giovedì 26 marzo 2015

Da Letteratitudine News: intervista a Maria Panetta (seconda parte)

Riprendo la seconda parte dell'intervista a Maria Panetta sulla nascita della rivista letteraria "Diacritica" (http://www.diacritica.it) già apparsa sul blog Letteratitudine News.

CLAUDIO MORANDINI - Nel primo numero di «Diacritica» ti occupi personalmente delle varianti de La Velia di Cicognani. L’approccio è squisitamente filologico, l’intenzione (condivisibilissima) è apertamente quella di fare riscoprire la complessità e la ricchezza linguistica di un autore ormai messo da parte. Qual è, secondo te, il destino della ricerca filologica oggi? Quanto è cambiata in questi ultimi anni? Qualcosa ne sta minando le basi?

MARIA PANETTA - Come ti dicevo, secondo me la Filologia è ancora utilissima, specie nell’epoca odierna, dominata dal pressappochismo e dalla tendenza a banalizzare spesso i contenuti, magari senza semplificarli realmente, rendendoli davvero accessibili. È una disciplina che insegna il rigore, appunto, e una tensione verso la massima approssimazione possibile alla Verità, intesa come il testo più vicino alla volontà autoriale. Insegna, inoltre, il rispetto per gli altri: personalmente, ho avuto due punti di riferimento in quest’ambito. Oltre alle indimenticabili lezioni del mio Maestro Mario Scotti, dotto filologo e insieme critico raffinatissimo, l’ultimo anno dei miei studi universitari seguii il corso di Filologia italiana di Giorgio Inglese. Uno dei suoi insegnamenti che meglio ricordo ha guidato le mie scelte sia nella realizzazione dell’edizione critica del Carteggio tra Croce e Papini, sia in quella della Velia: il criterio di rendere sempre possibile al lettore la ricostruzione del ragionamento attraverso il quale il filologo arriva a definire un testo e a proporlo al pubblico. Lo trovo un insegnamento di grande valore etico; implica una considerazione (che condivido) di sé come “operaio della conoscenza” (come si definivano certi collaboratori della «Critica» di Croce), al servizio del progresso della stessa e, dunque, ben lieto di contribuire anche al proprio “superamento”, in vista di un avvicinamento ulteriore alla Perfezione (che resta, comunque, una chimera).
Per rispondere anche alla seconda parte della tua domanda, di certo oggi la Filologia è, da un lato, molto aiutata dalla tecnologia; dall’altro, ostacolata. Se pensiamo, per esempio, al fatto che ormai le varianti dei testi contemporanei vengono registrate spesso solo su supporti digitali (e non su carta) e se ne perdono sovente le tracce, capiamo che soprattutto la cosiddetta (ironicamente) “critica degli scartafacci” viene ostacolata, e non certo coadiuvata, dall’uso del computer. Molti materiali che su carta (o pergamena) sono rimasti a disposizione dei filologi per secoli adesso, infatti, si perdono nelle memorie dei computer, se conservati solo su tali supporti. Giorni fa, leggevo un intervento di Vinton Cerf, vicepresidente di Google, che mi ha molto colpito: uno struggente invito a stampare le foto più significative e importanti, per non perderle per sempre nel buco nero dell’informazione digitale…

CLAUDIO MORANDINI - Qual è insomma il rapporto della filologia con la Rete?

MARIA PANETTA - A mio parere, comunque la Filologia può sfruttare molto le risorse dell’online: la nostra intenzione, ad esempio, è proprio quella di divulgare e rendere accessibili a studiosi e lettori di ogni parte del mondo, in edizione critica, testi inediti di valore estetico o documentario che non sono mai stati studiati, se non da qualche specialista, nel migliore dei casi. Caricati sul nostro sito (www.diacritica.it), in un “clic” certi documenti sinora sconosciuti arriveranno fino ai confini del nostro mondo e saranno consultabili con estrema facilità e agio da chiunque, ovunque. Con conseguenze sull’ampliamento delle nostre conoscenze attuali neanche immaginabili.

CLAUDIO MORANDINI - Trovo molto interessante anche l'attenzione per il mondo editoriale, condotta con il rigore del metodo storico-scientifico. In effetti di editoria si parla spesso e ovunque, ma troppo sovente si rimane a un approccio, come dire, da gossip…

MARIA PANETTA - Come ti dicevo, sono un’italianista prima che una storica dell’editoria; questo approccio (che ritrovo, ad esempio, nei volumi di Alberto Cadioli) si differenzia sia da quello più leggero cui fai cenno, sia da quello di tipo biblioteconomico o archivistico, sia in parte dall’approccio sociologico puro. L’idea è quella di ricondurre la storia delle edizioni di libri a quella culturale in senso lato, sottolineando il contributo che gli intellettuali hanno dato in qualità di mediatori editoriali, ma ognuno in relazione alle proprie idiosincrasie, alla propria poetica, al proprio concetto di letteratura, alla propria volontà di incidere sulla società. Personalmente, sono anche molto interessata ai diversi linguaggi e, dunque, alle trasposizioni delle opere letterarie in sceneggiature di film, testi teatrali etc. L’approccio storico, comunque, resta fondamentale anche nello studio della nascita delle diverse collane editoriali, latrici ognuna di un più o meno palese e consapevole progetto culturale.

CLAUDIO MORANDINI - Come intendete muovervi per i prossimi numeri di «Diacritica»? Ho notato che sono previste uscite per il 25 aprile e il 25 giugno (date non casuali, “parlanti” per così dire)…

MARIA PANETTA - Sì, lascio a te ricostruirne il motivo, ma anche la scelta di uscire il 25 febbraio non è casuale (ed è stata fortemente voluta dalla sottoscritta!)… Abbiamo in mente dei numeri parzialmente tematici (specie nella sezione di critica letteraria) su questioni e anniversari rilevanti (quest’anno ne è particolarmente ricco!). Per il resto, ci saranno sempre saggi, edizioni e articoli miei e di Matteo Quintiliani e, poi, valuteremo le proposte che ci arrivano.
Penso, però, in linea di massima, di adottare il criterio del doppio referee solo per giovani studiosi che non conosciamo bene o per tematiche nelle quali non siamo esperti, visto che ritengo che quello in vigore oggi nella prassi delle riviste scientifiche sia un “eccesso di valutazione” (altra cosa è, invece, la valutazione quantitativa e qualitativa della produzione scientifica degli strutturati, che percepiscono stipendio, ovviamente). Mi spiego meglio: uno studioso che insegna da anni presso vari atenei, ha già prodotto libri o edizioni pregevoli, magari ha superato un concorso nazionale ottenendo l’Abilitazione Scientifica, dovrà essere sottoposto a valutazione per l’eternità? Non so quanto sia giusto... Se lo stimo, leggerò il suo articolo e lo accetterò, magari dopo avergli mosso qualche obiezione amichevole o avergli chiesto delucidazioni su passaggi che non mi sono chiari, ma resto dell’opinione che la firma di un articolo comporti un’assunzione di responsabilità. Casomai, si potrà ribattere in seguito alle idee altrui, discutendo civilmente come si era usi fare, ad esempio, al tempo delle dottissime recensioni degli studiosi della Scuola storica.
Capisco che in un momento di crisi economica la valutazione assolva anche all’utilità pratica di ridimensionare il numero di coloro che ambiscono a entrare in Accademia (o nella scuola, secondo le ultime proposte di riforma…), ma trovo ingiusto che essa debba essere perenne: anche perché a volte si possono presentare dei casi paradossali in cui studiosi stimati e accreditati ma non strutturati debbano essere valutati, magari, dal ricercatore appena entrato, con un libro, per una congiuntura favorevole...

CLAUDIO MORANDINI - Un’ultima domanda: leggo che intendete retribuire ogni articolo che pubblicherete.

MARIA PANETTA - Sì: per ora la cifra è simbolica, ma speriamo di far crescere il progetto. Qualcuno, però, ha già commentato che si tratta di una novità “rivoluzionaria”, perché le riviste del nostro settore non usano retribuire gli studiosi che vi collaborano occasionalmente. Ed ecco il secondo paradosso: può pubblicare su una rivista scientifica solo uno specialista altamente qualificato ‒ sempre dopo aver superato il “fuoco incrociato” dei vari revisori (s’intende) ‒, ma tale professionalità non comune non viene, in seguito, riconosciuta che in maniera formale. Pare che un esperto di letteratura debba per anni alimentarsi d’aria, accontentandosi solo del titolo che ogni pubblicazione costituisce per i concorsi; però, certe riviste vengono acquistate tramite abbonamento o finanziate con fondi pubblici o privati…
Per ora, il nostro intento è quello di permettere a chi scrive per noi di poter almeno ottenere il tesserino da pubblicista. In seguito, speriamo, invece, di poter contribuire a ridare dignità al lavoro intellettuale, riconoscendogli, in un mondo come il nostro dominato dai poteri finanziari ed economici, un valore anche quantificabile in tal senso.


mercoledì 25 marzo 2015

Da Letteratitudine News: intervista a Maria Panetta (prima parte)

Riprendo dal blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri la prima parte dell'intervista a Maria Panetta, fondatrice, assieme a Matteo Maria Quintiliani, della rivista bimestrale “Diacritica” (http://www.diacritica.it). L'intervista integrale si può leggere qui:

CLAUDIO MORANDINI - Il primo numero di «Diacritica» mi pare animato insieme da rigore metodologico e da autentica passione. Mi pare anche di capire che sia qui una delle differenze, forse la più importante, sia rispetto alla babele di contributi di ispirazione letteraria sul web sia rispetto alla trattatistica di stampo puramente accademico. Sei d’accordo?

MARIA PANETTA - Mi fa molto piacere che si percepisca così nettamente quali sono i nostri principi ispiratori. «Diacritica» vuole, infatti, essere prima di tutto una rivista scientifica, e per questo si è dotata di un apposito Comitato di studiosi (tra cui Valeria Della Valle, Alessandro Gaudio, Matteo Lefèvre, Italo Pantani, Paolo Procaccioli, Giuseppe Traina), alcuni strutturati (ordinari, associati e ricercatori universitari) e altri che insegnano da anni a contratto presso vari atenei e hanno ottenuto l’Abilitazione Scientifica Nazionale del 2012. Il rigore metodologico di cui dovremmo essere garanti si sposa, però, come sottolinei, anche con le passioni di ognuno di noi: la letteratura e la lingua italiana, la filologia, la critica letteraria e la storia dell’editoria, la comparatistica e la traduttologia etc.
Del resto, è proprio per passione che è nata l’idea di fondare un periodico. Personalmente, erano anni che meditavo di lanciare un’iniziativa in campo editoriale: dopo una tesi di dottorato di ricerca in Italianistica su tutta l’attività di Croce editore e fondatore di collane editoriali (monografia uscita nell’Edizione Nazionale delle sue Opere), ho lavorato come ufficio editoriale e stampa presso le Edizioni di Storia e letteratura, e per qualche mese come redattrice esterna della romana Salerno; sono stata, inoltre, docente di “Giornalismo culturale” e dal 2008 insegno “Storia dell’editoria” per lo stesso Corso di laurea magistrale (“Editoria e scrittura”) presso il quale avevo conseguito una seconda Laurea in “Gestione dell’impresa editoriale”: puoi ben dedurre quanto il mondo degli editori mi abbia sempre affascinato!

CLAUDIO MORANDINI - Quando ti è venuta l’idea della rivista? E come mai i suoi fondatori sono due?

MARIA PANETTA - Ho trovato l’entusiasmo necessario per intraprendere davvero questo percorso nel 2013, quando Matteo Quintiliani e io ci siamo conosciuti a un Congresso dell’ADI (l’Associazione Degli Italianisti): a parte la sintonia dal punto di vista umano, ci siamo resi subito conto di essere accomunati prima di tutto dalla passione per la filologia. Matteo è un quattrocentista della “scuola” di Italo Pantani, addottorato all’Università di Durham e specialista della storiografia letteraria inglese sul Rinascimento italiano, ma anche grande lettore di poesia e conoscitore della letteratura sudamericana, portoghese, balcanica etc., nonché collezionista di libri e appassionato di rarità bibliografiche. Discutevamo spesso di questioni filologiche inerenti la sua tesi di dottorato sul senese Bernardo Ilicino o la mia edizione critica della Velia di Cicognani e, pian piano, abbiamo iniziato a pensare a un progetto comune, condensatosi prima di tutto intorno alla realizzazione di edizioni critiche di testi inediti o da ripubblicare. Si sono subito aggiunti al nucleo iniziale del progetto i nostri interessi per la critica letteraria e per la storia della stampa; poi, con l’ingresso nel Comitato scientifico di Matteo Lefèvre (ispanista dell’Università di Tor Vergata e fine traduttore dallo spagnolo, nonché valido studioso di petrarchismo e non solo), si è affiancata la volontà di dedicare attenzione anche alle traduzioni e, dal punto di vista teorico, alla traduttologia.
Per tornare alla tua prima domanda, comunque, penso che ci accomuni alle riviste accademiche la volontà di lavorare con rigore e disciplina (che non animano proprio tutti i blog letterari, indirizzati anche a un altro tipo di lettore e ‒ opportunamente ‒ caratterizzati spesso da taglio e contenuti più “leggeri”), ma non me la sentirei di parlare, per le riviste scientifiche, di scarsa passione, dato che chi fa questo lavoro è, di norma, animato da un autentico interesse: di certo, però, noi abbiamo scelto una formula particolare, perché non dipendiamo da nessun ateneo, e dunque forse possiamo permetterci qualche libertà in più rispetto a una classica rivista di Dipartimento.

CLAUDIO MORANDINI - Volendo semplificare (spero non troppo): a quale tipo di lettore si rivolge «Diacritica»?

MARIA PANETTA - La nostra vocazione “scientifica” ci fa rientrare sicuramente nell’etichetta di pubblicazione “di nicchia” (so, ad esempio, che il mio lungo articolo sulle varianti della Velia è pressoché illeggibile per i lettori non specialisti!); però, come sai, abbiamo deciso di “aprire” anche a estratti e capitoli di tesi di laureati o dottorandi brillanti e, soprattutto, di offrire la possibilità a chiunque di inviare recensioni, purché siano in linea con il nostro principio di voler ripristinare l’originaria funzione della recensione stessa: una guida per orientarsi nella selva di pubblicazioni che ormai escono ogni giorno, e non soltanto una forma di pubblicità di determinati “prodotti” da parte di critici “amici”…
Direi che la sezione “Recensioni” ambisce a essere letta da qualsiasi appassionato di letteratura; quella dedicata a “Inediti e traduzione” può attrarre lettori di poesia, anche se non specialisti; i pezzi di taglio didattico della sezione “Strumenti” possono essere utili anche per studenti universitari o a scopo divulgativo. In conclusione, penso che i nostri lettori-tipo possano essere diversi: dallo studioso accademico allo specialista, dal lettore colto allo studente curioso, dall’appassionato di poesia al cultore della letteratura italiana…

CLAUDIO MORANDINI - L’editoriale di Domenico Panetta, Le ragioni di una presenza, insiste sulla necessità di «essere culturalmente e pienamente presenti» per contribuire a ragionare sul momento di crisi (non solo editoriale) e di profondo malessere e sulla complessità contraddittoria del mondo attraverso gli strumenti più aggiornati e senza scorciatoie e facilonerie.

MARIA PANETTA - Sì. Come avrai immaginato, il nostro Direttore responsabile è mio padre, giornalista pubblicista da 53 anni (ha scritto sul «Fiorino», sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», sul «Tirreno», sul «Giornale d’Italia» etc.), ex professore di Diritto ed Economia dell’Istituto tecnico-commerciale “Duca degli Abruzzi” di Roma e docente di “Scienze sociali” presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino fino al 2003. Ha pubblicato monografie e articoli sull’economia della famiglia, sulla legislazione scolastica, sul diritto internazionale e la legislazione sociale, e, per svariati anni, ha tenuto la rubrica di “Economia” di «Idea», nota rivista fondata nel 1945 dall’antifascista Monsignor Pietro Barbieri e, nei suoi ultimi anni, diretta dal critico d’arte Giuseppe Selvaggi, purtroppo scomparso.
Da tempo, mio padre è in pensione ma, quando gli ho parlato del mio progetto e gli ho chiesto di diventare il nostro Direttore, per tutta risposta ha subito iniziato a ideare il suo primo Editoriale. Questo per dire che, nonostante l’età, la sua curiosità verso il mondo attuale e i cambiamenti in atto è rimasta immutata nel tempo: la sua volontà di presenza attiva e incisiva è la stessa di 50 anni fa. Sebbene non sia bravissimo a navigare in Internet, ha capito immediatamente, con la lungimiranza che lo ha sempre caratterizzato, che la Rete è uno strumento potentissimo di condivisione delle informazioni e delle conoscenze e che ha un potenziale pressoché illimitato nella capacità di abbattere le barriere culturali fra i popoli e le diverse civiltà. Col suo inguaribile ottimismo, ritiene che non si possa non cogliere l’occasione offerta dal Web di contrastare costruttivamente questa ondata di scoramento e disillusione che pervade il mondo attuale, in perenne crisi. La crisi, infatti ‒ concordo ‒, deve rappresentare un momento di crescita, di messa in discussione dei vecchi approcci e anche delle conoscenze ormai consolidate; dev’essere trasformata in opportunità, con la partecipazione attiva del singolo a un cambiamento che avrà ricadute su tutta la collettività…

CLAUDIO MORANDINI - Quindi, «Diacritica» è anche una rivista militante?


MARIA PANETTA - Sì: vi accenniamo nel Programma, col riferimento alla freccia rossa che taglia trasversalmente la “D” del marchio. In questo senso, mio padre stesso ha compreso profondamente la mia esigenza di prendere parte attiva al rimodellamento della società di domani: sono convinta che anche una rivista letteraria possa avere un ruolo importante e incisivo in tal senso, essendo la Filologia maestra di Verità e di rigore, l’Ermeneutica un veicolo di diffusione dello spirito critico, la Storia dell’editoria un’efficace chiave di lettura anche del mondo politico di oggi (specie in Italia, ove sappiamo che la situazione è singolare rispetto ad altri paesi…). E, ancora: la Comparatistica un sistema per confrontarsi con l’Altro, col Diverso, e rintracciare tradizioni culturali comuni, valorizzando le specificità proprie di ogni cultura, che non possono che arricchire il bagaglio collettivo di conoscenze condivise; infine, l’Interdisciplinarità un metodo per colmare l’apparente divario esistente tra humanae litterae e cultura scientifica e per “rintracciare Dio”, in senso lato (passami l’espressione), in ogni particella del creato, in ogni dettaglio. Ovviamente, cercando di non perdere mai la visione d’insieme delle cose.
(Continua)

sabato 21 marzo 2015

Da Diacritica: Enrico Regazzoni "Una parete sottile"

Riprendo, dal primo numero della rivista "Diacritica" (http://www.diacritica.it), la recensione del romanzo di Enrico Regazzoni "Una parete sottile". Ne approfitto per invitare ancora a leggere per intero questa eccellente rivista e a seguire i prossimi numeri.
“Una parete sottile” di Enrico Regazzoni (Neri Pozza, 2014) è un romanzo ampio e lento. Lo è, volutamente, come è lento il movimento centrale di una sonata o un concerto, e lo è in quel modo estenuato, sospeso, di certi adagi sinfonici mahleriani: contiene guizzi, certo, inaspettate accelerazioni, fremiti, impazienze e rulli di timpano, per così dire, ma resta pensoso, assorto, rimuginante dall’inizio alla fine.
Racconta della crescita di un bambino, poi ragazzo, in una cameretta divisa solo da una “parete sottile” dalla sala in cui quasi ogni sera la signora loro padrona di casa, da poco vedova e madre di quattro figli, suona il pianoforte con il piglio della concertista mancata. La sua educazione sentimentale è accompagnata dal flusso inarrestabile di questa musica, che quasi ogni sera immerge la stanza del ragazzo in correnti marine di suoni, e vi si rispecchia: il timbro del pianoforte condiziona la sua crescita, i suoi rapporti con il mondo, ne affina l’orecchio educandolo sia alle sottigliezze dei suoni più nascosti, sia alle sfumature di quegli altri suoni che sono le parole.
Regazzoni, nell’affrontare la musica, nel renderla anzi elemento condizionante e pervasivo, fa una scelta a tutta prima singolare: non la racconta propriamente, non parafrasa cioè con i mezzi del linguaggio verbale lo sviluppo delle idee musicali lavorando, come si fa di solito, di suggestive approssimazioni, di analogie, di retorica, nel rendere la forma, la struttura, come se musica e linguaggio andassero a parare dalla stessa parte, mirassero cioè sempre a una dimensione narrativa – potrebbe farlo sapientemente, ma non lo fa. Al suo personaggio non sembra interessare quanto avviene davvero in un brano musicale: anzi, il giovanotto dichiara in più di un luogo che la musica in sé non gli interessa, che la ama ma non la capisce davvero (“la musica non fa per me, è un’emozione eccessiva”), che gli interessa per ciò che rivela degli altri, cioè della signora pianista. La musica in sé, quella scritta nota dopo nota su una partitura, è come “una principessa morta” in una fiaba in cui nessun principe la bacerà – fuor di metafora, essa, “come la vita”, “non esiste senza la sua interpretazione”, e dunque solo di interpreti si può parlare, non delle intenzioni dei compositori. “A tutt’oggi non conosco la musica né i musicisti, so a malapena il nome di qualche grande compositore del passato, quelli che sono noti a tutti. Ma all’epoca non conoscevo neppure quelli” confessa quasi subito l’io narrante. A parte uno Schubert (riconosciuto attraverso il “piacere doloroso” che procura), o un Beethoven, scoperti quasi per caso tra gli autori eseguiti dalla vicina di casa, non compaiono nel romanzo riferimenti diretti ad autori; e restano misteriose al lettore, come al protagonista, tante composizioni citate, anche se viene naturale ricondurle al periodo aureo del pianismo, tra tardo Settecento e primissimo Novecento, perché il tono, il ritmo, i colori crepuscolari del romanzo sembrano escludere incursioni nella letteratura pianistica a noi contemporanea, o arretramenti a quanto composto prima dell’invenzione del pianoforte. Anzi, del pieno Novecento, come si legge in una pagina significativa in cui rievoca un concerto, il protagonista ripudia il carattere parodistico e sarcastico, la propensione al “ridicolo”, la “manomissione di senso” operata sui materiali della tradizione. La rivelazione della musica è essenzialmente rivelazione di chi la suona: e ogni musica è ridotta, nella sensibilità del giovane narrante, a confidenza dell’interprete, a esternazione di stati d’animo, anzi di uno stato d’animo monocromatico, quello della “tristezza”. La scelta del repertorio è “una somma di variazioni sul tema del dolore”: e anche gli esercizi di diteggiatura, le ripetizioni, le scomposizioni del fraseggio in microsequenze ripetute fino al raggiungimento della perfezione tecnica frammentano il linguaggio del dolore in unità base, declinano la sofferenza e la dichiarano. Le composizioni che vibrano attraverso la “parete sottile” evocano la storia di un’intera vita, sono “colonna sonora” rivelatrice di stati d’animo. Al punto che lui ascolterà con la stessa attenzione, e con il medesimo senso di “vertigine”, i singhiozzi e il pianto della signora schiantata dal dolore alla notizia della morte del marito. 

C’è anche la letteratura, ci sono anche i libri, in questo romanzo denso come certi dormiveglia: e la letteratura vi è portata dalla madre del protagonista, vedova anch’essa, correttrice di bozze a casa, e poi, soprattutto da Rosa, universitaria di pochi anni più grande del ragazzo, che entra nella vita di lui prima come apprendista correttrice a fianco della madre, poi come innamorata. Ma ecco: note e parole, delibate allo stesso modo, con la medesima sensibilità, non comunicano, non si combinano, restano linguaggi di mondi separati. Le polifonie pianistiche dall’appartamento vicino non si contamineranno mai con le parole dei libri che provengono dalla cucina dove la madre e Rosa lavorano assieme a correggere bozze. Rosa e la vicina finiscono anzi per compensarsi e completarsi, l’una riempie i vuoti, i silenzi e le assenze dell’altra – nel senso che al protagonista verrà naturale tenerle separate, per un bel po’, e non condividere con la sua ragazza (come con la madre) il segreto di quei rendez-vous notturni con le esecuzioni della vicina. Ma Rosa è il personaggio dinamico che porta un po’ d’aria fresca in questo romanzo tutto o quasi di interni. Diventerà complice negli ascolti, e in sua presenza si affinerà ulteriormente la capacità del ragazzo di cogliere un senso nella musica, che ora gli suona come l’intonazione di una serie di domande profonde e misteriose, di richieste, di suppliche. Rosa farà di più: vuole sostituirsi a quella musica, iniettare realtà e vita vera, sfondare muri e aprire varchi nelle pareti. Tra i due sembra iniziare una tacita contesa: Rosa lo conduce fuori, lo riporta en plein air, a contatto con la vita veramente vissuta, in una dimensione di godimento del presente, mentre lui tende a ricondurla dentro, nella dimensione angusta della sua stanzetta, nel perenne rimuginio sul passato (quello altrui). Ma il giovanotto è fatto così: e sia pure colto in una fase di cambiamento e maturazione e apertura verso il mondo, resta, più che uno che vive, uno che ascolta e osserva vivere gli altri – quel genere particolare di voyeur che sono gli artisti e i letterati, sempre all’erta a captare segnali dal mondo che li circonda, sempre impegnati a catalogare avidamente quei segnali. Anche quando Rosa lo porterà, un po’ a tradimento, a pranzo dai vicini di casa, e gli farà conoscere i figli della vicina, in uno degli episodi più belli e vivaci dell’intero romanzo, lui rivestirà quel momento rivelatore di una patina contemplativa, lo assaporerà come sfondo di ondate di pensieri, sogni e fantasticherie; con puntiglio contemplerà gli oggetti dei vicini che il tempo ha reso carichi di senso, e da essi trarrà informazioni essenziali per la ricostruzione della biografia della signora pianista – informazioni che la sola musica non può dargli.

L’ultimo capitolo fornisce una spiegazione ed enuncia un cambiamento: alla base dell’atteggiamento del protagonista c’è, come all’origine del tumultuoso mondo interiore della pianista, una perdita, un lutto (per la verità, che il dolore dell’una convogliasse e guidasse il dolore dell’altro non è una sorpresa per il lettore avveduto sin dai primi capitoli.). L’assenza del padre, riflesso evidente dell’assenza del marito dall’altra parte del tramezzo, sembra giustificare tutte i silenzi, le fantasticherie insonni, l’annullamento di sé nell’ascolto. Solo quando (grazie a Rosa, certo, ma anche e forse soprattutto al distacco da lei, e alla perdita del buon amico Francesco, un personaggio secondario di cui non abbiamo parlato e che meriterebbe un discorso a parte) il protagonista troverà la forza di parlare del padre con sua madre avrà modo di uscire dalla dimensione angusta e dolorosa, passiva, in cui è cresciuto. Nel frattempo, anche la sua percezione della musica è cambiata, come è cambiato il repertorio pianistico della vicina: dalle espressioni più schiette della “tristezza” e poi del dolore, dalla rabbia impotente allo struggimento composto del ricordo, anche la musica è arrivata a una superiore sintesi, a una sublimazione che la rende soltanto musica, eretta come un’architettura con note che equivalgono a “materiali edili”. Il rispecchiamento tra ciò che proviene dall’altra parte della parete e questa parte della casa si è compiuto.

mercoledì 18 marzo 2015

Un articolo di Lilian Auzas: "Viaggio in Patologia" (2)

Lilian Auzas
VIAGGIO IN PATOLOGIA
L’EROE MALATO NELL’OPERA DI STÉPHANIE HOCHET
seconda parte

(Traduzione di Jean-François Lattarico)


Eros e Thanatos : superare la malattia

Ippocrate conclude il suo opuscolo Natura dell’uomo con queste parole:

Un uomo accorto, pensando che per gli uomini la salute è il bene più prezioso, deve, in caso di malattie, saper trovare aiuto nel proprio giudizio. [1]

In effetti, non si può scrivere una cosa più vera per quanto riguarda la comprensione personale di una malattia. Nonostante i consigli solleciti dei medici, tutte le cure indicate oppure le médicine più efficaci, la malattia rimane la costruzione di una storia tra un uomo e quello che essa è. Che ci sia guarigione o morte, non si potrebbe evocare la malattia senza trattare della sua ricezione e della sua percezione da parte del malato che ne soffre. Quindi, tocca ancora a lui (che lotterà contro) scegliere la sua posizione nei suoi confronti. Come abbiamo visto, non appena la malattia viene scoperta, identificata, e soprattutto nominata – nei nostri casi, si tratta di diverse forme di cancro – il malato sceglie più opzioni : negarla o affrontarla. Simon Black e il narratore di Sang d’encre scelgono la prima opzione. Karl Vogel la seconda. Ma per quest’ultimo, immaginiamo facilmente che la sua giovane età non gli dia altra scelta: i medici e i suoi genitori lo hanno sistemato in ospedale.
La malattia ha qualcosa di misterioso perché suscita una umiliazione narcisisitica: Perché proprio me? Per questo, molti malati si sentono colpevoli. Altri ancora, ed è il caso dei nostri tre eroi malati di Hochet, decidono di attingere in essa qualcosa di virtuoso, anzi di virile.
Simon Black si persuade inconsapevolmente che il suo cancro migliori la sua arte. Rinnega tutto ciò che aveva creato fino a quel momento. «Girerò tutti i miei dipinti contro il muro, li avevo visti fin troppo. [2]» E riparte da zero. Scopre in lui delle possibilità insospettate:

Dipingo velocemente, con molti desideri. Le idee sbocciano come ninfee, forme e colori nascono nell’estasi, godo della meraviglia infinita di un mattino di primavera.
L’arte mente, il mentire-vero non è una scoperta di oggi. Questa giornata non è né un mattino né una primavera ma la sua dolcezza mi porta verso deflagrazioni pittoriche che non avevo mai sperimentato prima. [3]

Incontra Ecuador, una donna sublime quanto misteriosa, e davanti alla sua bellezza ridiventa uomo – cioè sia uomo sia maschio. La donna somiglia allora a una allegoria della malattia. Simon viene colpito da un cancro alla gola nonostante una alimentazione sana, senza alcol né sigarette; Ecuador fuma, beve e trascina il nostro eroe nel suo universo. Ecuador conquista Simon Black proprio come fa una malattia. Lo aiuta anche a migliorare la propria arte:

Per qualche giorno, le immagini si scatenano, e io dipingo. Mi piaccio quando riesco a «intervenire» sul soggetto. Controllarne i sentimenti è essenziale, sono un cacciatore che fa la posta alla materia cruda. Da quando conosco Ecuador, il mio istinto si è affinato. [4]

La malattia ridà a Simon Black un contorno corporeo che aveva fino ad allora trascurato. E se si tratta di un uomo dal fisico qualunque, il cancro gli conferisce comunque un prestigio sessuale[5]. C’è una simbiosi tra l’uomo e la donna, tra il malato e la malattia: Simon Black è competitivo.
È anche il caso dell’eroe di Sang d’encre. La sua leucemia assume delle forme femminili: «È "L". La malattia che comincia con la "L", inquinando il [s]uo sangue. [6]» Sono, tra le altre, Sandrine, Jeanne, Marie. Ognuna ha uno statuto ben definito. Esse incarnano in qualche modo le Parche della malattia. Sandrine è quella con cui il narratore perde la sua verginità poiché è la prima a cui mostra il suo tatuaggio. Non ha alcuna reazione e viene subito dimenticata. Jeanne è quella che, si può dire, incarna la compagna di una vita. È anche con lei che iniziano le difficoltà; vulnerant omnes comincia a cancellarsi. Marie ha una doppia funzione: è insieme salvatrice e distruttrice. Lavora al laboratorio di analisi ed è lei che le fa un prelievo di sangue. La metafora sessuale è eloquente:

            Marie ritira l’ago. Lo toglie proprio prima di farmi svenire. Ed è quasi un peccato. [7]

Marie taglia il filo. Si ha quasi l’impressione che sia lei ad inoculare la malattia. È comunque grazie a lei (o per causa sua) che la malattia sarà diagnosticata – tramite il prelievo di sangue. Pertanto, l’io narrante ritrova la sua virilità come Eros è sempre legato a Thanatos. Su questo punto, Stéphanie Hochet non smentisce il classico accoppiamento; anzi, la sua letteratura ne è nutrita. La scoperta della malattia è di per sé il compendio della vita di un uomo come una serie d’istantanee che si è soliti vedere prima di morire. Queste donne in un certo modo « leucemiche » sono in cute e si spandono nelle vene del nostro eroe. La malattia penetra fisicamente il nostro narratore, e la polarità dei sessi si trova rovesciata. Bisogna forse vedere un riferimento all’omossessualità? Dopo tutto, il nostro protagonista non prova solo amicizia nei confronti del suo amico tatuatore Dimitri…

Nel mio sogno, Dimitri ha dei seni, Dimitri fa l’amore con Marie, quella che io amo. In questa scena, l’ultima che uccide non è Marie. È Dimitri. Dimitri, l’angelo diabolicamente uomo e donna. Donna. [8]

Dimitri è l’angelo sterminatore; fa paura quanto lo si desidera. È lui l’artista che scolpisce la malattia sulla pelle del narratore. Che riempie il derma con un inchiostro nero-azzurro. Il nostro eroe sembra dunque provare un desiderio di scambio: vuole a sua volta penetrare Dimitri, e perciò se lo rappresenta come donna. Rimandare così la malattia da dove viene per sbarrazzarsene. L’atto sessuale come sfogo. Il pene come ago.
Il Karl Vogel di Je ne connais pas ma force è ancora un ragazzo e non ha l’esperienza dei nostri due eroi malati. Ciònonostante non è estraneo agli umori adolescenti tipici del suo sesso. Quando vuole parlare a una ragazza della sua classe «alla quale voleva bene [9]», sviene nel bel mezzo della lezione – sintomo allarmante che permette di diagnosticare un tumore al cervello. Non è proprio bravo a lezione di educazione fisica e sportiva. Perciò egli si considera come un giovane maschio emarginato : «Quando un ragazzo non è sportivo, pensa che sarà appartato dalla vita eroica […]. [10]» Allora Karl Vogel compensa con lo spirito, nutrendosi di fantasie. Desidera il corpo di uomini ben fatti, come quelli atletici di Leni Riefenstahl. L’ideologia di cui si serve per combattare la malattia raggiunge le sue pulsioni più intime. La sessualità di Karl Vogel è intimamente legata al suo cancro.
Karl Vogel è davanti a un dilemma. Lotta su un terreno che non conosce ancora perfettamente: il proprio corpo. In effetti, essendo egli ancora giovane, la malattia viene ad alterare tutto ciò che l’adolescenza è solita dare a un giovane, nella fattispecie a un ragazzo. Prova dei desideri quanto mai naturali. Ma il suo corpo in lotta contro la malattia non prende la forma che avrebbe dovuto conoscere da uomo. «Non conoscerà l’ebbrezza che si prova a sentire il proprio corpo palpitare e ribollire, non conoscerà il miracolo della metamorfosi. [11]» È questo impedimento provocato dalla malattia a provocare l’ira di Karl Vogel, questo non accesso alla propria virilità mentre si trova in un’età in cui un ragazzo non ha altra scelta se non quella di diventare un uomo conforme ai criteri socio-culturali. È per questa ragione che più volte maltratterà il suo corpo, rifiutando di alimentarsi o di dormire. Per accertarsi della propria forza, ucciderà il suo uccellino, un canarino che gli era stato regalato. In tedesco Vogel significa uccello; l’immagine è eloquente: Karl Vogel tenta di suicidarsi ma non ne ha né la forza né il coraggio né la volontà. L’uccisione del canarino è contraria alla metafora romantica; simbolo di libertà, l’uccello è sovente prigioniero di una gabbia. Da sempre, i ribelli hanno voluto liberarlo, perfino nelle canzoni di oggi: «Ho solo bisogno di veder fluttuare gli uccelli. [12]», urla Nina Hagen in un lamento romantico-rock. Karl Vogel è al di là di tutto ciò che lo circonda. La sua umanità è ostacolata da una malattia che potrebbe essergli fatale. Non sa più se deve ringraziarla o serbarle rancore. Tutto il suo corpo è così consacrato. È solo più la sua malattia e non se stesso. Perciò risponde al male con il male.
Quando Karl Vogel aspira solo a diventare un superuomo, desidera in realtà riconquistare il proprio corpo che gli diventa estraneo e che non riconosce più come quello di un uomo in formazione. In un certo senso, il cancro che lo corrode trasfigura l’adolescenza che subisce. Il suo tumore al cervello viene così a firmare il suo corpo. Karl Vogel non ha scelta: non è più un bambino.

La malattia come tematica ricorrente nell’opera di Stéphanie Hochet conferma il postulato secondo il quale il corpo umano potrebbe diventare apocalittico. D’altronde, se Simon Black ignora a tal punto il suo cancro della gola, è anche perché il Governo annuncia che un grande evento avrà luogo il primo giorno della primavera, il 21 marzo. Sarà la fine del mondo. La malattia gli ricorda che morirà in ogni caso. È solo un modo tra i tanti di passare a miglior vita. Se la morte è una fatalità, la malattia non potrebbe esserne una.
Quando viene represso, come nel caso di Simon Black, succede che quel corpo venga maltrattato: si mutila le labbra allargandosi la bocca com il rasoio. A furia di trattamenti intensi, il corpo di Karl Vogel si sclerotizza e dimagrisce. Il cancro, per il suo carattere incurabile, suggerisce allora l’idea di una estetica della morte e fa dei corpi maschi dei nostri tre protagonisti una sorte di memento mori letterario.
La prosa di Stéphanie Hochet pone la violenza in ciò che la malattia ha di più concreto, e cioè la sofferenza. Spesso i suoi eroi sono spossati dalla malattia o dal trattamento che viene loro prescritto. E se la malattia ha ancora un aspetto tabù nella nostra società in quanto è più volte assimilata a una debolezza fisica o piscologica, la romanziera fa luce su di essa. Ben lungi dal mantenere la divisione tra gli esseri sani e quelli che sono malati, essa fa di questi ultimi dei potenziali eroi romantici. La patologia è dunque l’argomento di un esercizio letterario come un altro. Attraverso la rappresentazione di un corpo malato, è semplicemente l’uomo nella sua interezza che Stéphanie Hochet si sforza di capire. La malattia è percepita come un catenaccio (un impedimento) che la sua penna tende a far saltare.

Lilian AUZAS, romanziere
Lione, febbraio 2015.
(Traduzione di Jean-François Lattarico)





[1] Hippocrate, «Nature de l’homme», in L’Art de la médecine, Paris, Flammarion, 1999, p. 185.
[2] Stéphanie Hochet, Les éphémérides, op. cit., p. 56.
[3] Ibid., p. 131.
[4] Ibid., p. 66.
[5] «[Ecuador] aveva visto che ero tarchiato, malmesso, ma aveva ugualmente amato il mio corpo, la lunga cicatrice sul fianco, ricordo di una rissa col coltello con un modello una decina di anni fa, le mie gambe corte, le cosce larghe, muscolose, il mio torso peloso, e l’orribile tatuaggio sulla spalla […]. Aveva accarezzato questo corpo con gentilezza e, credo, con emozione. Un’emozione che ho intuito dal suo modo di prendere tempo, di interrompere un bacio per guardarmi, e di godere a lungo prima di tremare. Tanto quanto godevo e tremavo io.», ibid., p. 63.
[6] Stéphanie Hochet, Sang d’encre, op. cit., p. 88.
[7] Ibid., p. 44.
[8] Ibid., p. 88.
[9] Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma force, op. cit., p. 13.
[10] Ibid., p. 21.
[11] Ibid.
[12] «Ich brauch’ nur Vögel flattern sehn» (Nina Hagen, « Naturträne », in Nina Hagen Band, CBS Records, 1978).