giovedì 31 luglio 2014

Da Letteratitudine News: Sergio Bizzio, "Borgestein"

L’ultimo nato di Tam Tam, la collana di narrativa delle edizioni La Linea di Bologna, è un romanzo di un prolifico autore argentino già conosciuto in Italia, Sergio Bizzio. E/O ha già pubblicato a suo tempo “Reality” nel 2010, e Donzelli “Rabbia” nel 2009. Quest’ultimo romanzo, “Borgestein”, pubblicato in Argentina nel 2012 e tradotto in italiano con precisa sensibilità e opportuno sense of humour da Raul Schenardi, gioca efficacemente con le atmosfere sospese, con il senso di attesa, con la distribuzione di alcuni colpi di scena; l’inquietudine palpabile ma non chiaramente definibile, l’aleggiare di un senso di minaccia che si contamina con uno stralunato umorismo fatto soprattutto di intrusione di elementi incongrui, hanno convinto certa critica a tirare in ballo i film di Lynch e Von Trier. Chissà che cosa penserà Bizzio, che è anche sceneggiatore e regista, di questi riferimenti di comodo, se vogliamo anche un po’ scontati, soprattutto il primo, per quanto non scorretti. Di certo, il suo romanzo vive di vita propria, e presto, cioè dopo poche pagine, butta all’aria gli eventuali ammiccamenti agli autori citati, per seguire una via originale.
Non comune è la capacità di creare tensione anche in assenza di un intreccio vero e proprio: insomma, qui ci troviamo di fronte a Enzo, uno psichiatra che decide di ritirarsi in una casa isolata per sfuggire alla vita sfibrante della grande città e a un paziente psicotico (Borgestein, quello del titolo) che lo ha già assalito due volte, e trova rifugio negli spazi vasti della provincia argentina, lontano pressoché da tutto, ma vicino a una fragorosa cascata che diventerà la sua personale ossessione. Gli spostamenti di Enzo, le visite che riceve, anche i pericoli a cui va incontro, tutto questo forma il centro vitale del romanzo, lasciando al solo Borgestein e a poco altro (il puma, va bene, e, assai meno cruentemente, i problemi legati alla separazione dalla moglie attrice di teatro) il compito di portare un po’ di parapiglia. La miscela funziona egregiamente proprio perché sembra sgorgare naturale dall’osservazione della vita, nutrita dal fiuto sicuro del narratore, più che da un plot calcolato a tavolino.
Mi pare che una delle caratteristiche più personali del raccontare di Bizzio sia proprio la naturalezza: un atteggiamento di nonchalance con cui vengono raccontati gli eventi più comuni e insieme quelli più bizzarri, il tran tran e le sorprese, gli assalti del puma e l’arrivo di un pappagallo che ama andare su di giri infilando la zampa nella presa della corrente, il viavai di gitanti, curiosi, cacciatori, nuovi amici e ficcanaso e la presenza imprevista della troupe di film porno. Questa nonchalance di fronte non solo all’imprevisto, ma anche all’improbabile, spiazza e colora di un singolare umorismo queste pagine.

Sotterranea, scorre in questo romanzo la tensione tra uomo (o civiltà ordinatrice, sistematrice, catalogatrice, al peggio azzerante) e natura, imprevedibile, incomprensibile, inafferrabile. Natura, nello sbilenco eden che Enzo sperava di trovare e non rinuncia a modellare secondo le sue necessità, è per esempio la cascata che il protagonista faticosamente riesce a addomesticare, smorzandone il flusso; natura sono i puma che sferrano attacchi improvvisi e violenti, e che l’uomo caccia invano; natura è anche il pappagallo elettro-tossico che a un certo punto parte per mettere su famiglia; soprattutto è il dilatarsi degli spazi geografici tutt’attorno, il senso di avvolgimento che il paesaggio ha sulla casa solitaria, il senso di eternità e di distanza che rimpicciolisce i fatti e i gesti degli uomini, dentro alla piccola casa: è il buio totale delle notti, il sole accecante dei giorni, le nebbie dei mattini. L’agitarsi e il chiacchiericcio degli uomini (o il rimuginare, quando non parlano) si colorano di insensatezza proprio perché non sono altro che screziature trascurabili in questa natura distesa e placidamente indifferente.

"Gli oscillanti" su Poetarum Silva

Oggi, sul blog letterario "Poetarum Silva", grazie all'interessamento di Alessandra Trevisan, sono ospitate le due Arie dal libretto "Gli oscillanti", nato per le musiche di Marta Raviglia e Manuel Attanasio. Riprendo qui le poche righe di introduzione che ho scritto per l'occasione, invitandovi a proseguire nella lettura su quell'eccellente blog.
Le fotografie che corredano questo post risalgono alla première dell'opera, a Cesena, il 22 giugno, presso il Conservatorio B. Maderna, e alla ripresa a Ravenna, il 23 luglio, presso l'ex chiesa di Santa Maria delle Croci.
“Gli oscillanti” – appunti su un libretto d’opera

Potremmo definire “Gli oscillanti” un’opera jazz, basata non su una vera e propria trama, ma su temi, o motivi, come l’equilibrio, il dondolio, la vertigine, il precipitare, eccetera. Per essa ho scritto il libretto, dopo avere accolto le indicazioni di Marta Raviglia, che con Manuel Attanasio si è occupata della parte musicale (composizione, direzione, esecuzione). Marta ha inoltre coordinato il gruppo di allievi del workshop “Voce che danza, corpo che canta” in vista della prima rappresentazione dell’opera presso il Conservatorio Maderna di Cesena, il 22 giugno 2014. Insieme hanno lavorato sui movimenti, sull’interazione dei corpi, sulle voci, sull’improvvisazione controllata, sul collettivo e sul singolare. L’esperienza, felice, è stata riproposta il 23 luglio a Ravenna, presso l’ex-Chiesa Santa Maria delle Croci, con lo stesso organico a cui si sono aggiunti altri musicisti, e sarà ripresa anche altrove, fino a sfociare, in autunno, nella registrazione in studio per un CD.
Il termine “libretto”, che risale a una tradizione illustre, per quanto talvolta ritenuta minore, nel nostro caso è da intendersi con qualche virgolettatura. Quello de “Gli oscillanti”, flessibile e adattabile in ossequio allo spirito sperimentale del progetto, alterna arie solistiche e pezzi d’assieme (in prosa, però, quasi mai in versi), canto e recitativi, ed è giocato sulla contrapposizione tra una LEI e un LUI che non sono personaggi fissi, e nemmeno sono caratterizzati come femminile e maschile, ma si presentano piuttosto come gruppi che si alternano dinamicamente nello spazio e nel tempo. Ho cercato, nello scrivere il testo (in particolare le due “Arie”, di LUI e di LEI, che ho il piacere di presentare qui), di trovare un tono, un ritmo, un cursus che si prestassero al recitar cantando jazzistico distribuito tra i diversi interpreti.
In linea con la tradizione del libretto d’opera, ho voluto che le parole si ponessero con umiltà al servizio della musica: adattabili, forse meno cariche di senso, ma, spero, più dotate di musicalità, ritmicamente e coloristicamente disponibili, più che semanticamente solide – molto leggere, poco ingombranti, in nome di un’idea di sviluppo di natura più musicale che letteraria. Così, senza mai sentirmi sminuito, anzi con grande divertimento e senso di libertà, ho lavorato a “Gli oscillanti”, che non è il primo progetto di questo genere a cui mi sono dedicato, ma è il primo a concretizzarsi così rapidamente in una serie di spettacoli.
http://poetarumsilva.com/2014/07/31/due-arie-da-gli-oscillanti-di-claudio-morandini/

giovedì 24 luglio 2014

Da Letteratitudine News: intervista a Claudia Quadri

“Perché la musica ci rende così vulnerabili?”
Una conversazione con Claudia Quadri
attorno al suo romanzo “Suona, Nora Blume”
(Casagrande, 2013)
Nel salotto di Nora Blume, insegnante di pianoforte di mezza età, dal carattere difficile e dal passato complicato, si alternano allievi di tutte le età: ad alcuni di loro la musica interessa molto, per altri è poco più di un pretesto. Nel nuovo romanzo della ticinese Claudia Quadri l’amore per la musica (di Nora, innanzitutto, ma anche di altri personaggi, e di sicuro dell’autrice stessa) è un elemento predominante, assieme alla cura con cui sono osservati i caratteri nella loro sfuggente complessità – una cura, piena di curiosità e di rispetto e non disgiunta da un umorismo lieve, che mi aveva già colpito in altri romanzi di Claudia Quadri, “Lacrima” del 2003, o “Come antiche astronavi” del 2008 (sempre editi da Casagrande).
Di musica e scrittura ho conversato con l’autrice.

CM - “Perché la musica ci rende così vulnerabili? Tutto si moltiplica per dieci e per cento. La musica ci rigira nelle sue mani come involtini da infarinare, ci passa nell’uovo e nel suo braciere diventiamo dorati e croccanti” si legge quando Nora, durante una lezione riservata a Jean, suona un Preludio di Chopin. È un pensiero che attraversa la mente di Nora, forse anche quella di Jean, e che l’autrice vuole condividere con i lettori. Partiamo da qui, Claudia: “Perché la musica ci rende così vulnerabili?”

CQ - Prima di tutto siamo cellule, impulsi nervosi. Immagino che dipenda da questo. Il nostro corpo è lo strumento con cui ci misuriamo con il mondo. Reagiamo agli stimoli. Su di noi, un ritmo sostenuto non ha lo stesso effetto di un ritmo lento, forse dipende dal nostro metronomo personale, il cuore. Penso che ci siano spiegazioni molto razionali, fisiologiche, a questa domanda. Perché il bianco ci fa un effetto diverso dal rosso? Un neurologo potrebbe aiutarci. Poi c’è la storia individuale, certe melodie evocano certi ricordi e dunque ci toccano. C’è la matrice culturale: quello che è orecchiabile e coinvolgente per una persona può risultare ostico a un’altra.

CM - La frase “Suona, Nora Blume” rimanda con un sorriso a “Suonalo ancora, Sam”, ovvero a uno dei momenti più celebri di uno dei più celebri film di tutti i tempi. Anche là, in quel film, come nel tuo romanzo, la musica si rivela potentissima nel conversare con gli animi, far rivivere emozioni, flirtare con la memoria profonda.

CQ - Nel racconto “La sonata a Kreutzer”, Tolstoj scrive: “In Cina la musica è una questione di Stato.  Ed è così che dev’essere. Si può forse ammettere che chiunque possa ipnotizzare una o più persone per far di loro quel che vuole?” Una frase che torna sul potere della musica. In questo racconto l’autore narra di un omicidio passionale in cui la musica gioca un ruolo determinante. Ci sono poche persone insensibili alla musica. Quando si tratta di canzoni d’amore, poi… Mentre scrivo ho riascoltato “As time goes by”: è sempre una gran bella canzone.

CM – Nora, nel corso degli anni passati a suonare standard al pianoforte su una nave da crociera, elabora un’idea confidenziale della musica. “La pianista aveva imparato ad ascoltare le storie di chi si attardava accanto al suo strumento, gli occhi lucidi per i drink, per l’inafferrabile vastità del mare…” Questa veste confidenziale della musica sembra però smentita poche righe più avanti, dove l’atto dell’esecuzione si riduce a una comunicazione unidirezionale: “Nora Blume ascoltava e suonava. E teneva per sé la sua storia”. Certo, per Nora, suonare il pianoforte è (stato) anche un modo per concentrarsi su altro, per fuggire.

CQ - Nora Blume ha avuto un’infanzia faticosa durante la quale ha dovuto contare sulle proprie forze. Il suo ruolo di pianista sulla nave la mette in una posizione in cui deve imparare ad ascoltare le confidenze degli altri. Lo fa. Ma la solitudine e l’addestramento a fare riferimento a sé stessa sono un imprinting che non sparisce da un momento all’altro. Per fortuna ha la musica che la sostiene, anche quando decide di “tradire” il suo talento per riciclarsi sulla nave. E ancora la musica, ma non solo, le permetterà di tornare a coincidere con l’immagine che ha di sé stessa.

CM - Altrove, nel tuo romanzo, prevale un’altra idea della musica: la musica è ordine, incastro perfetto e armonioso di elementi che solo una mescolanza di studio e di sensibilità può cogliere. È un’arte paziente che esige di non avere fretta, che chiede all’esecutore di adeguarsi al suo andamento, al suo respiro, e che insomma sembra vivere attraverso l’esecuzione. “Era rassicurante muoversi in quel mondo in cui c’era un ordine riconoscibile, ogni nota aveva il suo spazio e il suo carattere, e si poteva provare e riprovare senza farsi male; bello, accordare le note e il respiro, suscitare l’emozione con accenti, pause, sfumature” si legge a proposito di una lezione riservata a Lisa.

CQ - La musica è mistero. Cos’è esattamente? Da dove viene? Il musicista è coinvolto su tanti piani, fisicamente, culturalmente, emotivamente… Un coinvolgimento globale (guardare i musicisti quando suonano è appassionante quanto ascoltare musica). Il canto, per esempio: ho sentito di un esperimento fatto in alcuni conventi volto a chiarire l’importanza del canto in coro. Diminuendone la frequenza è stato osservato un peggioramento dello stato di salute dei religiosi.  La musica è anche ginnastica, mentale e fisica, con meno rischi di slogarsi una caviglia, è terapia, è un esercizio di creatività, può essere benefica a ogni grado di competenza. In questo è democratica.

CM - Durante il concerto finale, in cui Nora riscopre il piacere di suonare pezzi di Rachmaninov davanti a un pubblico in ascolto, la musica sembra dotarsi di un potere rivelatore: “La melodia che aveva risvegliato fece saltare uno per uno tutti i lucchetti dell’anima di Nora Blume”.

CQ - Rivelatore e liberatore. Certa musica non è fatta per lasciarti “tiepido”. Come altre esperienze forti è fatta per strapparti alla norma, non va d’accordo con l’emotività trattenuta della quotidianità. Stiamo parlando di passioni. Le società impongono in modi e in gradi diversi un controllo delle emozioni ai propri membri, creando dei “compartimenti” in cui le emozioni vanno disciplinate o sfogate. Nei contesti in cui si fa musica c’è molta “energia”, molta emozione in circolazione. Durante i concerti di musica classica il pubblico “si contiene”, vive l’escalation emotiva per interposta persona, attraverso i musicisti – finché arriva liberatore l’applauso finale. Sul palco, come sacerdoti e vittime sacrificali a un tempo, i musicisti, sudati, spettinati, sui cui volti sono passate espressioni che ricordano le estasi e i tormenti di certi santi (e le estasi e i tormenti di ognuno di noi), ritrovano compostezza, il rito è compiuto. È un rito? Ci hanno condotti lontano, hanno smosso cose profonde. Fuori dall’ordinario ci è sembrato di intravvedere significati, di percepire realtà diverse o di percepire la realtà in modo diverso. Poi siamo tornati. Ma siamo circondati da mistero e meraviglia, una foglia qualsiasi racchiude una complessità disarmante, che a sua volta suscita domande: da dove viene questa complessità? Mi fermo qui, e lo sguardo mi cade sulla copertina dell’autobiografia di Hélène Grimaud. È un’associazione “facile” quella di lei al pianoforte, con la Santa Teresa del Bernini… Cosa starà suonando, Grimaud?

CM - Come si può raccontare la musica in un romanzo? Con quali parole si può trasmettere al lettore la dimensione di un’arte che non ha bisogno di parole e che tende all’astrazione? Nel tuo romanzo il racconto della musica diventa da una parte il racconto del fare musica, dall’altra il racconto delle reazioni che essa provoca su chi la pratica e la ascolta – una cosa insieme molto fisica e molto sentimentale. “Sotto l’effetto della musica mi sembra di comprendere ciò che non comprendo, di potere ciò che non posso” recita una frase trovata in un libro da Salvo e subito sottolineata (si tratta, appunto, de “La sonata a Kreutzer” a cui hai fatto cenno in precedenza). Nora, più realisticamente e meno misticamente, osserva su di sé e sugli altri gli effetti della musica.

CQ - La musica mi interessa per mille motivi: dal punto di vista della scrittura perché indipendentemente da quello che si scrive, il libro resta muto. Allora perché non parlarne pescando da ambiti che non c’entrano con la musica? Il pianoforte diventa un organismo marino, la musica ci tratta come fossimo gli ingredienti di una ricetta e così via… Ma anche così, dalle pagine non esce musica. Come non escono profumi o colori. È un lavoro di squadra: il libro descrive, evoca, e le parole rimbalzano nella testa dei lettore e da qui sorge un mondo.

CM - Ho avuto l’impressione che si possa leggere nella dedizione con cui Nora si dedica a trasmettere ai suoi allievi il senso della pratica musicale anche un’indicazione per la scrittura: scrivere (raccontare) è lavorare di cesello sulle singole parole, sui minimi gesti, sui dettagli apparentemente trascurabili, scovandone un senso – e comunicare il tutto.

CQ - Scrivere non è necessariamente uguale a raccontare. Per me, la storia è quasi un pretesto. Mi interessano meno i fatti delle conseguenze dei fatti, dell’intimo funzionamento delle cose. Questo non vuol dire che si può trascurare la storia. La scrittura può moltiplicare gli sguardi sul mondo (esteriore e interiore) – l’angolazione e la finezza degli sguardi. Per fare questo ci sono le parole, la punteggiatura. Prima delle parole, i suoni. “Sciogliere” ha qualcosa di liquido, “soffiare” è pieno di correnti d’aria – qui si va verso la poesia. Una serie di frasi brevi non è la stessa cosa di una frase molto lunga con lo stesso significato. Quando scrivo, la parte che mi piace di più è quella in cui le dinamiche sono sistemate, i personaggi funzionano, non devo più preoccuparmi della storia. Sono libera di lavorare sulle singole frasi, sulle parole. Visto così, un libro è fatto di tante scelte quanto sono le parole che lo compongono. Anche nei panni di lettrice, una bella frase, una frase che mi colpisce, è un regalo.

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/07/21/suona-nora-blume-di-claudia-quadri/

martedì 22 luglio 2014

"L'orologio della città nuova" a L'Aquila

Palazzo Cappa, Palazzo Cappa-Camponeschi, Palazzo Paone, Auditorium del Parco   
AQ 24 L’orologio della città nuova  
Testi di Francesco Niccolini, Claudio Morandini, Maurizio Cerini 
Fabrizio Croci, Barbara Esposito, voci recitanti 
Regia di Maria Cristina Giambruno 
Coreografie di Alessandro Certini e Charlotte Zerbey 
con la partecipazione degli allievi del laboratorio di danza Ad Hoc Ensemble 
in coproduzione con  L’Uovo - Teatro Stabile d'Innovazione Gruppo E.Motion
"Il sisma del 2009" si legge nella presentazione de L’orologio della città nuova, evento compreso nella serie di iniziative culturali aquilane che da qualche anno ha preso il titolo I Cantieri dell'Immaginario, "non ha sconvolto soltanto il volto visibile della città dell’Aquila: ne ha profondamente mutato anche l'orologio quotidiano. Le abitudini collettive e i comportamenti individuali, inevitabilmente scanditi dallo scorrere delle ore, hanno subito una metamorfosi radicale e spesso dolorosa. Ogni ora della giornata ha acquisito una nuova fisionomia, una nuova identità. Abbiamo dunque chiesto a tre scrittori italiani di raccontare un ventiquattresimo, una frazione minima, ma significativa, della vita cittadina. I loro testi prenderanno vita, dialogando con uno o più strumenti musicali, in altrettanti palazzi del centro storico appena restaurati e restituiti agli abitanti. Le tre ore scorreranno poi in un unico quadrante, quello dell'Auditorium del Parco: alle voci degli attori si uniranno il racconto fotografico di quegli stessi tre ventiquattresimi e la rappresentazione coreografica dei ritmi e dei movimenti della città nuova."
Ho avuto il grande piacere di contribuire a questo progetto con uno dei tre testi. Per saperne di più sul calendario degli eventi, si veda qui:
http://barattelli.it/eventi/aq24-lorologio-della-citta-nuova/

domenica 20 luglio 2014

Dallo Speciale n. 2 di FuoriAsse: "Il silenzio dei racconti"

Dall'eccellente numero speciale di "FuoriAsse", la rivista di Cooperativa Letteraria, dedicato al Salone del Libro di Torino 2014, riprendo un mio articolo sulla particolare natura del racconto.

Intendiamoci sulla parola silenzio, che potrebbe suonare incongrua se riferita al continuo vociare che stordisce i frequentatori del Salone del libro di Torino. I racconti in Italia sono silenziosi, nel senso che un pregiudizio editoriale duro a morire li addita come non vendibili, mentre il romanzo, quello sì vende, soprattutto se costruito a tavolino secondo certe regole precise, e infarcito di tutto ciò che soddisfa e rassicura il lettore comune. Ecco, il racconto vero non rassicura, piuttosto inquieta, per quel che non vuole dire, per quel che nasconde. Non è, come insegna chi tira in ballo la solita punta dell’iceberg hemingwayano, questione di sintesi, di eliminazione del noto, ma piuttosto di ellissi che aprono varchi di mistero. Il racconto non è insomma una storia raccontata con poche parole: è un frammento galleggiante nel nulla, un brillio nella nebbia, cose così. Il lettore di racconti sa che è bene non sapere tutto, si contenta di poco, di quasi nulla, e lascia che pieghe (piaghe?) di mistero corrano sul tessuto esile dei racconti.
Per entrare nel racconto (per penetrare in quelle pieghe, o piaghe, fate voi) ci vuole silenzio attorno. Il racconto non pratica l’affabilità del romanzo, non è ammiccante, tantomeno consolatorio (nemmeno i veri romanzi lo sono, ma ci siamo capiti). Il racconto costringe il lettore a un’immersione dopo l’altra in situazioni nuove, e in questo è esigente, implacabile: e il paziente lettore si è appena immerso in questa nuova situazione, ha appena fatto in tempo a districarcisi, a capirci qualcosa per non procedere del tutto tentoni, quando ecco, siamo già alla fine, tocca ricominciare daccapo, con altre immersioni, altre fatiche – inutile dire che troviamo tutto questo stranamente gratificante.
Il racconto, per le sue dimensioni, può lavorare sull’essenza delle parole, e senza darlo troppo a vedere costeggia i territori della poesia. Anche per questo impone silenzio, e lo pratica. C’è spesso, nel racconto, una valenza lirica che lo eleva dalla semplice e talvolta bruta trascrizione di azioni. Le azioni accadono, ma filtrate da uno sguardo obliquo. I pensieri scorrono, ma sono pensieri attorno alle parole con cui esprimersi.
Penso a tutto questo mentre arrivo all’ultima pagina della raccolta “è di vetro quest’aria” (Italic Pequod, Ancona, 2014), di Monica Pareschi, incontrata con piacere al Salone, allo stand della Regione Marche. Sono racconti per lo più brevi, spaventosamente nitidi eppure come annebbiati da un senso di mistero profondo che non è solo del lettore, perché in alcuni di essi afferra dolorosamente anche i personaggi, che si muovono in realtà consuete ma vissute come estranee, e che sembrano affetti da una sorta di visione dissociata; di questa dissociazione soffre davvero uno dei protagonisti, nel racconto più sanguinoso – ma ecco dove sta lo stile, direi la signorilità di uno stile che sfuma nella reticenza, allude, vela, procede per dettagli minimi disseminati apparentemente a caso, proprio mentre la narrazione sprofonda nel racconto (allusivo) di un caso delittuoso, sì che alla fine ci chiediamo ma è successo davvero quello che credo sia successo, o sono io che dalle umide profondità del mio inconscio ho tirato fuori il peggio che potevo trovare?
Raccontare il corpo come fa Pareschi richiede silenzio: il corpo, soprattutto se vecchio, malato, morente, affannato, spaventato, va ascoltato con attenzione, e non solo: va esplorato con scrupolo, annusato senza remore, perché quel corpo saremo noi, prima o poi, o forse già lo siamo senza saperlo. Ora, per sondare fin nei recetti più nascosti la nostra carne e quella di tutti quelli con cui abbiamo a che fare, che siano parenti stretti o persone sconosciute che ci cascano addosso per caso su un tram, ci vogliono – di nuovo – uno stile terso, un vocabolario esteso fino al lirismo al neon della terminologia medica, luci nette e impietose, si deve trattenere il respiro, si deve parlare sottovoce. Ci vuole una compassione che si sia travestita da spietatezza.
Monica Pareschi è traduttrice; è poeta Pietro De Marchi, che con il suo “Ritratti levati dall’ombra” del 2013 ci regala un’altra idea di racconto, fondata però sempre su una superiore sensibilità allo spessore della parola – e sull’esigenza del silenzio. Lo cerco (e lo trovo subito) tra le novità dello stand della Casagrande, raffinata e rigorosa casa editrice di Bellinzona.
De Marchi, nato a Milano e poi trasferitosi in Svizzera, si addentra nella memoria personale e familiare, tocca quella collettiva e storica, interroga con lo sguardo del poeta piccoli oggetti comuni che acquisiscono la forza di reliquie, fa lo stesso con certe parole desuete che hanno un sapore forte di epoche passate, ricorre a documentazioni private fatte di pagine di diario, conversazioni, fotografie, lettere, cartoline. In questo modo “leva dall’ombra” i “ritratti” di persone che proprio per il loro essere comuni (anche nel bel mezzo di avvenimenti colossali come la prima o la seconda guerra mondiale) diventano rappresentative di tutta un’epoca, e dai loro ricordi ricostruisce diligente la storia collettiva di tutto un paese. Sono pagine senza trama se non quella vera della vita, affollate di “ricordi fugaci, tenaci” (è il titolo di un racconto e l’espressione di un sentire che attraversa tutto il libro), ma anche di silenzi, di pudori, o di curiosità rimaste irrisolte. E il silenzio è necessario per ascoltare con attenzione il parlottio discreto di queste figure appartenenti a generazioni diverse – ma anche per gustare il periodare ampio, d’altri tempi, manzoniano verrebbe da dire (Manzoni fa capolino qua e là, non a caso, come riferimento geografico o stilistico). Quanto ci sia di vero in questi racconti e quanto sia frutto di invenzione e rielaborazione (quanto quelle figure così affettuosamente rese siano persone e quanto personaggi, insomma) è un dubbio che intriga, ma su cui non ha senso soffermarsi, perché non è questo il punto. Il punto, ancora una volta, sono le parole, è la forza reale della poesia “tenace” e insieme “fugace” che promana dalle parole e dagli oggetti e dai pensieri e dagli sguardi.
E in silenzio assistiamo ai conflitti tra sessi, tra parenti, tra generazioni, a quella diffusa scontentezza che ribolle nei torniti racconti di “La cena è alle otto” di Mario Graziano Parri, che la torinese Aragno ha pubblicato nel 2013 (che eleganza il loro stand al Salone, tra parentesi). È una scontentezza che si esprime in un cicaleccio stizzito e bisbetico che diventa il trionfo del discorso indiretto libero, e riecheggia in case borghesi, in salotti di solida rispettabilità. Attorno si moltiplicano i segni della volgarità e della sguaiataggine contemporanee: continue, disperate citazioni consumistiche (griffes, canzoni, film…), come in un romanzo americano pre-crisi, a nascondere il buio, a mettere a tacere la morte, il nulla.
Quelli di Parri sono racconti costruiti attorno ad abitudini rassicuranti (“La cena è alle otto”, appunto), a riti sociali, più in generale a vite flemmatiche (“Questo mondo lo si vive meglio se non gli si dà troppa importanza”, dice non a caso un personaggio), scosse però da inaspettati momenti di brutalità o da improvvisi rigurgiti di desiderio sessuale. L’autore è perfido, mai compiacente: ma lo è con stile, con una certa dose di sprezzatura, con puntigliosa propensione per i dettagli minuti.
E se non ci fossimo dilungati già troppo citeremmo i saporosi racconti di “Acqualadrone” di Eugenio Vitarelli, da poco pubblicati dall’editore siciliano Mesogea, che a me pare una delle presenze culturalmente più apprezzabili del Salone – come lo è la novarese Interlinea, tra i cui titoli trovo la riedizione del 2013 di tutte le prose brevi di Mario Bonfantini, sotto il titolo “La svolta e tutti i racconti”. Due case editrici radicate con sofisticato amore nei loro territori e insieme aperte, curiose, sconfinanti. Ma ne riparleremo un’altra volta, senza dubbio.

(Postilla: certo, a vedere Michele Mari beccheggiare pericolosamente nella cagnara che avvolge il caffè letterario in cui si presenta il suo recentissimo “Roderick Duddle” einaudiano, a sentirgli la voce sommersa dal chiasso tutt’attorno, viene da dire che anche il romanzo avrebbe bisogno di silenzio – il suo, di Mari, in particolare, atto d’amore per la letteratura avventurosa divorata nel corso dell’infanzia e per gli stupori e gli umori di quella stessa infanzia desiderosa di interminati spazi e di sovrumani sil – no, la citazione finisce a metà, quella parola l’ho già ripetuta troppo, e qualcuno la troverà ormai stucchevole).


sabato 19 luglio 2014

"Gli oscillanti" a Ravenna



LICEO ARTISTICO STATALE «P. L. NERVI – G. SEVERINI»
con il patrocinio del
COMUNE di RAVENNA
in collaborazione con
MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
CONSERVATORIO STATALE DI MUSICA “BRUNO MADERNA” - CESENA ISTITUTO SUPERIORE DI STUDI MUSICALI
Dipartimento di Musica Jazz – Scuola di Canto Jazz
presenta
GLI OSCILLANTI
LIBRETTO Claudio Morandini 
MUSICHE Manuel Attanasio & Marta Raviglia
CON Stefano Asioli, Elisa Babini, Chiara Boccatonda, Cecilia Gaetani, Lorenzo Giovagnoli, Catia Gori, Nicoletta Grazzani, Elisabetta Maulo, Gian Luca Parma, Valentina Ponti, Lara Puglia

PIANOFORTE, DIREZIONE E REGIA Marta Raviglia
23 LUGLIO 2014 – ORE 21,00
EX CHIESA SANTA MARIA DELLE CROCI Via Guaccimanni, 5 – Ravenna 

mercoledì 9 luglio 2014

Da Letteratitudine News: conversazione con Monica Pareschi

Sembra esile la raccolta di racconti di Monica Pareschi, “è di vetro quest’aria”, pubblicata quest’anno da Italic Pequod: in realtà, si tratta di racconti di grande forza, di densa espressività, “tagliati” e montati con non comune perizia, che, come si legge sulla quarta di copertina, “scattano istantanee raggelanti della realtà”. Vi si aggirano personaggi esitanti, colti in momenti inaspettati e cruciali, fotografati come di nascosto, sbigottiti dalle svolte della vita, “appesi alla loro disperazione” e consapevoli di non poter più tornare indietro. Di questi racconti e dell’arte del racconto in generale ho ragionato con l’autrice, che tra l’altro è una delle più importanti traduttrici italiane (ha tradotto Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud…) e cura una collana di classici femminili per Neri Pozza.

CM - I tuoi racconti appaiono nitidi – una nitidezza che quasi mette sgomento, per come porta alla superficie tutte le fragilità dei corpi. Attraverso l’aria “di vetro” il lettore scopre dettagli come guardando in un cannocchiale – e fatica a metterli a fuoco, a collegarli in un insieme, proprio come uno dei personaggi, l’io narrante de Il progetto, che soffre di visione dissociata. Possiamo dire che questa “visione dissociata” è, dal punto di vista narrativo, un efficace modo per vedere il mondo, per aggirarsi in ambienti familiari come se si attraversasse una terra sconosciuta?

MP - Credo che la visione letteraria sia per definizione e per vocazione deformata e deformante. C’è un punto in cui visione patologica (e dunque distorta, deformata, dissociata) e visione letteraria si intersecano. Vedere le cose in modo letterario non è “normale”: appartiene alla sfera della nevrosi, della devianza, con in più il dato estetico. Lo stupore di vedere il mondo attraverso l’occhio letterario è qualcosa di molto simile a quello che prova l’occhio malato, credo. La visione letteraria è perturbante, e lo è scopertamente e storicamente da un certo punto in poi, diciamo a partire dalle avanguardie letterarie dell’inizio del Novecento. Da quel momento in poi l’arte è necessariamente “deforme”.  Ma anche il nostro gusto lo è, a tutti i livelli, anche il meno consapevole. Lo vediamo nella moda, nella fotografia, nell’architettura. C’è un gusto per l’esagerazione, il deforme, la citazione, l’amplificazione, o il suo contrario - la riduzione, il silenzio, il bianco. Al punto che ci è difficile avvicinare il reale con un occhio che non lo distorca. Non credo sia più possibile, da un certo momento in poi, vedere la realtà senza deformarla – o senza banalizzarla, che è un’altra forma di distorsione. È vero, i miei personaggi vedono e spesso subiscono la realtà con l’occhio acuto della loro patologia, e dunque vedono oltre, in un altrove che forse – forse – fa intravedere un senso. Perché quello, il senso, non possono fare a meno di cercarlo, anche in un paesaggio che ne appare privo. Non è una scelta, è che non ne possono fare a meno. Sono biologicamente programmati per farlo.

CM - Anche Lea, l’anziana dell’ultimo racconto, Soglia d’amore, sembra suggerire che la patologia può essere un modo nuovo, letterariamente appropriato, di osservare le cose, di coglierne un lato misterioso e segreto: “Da quando è tornata a casa, Lea, con l’occhio buono, vede le cose un po’ spostate, come se fossero sempre lì lì per scappare.”

MP - Lo sguardo privilegiato, il più rivelatore, appartiene nei racconti agli anziani e ai bambini, solo episodicamente agli adulti giovani. È uno sguardo libero – o liberato, nel caso dei vecchi – dalle sovrastrutture dell’educazione, perché chi guarda non è ancora, o non è più chiamato a rivestire un ruolo socialmente rilevante. È lo sguardo infantile che in Una guerra da bambini coglie la realtà di un tradimento, di un disamore e di una morte “nel segreto dei capelli, sotto l’ala di un corvo”, quello anziano di Lea che in una sorta di demenza intelligente vede “le cose, il loro duro mistero”. È la soglia, immagine ricorrente nei racconti, il bilico, il crinale che ci permette il transito verso una zona dove il reale assume temporaneamente significato.

CM – In effetti, ora che mi ci fai pensare, c’è anche qualcosa dell’occhio del fanciullo nel guardare le cose: la stanchezza dei corpi malati e di quelli vecchi, ad esempio, sembra vista a volte con il turbamento incuriosito di un bambino, così come fanciullesca è l’attenzione puntigliosa per gli odori sgradevoli e le cedevolezze dei corpi.

MP - Sì. Lo sguardo perturbato e perturbante del narratore coincide con quello infantile che vede il reale per la prima volta e ne è incuriosito, stupefatto, impaurito, esaltato. E così lo restituisce, straniato, a chi legge. È il corpo affascinante e minaccioso della madre nel racconto Corpo a corpo, ma anche quello fragilissimo della protagonista visto attraverso i suoi occhi deformanti, quello estraneo della moglie nello sguardo dissociato del protagonista del Progetto, quello invasivo della vecchia che come in un agguato piomba addosso alla narratrice di Solo un momento: un corpo che non si può più abitare né accogliere, un corpo con cui è arduo venire a patti, al punto che talvolta si finisce per annientarlo.

CM - In un articolo che apparirà presto sul numero speciale della rivista Fuori Asse dedicato al Salone del libro di Torino 2014, a proposito dei tuoi racconti parlo di “compassione travestita da spietatezza”. Ti riconosci in questa definizione – o meglio, ci riconosci il tuo modo di raccontare?

MP - Sì, molto, e ti ringrazio per aver risolto con questa formula una dicotomia senz’altro presente nei miei racconti. Di solito i lettori rilevano una dose cospicua di “cattiveria”, appunto, un modo ravvicinato e clinico di vedere le cose, fin nei dettagli meno gradevoli: una sorta di scrittura-bisturi che taglia, affonda nella carne, ne rivela gli strati più inermi, vitali e sensibili. Una scrittura che più che scorticare seziona. Credo che da parte mia ci sia la necessità di passare per una visione spietata e parcellizzata – come quella che può avere un anatomopatologo – per arrivare a una sintesi che è anche in alcuni casi riparazione o, come dici tu, una specie di pietas. Trovo appropriato il linguaggio preso a prestito dalla religione, per ciò che di rivelatorio ha in comune con l’arte – e io stessa utilizzo in maniera molto esplicita una simbolica cristiana, per esempio nel primo racconto, Il dono. Tuttavia, per spietatezza introspettiva e svelamento del dolore, per una certa carnalità tormentosa e tormentata, il mio immaginario appartiene certo più all’ambito nordico e luterano che a quello mediterraneo e cattolico.

CM - I racconti di “È di vetro quest’aria” sono originalissimi, per taglio, forza, precisione. Più che a sviluppi di trame, si dedicano alla descrizione dell’indecisione e dell’esitazione, dell’attesa che qualcosa avvenga, che qualcosa cambi – ai tempi morti, alla tensione che si accumula prima che tutto precipiti. Quali sono i tuoi modelli letterari?

MP - Non so se si possa parlare di modelli. So di cosa mi sono letterariamente nutrita e talvolta ne vedo tracce in ciò che scrivo. Oppure, ancor meglio, queste tracce me le fa notare chi legge. Le influenze assimilate e inconsapevoli sono forse le più importanti: sono convinta che il testo ne sappia sempre più dell’autore, che non siano gli autori a parlarsi ma siano i loro testi a farlo in maniera perlopiù sotterranea. Sono consapevole di un’aura (forse l’aria del titolo?) vagamente ballardiana che avvolge le mie storie. Alcuni dei miei paesaggi sono senz’altro ballardiani – certe periferie straniate, artificiosamente e minacciosamente perfette, levigate, che preludono alla catastrofe – anche se forse il mio è un mondo di eventi meno eclatanti, più interiorizzati, più consueti (più femminile, direbbe qualcuno!). Poi certo, una certa linea di scrittura che più che spiegare rivela, che include i vuoti, i silenzi – la scrittura ellittica che impegna il lettore in prima persona, che lo rende attore del fatto letterario. Non gli scrittori moralisti che generalizzano e spiegano la vita, ma quelli che mettono al centro l’interrogativo, il mistero, l’epifania. Come ho già detto, sono una scrittrice un po’ religiosa, e gli autori che prediligo sono quelli che mi fanno partecipe di una sorta di rito – e il rito celebra sempre un mistero. Qualche nome: Flannery O’Connor, Carver, Munro, Agota Kristof, Katherine Mansfield. Molta poesia del Novecento – Eliot, Plath, Dylan Thomas, Celan, Gottfried Benn, ma anche Cristina Campo, Anne Sexton, Elizabeth Bishop, Mariangela Gualtieri.

CM - Qual è la forza del racconto come genere, secondo te? Che cosa gli può invidiare il romanzo? Nei tuoi racconti ho trovato una densità particolare, una densità che ingloba anche il vuoto, i silenzi, e una forza espressiva che ha, appunto, del poetico – i tuoi racconti costeggiano territori vicini alla poesia.

MP - Credo che il racconto sia un po’ il grado intermedio tra poesia e prosa, a volte partecipa più della prima, a volte della seconda. In realtà non credo alla divisione netta tra poesia e prosa. Certo il racconto è una forma più chiusa e severa, con una struttura meno elastica rispetto al romanzo, e per sua natura tende all’esclusione anziché, come il romanzo, all’espansione. È meno accogliente, più rigoroso – ciò che non va, ogni esubero, sovrabbondanza, imperfezione salta più facilmente all’occhio e fa crollare tutta la struttura. Il romanzo può permettersi tempi morti, o rilassati, che talvolta sono perfino necessari. Richiede il fiato lungo di scrittore e lettore, in compenso consente un cambio di passo. Il racconto, che spesso si legge e si scrive d’un fiato, risponde ad altre regole. Consente una tensione linguistica e una concentrazione che è tipica della poesia, ivi compresi i salti logici, i vuoti e i “bianchi”, le ellissi che fanno della poesia ciò che è. Certo tutto ciò è stato sperimentato anche nel romanzo, soprattutto da un certo punto in poi, ma diciamo che, esaurita la stagione dello sperimentalismo e delle avanguardie, il racconto è forse il luogo privilegiato di questo operare.

CM – Forse è per questo che in Italia l’editoria diffida dei racconti? Per ciò che non sono e non vogliono essere o per ciò che sono e non possono che essere?

MP - Forse semplifico, ma credo valga tutto ciò che ho detto prima, e da cui segue che il racconto è diventato, forse, il luogo naturale del fare letterario. Con le dovute eccezioni, mi pare che il romanzo venga identificato come il luogo delle storie e del “cosa”, e il racconto come il luogo dello stile e del “come”. Richiede un patto più forte col lettore, o un patto di diverso genere – una soddisfazione estetica di tipo più sottile.  Spesso una lettura più attenta e, come ho detto prima, più attiva. Nel racconto “succede meno”, o meglio succede tutto in maniera più concentrata e questo lo fa assomigliare meno alla vita, forse. In un clima fortemente antiletterario, come mi sembra quello odierno in Italia, è abbastanza naturale questa diffidenza nei confronti della narrativa breve, percepita alternativamente come più inconsistente e come più “difficile”. Ed è possibile che la grande intensità, la grande scossa emotiva che può produrre la narrativa breve non sia in linea con una certa superficialità diffusa. Che poi l’editoria si ostini a pensare a un pubblico di lettori più sprovveduti di quanto non siano e a rincorrere un ideale lettore refrattario contribuisce al problema. Ma qui dovremmo parlare anche di politiche editoriali, e il discorso diventerebbe troppo lungo.