mercoledì 30 aprile 2014

Da "Letteratitudine News": Benjamin Britten, "The Turn of the Screw"

Ho avuto modo di assistere alle tre serate dedicate nel mese di aprile dall’Opéra de Lyon alla produzione operistica di Benjamin Britten, del quale cadeva nel 2013 il centenario della nascita. La bellezza delle realizzazioni ha esaltato, in tutti e tre i casi e in modi diversi, il fascino straordinario della musica, e ha ribadito (non che ce ne fosse bisogno) il ruolo di primo piano che il compositore inglese ha avuto nella musica del Novecento.  Voglio condividere alcune impressioni sugli spettacoli, e magari, tornando a recuperare il senso originale del forum di Letteratitudine dedicato ai rapporti tra musica e scrittura, soffermarmi proprio sulla genesi delle opere, sull’impiego del libretto, sul rapporto tra il libretto e l’opera letteraria da cui proviene.
Ne “Il giro di vite” (“The Turn of the Screw”,  opera in due atti con un prologo rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1954) il punto di partenza è, ovviamente, il celebre racconto lungo di Henry James. Nel testo di James la cornice è data da un gruppo di amici che, secondo un’efficace convenzione propria della ghost story, si raccontano paurose vicende di fantasmi; uno di loro estrae a un certo punto il manoscritto dell’istitutrice, che nei capitoli successivi diventerà l’io narrante, una voce dapprima speranzosa e via via più sgomenta. Nella riduzione del libretto affidato alla poetessa Myfanwy Piper, questa cornice diventa l’antefatto declamato dalla voce di un Prologo, come in tanto teatro del bel tempo andato: soluzione che impone un diverso artificio alla costruzione dell’opera, e che virgoletta le vicende messe in scena subito dopo. Aggiungiamo che il tenore che interpreta il Prologo è il medesimo che interpreterà il ruolo di Quint (lo spettro di Quint, cioè, a Lione un efficace, insinuante Andrew Tortise): questo crea un effetto inquietante di avvolgimento, di chiusura (le vicende nel palazzo di campagna chiuse nelle spire del medesimo timbro di voce, le vite dei personaggi viventi prigioniere del racconto del personaggio morto). Nella figura spettrale di Peter Quint sta di sicuro la maggiore novità del libretto rispetto al racconto di James (se escludiamo l’inevitabile registro declamatorio, l’enfasi esclamativa e interrogativa propria della scrittura dei versi per musica): perché Quint appare in scena, sì, ma non come presenza muta, dietro ai vetri di una finestra, ma come ruolo di primo piano, con una parte vocale di intricata e sinuosa cantabilità. La sua figura non è più solo minacciosa: è seduttiva, esprime una voracità trattenuta che si esprime in richiami, minacce addolcite che paiono inviti: il testo dà corpo ai sogni, la voce avviluppa la vittima, il piccolo Miles:
"I am
The hidden life that stirs when the candle is out;
Upstairs and down, the footsteps barely heard.
The unknown gesture, the soft persistent word,
The long sighing flight of the night-wing'd bird."
Azzardo, certo, da parte del compositore e del librettista, ma azzardo vinto sul piano drammaturgico e musicale: in questo caso l’impossibilità di rendere efficacemente a teatro (e all’opera!) il ruolo di Peter Quint, la necessità di dar voce (e corpo) a questo spettro muto, avido di innocenza, desideroso di complicità occulta, permettono a Britten di creare una parte di incredibile forza, di ambigua bellezza. Lo stesso discorso può valere per lo spettro dell’amante di Quint, miss Jessel, che intorbida l’innocenza della sorella di Miles, Flora. E la scena della doppia “seduzione” dei due bambini addormentati da parte dei due spettri è una delle più sconvolgenti che si possano vedere a teatro, soprattutto nell’ambito del teatro musicale.
Rendere udibili oltre che visibili i due spettri non attutisce l’ambiguità e l’enigmaticità che colorano il racconto di James, sin dal titolo, tutt’altro; Britten ama gli enigmi (la musica stessa è giocata nell’arco di tutta l’opera su un complesso sistema di quindici variazioni a partire da un tema principale), al punto da inserirne uno, importante, sulla cui decifrazione gli esegeti si sono scervellati, una filastrocca che è un esercizio di mnemotecnica e che è compitata per la prima volta da Miles:
“Malo, Malo, Malo, I would rather be
Malo, Malo in an apple-tree
Malo, Malo, Malo, than a naughty boy
Malo, Malo in adversity.”

(Ma anche, semplicemente, “Malo malo malo malo” ha, in un latino un tantino artefatto, lo stesso significato). Questa filastrocca, ripresa più volte, fino alla conclusione, finisce per evocare un senso di minaccia e di perdizione via via più accentuati. L’opera insiste con grande efficacia su questa dimensione evocativa e allusiva, grazie anche a una compagine strumentale ridotta, che accompagna con misura le voci e a volte interferisce con esse come una presenza ostile (e a volte le lascia nude, sole, a sospirare o ruggire nel silenzio). A Lione, la direzione efficacissima di Kazushi Ono ha permesso di delibare senza risparmio di brividi le finezze disseminate da Britten nella stesura della partitura (veloce, e subito orchestrale, com’era sua abitudine, dopo un lungo lavoro di adattamento del libretto). E la regia di Valentina Carrasco e le scene di Carles Berga hanno reso splendidamente i turbamenti onirici dell’opera, attraverso l’accumulazione in scena di corde e funi a cui finiscono per sospendersi, come in una gigantesca ragnatela, il mobilio e gli stessi personaggi, e grazie all’idea di rendere il giardino esterno alla villa, con tanto di laghetto, come un mondo sotterraneo, una paludosa selva di radici che si diramano dal pavimento del palazzo, e tra le quali si sprofonda.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/04/29/the-turn-of-the-screw/

domenica 27 aprile 2014

"A gran giornate" a Maison & Loisir 2014

Il libro non è il miglior complemento d'arredo che si possa desiderare? Non permette di uscire dalle pareti di una casa senza alzarsi e tantomeno buttare giù i muri? Per questo il 1 maggio 2014, alle 17, presenterò “A gran giornate” (La Linea, 2012) nell’ambito di Maison & Loisir, presso l’Expo VdA (Autoporto della Valle d’Aosta, Pollein, AO), conversando con Nathalie Dorigato.

martedì 15 aprile 2014

"A gran giornate" a DiversaMENTE Sentire

Riporto l'intervento con cui Luca Bortolazzi, l'11 aprile 2014, ha aperto la conversazione attorno a "A gran giornate" nel primo incontro della rassegna “DiversaMENTE SENTIRE, tre libri, tre sguardi su sensibilità contemporanee” della Biblioteca regionale di Aosta, a cura di Enrica Iovene.

 “A gran giornate” è un romanzo complesso, di non agevolissima comprensione, anche se la facilità della scrittura potrebbe farlo sembrare tale. La curiosità e/o la complicità che si stabilisce con il lettore potrebbe spingere a bruciare le tappe, a travisare passaggi importanti, in una parola a divorare il libro. Se così fosse, forse sarebbe bene rileggerlo per gustarne la prosa e per comprenderne meglio i personaggi, le impennate che nascono dalla contrapposizione degli stili. Me ne sono accorto rileggendolo per questa presentazione: ho capito molte cose che non avevo nemmeno intuito dopo la prima lettura.
In primo luogo che questi strani tipi di cui scrive l’autore, questi personaggi stralunati, goffi, cinici, involontariamente comici (loro, non l’autore che è sì volontariamente comico), definiti degli “sfigati”, non sono solo degli “sgraziati picareschi antieroi tragicomici contemporanei”, ma raccontano di noi stessi, di ognuno di noi. I loro crucci, i loro dilemmi, i loro scatti, le loro difese, le loro idiosincrasie somigliano alle nostre, sono soltanto più vistose perché poste sotto una lente d’ingrandimento virtuale che ne esalta le caratteristiche.
Casamagna che si accompagna con una bambola gonfiabile, Semenzani che seduce le vecchiette e poi le scippa, Nathan che scopre a sue spese le virtù del naturismo, Spaventa che per campare è costretto a trafiggere il suo corpo, l’Uomo malato che si chiude nella sua orrenda montagna incantata e altri ancora, parlano di noi. La dimostrazione che “loro sono noi” è che anche l’autore, meglio il suo alter ego, è uno dei personaggi. Meno squinternato di loro, ma presente. Se lui stesso si colloca in questa cerchia come potremmo tirarci fuori noi? La contraddizione tra il loro eloquio forbito, educato, mai volgare, e le bassezze morali e materiali a cui si sottopongono non appare subito evidente (anche per questo il libro merita di essere riletto) ma suona come una nota stonata, o meglio, come un accordo dissonante per tutta la durata del romanzo, vista la dimensione corale. Questo tirar di fioretto, questo battibeccare su argomenti futili o inconsistenti non può che sortire un effetto di straniamento che molti definiscono grottesco. E ci può stare.
Per quanto riguarda la trama, anche se io ve la raccontassi, farei uno sforzo inutile. E sarebbe davvero uno sforzo, ma voi, o almeno chi non ha letto il libro, non ne trarreste alcun giovamento. La trama soccombe al peso dei personaggi. Il Nostro nella nota introduttiva parla di tempi morti, rallentamenti, ellissi, balzi in avanti, sgambetti all’indietro… Si tratta insomma di un raccontare sfilacciato e rabberciato di proposito, dove al centro dell’interesse ci sono sempre i personaggi e i loro movimenti per così dire “spontanei” che creano un racconto che non è pianificato in anticipo.

Un’ultima osservazione. Tutte le riflessioni, le esitazioni, i dilemmi nel romanzo classico del Novecento venivano filtrati attraverso la voce narrante, i pensieri del protagonista; in questo romanzo mi pare che tutto ciò passi attraverso una differente modalità espressiva, proprio attraverso gli scatti della narrazione.

Luca Bortolazzi

sabato 12 aprile 2014

Due incontri recenti

Ecco le fotografie di due recenti incontri. Andiamo a ritroso, partendo dal più recente, la conversazione dell'11 aprile 2014 con Luca Bortolazzi presso la Biblioteca Regionale di Aosta in occasione della rassegna "DiversaMENTE Sentire". Sullo sfondo, un'immagine dal booktrailer realizzato da Luca Dipierro per "A gran giornate".
Il 27 febbraio 2014, a Torino, il ristorante Cacio & Pepe ospita un incontro di Letture di Traverso, a cura di Cooperativa Letteraria. Si parla ancora di "A gran giornate" con il gruppo di lettura coordinato da Caterina Arcangelo.

Da Letteratitudine News: Giovanna Repetto, "L'alibi della vittima"

Confezionato dall’editore Gargoyle come un thriller (il titolo, l’immagine per la verità non particolarmente accattivante della copertina, le note in quarta), “L’alibi della vittima” di Giovanna Repetto è, per fortuna, qualcosa di più. Gli ingredienti del poliziesco, o se vogliamo del mistery, ci sono tutti: struttura a puzzle che a poco a poco si ricompone, tensioni che sfoceranno prima o poi in un omicidio, indagini successive, depistaggi, svelamenti. Repetto si muove all’interno di queste convenzioni con abilità, da lettrice appassionata e da scrittrice “non” di genere: e, nel rispettarle, le adatta in realtà a un suo personale intendimento, che non prescinde mai dal nitore della scrittura di qualità (il che mi ha ricordato in diverse pagine l’uso che del giallo ha fatto un maestro al di là di ogni genere come Pontiggia). Per una mia personale idiosincrasia, ho provato a leggere “L’alibi della vittima” non come un thriller, ma come un romanzo tout court: e anche in questa veste l’opera funziona, perché, come dicevo, lo stile è sorvegliato e ricco, i caratteri complessi si tengono alla larga dai cliché psicologici che banalizzano spesso i personaggi di questo tipo di letteratura, e l’autrice nel costruire l’ampia narrazione è attenta a disporre tasselli di anime più che a disseminare indizi veri o falsi. Giovanna Repetto, che è psicologa, esplora in questo suo libro proprio le “problematiche legate alle dipendenze patologiche” di cui si occupa da decenni: ed ecco una galleria di personaggi inquieti e fragili, spesso incapaci di esprimersi compiutamente o portati a mentire, pronti a simulare per difesa, i quali covano dipendenze di vario genere (dalla droga, certo, ma anche dal lavoro, da un’altra persona, che sia un marito, un amante, un figlio, un guru a capo di un centro di recupero, o da errori commessi, o da ciò che gli altri sembrano volere da loro). L’autrice li osserva e li studia con il rispetto dovuto a figure reali, e qui si intuisce quanti casi simili l’esperienza pluridecennale nel settore deve averle messo di fronte.
Si diceva dei personaggi, e di come siano efficacemente descritte dall’autrice le loro pulsioni, decifrati i loro piani, smascherati, con calma, con pazienza, i loro infingimenti; resta sempre qualcosa da scoprire, in loro, le ragioni più profonde, le motivazioni meno confessabili: per queste non ci vuole fretta, il romanzone è un accogliente corpus di 333 pagine, prima o poi capiremo magari non tutto, ma molto, e ci sentiremo piacevolmente coinvolti in un viluppo di rivelazioni e confidenze. Molti di loro si sdoppiano, completandosi così in personaggi complementari: Lina, la psicologa del centro, pacata e riflessiva, trova la sua versione sanguigna e appassionata nell’amica assistente sociale Maria; il maresciallo Trevisan, malinconico, correttissimo, è controbilanciato dall’oscuro e violento e corrotto brigadiere Di Stasio; Greta, seducente, calcolatrice, è legata alla scialba e irrisolta Alisia; Esposito e Tommasiello, inseparabili colleghi e appassionati di informatica, si danno invece a recitativi da commedia che aggiornano il lettore sugli sviluppi di una vicenda inevitabilmente intricata; e potremmo continuare, perché gli agganci, i rimandi, gli echi, innervano tutto il calibratissimo romanzo. Ci sono anche i cattivi, naturalmente: Memè lo spacciatore, l’odioso Di Stasio, sono afflitti dallo stesso superomismo irrimediabilmente provinciale; presuntuosi, dispotici, fatui, nascondono alla meno peggio la loro mediocrità dietro a pose imparate alla televisione o al cinema (cattiva televisione, pessimo cinema, è ovvio). Se suonano convenzionali, è perché lo sono i modelli volgari a cui si ispirano – il mondo è pieno di tronfi individui convenzionali che non sanno di esserlo, e che ahimè rappresentano un po’ lo spirito dei nostri tempi.

Attorno a queste vite si stende Rocca Persa, immaginaria ma verosimile cittadina dell’agro romano, paradigma di cittadina vicinissima alla capitale ma condannata a rimanere periferica, in cui tutti, come da prassi, si conoscono, pur cercando di coltivare segreti, e in cui prima o poi tutti si incroceranno. Meno torbido di quanto capiti in altri romanzi di genere, questo microcosmo serve in realtà per ragionare, attraverso il racconto, su mali vecchi e nuovi dell’Italia, che Repetto dimostra di conoscere bene: che so, l’inefficienza delle strutture pubbliche appena temperata dalla forza di volontà dei singoli operatori, l’incapacità di offrire reali alternative a giovani privi di opportunità e prede di illusionisti di vario genere, e la sovraesposizione mediatica di personalità ambigue e false come il boss del centro di recupero… Ma tutto questo non è, appunto, colore, non nasce dalla volontà di rimestare nel torbido, ma da una partecipazione sincera e inequivoca, oltre che da competenza vera, formata sul campo.

venerdì 4 aprile 2014

"A gran giornate" a DiversaMENTE Sentire


Venerdì 11 aprile 2014, nell’ambito della rassegna “DiversaMENTE sentire – tre libri, tre sguardi su sensibilità contemporanee”, tornerò a parlare di “A gran giornate” presso la sala conferenze della Biblioteca regionale di Aosta.

giovedì 3 aprile 2014

Da "Letteratitudine News": Carlo Della Corte, "Il grande balipedio"

Le Edizioni Endemunde di Andrea e Elena Garbarino hanno meritoriamente ripubblicato “Il grande balipedio”, romanzo di Carlo Della Corte uscito per la prima volta nel 1969 presso Mondadori. Si tratta, in un certo senso, di un romanzo storico, visto che l’ambientazione è quella della Prima Guerra Mondiale, tutta fango, trincee, sangue, assalti dissennati e attese della morte ("Usmò l'aria intorno, senza sollevare il naso: carne bruciata. E sterco" si legge quasi subito). Di questo panorama orribile il protagonista, il colto e disincantato tenente Germano Bandiera (nome e cognome ironicamente parlanti), coglie subito la connotazione infernale, dando sin dalle prime pagine il nome dei diavoli delle Malebolge dantesche alle bombe che gli piovono attorno – ma lo fa con un’ironia molto contemporanea, scevra di ogni enfasi, impaurita e consapevole dell’assurdo.
C’è una forte componente a-eroica, più che antieroica, in queste pagine dense di sofferenza, pesanti di melma e insieme leggere di voli di pensiero. Vi si colgono echi, inevitabili, di “Un anno sull’altipiano” di Lussu, dei “Giorni di guerra” di Comisso, del Gadda del “Giornale di guerra e di prigionia”, dell’amato Palazzeschi autore di quel formidabile j’accuse che è “Due imperi… mancati”, certo (senza contare che talune figure secondarie possono far venire in mente, oltre ai personaggi di Lussu, alcuni figuranti de “La grande guerra” di Monicelli, scrostati però da ogni facile rimando regionalistico). Ma il tenente Bandiera non è come certi protagonisti della letteratura sulla Grande Guerra, prima brucianti di amor di patria poi ustionati da una delusione altrettanto veemente. In lui la Guerra sembra essere solo la manifestazione più lampante dell’insensatezza del tutto (anche gli amori, a cui corre spesso con il pensiero, lo sono, con il vantaggio che immalinconiscono soltanto e di sicuro non provocano milioni di morti). È, insomma, la vita di trincea, il paradigma di una condizione universale, fatta di violenza, prevaricazione, irrazionalità, attesa del nulla, attacchi e fughe, subitanei squarci di solidarietà. La retorica tradizionale della guerra, i cascami dell’estetismo dannunziano, di un eroismo alla Beethoven o in versi martelliani (cito da una sorta di decalogo di cose da odiare compitato da Bandiera) risuonano tutt’intorno a lui, nelle parole vuote e negli ordini insensati di un colonnello incongruo sin nel portamento da giraffa, o, rigirata in pura demenza, in quelle di un capitano paranoico incontrato nel corso di una pericolosa spedizione fuori dalle trincee. Risuonano, ridondanti, nel fango, nelle urla, nello sporco, nelle voci e nelle facce dei sottoposti, in cui Della Corte recupera tutto il repertorio della letteratura di guerra (e lo fa con mano sicura, con forza, con partecipazione empatica, mai disgiunta da quel senso amaro di ironia che dicevamo). Il tenente Bandiera è, nel suo essere fuori da questo mondo da cui comunque non si ritrae e a cui non si ribella, come un capufficio che cerchi di smaltire presso i suoi sottoposti gli incartamenti farneticanti che gli vengono dai piani alti – sente che quegli uomini che sono ai suoi ordini e, con lui, agli ordini di qualcuno più in alto di loro sono appunto uomini, di cui non desidera conoscere tutto o assaporare l’amicizia, ma che gli infondono una parvenza di senso, il conforto della vicinanza, il piacere del rispetto reciproco. Come è chiaro sin dalle prime pagine, il “grande balipedio” in cui sguazzano tutti è proprio questo: un immenso tiro al bersaglio, un campo di prova di strategie e tattiche ed efficacia d’armi in cui gli uomini sono stati piazzati come cavie dopo essere stati strappati alle loro vite comuni e alle loro speranze di migliorarle – un colossale, interminabile tiro al bersaglio, un laboratorio all’aperto in cui si sperimentano modi di morire.
Bandiera ha un potere segreto, anche questo più vicino a noi che alle inquietudini del primo Novecento: sa estraniarsi dall’orrore che gli si agita attorno reificandosi in oggetti o piccoli animali – in ciò che in sostanza non reca su di sé il peso della sofferenza umana e sembra attraversare il tempo con intangibile imperturbabilità. È una dote coltivata sin da quando era bambino. Un vaso di peonie, all’inizio del romanzo, o i sassi e i minerali, o le pozze d’acqua, nei ricordi infantili, un passerotto capitato nel mezzo di un attacco nemico verso la fine, sono cose nelle quali Bandiera entra immedesimandosi e annullando se stesso, per vedere finalmente il mondo, e sentirlo con tutti i sensi, così come lo vedono e lo sentono quelle creaturine vive o non vive che non percepiscono i movimenti convulsi imposti alla storia dall’uomo ma solo i lievi e costanti movimenti della natura. Questa dote lo preserva nel corso dei bombardamenti, e sembra indicargli alla fine, proprio nelle ultime righe, una via di fuga, nell’immedesimazione nell’uccellino, nel cui volo Bandiera potrà trovare l’illusione di una sorta di salvezza.