domenica 31 maggio 2015

"Prendi la DeLorean" su Letteratitudine

Riprendo dal blog letterario Letteratitudine News di Massimo Maugeri il pezzo in cui si parla dell’antologia di racconti “Prendi la DeLorean e scappa” (Las Vegas, 2015).
Le Edizioni Las Vegas di Torino hanno presentato al Salone del Libro Prendi la DeLorean e scappa, un’antologia di diciotto racconti ispirati alla saga di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis.
Curata da Andrea Malabaila, l’antologia contiene racconti firmati da (in ordine alfabetico) Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, dallo stesso Andrea Malabaila, e poi da Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti, Paolo Zardi.
L’editore e scrittore torinese, che di Ritorno al futuro è stato ed è ancora uno spettatore appassionato, coltivava evidentemente da un bel pezzo quest’idea. Andrea, da vero fan, assicura di non annoiarsi mai a rivedere il film con Michael J. Fox; e, da scrittore, non smette di stupirsi di fronte ai perfetti meccanismi narrativi che governano in particolare i primi due film della trilogia, impeccabilmente ritmati, per niente invecchiati negli anni come invece è accaduto, ahimè, a tante altre pellicole di successo di quel decennio. Che la passione di Malabaila non sia solo sua è testimoniato dalla fortuna critica di cui gode la trilogia di Zemeckis sul web, o da eventi anche giganteschi che quest’anno si svolgeranno un po’ in tutto il mondo, come la serie di incontri, proiezioni e esposizioni di memorabilia ospitata dall’Ecomuseo del Freidano (Settimo Torinese, TO) che da luglio a novembre celebrerà con divertita solennità la ricorrenza. Ecco, appunto, la ricorrenza: il 2015 è l’anno perfetto per tributare un omaggio a Ritorno al futuro, dato che il 2015 nel 1985 era il futuro, e lo era nel modo bizzarro rivelato dal secondo capitolo della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e quell’aria ancora profondamente impregnata di anni Ottanta. Si legge sulla bandella editoriale dell’antologia: “Un tempo il 2015 era il futuro (…) E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò? Con quest’antologia di diciotto racconti vogliamo festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis e portarvi ancora una volta avanti e indietro nel tempo.”
La raccolta di racconti è, nelle intenzioni dei curatori Andrea Malabaila e Carlotta Borasio, appunto “una specie di omaggio, di benvenuto a Marty e Doc (per la cronaca sbarcheranno qui il 21 ottobre)”, come si legge sul blog di Andrea.

Questo il progetto. Malabaila ha quindi contattato tutti gli autori Las Vegas, più alcuni amici scrittori che scherzosamente definisce guest-star, e ha proposto loro la sua idea. Le condizioni di partenza erano semplici e chiare: si doveva parlare di viaggi nel tempo e doveva esserci qualche riferimento al film, ma niente che potesse generare problemi di copyright. L’idea è evidentemente piaciuta, al di là delle aspettative, e non solo a quegli autori che all’epoca del primo film erano bambini e sono stati segnati dal film come solo ai bambini capita. In alcuni mesi di lavoro i diciotto racconti selezionati sono stati infine ordinati secondo una scaletta che dosasse ritmi e toni. 
Per entrare nello spirito dell’antologia e scoprire da quale idea sono partiti gli autori, attorno a quali spunti hanno lavorato, abbiamo chiesto loro, tramite Carlotta Borasio, di sintetizzare per Letteratitudine in un riassunto lungo quanto un tweet i loro racconti. Diciassette di loro sono stati subito al gioco e hanno risposto così.

Mutando - Daniele Vecchiotti: A volte cambiare la propria vita può essere semplicissimo. Basta cambiare la biancheria intima.

Tornare da Aurora - Marco Candida: Un uomo perde la moglie in un incidente e costruisce una macchina del tempo per tornare a salvarla. Arriverà a uccidere se stesso. Basterà?

Se conoscessimo la fine, non daremmo mai inizio a nulla - Davide Bacchilega: Una candela misura il tempo di due amanti, tenendo sempre viva la fiamma del ricordo.

Potessi tornare indietro - Vito Ferro: Un alcolista capisce che, per cambiare il futuro, una macchina del tempo è l'ultima cosa che serve.

JVC GR-C1 - Elia Gonella: Un ragazzo, la sua nuova videocamera e una strana interferenza. Possibile che quello che ha appena registrato debba ancora accadere?

Il futuro non è ancora scritto - Gianluca Morozzi: E se Marty McFly avesse deciso di rimanere negli anni Cinquanta per diventare la più grande rockstar della storia, incidendo i Beatles prima dei Beatles, Dylan prima di Dylan?

La seduta spiritica - Giorgio Pirazzini: Luca farebbe di tutto per sbarcare negli anni '50 e ballare il rockabilly. Anche sgozzare il proprio criceto.

Il piumato viaggio a Braemar, nelle Highlands scozzesi - Enzo Gaiotto: Basta una piuma per viaggiare nel passato e sentirsi dire: «Permetta che mi presenti: mi chiamo Robert Louis Stevenson.»

Cupio dissolvi - Claudio Morandini: Ribaltiamo il film: ed ecco un depresso che progetta di tornare negli anni ’50 per impedire che i suoi si conoscano.

Carlo Biffa e il banco formaggi del Bennet di San Martino Siccomario (PV) - Roberto Gagnor e Michela Cantarella: E se provassi a scegliere per una volta B, invece che A? Cosa cambierei del passato, se potessi? Per saperlo, basta andare... al supermercato.

La quindicesima volta - Manuela Giacchetta: Quindici occasioni. Quindici ritorni. Una sola ossessione.

La promessa - Paolo Zardi: La vita non ha mantenuto le promesse o era sbagliato il sogno? La bruciante voglia di essere, per una sera, Marty McFly.

Un uomo morto sul due a zero - Daniele Pasquini: Solo un blackout temporale può permettere alla Fiorentina di vincere qualcosa. E non è detto che per il tifoso viola ciò sia un bene.

Solo un attimo - Giuseppe Sofo: La storia comincia quando il tempo si ferma. In un solo attimo che è presente, passato e futuro.

Erase/Rewind - Andrea Malabaila: Due fan di Ritorno al futuro. Una macchina del tempo poco stilosa. Un amore da riconquistare e un destino da cambiare.

Caro M. - Eva Clesis: Vi ricordate del protagonista di Ritorno al futuro? Le donne della sua vita hanno qualcosa da rimproverargli. Da tempo.


È vero insomma, come recita sulla copertina una massima che immaginiamo pronunciata dalla voce di “doc” Emmett L. Brown, che non bisognerebbe “mai lasciare una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore”. Bene, la speranza è che questi teaser abbiano suscitato curiosità. Ora tocca ai lettori salire sulla DeLorean e scappare qua e là nel tempo.


http://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/05/28/prendi-la-delorean-e-scappa/

sabato 23 maggio 2015

Da Diacritica: "Racconto dei racconti di Paolo Bertolani"

Riprendo, dal secondo numero della rivista Diacritica, un paio di pagine di un mio saggetto sulle prose di Paolo Bertolani. Detto tra noi, il pezzo era nato come semplice recensione ai libri di racconti del poeta ligure, tutti pubblicati da Il Melangolo: ma poi la materia era tanta che si è dilatato fino a diventare qualcosa di più - a quel punto, le note erano d'obbligo. Il testo nella sua integralità si può scaricare, assieme a tutti gli altri eccellenti interventi, dalla pagina della rivista.


Racconto dei racconti di Paolo Bertolani

Vi è una corrente di poeti-scrittori liguri che disdegna il mare e resta a mezza costa, a raccontare la vita sui pendii, tra gli orti, negli anfratti dell’entroterra. Che si tratti del Ponente inquieto e liminale di Francesco Biamonti e di Nico Orengo, o del Levante sopra Lerici di Paolo Bertolani, il paesaggio resta quello, aspro, vivido, d’estate polveroso e assordante di cicale, ventoso e freddo d’inverno, sempre odoroso, tutto terra sudore e sapori.
Uno dei più recenti eredi di questa corrente è Elio Grasso, poeta anche lui, che con il romanzo Il cibo dei venti[1] mostra come si possa narrare un mondo vegetale e minerale che impone una vita di piccoli gesti, di poche parole. Sono taciturni, i personaggi di questa corrente: parlano solo se necessario, e danno risposte brevi, secche, eppure nei loro silenzi domina un senso lirico molto forte, un rispetto per il valore delle parole che impedisce ogni spreco. Contemplativi, assorti, sembrano volersi confondere in quella natura così poco accogliente di cui si ostinano a sentirsi ospiti. Si capta, nella sensibilità del loro sguardo sugli oggetti e nella precisione con cui gli autori definiscono questa sensibilità, il retaggio della poesia ligure, in particolare degli inevitabili Montale e Sbarbaro: e la formula di «romanzo-paesaggio» con cui Calvino ha definito l’opera narrativa di Biamonti, in particolare L’angelo di Avrigue[2], vale per tutti loro (forse un po’ meno per Orengo, più attento ai richiami dell’intreccio).
In questo filone Paolo Bertolani (La Serra, Lerici, 1931-2007), oltre a uno spiccato senso del fantastico e del fantasmatico, mette di suo una vis comica decisa, anche brutale, rodomontesca, e un gusto della conversazione impastata di dialetto che rende assai diversi i suoi personaggi da quelli laconici di Biamonti o di Grasso. Sono chiacchieroni inveterati, gli uomini che popolano le sue pagine; non meno orsi, non meno diffidenti o più espansivi, anzi: ma tra loro, invece che sguardi e ammiccamenti e mugugni, corrono parole e parole, alcune vere, altre frutto di ispirazione estemporanea. Bertolani è stato poeta in lingua e in dialetto (il dialetto della Serra di Lerici, che Enzo Siciliano ha definito, riferendosi proprio ai versi di Bertolani, «un grattare di corde tese a suono corto e ispido»[3]), e molto di quella vocazione alla lirica[4], che ha goduto di una certa reputazione critica, è trasmigrato nelle pagine dei suoi libri di racconti, meno considerati.
Vale la pena cercarli e leggerli come un unico corpus, i suoi volumetti di prose, dal Racconto della Contea di Levante[5] a Il custode delle voci[6], fino a Colpi di grazia, pubblicato postumo[7]. Sembra fare eccezione, per ambientazione e struttura quasi da romanzo breve, Il vivaio[8]: ma anche qui, nella storia di Heinrich Kars ispirata a von Kleist, si avverte lo sguardo affilato e, sia pure trattenuto, il gusto umoristico delle pagine liguri, soprattutto nelle parole dei servitori e nelle figure plebee di contorno.

La terra
Il paesaggio reca i segni del lavoro delle generazioni passate. Della fatica, delle schiene spaccate a tirar su muretti, a dissodare terreni poco adatti, che d’estate diventano «un niente di polvere e seccumi», a piantare ulivi – di tutto questo restano tracce, relitti, non ancora crollati o ricoperti dalla vegetazione, segni della precarietà della condizione umana e insieme della necessità di sopravvivere a tutti i costi. I campi non più curati diventano presto boschi; e anche i boschi nel presente sono inaccessibili, «fitti come destrighi»; e i viottoli non più praticati, «mangiati dai macchioni», sono diventati bui come passaggi notturni. C’è poca nostalgia per quel passato che era comunque uno stramazzare tra sforzi cocciuti e pericoli, ingiustizie e insensatezza. D’altra parte, il «patire non è che raccontandolo se ne vada». La vita è per tutti sofferenza e fatica, lotta contadina contro i sassi e la terra troppo secca e ripida. Quella del Bestia[9], trascorsa a lavorare negli orti sin dall’adolescenza, è così descritta dal figlio narrante: «Bastava allungare un braccio traverso il vicolo per toccarla e sentirne il fiato grosso, i grumi di sangue cattivo». E proviene, dal confronto con quello che si è stati, o che sono stati i padri e i nonni, un senso di abbandono e spossatezza, che si prova a levar via con il sarcasmo, con il riso alla buona, e di cui non ci si lamenta mai.
Nelle pagine di Bertolani si vive per lo più in salita: solo in rare occasioni si scende verso Lerici, verso il mare: i passi muovono verso l’alto, dove stanno orti, capanni, alberi, lavori da fare, ruderi abbandonati, dimore di morti. Si scenderà anche, da quei luoghi, per ricominciare a salire: ma Bertolani, cantore fedele e salace della fatica, preferisce il racconto delle salite, lungo erte che mozzano il fiato.
Per contrasto, nelle pagine di Il vivaio che raccontano il lungo viaggio verso la città di Uccla, la malinconia di Heinrich Kars è aggravata dalla campagna «orrendamente pianeggiante» e «implacabile», priva di appigli per l’occhio, invasa da lagune dall’«odore di acque morte» – mentre lui, Kars, ha sempre amato rincantucciarsi dietro ai muri, o sui tetti, o nelle penombre dei solai, quasi come fosse anche lui un ligure dell’entroterra[10].

Il mare
Si fa in fretta a trattare il mare nei racconti di Bertolani, perché quasi non c’è. Il mare, nelle parole e nei pensieri di questi narratori di suoi mezza costa, è qualcosa di lontano. «Io so che c’è, ma come so che c’è la luna. So che è laggiù in fondo», dice l’io narrante di Il custode delle voci. È il fondale di una fuga impossibile per (quasi) tutti loro, di una fuga nemmeno cercata, ambiente di altri uomini che fanno vite completamente diverse, linea d’orizzonte mai davvero desiderata, anche quando da giovani ci si sarebbe potuti imbarcare.


http://www.diacritica.it


[1] Milano, Effigie, 2014.
[2] Torino, Einaudi, 1983.
[3] Cfr. E. Siciliano, Diario, in «Nuovi Argomenti», n. 6, aprile-giugno 1999.
[4] Segnaliamo almeno Incertezza dei bersagli (Parma, Guanda, 1976-2002), Séinà (Torino, Einaudi, 1985), E góse, l'aia (Parma, Guanda, 1988).
[5] Premio Comisso nel 1979 e allora pubblicato da Il Formichiere (Milano), poi ristampato da Il Nuovo Melangolo (Genova) nel 2001.
[6] Sempre Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003.
[7] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2007.
[8] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2001.
[9] Il padre del narrante in I mótri, dal Racconto della Contea di Levante.
[10] Potremmo riconoscervi quella «china leopardiana» di cui parla Enzo Siciliano a proposito della lirica di Bertolani nel già citato Diario su «Nuovi Argomenti».

martedì 19 maggio 2015

Un assaggio da "Cupio dissolvi"

Riprendo l'inizio di "Cupio dissolvi", il mio racconto scritto per l'antologia "Prendi la DeLorean e scappa", curata da Andrea Malabaila e da poco pubblicata dalle edizioni Las Vegas per celebrare il trentennale di "Ritorno al futuro" di Robert Zemeckis. Giusto un assaggio, nella speranza che venga voglia all'occasionale visitatore di questo blog di continuare la lettura e naturalmente di gustare anche gli altri racconti.

4 agosto, ore 6.02
Per ore ci ho pensato, nel dormiveglia che mi coglie sempre dalle due del mattino senza diventare mai sonno vero, e che è tra i corollari meno dolorosi del mio noto stato depressivo: andare nel passato, negli anni Cinquanta, per impedire che i miei genitori si conoscano. Questo garantirebbe a me la non nascita e tutto ciò che ne è seguito, l’infelicità successiva, le crisi e tutto il resto. Devo assolutamente buttar già qualche appunto, lavorare attorno a un progetto serio, mi dico alzandomi per una volta di buon’ora e, per una volta, senza pena.
Quanto al rischio che ci si metta di mezzo qualche paradosso temporale, non è il caso di curarsene ora. L’idea, che mentre ero steso a letto mi è suonata semplicemente folle (anzi, peggio: sciocca), di ora in ora si trasforma in un programma di improbabile attuazione, infine in un’ossessione dotata di una sua bellezza. Progettare la propria non esistenza, agire per non agire, impedire la propria nascita, anzi, di più: vigilare, nell’ombra, affinché il proprio concepimento non avvenga mai, o, per adattare la consecutio temporum al mio caso, non sia mai avvenuto. C’è qualcosa di più poetico? C’è qualcosa di più vitale? mi dico girando per casa. Passando davanti a uno specchio mi vedo: ho la solita faccia da matto, gli occhi strabuzzati, i capelli bianchi impazziti: ma è una faccia tutta sorrisi.

Stesso giorno, ore 8.35

In fondo, morire prima di essere vissuti non è più sensato che vivere per morire, come temo farei se dipendesse dal mio scarso coraggio, e come inevitabilmente fanno tutti gli esseri umani? Non è anzi più educato e pulito? Invece di agonizzare tra tinelli e garage e uffici, per anni, per decenni, intristendo gli altri, ecco che non si viene nemmeno al mondo, ecco che non solo non si è concepiti, ma non si è nemmeno più concepibili. La due metà del corredo genetico non si incontreranno mai (non si sono mai incontrate), non si combineranno mai (non si sono mi combinate). Mio padre non sarà mai (non è mai stato) mio padre, mia madre non mi partorirà mai. C’è di che sentirsi subito meglio.

Eccetera eccetera.