martedì 29 settembre 2015

"Neve, cane, piede" su La Stampa

Oggi, sulle pagine della redazione aostana della Stampa, in largo anticipo sull'uscita del romanzo, un articolo di Daniela Giachino presenta già "Neve, cane, piede" (Exòrma), «romanzo di montagna spiazzante e comico» dalla «scrittura minuziosamente realistica».

domenica 27 settembre 2015

Ascolti: "Bestiario marino"

Quella di “Bestiario marino”, il disco di Francesco Massaro e Gianni Lenoci con Mariasole De Pascali e Michele Ciccimarra per la label Desuonatori, è musica che germina libera, liquida (ça va sans dire), ora  spesso  inquieta ora indolente. A renderla fluida, ondivaga, contribuisce il tappeto di accordi steso da tastiere e percussioni, in cui guizzano le creature evocate dagli strumenti a fiato via via utilizzati da Massaro e da De Pascali – ma i ruoli si confondono e si combinano volentieri, in questo gioco nessuno accompagna soltanto, nessuno si limita a fare da sfondo (“L’étoile de mer”). Intendiamoci: questa musica, nitida e calligrafica, come è nello stile dell’etichetta Desuonatori, non ha nulla di descrittivo: anzi immaginiamo che i titoli da diligente voce enciclopedica (che so, “Desmonema annasethe”) o in elegante francese siano stati apposti in seguito, in base a misteriose affinità o in base al caso, che sa sempre rintracciare legami nascosti.
La personale biologia di Massaro e Lenoci predilige i piccoli organismi invertebrati voraci e inquieti, ne pedina gli assembramenti, o, nel caso di certe ampie meduse, ne studia da una certa distanza il comportamento. E le idee musicali germinano e proliferano proprio come il plancton trasportato da correnti invisibili: ora abitano gli spazi sonori fino a intasarli, ora si diradano e si dileguano come per la supposizione di un pericolo. È, insomma, musica “viva”, nel senso che vive e si muove – la sentiamo nutrirsi, addirittura la vediamo riprodursi. Si tratta per lo più di minute cellule motiviche, fatte di pochi suoni, reiterate ad libitum ma mai uguali, come fisiologie in perenne metamorfosi. Ma ecco, talvolta quel microcosmo brulicante è attraversato da torpidi giganteschi cetacei (“Baleines inappétissantes”) o si fa da parte per la parata di maestose mitologie (“Melusina”).
È, oltre che viva, musica “aperta”, sia nel senso dell’improvvisazione (e questo non ci sorprende) sia in quello della vastità: presuppone cioè altre musiche immaginarie tutt’attorno, un proliferare di mille musiche perdute negli orizzonti oceanici e di cui non sapremo mai nulla. “Bestiario marino” è come una lente d’ingrandimento posta su un dettaglio che si scopre fervido di vita, magari su un angolo nascosto di relitto sommerso (“Les épaves”), è come un obiettivo immobile dinanzi al quale passa indaffarata tutta una fauna.


Da Letteratitudine: "Nidi di note"

“Nidi di note – un cammino in dieci passi verso la musica”
Testo di Bruno Tognolini
Disegni di Alessandro Sanna
Musiche di Sonia Peana e Paolo Fresu
Gallucci, 2012

Come avvicinare i bambini alla musica? Be’, non dovrebbe essere difficile: i bambini sono naturalmente attratti dalla musica, hanno però bisogno che questo loro interesse perduri, si rafforzi, maturi, diventi consapevole. Nato dall’esperienza diretta e concreta di un laboratorio didattico a Bologna che poi si è sviluppato in una serie di incontri e concerti, “Nidi di note”, attraverso le movenze della fiaba, con accenti poetici e un franco umorismo lavora proprio su ciò che la musica è e su ciò che può dare, al di là del semplice e accattivante abbinamento di ritmo e melodia.
Due bambini, Cirino e Coretta, poveri ma belli e soprattutto intelligenti, partono alla ricerca del Sole Suonatore e della Luna Cantante dal regno di Quandomai, la cui popolazione è afflitta da un Re e una Regina che istupidiscono i loro sudditi cantando dalla sera alla mattina, come sirene ingorde, come televisori sempre accesi sui peggiori programmi. Nella loro peregrinazione, i due bambini attraversano paesi-città che mancano tutti di qualcosa: Iniziò è fatto di niente e non è mai iniziato, Forsecè è abitato da persone che, colte da dubbi e paure, non osano mai fare nulla, Machiè da poveretti che hanno tutti lo stesso nome (Peppino) e chiamano con quel medesimo nome ogni cosa, un po’ come i Puffi ma peggio; nel paese di Fanonfà il tempo non scorre e si rimane in un eterno presente; in quello di Fortepià ogni cosa è portata all’eccesso, tutti urlano e nessuno conosce le sfumature. E ancora: nel paese di Giù gli abitanti non conoscono l’alto, ma solo il basso, a Menopiù tutti evitano di avvicinare gli altri per paura di scoprire i loro odori, i difetti; a Maconché si mangiano e si usano solo cipolle, per ogni cosa; a Suonoquì sono banditi i rumori del corpo, compresa la voce e il canto, e si comunica attraverso un gran via vai di foglietti. In tutti questi paesi Cirino e Coretta, dopo un primo attimo di stupore, sono ben accolti, e provocano, con la spontaneità propria del fanciullo (almeno del fanciullo delle fiabe), un salutare scossone, risolvendo così le paure e i problemi degli abitanti e uscendone come eroi, carichi di doni.
Dove sta propriamente la musica in tutto questo? Sta nel CD che accompagna il libro e che contiene le tracce ispirate a un jazz lieve, cantabile, ma non rinunciatario (perché la fiducia nel buon gusto dei piccoli ascoltatori-lettori non deve venir meno), in cui domina, pacata e affabile, la tromba di Fresu, alternate alle filastrocche recitate da Bruno Tognolini con una voce per nulla pargoleggiante. La musica sta, soprattutto, nella chiave di lettura che danno i sottotitoli ai diversi capitoli: così l’episodio di Forsecè è presentato come “I suoni esistono”; quello di Machiè come “I suoni sono diversi”; Fanonfà come “I suoni si alternano al silenzio”; Fortepià ovviamente come “I suoni possono essere forti o deboli” e Suegiù come “I suoni possono essere acuti o gravi”. Si passa poi, da Menopiù in poi, alla scoperta dei timbri appartenenti ai diversi strumenti, all’armonia prodotta da combinazioni di più strumenti, alla voce e a tutto ciò che è suono del corpo. Negli interludi meditativi e boscherecci i due bambini ascoltano i mille suoni della natura e imparano a distinguere le foglie, il vento, i versi animali, l’acqua: la loro conoscenza si affina, si rafforza la loro capacità di cogliere la varietà del mondo e di trasmettere agli altri, meno fortunati o solo più distratti, le conoscenze che hanno acquisito.
Dietro alla scoperta del mondo dei suoni c’è – e non è una sorpresa – la scoperta della bellezza e della necessità delle relazioni umane, della tolleranza e del sorriso, della curiosità e anche dell’incontentabilità: tutte virtù che chi segue dei corsi di musica d’assieme impara a conoscere, attraverso la pratica paziente, il divertimento e la disciplina, la collaborazione, l’attenzione. Conoscendo gli altri – pian piano, per gioco, i giochi sempre molto seri a cui si dedicano i bambini – si finisce per conoscere più in profondità se stessi.

Forti dell’esperienza maturata nel loro viaggio, i due bambini torneranno al loro paese. Non aspettatevi conclusioni definitive alla “Vissero felici e contenti”, perché questa è una fiaba contemporanea, e i tiranni della città sono troppo forti e invadenti. Piuttosto, nel finale aperto, con un ribaltamento ironico alla Pifferaio magico, Cirino e Coretta, divenuti ispirati e abili musicanti, si porteranno dietro tutti i bambini della città, verso altre esperienze che il libro non racconta ma che ogni piccolo lettore può a questo punto immaginare in un’ideale continuazione di “Nidi di note”.

giovedì 24 settembre 2015

Da Diacritica n. 4: Stéphanie Hochet

Sempre dal quarto fascicolo della rivista "Diacritica" riprendo la recensione a "Sangue nero" di Stéphanie Hochet.
Sangue nero (Sang d’encre nell’originale, Paris, Éditions des Busclats, 2013) è il secondo romanzo di Stéphanie Hochet pubblicato in Italia, dopo Le effemeridi edito da La Linea nel 2013, anch’esso tradotto dalla Capuani. Si perde un po’, ahimè, nella versione nostrana, il gioco di parole del titolo, che in francese significa alla lettera ‘Sangue d’inchiostro’ ma esprime anche, nell’espressione se faire un sang d’encre, un alto senso di inquietudine e angoscia. Ma certo il gioco era irrisolvibile – sulla difficoltà di tradurre non tanto calembour come questi, quanto lo stile della Hochet, diremo qualcosa più avanti.
Sangue nero è un romanzo breve, o un racconto lungo, classificabile come gotico per quella dose di mistero indecifrabile che si mescola alla narrazione di una contemporaneità riconoscibile ma non troppo definita. A colorarlo di gotico c’è il senso persistente di mistero, c’è una metamorfosi inspiegabile, ci sono forze oscure che agiscono sui corpi e sugli animi, c’è un antico motto in latino che parla di brevità della vita, di scorrere inesorabile del tempo e di ineluttabilità della morte; ci sono le parole «Vulnerant omnes», tatuate sul plesso solare dell’io narrante, le quali poco a poco vengono assorbite nella pelle, mentre resta ben visibile la minaccia rappresentata dalle parole «Ultima necat»… (con questo calligramma allusivo, che abita il corpo come se fosse vivo, siamo da qualche parte tra il fantastico e l’allegorico). C’è, non ultimo, il personaggio sfuggente eppure ingombrante di Dimitri, il tatuatore, a cui dedicheremo qualche riga.
Senza impazienza e senza nostalgie per certi effettacci tipici del genere, Stéphanie Hochet mescola con eleganza tutti questi elementi e li sfrutta per svolgere narrativamente certe sue feconde ossessioni, certi fantasmi di cui ha nutrito gli altri suoi romanzi.
Il protagonista e io-narrante di Sangue nero sembra provenire direttamente da Je ne connais pas ma force, altro romanzo breve pubblicato da Fayard nel 2007. In quest’ultimo, l’adolescente Karl Vogel, ricoverato per un tumore al cervello, per dominare la malattia decide di diventare il Führer del proprio corpo, e prende a vivere in una dimensione ingombra di feticci e precettistica nazista. Ecco, l’io narrante di Sangue nero sembra proprio quel ragazzo, cresciuto e guarito sia dal cancro sia dal contagio ideologico, ma sempre, come dire, in rapporto tormentato e irrisolto con la propria fisiologia. Un veloce riferimento a un ricovero subito da giovanissimo in una delle prime pagine diSangue nero sembrerebbe confermarlo.
Il carattere ossessivo del protagonista è sempre lì, evidente: in Sangue nero, egli tenterà di temperare l’ossessione per il tatuaggio interessandosi alle donne del suo presente e del suo passato, ma finirà per sostituire un’ossessione con un’altra. Eppure avrebbe di che impensierirsi davvero per altro, ci diciamo quando scopriamo che soffre della «malattia che comincia per L», la leucemia.
La figura perturbante – ce n’è sempre almeno una, nei libri di Stéphanie Hochet, pronta a condizionare fino allo sconvolgimento le vite degli altri personaggi – è, per una volta, un adulto ben piantato e non una bambina o un adolescente (o il gatto di casa, come nel delizioso essai Éloge du chat, pubblicato nel 2014 da Léo Scheer e ancora inedito in Italia) in continua oscillazione tra demoniaco e chissà quali sottintesi angeologici, comunque una figura caricata di alterità, un alieno ambiguo con vocazione parassitaria a cui pare impossibile resistere, la cui funzione e le cui intenzioni restano misteriose. Qui, in Sangue nero, svolge questo ruolo il già nominato Dimitri, il tatuatore, il «seduttore», figura sfuggente, indefinibile proprio perché fatta di troppe facce. È stato avventuriero, marinaio (un tatuaggio a ogni porto), ora si è rinchiuso in un tattoo studio. Per lui il narrante si è ritagliato il singolare mestiere di disegnatore di nuovi tatuaggi e scovatore di sentenze da incidere. Molto virile secondo la descrizione che ne dà l’io narrante, Dimitri ha però una forte componente femminile, che si esplica nei gesti di affetto, nell’attenzione all’ascolto nel momento delle confidenze; la delicatezza muliebre con cui esegue i suoi lavori contrasta con il trasparente e dichiarato simbolismo della penetrazione dell’ago, della fecondazione (con l’inchiostro) del corpo altrui. Dimitri «sconvolge i suoi clienti tatuandoli», attraverso l’inchiostro riesce a esercitare un subdolo potere su di loro. Lo si incontra spesso, troppo spesso: diventa onnipresente (l’io narrante non è l’unico a pensarlo, anche altri personaggi ne sono ossessionati), al punto di infilarsi nei sogni, dove alimenta fantasie macabramente erotiche in cui egli stesso si dota di seni e dà vita a miscugli violenti di corpi segnati e feriti, contaminazioni di sessi come nei bianchi e neri di Hans Bellmer (Francis Bacon, che pure potrà venire in mente a questo proposito, tornerà più utile come riferimento obbligato per il Simon Black di Le effemeridi, il pittore malato di cancro che dipinge i propri urli).
In Dimitri coincidono gli opposti: è detto «angelo diabolicamente uomo e donna», è un uomo ben piazzato «che una paradossale femminilità rende stranamente flessuoso». Come una donna, anzi una femme fatale, suscita gelosie feroci, allucinatorie. In certi momenti l’amicizia che lo lega all’io narrante travalica l’affetto tra uomini, e la loro collaborazione sembra quasi rimandare a un ménage coniugale. Dimitri popola i pensieri e i sogni dell’io narrante come farebbe la figura di una fidanzata. In più, sottotraccia, vi è in lui qualcosa che sfugge alla dimensione umana – una forza intrattenibile, un potere oscuro, forse mefistofelico, il che sarebbe perfettamente in linea con l’allure gotica del racconto.
Sangue nero è un racconto gotico, d’accordo, ma dipanato con una sensibilità di oggi: dunque i nodi non vengono al pettine, la chiusa a effetto c’è ma suona come un ironico contentino, i temi evocati restano a fluttuare in un sistema molto allusivo e poco esplicito, i legami potrebbero sfilacciarsi da un momento all’altro, perché sembrano fondati sull’allusione analogica, più che sulla strutturazione logica. Facciamo qualche esempio. L’inchiostro del tatuaggio rimanda alla malattia (alla malattia del sangue «che comincia con L», sempre ignorata, sminuita, osservata di lontano, ma perché?), anzi ne è una sorta di premessa, di causa scatenante (ma perché? Sempre la domanda sbagliata), ergo (ma è un ergo ironico, che si smonta da sé) la cancellazione del tatuaggio porterà con sé l’eliminazione della malattia. Ma virus è detto anche il contagio delle mode, il cattivo gusto e la volgarità trash che contaminano il mondo dei tatuaggi. I disegni stessi hanno vita propria, si rivoltano contro i portatori, come malattie ne infestano le carni dopo averne corrotto la pelle. E si insinua che contagio sia anche quello del disegno, della parola, del disegno della parola – di cui l’io narrante è scopritore e Dimitri l’esecutore non si sa quanto consapevole. Disegno e scrittura come intrusione, immissione di agenti patogeni, mortifero lavorio interno, patologia che si autogestisce? Stéphanie forse non sarebbe d’accordo, ma i contorni vaghi del problema ci autorizzano a derive come queste. Alludere, imbastire, stemperare, lasciare ampi spazi vuoti nel tessuto della trama: ecco come Stéphanie Hochet si appropria degli stilemi di un genere e ne fa qualcosa di nuovo e di suo.
La scrittura di Stéphanie Hochet è strettamente legata alla lingua francese. Ritmata, ora si distende in tournures di registro alto e di sapore sette-ottocentesco, ora diventa irrequieta, nervosamente contemporanea, ellittica. Lessicalmente è complessa, stratificata, lavorata come da un gusto poetico. Tradurla mantenendo intatto il valore letterario diventa una sfida, significa riscriverla: farne una versione più o meno letterale può dar conto del senso di ciò che accade, ma conduce alla perdita di quel sovrappiù che è dato dall’eco letteraria (poetica) di quelle parole – talvolta, soprattutto nei momenti più freneticamente ellittici, conduce a uno sgradevole effetto di non senso, a un borbottìo ostico, da cui purtroppo non mi pare esente la presente edizione.
http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-stephanie-hochet-sangue-nero.html

Da Diacritica n. 4: Marino Magliani

Riporto, dal numero 4 della rivista "Diacritica", la doppia recensione ai due più recenti libri di Marino Magliani.


Il canale bracco, primo titolo di «Bassa stagione», la nuova collana letteraria dell’editore Fusta di Saluzzo, segue e anzi continua il precedente Soggiorno a Zeewijk (Amos edizioni, 2014); entrambi si collocano in quella sorta di enciclopedia erratica di spazi e momenti della vita che Marino Magliani sta componendo quando non si dedica alle traduzioni, alle riduzioni e ai romanzi veri e propri.
Il canale e Il soggiorno hanno diversi punti in comune, si illuminano e si completano a vicenda, ed è difficile parlare dell’uno senza far riferimento all’altro. In entrambi si viaggia molto, ci si perde, si ragiona, ci si imbambola, si osserva con attenzione, si è osservati come tipi bizzarri, si torna ogni volta che si può alla verticalità di una Liguria lontana dal mare (quella tutta rovi, polvere e vento raccontata anche da Biamonti, Bertolani e Grasso), e la si mette a confronto con l’orizzontalità dell’Olanda.
Zeewijk è un quartiere periferico di Amsterdam, che Magliani ha eletto sin dagli anni Ottanta a sua residenza nei Paesi Bassi. Alcune caratteristiche lo rendono singolare, lo caricano di significato allegorico, per chi crede nelle allegorie: per esempio, le vie e le piazze hanno i nomi di costellazioni, per cui ogni passeggiata diventa uno scorrazzare nella volta celeste; soprattutto, Zeewijk, sorta tra le dune in continuo movimento, obbedisce a un piano regolatore che impone, ogni trenta, quarant’anni al massimo, l’abbattimento e la ricostruzione degli edifici pubblici e privati, in ossequio al profilo sempre nuovo del territorio. La vita media dei residenti è più lunga di quella degli edifici: strano effetto deve fare sulla memoria, sui legami che in qualunque altra parte del mondo si stabiliscono con i luoghi, al punto da provocare una sorta di «sentimento di amputazione» (tra parentesi, immaginiamo a questo punto l’impressione che a Magliani, scrupoloso e amorevole traduttore dell’Amico del deserto di Pablo D’Ors per Quodlibet, hanno fatto nel romanzo del sacerdote spagnolo le dune dei deserti africani, quelle sì pericolose oltre che instabili).
Magliani è poeta di sguardi. Nei suoi libri tutti guardano altri che guardano (altri ancora che guardano a loro volta altri che guardano, se vogliamo insistere): il suo gusto dell’osservazione si esercita soprattutto lungo le vie di Zeewijk, grazie all’opportunità offerta dalle grandi vetrate prive di tende che fanno di ogni casa un tableau vivant a cui gli stessi abitanti si prestano, sia pure con qualche pudore; sono occhiate fugaci, clandestine, su cui però si può tornare a più riprese, su cui si può ragionare. Il carattere abitudinario, casalingo, anche pantofolaio, degli abitanti favorisce gli appostamenti, consente di fare calcoli e proiezioni, alimenta le ipotesi. «Zeewijk è un festival di vetrate, un mondo che attende di essere antologizzato», appunto. Magliani, spinto, oltre che da un’innata curiosità, da una certa sua propensione alla classificazione, si diverte a immaginare le visioni degli interni come acqueforti, e a catalogarle sulla base dell’ora, del giorno, della via (cioè della costellazione). A volte l’osservazione viene compiuta con maggiore agio dall’interno, cioè dalla stanza dell’amico Piet, l’alter ego di Magliani, con cui l’autore condivide pensieri e progetti, attraverso la cui grande finestra osserva il mondo. Come nella Lezione di anatomia di Rembrandt, oggetto di una pagina memorabile, il gioco degli sguardi attorno al cadavere anatomizzato porta alla conclusione che l’unico sguardo che si accorge dell’errore anatomico, della stranezza della situazione, delle posture improbabili, è quello dello spettatore, che ricalca quello di Rembrandt stesso. Ai personaggi sussiegosi e curiosi del dipinto quello stupore è negato – ci sono dentro, è tutto normale per loro.
Tutto filtrato dai vetri è anche l’amore, o per meglio dire l’abbozzo di storia d’amore, con Anneke, raccontato attraverso una serie di appostamenti, di occhiate e sorrisi, di pagine scritte (e tradotte da Piet in olandese) poste sul vetro della grande finestra della casa di lei. Amore gentile, impacciato, elegiaco, molto letterario, che senza quel vetro di mezzo sembra perdere il canale attraverso cui viaggiare, e che naturalmente si sgonfierà presto – ma che dà all’autore occasione di rievocare in pagine di scabro virtuosismo le cose della Liguria che gli sono care.
La Liguria del Soggiorno a Zeewijk è più volte raccontata come un intrico di rovi: e «essere nei rovi», «rientrare tra i rovi» è il modo con cui lo scrittore descrive i suoi viaggi in Liguria, nati da un bisogno diremmo animale di infrattarsi in una tana sicura, di tornare alle calde asprezze in cui farsi dimenticare, da cui nemmeno le telefonate nervose degli editori olandesi possono farlo emergere. Il suo stare in Liguria è davvero raccontato come un ferino scavare corridoi in mezzo agli sterpi, a colpi di ronca, un tentativo di riappropriarsi dei luoghi, delle cose, in piena solitudine, visto che il rapporto con i conoscenti di un tempo si è guastato ed egli stesso ormai è sentito come un estraneo. «Liguria-orti», «Zeewijk-interni» è la formula a cui si ispira – Magliani ne è cosciente – questo libro, come altri suoi. «Esule» in entrambi i luoghi, che ormai considera entrambi «colonie», Magliani vaga dall’uno all’altro e quando è nell’uno pensa all’altro – meglio: stare in un luogo lo aiuta a definire, a capire meglio l’altro.
Le differenze tra i due paesi sono numerose e irriducibili. Ma a volte, di rado, il contrasto si illumina di improvvise e inaspettate analogie (uno sguardo di una persona incontrata lungo la strada, un odore, un rumore), e tanto basta a Magliani per sentirsi un po’ meno fuori posto. Quest’esigenza, di mettere accanto le due terre della sua vita e provocare così un attrito fecondo, è confermata anche nei tentativi di dare un titolo al libro più recente, che in un primo tempo si sarebbe potuto intitolareCronache da uno stagnante Nord con il sottotitolo E da un Far West ligure.
Non è tutto. Grazie a Piet, Magliani scopre che tra Zeewijk e la provincia di Imperia esistono precise affinità geografiche: anzi, se ritagliati, i confini hanno «la stessa identica forma, la stessa curvatura, gli stessi spigoli»; e il gioco di sovrapposizioni continua, se anche Ijmuiden, prolungamento naturale di Zeewijk, coincide con il profilo delle altre province liguri. Piet ha proprio fatto questo, zitto zitto: ha preso forbici, ha ritagliato sagome, le ha accostate, ha scovato affinità definitive tra due luoghi tanto diversi. Addirittura lo ha fatto prima che l’amico italiano giungesse nei Paesi Bassi, prima di conoscerlo dunque, come per segnare un percorso, un destino.
Molte cose, dicevamo, tornano dal Soggiorno a Zeewijk al Canale bracco: temi, figure (anche Piet, naturalmente), gesti, momenti del primo si travasano naturalmente nel secondo.
Nel Canale bracco lo spunto iniziale è di seguire il Noordzeekanaal che dal porto di IJmuiden sul mare del Nord giunge ad Amsterdam. È amichevolmente citato più volte, anche in esergo, un riferimento importante, il Racconto del fiume Sangro di Paolo Morelli. Morelli, nel libro pubblicato da Quodlibet nel 2014, registrava il viaggio dalle sorgenti alla foce del Sangro, ostinato e solitario viaggio a piedi compiuto il più possibile vicino al letto del fiume; percorso di purificazione e decantazione personale, dialogo caparbio con la voce del fiume – anzi, con le mille voci del fiume –, tour de force poetico per rendere a parole questa vocalità sovrumana. Tra i due libri affascinanti vi sono certo alcuni punti di contatto, ma anche numerose differenze: intanto da una parte abbiamo un fiume, selvaggio per buona parte del suo percorso, dall’altra un canale fortemente segnato dalla presenza e dalle attività dell’uomo; poi, soprattutto, il progetto di Morelli è implacabilmente messo in atto, e la sua è una narrazione lineare di un tragitto che è anche la biografia di un fiume-organismo, mentre l’approccio di Magliani è divagante, continuamente interrotto e distratto, deviato da conversazioni e inaspettate fonti di interesse estemporaneo. Quello di Morelli è soprattutto un viaggio compiuto e raccontato tappa dopo tappa; quello di Magliani è innanzitutto pensato, vagheggiato, progettato, programmato (in Liguria), messo a punto, corretto da continue conversazioni con Piet, colorato da una certa inclinazione alla classificazione e alla mappatura, e parte in effetti solo verso la metà del libro, per interrompersi prima di giungere a compimento. Il viaggio vero e proprio, per Magliani, è prima di tutto interiore, volatile: le continue interruzioni, le digressioni, gli sconfinamenti, i canaletti laterali, le creaturine che vi vivono, gli olandesi silenziosi (non tutti, a dire il vero) e gentili diventano materia primaria della narrazione, sgomitano per togliere spazio al resto, all’avventura en plein air. «Cosa non si fa per impantanare un racconto», scrive a un certo punto. E poco oltre: «Uno parla, Piet, e il canale viene dopo. Prima o poi».
Accanto a entrambi, in ogni caso, si sente la presenza di amici comuni, esploratori senza fretta di spazi e di vite umane: Celati, certo, anche Cavazzoni, anche Ghirri (un Ghirri in bianco e nero, sembrano a volte le pagine di Magliani).
Resta il mistero sul titolo, su quel «bracco» detto di un canale. «L’acqua salmastra in olandese èbrak water», spiega Magliani a un certo punto. E subito dopo: «Il segreto del canale bracco è nella vita che l’attraversa, qui abitano alghe e si riproducono specie di pesci che nell’acqua salata e in quella dolce morirebbero lentamente». Da questa italianizzazione fantasiosa viene il titolo, a designare una condizione a metà tra uno stato e un altro, tra mare e fiume, una contaminazione tra due nature, due mondi. Un po’ come quella vissuta dallo stesso Magliani, verrebbe da concludere, che libro dopo libro compone un affresco geografico instabile eppure di grande nitore, preciso e insieme fluttuante.
http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-marino-magliani-soggiorno-a-zeewijk-e-il-canale-bracco.html

martedì 22 settembre 2015

"Neve, cane, piede": altre tracce

Approfitto della pubblicazione della scheda di Neve, cane piede sul sito delle Edizioni Exòrma per aggiungere qualche informazione sul romanzo.
È, per temi, situazioni, qualità dei personaggi, un breve romanzo di montagna, alla maniera degli scrittori svizzeri che alla vita sulle Alpi si sono dedicati, in particolare Charles-Ferdinand Ramuz.
Un vecchio montanaro, Adelmo Farandola, fa vita da eremita ed è probabilmente sulla via della demenza; vive in un alpeggio diroccato, in un vallone privo di attrattive e ingombro di detriti che d’inverno si riempie di neve ed è bloccato dalle valanghe fino alla primavera avanzata. Conduce un’esistenza quasi ferina, contento di quel poco che riesce a procurarsi come può. Per tenersi ancor più lontano dalla presenza degli uomini, d’estate sale a isolarsi in un bivacco in abbandono lontano da ogni giro turistico. Gli fanno compagnia, suo malgrado, un cane ciarliero, un giovane guardiacaccia, e le voci delle presenze che la sua mente genera nell’ozio dei lunghi mesi di isolamento invernale. Adelmo potrebbe continuare così fino alla morte, ma un giorno di primavera scorge un piede d’uomo spuntare dal fronte di una valanga. Aspetta di saperne di più, e veglia su quel piede, lo difende dai corvi e dagli altri animali, perché qualcosa gli suggerisce che potrebbe aver conosciuto quel poveretto, o addirittura che potrebbe essere stato proprio lui, Adelmo, causa di quella morte.
Questa la vicenda principale, di cui si tace il finale.
Nonostante tutto ciò che è stato detto finora, Neve, cane, piede è un libro francamente comico.




lunedì 7 settembre 2015

"Neve, cane, piede"

Ora che nel web (che so, su libreriauniversitaria.it, su unilibro.it, tra i libri in arrivo segnalati da wuz.it) sono apparse le prime, timide tracce, posso condividere la notizia che il prossimo romanzo, intitolato "Neve, cane, piede", sarà pubblicato dalle romane Edizioni Exòrma.
È tutto, per ora. Ma conto di tornare presto sull'argomento.

mercoledì 2 settembre 2015

Da Fuori Asse: Romanzi al Salone, 3: Marino Magliani

Riprendo, dallo Speciale di FuoriAsse dedicato al Salone del libro 2015, la terza e ultima parte del mio articolo intitolato "Romanzi al Salone".
Alla Luna’sTorta, nell’ambito del Salone Off, l’attivissimo Marino Magliani ha presentato sabato 16 Il canale bracco che inaugura “Bassa stagione”, la nuova collana letteraria dell’editore saluzzese Fusta. Tra parentesi, non possiamo che salutare con piacere il coraggio di un piccolo editore, finora dedito alle pubblicazioni sportive e di viaggio e alla memorialistica locale, il quale decide di scommettere su una narrativa di qualità e di respiro nazionale e affida la collana a uno scrittore di rango come lo stesso Magliani.
Allora, l’idea di Magliani, ligure che vive da anni nei Paesi Bassi, ma coltiva una condizione apolide, sconfinante e curiosa del mondo, è di seguire il canale del titolo, il Noordzeekanaal, che dal mare del Nord scende ad Amsterdam. Lo aiutano, in questa esplorazione costellata di interruzioni e deviazioni, i dialoghi con l’amico Piet. Come in altri suoi libri di viaggio (che so, Amsterdam è una farfalla del 2011, o Soggiorno a Zeewijk del 2014, di cui questo Canale bracco è una sorta di prosieguo), che tutti insieme stanno edificando un atlante enciclopedico poco sistematico (e perciò molto interessante) degli spazi e dei tempi della vita dello stesso autore, anche nel Canale bracco i luoghi della memoria e quelli del presente si incrociano, in un continuo confronto. I primi sono ovviamente la Liguria, di cui Magliani è cantore discreto ma risoluto – la Liguria senza mare, per così dire, che la migliore narrativa ligure (Biamonti, Bertolani, Grasso, Magliani stesso) ha raccontato. Magliani rievoca la Liguria perduta della sua infanzia accanto a quella di oggi, in cui ritorna un po’ da “esule”, e nel metterla a confronto con l’Olanda ne cava antitesi più che similitudini, ossimori più che parallelismi. Ma insomma, l’esperienza della perlustrazione dell’infinito piattume dei Paesi Bassi non si può fare senza il costante paragone con la verticalità e le strettoie della Liguria – anche con il sole, visto che gli acciacchi sofferti nel freddo del nord si calmano solo sotto “il sole ligure, quello di luglio, e allora è come se la stagione dipanasse rotoli di scrittura”.
Va bene, Il canale bracco non è propriamente un romanzo: ma leggerlo come se lo fosse davvero non è peccato (per questo ne parliamo qui). In più, sviluppare il progetto di seguire un canale, come fa Magliani per una buona prima parte del libro, ha già una chiara dimensione narrativa. E raccontare finalmente un canale, o un quartiere, o un fiume, seguendolo e “ascoltandolo”, come sappiamo (da Celati a Conti a Morelli), vuol dire impegnarsi in una vera e propria biografia.

(3 - fine)