martedì 30 giugno 2015

Da FuoriAsse n. 14: Giorgio Specioso

Giorgio Specioso, “Dinosauri”
Baldini & Castoldi, 2015

Giorgio Specioso, con il suo primo romanzo, lavora con accanimento e una buona dose di perfidia sul senso dell’attesa. Noi, che da bambini adoravamo i rettili preistorici e sognavamo di incontrarne davvero, ci caschiamo subito, e con gratitudine. La copertina presenta una sagoma di tirannosauro o affine dentro la quale, oltre al nome dell’autore, compare il titolo dell’opera, “Dinosauri” appunto. Una bandella generosa di spoiler parla senza pudore di “enormi bestie estinte da milioni di anni” che dalla Preistoria, a seguito di un misterioso passaggio temporale denominato “Secondo Grande Evento Nebbioso” (il Primo Evento, assai più innocuo, aveva catapultato sulla terra una quantità inverosimile di memorabilia dagli anni Settanta), minacciano l’oggi, aggirandosi all’orizzonte. Qua e là, nella narrazione, si citano annunci dal Bollettino radio che parlano di avanzata di creature mostruose che niente e nessuno (nemmeno i Pompieri! nemmeno i volontari accorsi da tutta Italia!) riescono a fermare. Il protagonista, Beniamino, un giorno incappa perfino in uno di essi, un cucciolo di specie indefinibile, lo mette sotto con l’automobile, lo lascia agonizzare, e noi tutti temiamo che la madre del cucciolo arrivi inferocita (ma no, sarebbe troppo presto, sarebbe troppo ovvio, e questo non è un romanzo di Crichton).
Questo non è un romanzo di Crichton, appunto, e nemmeno di Verne o di Conan Doyle. I dinosauri restano fisicamente al di là dell’orizzonte, vaghi e pressanti, e di essi percepiamo non la presenza, ma gli effetti dell’attesa del loro arrivo sulle loro prossime vittime. Specioso dilata (vivacizzandolo con dialoghi brillanti, con situazioni piacevolmente grottesche) la parte iniziale di ogni romanzo-d’avventura-con-creature-mostruose, quella in cui l’attenzione del lettore è vigile e la sua disposizione d’animo ideale, e in cui ci si può anche permettere qualche divagazione, qualche momento di assestamento, perché prima o poi… Ecco, prima o poi il libro finisce e i dinosauri non si sono fatti vedere (esagero con gli spoiler? Ma questo è un bel romanzo, che regge bene lo spoiler in virtù delle sue qualità narrative). I dinosauri, insomma, ce li siamo sentiti noi alle spalle, sin da quando abbiamo adocchiato il libro di Specioso su uno scaffale e lo abbiamo preso in mano con l’intenzione di lasciarci illudere, e l’autore può andar fiero di questo risultato.
Più mostruosa dei mostri è in realtà la vita d’ufficio descritta da Specioso: va bene, tanti altri hanno descritto l’assurdità ritualizzata di quell’inferno che è il mondo della burocrazia, dell’industria, dei colletti bianchi, del settore terziario, e non pochi hanno usato le armi del grottesco per evidenziarne la crudeltà. Specioso, di suo, oltre a una certa grazia veloce nel dipingere momenti di pura follia aziendale, ci aggiunge una coloratura sessuale compulsiva e ricattatoria che diverte e mette tristezza allo stesso tempo. Da questo mondo molto primitivo e insomma preistorico, tutto tensioni trattenute, rapporti di forza vischiosi, rituali insensati e sveltine consumate dove capita, il protagonista (ma anche la moglie Giorgia, in altri uffici) trova finalmente la forza di scappare, grazie all’emergenza-dinosauri di cui si parlava. E chissà se Specioso ha in mente l’antica, preistorica commedia di Silvano Ambrogi, “I burosauri”, che nel 1962 già tesseva un filo tra rettili del Giurassico e mondo dell’amministrazione (quella pubblica, nella commedia di una certa fortuna, legata a un mondo scomparso da un pezzo nelle dinamiche, non nei vizi). Forse no: ma certo il trait d’union, mai dichiarato esplicitamente, sembra solido: la vera giungla primeva è quella della vita d’azienda, i dinosauri sono già tra noi, siamo noi, e ci stiamo già azzannando gli uni con gli altri; la competitività e il carrierismo amorale di oggi, la frenesia e il perdurante e molto contemporaneo senso di precarietà non fanno che aggiungere ferocia a ferocia. (A conferma di quanto la metafora giurassica sia collosa: vi è un altro “Dinosauri” in libreria, un saggio giornalistico firmato da Corrado Giustiniani e pubblicato da Sperling & Kupfer, sui “Superburocrati di Stato”: la copertina ricorda perfino quella di Specioso).

Specioso non avrà in mente quella vetusta commediola, ma certo avrà altri riferimenti. Il suo libro, senza ostentarlo troppo, allinea omaggi e ammiccamenti a mondi letterari e cinematografici disparati, in un gioco di contaminatio allegramente postmoderno (anzi, se vogliamo, postpostmoderno): Crichton lo abbiamo già citato, ci sarebbe anche King (Stephen), con l’idea della nebbia da cui escono creature di volta in volta diverse (“The Mist”, ricordate?). E il bunker in cui nell’ultima parte del romanzo la famiglia del protagonista e altri pazienti del terapeuta Silvano si rifugiano ricorda altri film, altri romanzi. Crichton, King: sono tutti portentosi frullatori di idee già usate da altri, o se volete di miti già condivisi. E dunque Specioso contamina il già contaminato, gioca non al quadrato ma alla terza con insinuanti ossessioni collettive. Lo fa con invidiabile levità e con una condivisibile malinconia di fondo.

lunedì 22 giugno 2015

Da Letteratitudine: Fosca Massucco

“Per distratta sottrazione” è il titolo della raccolta di versi che Fosca Massucco ha affidato a Raffaelli Editore – la sua seconda, dopo “L’occhio e il mirino” (L’Arcolaio, 2013).
È vera poesia bucolica, questa di Massucco. Si inserisce con composta naturalezza in una tradizione illustre, che parte ovviamente da Virgilio, tocca Pascoli (gran traduttor di Virgilio, oltre che bucolico di suo), arriva, come sensibilità, dalle parti della Pieve di Soligo di Zanzotto, mette gli a-capo a Fenoglio (è Elio Grasso, che firma la densa prefazione,  ad accostare colline a colline, Langhe a Astigiano). Intendiamoci sul termine “bucolico”: non vuole rimandare a bozzettismo, a localismi di maniera, a arcadie provinciali. Piuttosto indica una poesia che insiste con sguardo acutissimo sugli oggetti, sulle creature della natura, anche quelle più nascoste o neglette, sulle tracce lasciate dal lavoro dell’uomo, sul paesaggio lavorato ostinatamente, anche, se vogliamo, su quel che di tecnologico che ha cambiato la vita delle generazioni dei lavoratori della terra e degli abitanti delle campagne. E forse, a questo punto, potremmo usare più appropriatamente il termine “georgico”.
Non a caso Grasso definisce subito il mondo poetico dell’autrice, il suo quadrilatero di riferimento, come “metropoli boschiva, zeppa di sguardo e di passi privi di retorica”. Si percepisce in effetti una sorta di pudore, nobile, che la Massucco esercita nel lavorare con le parole attorno alle cose che le sono care. Nei suoi versi l’attenzione per i segni della natura e dell’uomo non porta a toni altisonanti, a un’epica della campagna, a un’eloquenza muscolare (il rischio c’è sempre): piuttosto si sottrae, ci si ritrae, ci si finge distratti, si sbircia controluce quel mondo fitto di cose. “Bisogna avere grande prudenza / è tutto un universo di avvisi.” Si ricorre a quella mezza ironia che sorride di tutto, anche di se stessa. Si diventa reticenti, se proprio occorre.
Quei segni di cui la natura si gonfia in disordine, la poesia di Fosca Massucco li distilla in versi che sono un modello di sintesi (“Il disordine composto della piana / nel mese mercedonio, i campi gonfi / d’acqua – un giurassico in ritardo – / la perfezione vibrante del vapore”). La sua ansia di precisione lessicale tende a giocare con le antitesi e gli ossimori (“Il baccano della quiete di collina”, “una casa brulicante di silenzio”), talvolta si spinge verso singolari accostamenti, verso nomenclature insolite – ma ecco che le Note alla fine del volume ricollocano ogni analogia nel suo contesto, definiscono i termini (per esempio “mercedonio”).

Anche le scelte metriche si sintonizzano con questo bisogno di esattezza: oscillano tra le cadenze illustri della poesia italiana, tra endecasillabi e settenari, che ora dilatano ora restringono conservandone sempre una reminiscenza. Diciamo che i versi della tradizione sembrano funzionare come poli di attrazione a cui tendono le cadenze personali di Fosca.

Si sente che Fosca Massucco ama questo paesaggio delimitato e imprevedibile che è l’Astigiano, che non si stanca di percorrerlo con lo sguardo, di toccarlo, di camminarci, di viverci, di interrogarlo, di trovarvi un riflesso di qualcos’altro (di sé). A seconda di come lo guardi, della prospettiva in cui ti poni, un angolo familiare diventa nuovo, rileva nuovi dettagli. Amica dell’infittirsi delle cose, la poesia di Fosca Massucco è attratta anche – leopardianamente – dal suo contrario, dal nulla, dalla “compiutezza ineluttabile / del vuoto”: “Ancora pensi all’universo capovolto, / dove traspare solo vuoto tra i cipressi / e la cinta delle mura? Il nulla / è immagine di sé e il vuoto / non è vuoto, vacilla in solitudine.” La sua personale versione dell’Infinito leopardiano, insieme ironica e sentita, è “Davanti si porge l’eterno / in tutta la sua vacuità, / altèra gramigna / di massicciata.” Segni e silenzi: davvero Fosca Massucco si accosta al mondo come farebbe un musicista, come un interprete (schivo, però, lontano da ogni posa da virtuoso) a una partitura ancora carica di segreti.
Chiedo a Fosca se si ritrova in quest’immagine.
«Fino ai trent’anni» mi risponde «sono stata una cittadina impenitente poi il salto qui, isolata dal mondo il più possibile, mi ha catapultato nella realtà cruda. E questa vita nuova – o restituita – è fatta di drammi e tragedie quotidiani (animali morti, sbranati, frane, crolli, raccolti perduti, ghiaccio impietoso e terre argillose riarse), di banalissimi miracoli (il calicanto fiorito sopra un metro di neve, i cerbiatti e le volpi che passano in giardino con noncuranza). Ebbene, in questo universo perfetto l’intrusa sono io e mi ritrovo quasi sempre sul confine dell’osservabile, nel tentativo di trovare un equilibrio tra il rispetto che devo a questo mondo così crudele e l’innamoramento feroce per i suoi miracoli. Questo mio atteggiamento in qualche modo credo ricordi il momento, altrettanto carico di mistero e attenzione, in cui un musicista si accosta a una nuova partitura. Con la fondamentale differenza che un musicista arriva a dominare la partitura, mentre io non metto minimamente in conto di trovarmi un giorno regolatrice del mio mondo.»

Insisto su questo punto con Fosca Massucco, che è laureata in Fisica e specializzata in Acustica e anche sound engineer: quale spazio ha la musica nella tua poesia? Più precisamente, e se vuoi tecnicamente: come la tua sensibilità ai suoni (non solo la musica, ma anche i suoni della natura, della vita degli uomini e degli animali) si traduce nei versi? Di quale "musica" si nutrono i tuoi versi?
«Da più di quindici anni» precisa Fosca «mi occupo esclusivamente di rumore e di suoni; nei primi anni ho studiato i differenti tipi di disturbo e di silenzio, necessari per l’analisi acustica ambientale: ho imparato, insomma, ad ascoltare a lungo e considerare come massimamente significativo quello che gli altri trascurano o sopportano con fatica. Lo stesso approccio ce l’ho con la musica in sala di registrazione: il mio scopo non è mai quello di abbellire i suoni degli strumenti, piuttosto di eliminare il brutto che li circonda, lasciandoli più nudi possibile. Per rispondere alla tua domanda, i miei versi usano lo stesso metodo logico: tento di lavorare soprattutto sull’eliminazione del disturbo che si crea se il suono del verso - e dell’idea - non è perfettamente ridotto al massimo risultato. Di conseguenza i versi tendono a riprodurre le mie idee dei suoni - della natura o dell’uomo - ripulite dal residuo del reale.»
Fosca Massucco – ormai si è capito – oltre a scrivere versi sviluppa progetti di musica jazz e poesia in uno studio di registrazione, il (52 + 1) Studio, gestito con Enrico Fazio, compositore e contrabbassista. Le chiedo se può parlarci delle attività che si svolgono in questo suo laboratorio poetico-musicale.
Mi spiega lei: «Avere uno studio di registrazione in cui rifugiarsi ogni volta che se ne aveva bisogno è stato uno degli obiettivi di Enrico fin da quando acquistò il nostro casale ormai più di vent’anni fa. Quando poi io lo raggiunsi lì, iniziammo un lunghissimo progetto di trattamento acustico della sala di registrazione (che in realtà erano le stalle del casale), insieme ad un progetto “visivo” di confort emotivo: chi suona con noi deve vivere bene questa esperienza sotto ogni aspetto, dall’ospitalità, al rapporto umano, al risultato musicale ovviamente. Così, grazie ai contatti di Enrico e al suo lavoro da compositore, è iniziato un via vai di musicisti d’alto livello che vengono qui, si vivono le colline e suonano la loro musica o la nostra (se è una collaborazione per un disco di Enrico). Insieme allo studio ora gestiamo l’etichetta CMC Records, che in realtà è nata alla fine degli anni ’70, ha un catalogo di oltre 50 titoli e gestisce lavori in un’area che va dal jazz moderno, all’improvvisazione, alla classica contemporanea.
Parallelamente è nato il progetto poetico che stiamo sviluppano e portando in giro insieme a Enrico e al polistrumentista Gianpiero Malfatto: la sonorizzazione dei miei versi con una forte impronta di improvvisazione, che ha richiesto un considerevole impegno da parte di tutti e che si sta ampliando con l’uscita del libro nuovo. Lavorare in trio con due jazzisti ha costretto loro a confrontarsi con la parola scritta e mi ha insegnato a spiegare le mie poesie sotto il profilo musicale. Nello stesso modo, anche nel disco di Claudio Lodati in duo con Enrico, il brano Mirror Box è nato per ospitare i versi dell’omonima mia poesia, e la possibilità di essere io stessa a mixare il brano e intervenire sui suoni (oltre che a leggere i versi stessi) è stata un’occasione incredibile.»

Che cosa si progetti e si suoni nel ritrovo collinare di Fosca Massucco è ben esemplificato dal CD “Shibui”, firmato da Enrico Fazio con il gruppo Critical Mass (Leo Records, 2013). È jazz sontuoso e colorato, denso nella timbrica, nel tessuto armonico e nelle idee, che resta in equilibrio tra tradizione swingante e ricerca. L’ottetto mantiene un bello spessore orchestrale, una solidale compattezza d’impianto; allo stesso tempo il padrone di casa, Enrico Fazio al contrabbasso, garantisce spazio a tutti i componenti, trattati non come comprimari ma come interlocutori alla pari. Da compositore Fazio ama le pastosità scure, gli amalgami terragni e solidi, su cui voci singole (il violino di Luca Campioni, la tromba di Alberto Mandarini, il flauto di Gianpiero Malfatto) vocalizzano su un registro più acuto.

Concludo la mia conversazione con Fosca Massucco con una domanda che mi viene spesso, e che rivolgo volentieri a quegli artisti che lavorano sia con la scrittura sia con le note: c’è qualcosa che la parola scritta può “invidiare” alla musica (magari proprio al jazz, che ha una parte importante nelle attività del tuo laboratorio)? E qualcosa che la musica a sua volta può invidiare alla parola?

«Li vedo come due mondi gemelli impegnati a lavorare sulla logica, sui meccanismi e sulla creatività in uguale misura» mi risponde Fosca. «Possiedono la medesima tensione a una comunicazione speciale e diretta, parlano linguaggi con strutture e codici personali in modo identico. Al jazz, però, invidio l’emozione della scoperta ogni volta nuova dell’esecuzione, della coralità mescolata alla sensazione di assoluta libertà, controllata dall’arte. Viceversa, il pregio del lavoro poetico è che si svolge in solitudine, è autoconclusivo e necessita solo della pagina di un libro per entrare nella realtà.»

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2015/06/09/per-distratta-sottrazione/

venerdì 12 giugno 2015

Da Zibaldoni: "Tutto il mondo è teatro"

Riprendo la parte finale del pezzo recentemente apparso sulla rivista "Zibaldoni e altre meraviglie", diretta da Enrico De Vivo, all'interno della mia rubrica "Da una provincia di confine". L'invito, come sempre, è di cercare il resto dell'articolo sull'eccellente rivista, che è tutta da  leggere. 

(…)
So che certe notti, terminato lo spettacolo, dopo una cena in trattoria, se non devono salire subito sul pulmino per una matinée dell’indomani, gli attori vanno a letto negli alberghi a due stelle (a una, anche) e sognano. Alcuni sognano spettacoli folli, certe cose fatte in gioventù, i Beckett, i Pinter, nel silenzio totale, nella tensione vibrante di rispetto di un pubblico rapito. A volte sognano di incontrare qualche vecchio vate ormai morto (stanotte un Bene, uno Strehler o un Eduardo domani notte) e di parlare di scene e copioni come se nulla fosse. Sognano, a volte, realizzazioni folli, un Moby Dick di sette ore, un’Iliade di dieci, un Gargantua di tredici ore senza intervallo, un Dante più Milton più Blake di due giorni ininterrotti, Strindberg integrale tutto di seguito recitato sotto ipnosi, tutti nudi e stremati a picchiarsi e sanguinare e imprecare su un palcoscenico grande quanto un’intera città – oppure, al contrario, immaginano un Molière liofilizzato di venti minuti, un Alfieri ridotto a tragedie in due battute, un Gozzi (Gozzi, pensa te!) messo su in una pista di circo… E, soprattutto, in quei sogni bellissimi, non hanno nessuna sensazione di essere come sotto esame, di essere sottoposti a un’interrogazione, e non solo dalle professoresse che a teatro non andrebbero mai di loro spontanea volontà perché hanno da correggere compiti e da guardare i talk show e da mandare sms ai parenti, ma anche dagli alunni, che se tanto tanto conoscono l’opera da cui è tratto lo spettacolo si trasformano subito, ma forse lo abbiamo già detto, in censori retrivi e bacchettoni, e se qualcosa si distacca da quanto, bontà loro, hanno studiato diventano avvocateschi e gridano allo scandalo.
Qualcuno di quegli attori, per la verità, lo fa, di passare dalla fantasticheria alla realtà. Accade che, nelle tournée massacranti che li portano in ogni parte d’Italia ovunque vi sia una scuola media o un mezzo liceo, accade – dicevo – che vi sia un giorno di pausa, di inerzia, un buco nel calendario. Allora, di nascosto, nel vecchio teatro vuoto che l’indomani si riempirà di schiamazzi e cose lanciate e professoresse che zittiscono, ecco che gli attori entrano alla chetichella, come in trance, con un’emozione che non provavano più da un pezzo, e recitano per se stessi, e ognuno per conto suo, le parti che non potranno mai più recitare per nessun altro.

http://www.zibaldoni.it/2015/05/17/tutto-il-mondo-e-teatro/

domenica 7 giugno 2015

Da Letteratitudine: "Comporre. L'arte del romanzo e la musica"

A cura di Walter Nardon e Simona Carretta
Pubblicazione dell’Università degli Studi di Trento – Dipartimento di Lettere e Filosofia, 2014

La raccolta di saggi “Comporre. L’arte del romanzo e la musica” nasce dal Quinto Seminario Internazionale di Studi organizzato nel 2012-13 dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, che da anni esplora sistematicamente i diversi elementi costitutivi del romanzo. Curato da Simona Carretta e da Walter Nardon, che nell’Introduzione presenta e orchestra i contributi dei relatori, pubblicato nella collana Labirinti, il volume fa il punto con precisione e rigore sui legami più profondi e meno scontati tra la forma del romanzo e la musica ponendosi essenzialmente dalla parte del romanzo e da questa prospettiva guardando alla musica.
E proprio il romanzo (lo precisa Simona Carretta) viene privilegiato non come genere, ma come “arte indipendente”, con “obiettivi estetici e conoscitivi” suoi; questo spiega perché gli interventi non si limitino allo studio di una generica “musicalità” nella lingua o nello stile, aspetto predominante in altri campi letterari come la poesia – senza contare che i rapporti tra musica e poesia, fondati su interrelazioni millenarie, su comuni origini, sono più chiari e più frequentati, mentre è meno scontata, e anche assai più interessante, l’analisi della condivisione di strutture, del travaso di articolazioni complesse tra composizione musicale e romanzo.

1 - Secondo Simona Carretta, è soprattutto “sul piano delle strutture formali… che l’ispirazione musicale ha prodotto i risultati più interessanti”. Alla musica, “commistione perfetta di forma e contenuto”, possono attingere i romanzieri disposti a sperimentare forme inconsuete di organizzazione del testo, adatte a “sviluppare uno sguardo diverso sul mondo”.
Nel saggio “Alla scuola di Broch” Simona Carretta investiga nella produzione di alcuni autori (lo stesso Hermann Broch, Milan Kundera, che nel libro, per competenza musicale, ampiezza di riflessione sul tema e metodicità di applicazione, fa un po’ la parte del leone, e poi Huxley, Perec, Alejo Carpentier, Danilo Kiš) la possibilità di commistione tra forma musicale e forma-romanzo: si parla allora di “polifonia”, di “contrappunto”, di “fuga”, di “variazioni sul tema”. In Kundera, in particolare, quest’esigenza nasce da un’idea ambiziosa di romanzo, in cui la “mise en abyme” di una struttura musicale nell’articolazione narrativa consente di cogliere la complessità del mondo secondo diverse linee prospettiche, pluralità di voci, incastri di linee.
Massimo Rizzante è ancora più specifico nell’analisi di certe pagine di Kundera e in “La fuga romanzesca” rintraccia il procedimento imitativo della fuga (il più complesso, se vogliamo) nell’intercalarsi di voci, temi, situazioni, piani temporali di opere come “La lentezza” e “L’identità”.
In generale, molti interventi non si soffermano sulla musica tematizzata (cioè descritta o raccontata) in un romanzo e preferiscono trattare il rapporto tra arti, tra linguaggi. Il tema è indubbiamente affascinante, e anche tutt’altro che semplice, come sappiamo, perché la musica in quanto “arte del suono” basta a se stessa, parla per così dire di se stessa: ma in quanto musica, cioè architettura, può suggerire impalcature complesse ai romanzieri, come suggerisce Carlo Cenini nel saggio “Innere Stimme, innerer Roman”. Ma altro interessa Cenini, il quale in particolare indaga lo “spettro narrativo” che “infesta” l’opera di uno scrittore, analogamente alle “melodie nascoste” nell’”Humoreske” di Schumann o nel Preludio in do maggiore dal “Clavicembalo ben temperato” di J. S. Bach, e che per Cenini diventa il più significativo e il meno pretestuoso punto di contatto tra musica e romanzo. Come la corrispettiva “melodia-fantasma”, lo “spettro narrativo” deve rimanere nascosto, ogni trascrizione o palesamento dell’indeterminato (come è accaduto al citato Preludio di Bach travasato e travisato nell’Ave Maria di Gounod) è una limitazione fastidiosa. Qui Cenini cita i romanzi sommersi, gli echi di romanzi nelle pagine di altri romanzi, il romanzo silenzioso tra le righe del romanzo scritto, andando dal Borges di “Finzioni” a Foster Wallace.

2 - Altri interventi raccolti in “Comporre” si soffermano sulla questione (insidiosa) della “musicalità”.
Walter Nardon in “Questioni di ritmo (e di composizione)” parte dalla ricostruzione del dibattito sull’origine comune di parola e musica per rintracciare poi esempi di “conservazione degli aspetti musicali nella scrittura”. E vede al lavoro, in certe pagine di C. E. Gadda, una “sottilissima sensibilità musicale” (cioè una maestria retorica nel ricomporre la complessità in un equilibrio armonico) che, al di là di quanto si dice della prosa esuberante e irriducibile dell’autore di “La cognizione del dolore”, porta a risultati “di composta grandezza”. Altri scrittori coinvolti nella disamina di Nardon sono l’inevitabile Kundera e il Bolaño di “2666”.
A sua volta Gabriele Frasca, in un denso intervento tutt’altro che accademico, tra mille cose indaga il romanzo come partitura, da leggere a voce alta, da interpretare come un movimento di sonata: e si concentra su quegli autori che nel Novecento non descrivono, ma chiedono ai lettori di eseguire la musica della loro voce, innanzitutto Joyce – in Joyce il concatenarsi delle immagini segue un corso sonoro, non logico, di suono non di significato, al punto che solo ascoltando la propria voce il lettore può arrivare a coglierne il senso.
Anche Andrea Inglese si sofferma sul concetto di “voce”, “entità ambigua e spettrale” che appartiene, “ma in modo problematico e sfuggente” sia al romanzo sia alla musica. Come elemento di contatto tra le due arti, la voce consegna al romanziere lo strumento per “trasformare il romanzo in qualcosa di musicale”. Inglese procede per excursus, tra Berio che si rifà a Joyce e Bene che legge Byron come fosse uno spartito, fino a Celine, “tra i maggiori scrittori novecenteschi che più hanno sfruttato le potenzialità acustico-vocali del genere romanzesco”: polifonico, contrappuntistico attrito di voci, in cui l’oralità originaria permea tutto il dettato, imprimendo un “timbro” e un “ritmo” che si trasfigureranno nelle ultime prove in “vociferazione assordante”.

3 - Alcuni saggi affrontano la questione della descrizione della musica (della sua “tematizzazione”).  Andrzej Hejmej, in “Comporre. La descrizione letteraria della musica”, sottolinea le differenze, e mostra come la letteratura che tematizza un brano, un’esecuzione, o il momento di una creazione, sia destinata a scegliere tra la lingua tecnica e non letteraria della musicologia, che analizza l’oggetto, e un approccio invece allusivo, metaforico, poetico, che però non espone l’oggetto in sé e, nel costruirvi attorno una sorta di fraintendimento, allontana piuttosto da esso. Per fortuna, esistono diversi gradi intermedi tra i due estremi, c’è sempre la possibilità di contaminare i due linguaggi prendendo dall’uno e dall’altro secondo le necessità.
Di “sfida tremenda” nel raccontare la musica, “perché i due linguaggi sono irriducibili”, parlano anche Elisabeth Rallo-Dichte e Marcel Dichte nel saggio su Christian Gailly, autore francese poco conosciuto da noi, dallo stile nervoso e cadenzato ispirato ai moduli di variazione e improvvisazione controllata del jazz. Ma è una sfida “vitale, essenziale” in questo caso. “La musica parla tacendo e io scrivo della mia sfiducia di non poter tradurre quello che dice” scrive Gailly in “K. 622” (titolo che è anche il numero di catalogo del Concerto per clarinetto in La maggiore di Mozart).
A conti fatti, la pluralità di voci rende questo “Comporre” a sua volta un libro polifonico: voci diverse, stili diversi, diversi approcci, anche diversi modi di interpretare il problema: in tutte questi contributi si sente comunque la fiducia nella capacità del romanzo di trasformarsi, contaminarsi, adattarsi e vivere così mille vite; si percepisce anche un’idea di romanzo come forma privilegiata di indagine della intricata babele del mondo, e la convinzione che proprio i rapporti di esso con la musica siano uno dei migliori campi da tener presenti per lo studio relativo all'evoluzione delle forme narrative.

giovedì 4 giugno 2015

Da FuoriAsse speciale Lucca Comics 2014: Fabio Visintin

conversazione con Fabio Visintin

Tra i protagonisti di Lucca Comics 2014 c’era l’illustratore e cartoonist Fabio Visintin. Visintin, nato a Venezia nel 1957, lavora per numerose riviste e con i più importanti editori in Italia e all’estero. Il suo tratto inconfondibile impreziosisce molte copertine della collana “Le farfalle” di Marsilio. Abbiamo dialogato con lui attorno a due delle sue ultime opere, tra le più importanti e ambiziose, “L’isola” (‘Round Midnight Edizioni) e “Natali neri e altre storie di guerra” (ComicOut).


CM -  “L’isola” (Round Midnight edizioni, 2014) dichiara nella copertina di essere “liberamente ispirato a La Tempesta di William Shakespeare”. In realtà, i legami con quest’opera sono sotterranei, emergono solo a tratti, e lasciano spazio a numerosi altri rimandi letterari, da L. Frank Baum a Karen Blixen, da Bradbury a Collodi, Euripide, Vonnegut… I frammenti sono collegati per analogia l’uno all’altro, tessono una trama sottile e mai dichiarata attorno all’opera di Shakespeare. Come hai scelto questi testi? Come li hai incastrati nelle tavole?

FV – “L’isola” è il mio libro più particolare e ambizioso: è nato in un momento di maturazione artistica dal desiderio di seguire senza limitazioni le suggestioni visive che l’approccio alla tecnica della penna biro mi aveva fatto intuire. Tutto il lavoro è improntato alla più grande onestà creativa, una continua ricerca attraverso ossessioni e fascinazioni del segno e della parola, rifuggendo da ogni facile concessione al mestiere e alla costruzione predefinita. Il viaggio del protagonista è quindi stato anche il mio viaggio d’autore attraverso luoghi dell’anima che di volta in volta ho tentato di visualizzare.
Questo libro è così cresciuto seguendo una specie di trance creativa i cui passaggi non mi erano noti se non quando si componevano nel foglio. Tutta la narrazione (cosa per me inusuale) è stata scritta e disegnata tavola per tavola: ho per questo scartato molte pagine finite, non perché non all’altezza, ma perché mi avrebbero ricondotto su sentieri noti, tranquilli, facili.

CM - Colpisce, in quest’opera che deve tanto alla letteratura, come riconosce sin dal titolo, e alla fine elenca tutti gli altri testi a cui si è ispirata – colpisce, dicevo, che a prevalere in ogni pagina sia comunque la forza del disegno, il gioco dei chiaroscuri, la consistenza del tratto, la pesantezza delle ombre. Le parole vi assumono un ruolo modesto, sono scritte in caratteri assai piccoli, talvolta non compaiono nemmeno, e allora vediamo grandi tavole silenziose in cui si muovono grandi figure.
Perché la scelta del bianco e nero, e di questo bianco e nero così denso, così nero?

FV - Da subito quella che mi si presentava sul piano formale  era una visione fatta di bianchi e neri, ma soprattutto dei grigi dell’indefinito tessuto onirico. Il sogno di Prospero è stato il mio sogno.

CM - L’isola è circondata da un mare cupo e tempestoso, abitato da mostri “affamati e primordiali”, “furiosi e sciocchi”; su di essa gravano nuvole altrettanto cupe; altre creature mostruose si aggirano sull’isola, spettri, larve, insetti, ombre che la Luce ha generato inconsapevolmente. Vi si trovano cartigli con segni indecifrabili. È labirinto, regno dei morti, lager, dominio di Calibani e Sycorax. Ariel si tiene ben nascosto. A questo punto ci si può chiedere dove si sia nascosta la magia ordinatrice, il ruolo demiurgico di Prospero, nella tua versione della “Tempesta”.

FV - Il collegamento con il dramma shakespeariano, come tu hai ben notato, è molto labile e si concretizza principalmente nell’identificazione del mio protagonista Prospero con il Prospero della Tempesta, ma anche (perdona l’ego) nell’immedesimazione di me autore con Prospero/Shakespeare. La stanchezza dell’autore che vede nell’arte una magia non in grado di incidere nella realtà. La storia non insegna niente, l’arte non insegna niente, la conoscenza è solo un dono di Cassandra, una lingua di Babele, qualcosa che sembra non volersi trasmettere. Perché quello che oggi ci succede è già stato scritto, studiato, catalogato, e questo è ben noto al mio protagonista come lo è al Prospero shakespeariano, la cui interpretazione del mondo passa attraverso i suoi amati libri.
Così i libri nella finzione del racconto diventano i miei libri nella realtà. Libri che mi circondano e che mi hanno accompagnato nel tempo (lo si può notare anche dalla data di edizione di molti di essi riportata alla fine nelle note di edizione). Libri letti e riletti che quindi non sono stati scelti ma che piuttosto mi si sono proposti, risalendo alla memoria mentre componevo un’immagine. Questi testi che dialogano con le illustrazioni li ho immaginati come una specie di “colonna sonora mentale” in cui, oltre al significato del testo, assume importanza anche il “suono” della parola.

CM - Insomma, qualcosa di Prospero resta nel tuo ruolo di autore, nella trama tessuta dai rimandi letterari e visivi.

FV - Il gioco dell’identificazione autore/personaggio nel mio libro è continuo, così come nella commedia Shakespeariana. Chi vive della propria fantasia a volte fatica a scorgerne i confini e quando questo accade è spesso il senso di delusione e impotenza quello che ti assale.
Shakespeare nel finale della sua ultima (non a caso) commedia, fa spezzare la bacchetta magica (matita? penna?) al suo mago: non più magie, non più poteri magici. Prospero lascia cadere anche il suo manto, che, se rendeva palese il suo ruolo di demiurgo, lo rendeva anche pesante costringendolo a muoversi molto lentamente (lo immobilizzava sotto il peso del suo ruolo). Ora è libero, potrà essere una persona “normale”, perché se la magia (quella del racconto, dello spettacolo) è sogno, Prospero, smessi gli abiti di scena, accerta e accetta la sua impotenza e il risveglio alla realtà, e la realtà è ancora quella dell’ingiustizia e del sacrificio del figlio.
Nel mio racconto, però, Prospero aggiunge una microscopica nota di speranza e in un’ultima recita, nella finzione della storia disegnata cambia il copione e non accetta questo sacrificio. Consapevole che è sogno, che è finzione, ma nella speranza che immaginarsi diversi possa essere l’inizio di un cambiamento.

CM - “Natali neri e altre storie di guerra” (Comicout, 2014) raccoglie una serie di brevi storie che sono amare riflessioni sulla morte, la violenza, il desiderio, la vita. Il tratto è spesso spigoloso, come spigoloso è il procedere del ragionamento. Gli uomini, cioè i tuoi personaggi, sono tutti prigionieri di altre isole, di trincee, ritrovi in mezzo alla neve, navi nella tempesta, oppure di ruoli soffocanti, di limiti invalicabili, e sono vittime di errori tragici, o di altrettanto tragiche coincidenze. Come ne “L’isola”, anche in molte delle storie di “Natali neri” nuvole, onde e pieghe della terra nascondono mostri in agguato. Ho l’impressione che anche questi mostri voraci siano minacciati (se non in queste storie, in altre non ancora raccontate) da altri supermostri, annidati in zone ancora più nascoste e oscure. E forse anche noi, che ci sentiamo minacciati dai mostri, siamo a nostra volta mostri per qualcun altro – lo si sospetta nel leggere certe storie, come “Natale nero” o “Mare nostrum”. Eppure si legge, in una delle ultime pagine, “Le cose perfette hanno sempre in sé qualcosa di statico, di mortale… La vita è negli errori, nelle imperfezioni, amico mio, e inevitabilmente nel non finito…”. È, chiaramente, una dichiarazione di poetica, che trova riscontro puntuale nelle tue tavole; ma possiamo leggerla anche come una sorta di dichiarazione d’amore o almeno, nonostante tutto, di fiducia nei confronti della vita? 

FV - Comincio col dire (non a mia discolpa) che il titolo di questa raccolta di racconti pubblicati a suo tempo sulle pagine del mensile Animals (escluso il racconto “Natale Nero”, inedito realizzato apposta per questo libro) mi è stato suggerito dall’editore Laura Scarpa.
Ho trovato che la casualità che mi aveva portato a pubblicare nella rivista tre storie fatte per i numeri natalizi era interessante e forse andava sottolineata, come ho fatto aggiungendo l’inedito “Natale Nero”.
Nonostante il titolo, però, trovo questi racconti “duri” ma non privi di speranza. Anche quando può sembrare diversamente, ad esempio in “Mare Nostrum”, contengono comunque una voglia di comprendere senza steccati un’umanità che mi sembra, a ogni livello, classe sociale e latitudine geografica, accomunata da un senso di infelicità e impotenza davanti a meccanismi e pensieri che restano immobili e determinano le nostre esistenze.
Se dovessi indicare qualcosa che accomuna tutti questi racconti direi che è lo svolgersi dell’azione sempre all’interno di momenti di “tempo sospeso”. Quei momenti nei quali  la storia sembra restare un po’ ai margini e i personaggi possono muoversi rispondendo solo a loro stessi, come ad esempio una camionista bloccata a un valico dalla neve o San Francesco a colloquio col nipote del Saladino.

CM - L’attempato diavolo di ascendenza bulgakoviana che compare qua e là a dialogare con l’alter ego dell’autore sembra ricomporre le diverse storie in una cornice comune (non a caso, e forse proprio grazie a lui il volume si presenta come “graphic novel”). Il pessimismo ironico del diavolo esprime un totale scetticismo nella capacità dell’uomo di imparare dai propri errori (“Ma la storia?” “La storia non ha mai insegnato niente!”); nelle tue tavole sembra rappresentare una sorta di provvidenziale contraltare, una spalla ipercritica, una puntigliosa voce della coscienza, un dialettico distruttore di certezze. C’è bisogno di questa voce critica, che sia diabolica o meno, secondo te, nel momento in cui si fa arte? L’artista è meno solo se presta ascolto a un interlocutore così?

FV - La figura del Diavolo percorre un po’ tutto il libro ed è una figura importante. Cominciamo col dire che non si tratta di un Diavolo malvagio, egli è piuttosto il Diavolo che compare all’inizio dell’Antico Testamento, l’avvocato che insinua il dubbio anche in un Dio piuttosto bizzoso e incline all’ira com’è quello della Bibbia.  È un angelo caduto, vicino alle debolezze dell’uomo, che sa che la materia di cui siamo fatti ha dei difetti e che ha poche speranze sul fatto che ci trasformeremo tutti in esseri angelici alla fine dei nostri giorni, ma che sospetta anche che non sia così facile separare il Male dal Bene. Questo Diavolo letterario, che in molti scritti viene anche indicato come protettore delle arti, mi è sembrato bello averlo come spalla per i miei dialoghi di raccordo.
Ho sempre pensato, anche a costo di sembrare un bastian contrario, di mettere in discussione le certezze, tutte, anche quelle delle idee che maggiormente condivido, perché penso (anche se ogni giorno sono subissato da prove contrarie) che si possa sempre comunicare, anche se questo a volte è possibile solo pagando prezzi altissimi.

CM - Colpisce, in “Natale nero”, l’incongrua e fragile figura del Professore, che sembra spiegare l’assurdità della vita di trincea della Prima Guerra Mondiale attraverso i versi che nobilitano l’eroismo guerriero dell’Iliade. Affiora spesso, nelle tue tavole, questo sostrato mitologico antichissimo (“L’origine” racconta le prime generazioni degli dei secondo la Teogonia di Esiodo), che potrebbe racchiudere il senso di tutto ciò che è venuto dopo – la natura violenta e sopraffattrice dell’uomo, in particolare – o rappresenta almeno, in quanto mito, il tentativo dell’uomo rimasto al buio di spiegare, di spiegarsi.

FV - I miei racconti sono pieni di eroi che attraverso la sconfitta ne offrono la testimonianza più alta, una specie di “martirio laico”: Il sergente maggiore Ettore del racconto “Natale nero” diventa con la sua morte l’Ettore dell’Iliade e chi lo uccide, se da un lato sottolinea i limiti dell’arte, distrugge qualcosa che non comprende ma che non può sostituire con altro.
L’unico valore diventa la capacità di distruggere. Un potere fine a se stesso, come quello che viene trasmesso dal padre cacciatore al figlio nel finale di “Mare Nostrum”.
L’ignoranza è vincente perché non è un linguaggio e quindi non presume un dialogo, ma solo l’esercizio di un potere. Ma l’universo è stato creato dalla parola e non dal potere. Allora limitare la parola significa quindi forse limitare sempre più il proprio universo. Bruna, la camionista di “Xmas”, grazie alla sua sensibilità lo intuisce e alla ragazzina non a caso dice nella sua battuta finale: “Studia” (conosci, impara, sii migliore).

CM – Qual è, in tutto questo, la forza del fumetto?

FV - Posso dirti che la domanda che più spesso mi è stata fatta durante le presentazioni di questo libro è stata: “Qual è il tuo pubblico di riferimento? Esiste un pubblico per questo genere di storie?” L’unica risposta che posso dare in tutta sincerità è che il mio pubblico di riferimento sono io, è l’Io lettore che deve leggere e capire ciò che l’Io autore produce. Mi piacciono le storie che scorrono e mi portano a ragionare sulle contraddizioni del vivere, senza punti di vista precostituiti. Il Fumetto è un linguaggio ibrido che sento molto affine, dove le suggestioni grafiche si mescolano al potere evocativo della parola scritta, del dialogo, del racconto. Un mezzo espressivo in cui mi sento a mio agio e che mi permette di raccontare le storie che si formano nella mia mente.