemente spirituale. Pavel cambia, scopre il silenzio, il distacco dal superfluo, la forza del pensiero e della contemplazione. L’ultimo deserto presso cui si stabilisce (da solo, come un eremita contemporaneo, alieno da deliri e sbandate demonologiche) sembra parlargli con una lingua fatta di segni – i segni sempre diversi dei profili cangianti delle dune, che lui disegna come per cercarne una costante. La vista si è fatta ascolto: se il deserto parla quella lingua di linee ondulate, di tratteggi e di ombre, che bisogno c’è delle parole umane? Che senso ha pronunciarle e scriverle? Il deserto (suggerisce D’Ors con delizioso pudore) potrebbe parlare il linguaggio di Dio – la grandiosità del panorama è tale, e tale il silenzio «che, se ci fosse un Dio, sono sicuro che avrebbe stabilito lì il suo domicilio». Ma Dio non si manifesta, o forse si manifesta proprio attraverso il silenzio.
In questo senso il breve romanzo L’amico del deserto è il fratello romanzesco (più tenero, più irriverente anche) del breve trattato Biografia del silenzio, che Vita e Pensiero ha pubblicato nel 2014 nella traduzione di Danilo Manera: opere entrambe animate dallo stesso denso misticismo, che argomentano attorno alla stessa tesi con strumenti diversi.


Veniamo agli asparagi, dunque. La famiglia che perse tempo è il primo romanzo di Maurizio Salabelle, uno di quegli autori destinati a rimanere oggetto di culto in nicchie ben nascoste. Primo a essere scritto (alla fine degli anni Ottanta), ultimo a essere pubblicato (Salabelle è scomparso nel 2003), periodicamente rifinito e altrettante volte rimesso da parte in favore di opere più recenti dallo stesso autore, è la storia, torpida, nebbiosa, lutulenta, di una famiglia inerte e dei suoi traslochi in una metropoli senza nome, malata e in continua trasformazione – una città invisibile che, per la sua natura caotica e indefinibile, sembra uno scarto del geometrico libro di Calvino. I personaggi si aggirano inebetiti per le stanze, in preda a noie spaventose, schiacciati da un male di vivere che si manifesta in periodici contagi di morbi che influiscono sulla loro capacità di interpretare la realtà, definire gli spazi, riconoscere le priorità, rimanere afferrati a un senso delle cose e di se stessi, cogliere la scansione del tempo (soprattutto questo), prigionieri quasi sempre di appartamenti in cui tutto sembra morire, e anche gli oggetti (i libri, gli armadi, soprattutto gli orologi) soffrono di malattie debilitanti. A volte, e a turno, uno di loro sembra uscire dal torpore, esce di casa, esplora i quartieri, si avventura in zone nuove della città: l’io narrante tenta per un po’ di lavorare come autista su un mezzo pubblico, ma le linee che gli sono affidate in zone instabili della metropoli diventano derive senza scopo e direzione; la sorella Maria Paola registra su un quaderno gli avvenimenti familiari, e per qualche pagina si porta pure in casa un fidanzato che suscita sgomento e agitazione (un’agitazione al ralenti) nei familiari; i fratello Federico si dà arie da dottore, fa ricerche, in realtà combina poco. I più inerti di tutti sono il padre, sussiegoso e verboso, per il quale ogni sciocchezza diventa occasione di conferenze e filippiche ai congiunti, che però sono troppo svogliati e cocciuti per ascoltarle e tenerne conto; e la madre, che di lui è l’ombra.
Il romanzo racconta poco altro, oltre ai dimessi tentativi di darsi un senso, ai traslochi, i battibecchi e la registrazione dei cambiamenti del mondo e dei disturbi che colpiscono gli uomini e interi quartieri cittadini: giusto qualche proiezione domestica di film, un po’ di televisione,

Le case in cui abitano i personaggi finiscono per assomigliarsi tutte: polverose, ombrose, pervase da un odore di stantio che si avverte benissimo alla lettura (potenza delle sinestesie!), simili a quei luoghi precisi eppure vaghi che vengono architettati in certi sogni da cui non riusciamo a svegliarci. La bandella accosta Salabelle a Jacovitti, per l’esuberanza accumulatoria che spingeva l’uno a riempire le vignette di salami e lische, l’altro a ingombrare di oggetti inutili e mobilia stantia le sue pagine; e insiste sulla comicità che pervaderebbe ogni pagina. L’umorismo paradossale e esasperante, tutto giocato sull’incongruo, sulla ripetitività, sull’esasperazione e sulla degradazione, in effetti c’è, ma non suona così timbricamente rilevante nell’orchestrazione generale. Se si pensa a romanzi successivi di Salabelle, come Il maestro Atomi, si avrà un’idea del senso dell’umorismo, stralunato, scoppiettante di invenzioni,  più lieve e anche più infantile, a cui l’autore indulgerà. Qui, piuttosto, nella Famiglia che perse tempo, si percepisce un tono ossessivo e crepuscolare, e si rimane prigionieri di una storia che non procede davvero e tende a ripetersi – sospettiamo che una lettura in chiave psicologica potrebbe ricavarne una casistica da manuale di diverse forme di depressione grave. Intendiamoci: non stiamo esprimendo delle riserve sul romanzo, che resta importante, ottimamente scritto, e diventa appiccicoso per la forza che ha nell’evocare luoghi e stati d’animo; stiamo cercando di definirlo in qualche modo, ben sapendo che è il tipo di libro che non si lascia definire, che sfugge a ogni pretesa di classificazione o di addomesticamento.