martedì 25 marzo 2014

I testi di "Gabbia"

Riporto, nell'ordine in cui sono stati utilizzati nel CD, i brani letterari da cui Marta Raviglia e Massimo barbieri hanno preso spunto per le tracce di "Gabbia".

I

Qual vaga Filomela, che fuggita
è da l'odiata gabbia, e in superba
vista sen va tra gli arboscelli e l'erba,
tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita,
schernendo ogni martìre e pena acerba
de l'incredibil duol, ch'in sé riserba
qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)
dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,
e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,
muterò, disse; e femmi prigioniera
di tua virtù, per rinovar mie doglie.
(Tullia d’Aragona, 1508-1556, Sonetto XL)

II

(…) Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,
mar senza riva e selva senza varco,
labirinto ingannevole d’errore,
tal è il palagio, ov’ha ricetto Amore.
(Giovambattista Marino, "Adone")


III

I’ rovistrice, sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarichio inverso essa merla, pregando quella che poi che lei li toglieva e sua diletti frutti, il meno nolle privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti razzi del sole, e che coll’acute unghie non iscorticasse [e] desvestissi della sua tenera pella. A la quale la merla con villane rampogne rispose: ”O taci, salvatico sterpo. Non sai che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi che se’ al mondo di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai innella prossima invernata notrimento e cibo del foco?” Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente non sanza lacrime, infra poco tempo il merlo preso dalla ragna e colti de’ rami per fare gabbia per incarcerare esso merlo, toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrico a fare le vimini della gabbia, le quali vedendo esser causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tale parole: ”O merlo, i’ son qui non ancora consumata, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che tu me brusiata”.
(Leonardo da Vinci, “Il ligustro e il merlo”, dalle “Novelle”)

IV

E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavallieri
vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio.
(Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, canto XII)


V

For de la bella bella cayba
fuge lo lixignolo.

Plange lo fantino
però che non trova
lu so hoxilino
ne la gaiba nova,
e diçe cum dolo:
«Chi gl[i] avrì l'usolo?»;
e dice cum dolo:
«Chi gl[i] avrì l'usolo?».

E in un buscheto
se mise ad andare,
sentì l'oxeleto
sì dolçe cantare:

«Oi bel lixignolo,
torna nel meo broylo;
oi bel lixignolo,
torna nel meo broylo».
(Anonimo dei «Memoriali bolognesi», “For de la bella bella cayba”)


VI

Et Ergasto allora lieto fattosi incontro a Partenopeo, lo abbracciò, e poi coronandolo d'una bella ghirlanda di fronde di baccari, gli diede per pregio un bel cavriuolo, cresciuto in mezzo de le pecore et usato di scherzare tra i cani e di urtare coi montoni, mansuetissimo e caro a tutti i pastori. Appresso a Partenopeo, Clonico che rotto avea il legame del lupo, ebbe il secondo dono; il quale fu una gabbia nova e bella, fatta in forma di torre, con una pica loquacissima dentro, ammaestrata di chiamare per nome e di salutare i pastori; per modo che chi veduta non la avesse, udendola solamente parlare, si avrebbe per fermo tenuto che quella uomo fusse.
(Iacopo Sannazzaro, “L’Arcadia”)


VII

“Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:
Ma siame il mondo tutto testimonio
Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
Qual frenesia di mente o quale insonio
Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?”

Così diceva, e con molta roina
Sempre seguia Morgana il cavalliero.
Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
Lasciando dietro a sé largo il sentiero;
Ed alla fata molto se avicina,
E già de averla presa è il suo pensiero;
Ma quel pensiero è ben fallace e vano,
Però che presa ancor scappa di mano.
(Matteo Boiardo, “L’Orlando innamorato”)


VIII

Non si adatta una sella o un basto solo
ad ogni dosso; ad un non par che l'abbia,
all'altro stringe e preme e gli dà duolo.
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.
Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.
In casa mia mi sa meglio una rapa
ch'io cuoca, e cotta s'un stecco me inforco
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,
che all'altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d'oro, ben mi corco.

(Ludovico Ariosto, Satira terza)

"Gabbia" all'Open Jazz Festival 2014

Qualche immagine dalla serata di venerdì 21 marzo 2014, al Teatro Giacosa di Ivrea. Marta Raviglia e Massimo Barbiero (che purtroppo nelle foto che seguono non compare) presentano in concerto "Gabbia", il CD appena pubblicato dalla Splasc(h) Records. Con loro, Francesca Cola e Giulia Ceolin, del gruppo Volvon. A me è toccato il compito di presentare il progetto e introdurre il concerto.



 

mercoledì 19 marzo 2014

Da "Letteratitudine News": Stéphanie Hochet, "Éloge du chat"

Questo breve trattato di Stéphanie Hochet (autrice francese che ha all’attivo nove romanzi e da noi è nota per “Le effemeridi”, pubblicato nel 2013 da La Linea nella traduzione di Monica Capuani) non è e non vuole essere un libro sui gatti. È, prima di tutto, un saggio sul rapporto tra gli uomini e i gatti, sull’immagine che i secondi hanno assunto presso i primi, sul portato allegorico di cui hanno finito per caricarsi. Si presenta, in sostanza, come una riflessione sulla “gattitudine”, vale a dire su un modo di vedere e interpretare il mondo e di agire, di vivere insomma, giocato tra poli estremi (stasi-agitazione, dolcezza-ferocia, calcolo-giocosità, e potremmo continuare) che trovano una loro sintesi nel concetto avvolgente di flessibilità, un modus che possiamo trovare non solo tra i felini, ma anche presso alcuni uomini di eccezionale levatura (vengono fatti i nomi di Mazzarino e Richelieu, di Bonaparte).
Il gatto, proprio per l’inafferrabilità della sua natura ora domestica ora selvatica si presta a diventare metafora di realtà assai diverse: come emblema di libertà è equiparabile all’artista, all’anticonformista; politicamente – diciamo così – potrebbe interpretare (e lo fa, in effetti) ruoli sia da anarchico sia da tiranno (da salotto o da cortile, ma pur sempre tiranno), o, sfidando la logica, entrambi assieme; è creatura incline alla visceralità e alla sensualità, ergo è considerato (oscuramente o meno) a dominante femminile, anche quando è maschio (e, come femmina, è oggetto di innamoramenti improvvisi, di passioni brucianti).
Non fermiamoci qui, perché le analogie tra gatti e umani vanno oltre, nel saggio della Hochet. Lei stessa si muove gattescamente, nella trattazione della materia: sfodera un’amabilità alla Diderot, gioca con gli stilemi propri del discorso erudito, passeggia (con un passo felpato, con allure sorniona) come se divagasse, e in effetti divaga spesso, ama le piccole digressioni, la flânerie tra le citazioni preziose, ma lo fa, oltre che perché deliziata dall’oggetto delle sue ricerche, per ossequio (ironico, virgolettato) nei confronti dei generi illustri e antichi di elogio, l’Encomio, il Panegirico.
Arrivati all’ultimo capitolo del trattatello (“Le Dieu”), scopriamo che quel divagare sia confidenziale sia erudito è in realtà un crescendo, un climax argomentativo e retorico architettato fin dall’inizio. Il gatto è (come) Dio, è un dio: possiede le medesime qualità, prima fra tutte la capacità di non manifestarsi, di scomparire. L’apoteosi è, alla lettera, compiuta, grazie a un’efficace contaminazione tra ciò che i gatti sono nella realtà e ciò che sono diventati nell’immaginazione degli uomini (in particolare tra le pagine della letteratura). Tutto è coerente con questa conclusione, al punto che anche il lettore più raziocinante e meno attirato dai gatti può ammettere che sì, il ragionamento fila, il gatto è davvero qualcosa di molto simile a un dio.
Dal momento che l’Éloge du chat è essenzialmente un trattato (elegantemente sofistico) sulla natura umana, e non un manuale sui felini domestici, e tantomeno uno di quei libri melensi destinati agli amanti dei gatti, non tratta tutto dell’argomento: cita sì antiche persecuzioni e pure processi, che tra l’altro equiparano i gatti agli uomini, ma ad esempio sceglie di non parlare degli interventi di selezione operati nei secoli sui gatti dagli umani secondo i gusti dell’epoca e i capricci estetici del momento; e non accenna alla pratica della castrazione, nemmeno nel penultimo capitolo, quello dedicato al gatto grasso, che non è mai, nel discorso della Hochet, un eunuco impigrito e rassegnato o dimentico, ma un uomo di potere, un tiranno che l’adipe ha reso carismatico.  

Sentiamo che Stéphanie Hochet ama i gatti – sentiamo anzi che li ammira, per le ragioni che abbiamo provato a enunciare. In queste pagine terse e raffinate sentiamo anche che il gatto si aggira causando negli animi e nei rapporti quegli sconquassi che nei romanzi Stéphanie tende ad attribuire a figure umane, preferibilmente adolescenti. Il gatto è, per natura e a pieno diritto, uno dei suoi personaggi, e, a giudicare dagli effetti che continua a provocare nelle vite di molti di noi, uno dei più potenti.

sabato 15 marzo 2014

Marta Raviglia, Massimo Barbiero, "Gabbia": le note di copertina

Massimo Barbiero, percussionista, leader storico degli Odwalla e tra i membri fondatori degli Enten Eller, è da anni l’animatore di progetti musicali che coinvolgono musicisti non solo dell’area jazz e non solo italiani. Una delle sue creature più longeve è l’Open Jazz Festival che si tiene a Ivrea e dintorni ogni anno verso marzo: quest’anno, il 21 marzo, alle 21, presso il Teatro Giacosa di Ivrea, sarà presentato il CD “Gabbia”, un lavoro frutto della sintonia tra lo stesso Barbiero e Marta Raviglia, sorprendente e intensa cantante a suo agio in ogni tipo di sperimentazione. Ho avuto il piacere di dare un piccolo contributo alla creazione del CD, in uscita proprio in quei giorni per la Splasc(h) Records, dapprima selezionando una serie di testi letterari incentrati sul tema della “gabbia”, dai quali Marta e Massimo hanno liberamente attinto per le loro improvvisazioni, e scrivendo infine le note di copertina, che ripropongo qui di seguito.


“Dove entrai io qua dentro, o come e quando?”
di Claudio Morandini

La gabbia – il tema della gabbia, o meglio ancora la metafora della gabbia – attraversa secoli di letteratura, adattandosi a concetti assai diversi. Spesso fa riferimento ai vincoli d’amore, e allora diventa volentieri allegoria drammatica, si infittisce e ispessisce fino a diventare cella di prigione, doloroso ricetto (“Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,/mar senza riva e selva senza varco,/labirinto ingannevole d’errore” declama Giovambattista Marino, in endecasillabi sonanti che Marta Raviglia e Massimo Barbiero rendono alienanti, manicomiali). Amore è davvero guardiano severo, quando non spietato: hai voglia a sperare nella libertà, a sognare di volar via verso il cielo, o verso nuovi flirt meno teatrali. Il suo palazzo – e tuo carcere – è un’uccelliera priva di porte e finestre, è anzi un labirinto in cui ci si può solo perdere. Certo, si può sempre sospettare che tutta questa crudeltà sia parodistica, e che l’amore carnefice cantato dai poeti sia una burla tirata per le lunghe, un gioco di ruolo (come suggerisce “For de la bella cayba” di anonimo bolognese). Ma spesso la spietatezza è reale, dilaniante, e sincero il dramma della reclusione.
Sentite in “Qual vaga Filomela” (da Tullia d'Aragona) come la voce di Marta Raviglia si aggira inquieta negli spazi ristretti di queste gabbie che il tocco di Massimo Barbiero evoca con tonfi, sgocciolii, echi, scuotimenti metallici, bombiti. La voce esplora attenta i limiti della prigione, e per farlo meglio si moltiplica, si fa coro. Non è la voce seduttrice di Circe, Morgana, Armida, o di tutte le donne fatali su cui una lunga tradizione misogina ha fantasmato mentre erigono piranesiane architetture di inganni per distruggere il maschio. È invece la voce di tutte le donne che la letteratura per secoli ha descritto prigioniere, legate, immolate, abbandonate, facendone un emblema non solo della condizione femminile, ma della condizione umana in generale.
Ci sono prigioni in cui ci avvoltoliamo per conto nostro, celle rassicuranti e insieme soffocanti che ci costruiamo attorno pezzo per pezzo, tutte nostre. Ma la gabbia può avere anche un significato morale più generale, addirittura politico. Nei testi scelti per questo disco tale significato resta ben nascosto – fa capolino nelle prose moraleggianti, come nel “Rovistrice” di Leonardo da Vinci, o nella celebre terza satira di Ludovico Ariosto (“Non si adatta una sella”, con quel che segue). È la gabbia della condizione dei non privilegiati, dei sottomessi, dei servi. Ci si nasce, in quelle gabbie, si vive, ci si muore senza aver mai visto l’esterno, senza nemmeno avere mai imparato a immaginarlo. Gabbie ben più avviluppanti di quelle d’amore, che il tempo può crepare, quelle legate alla condizione sociale degli uomini non sempre si presentano come luoghi di detenzione: piccoli oggetti inutili le arredano, finte finestre si aprono su paesaggi di carta, schermi televisivi distolgono l’attenzione e fan passare la voglia di evadere. Pare bello starci reclusi, a chi non ha la forza di immaginare un oltre, nuovi spazi aperti in cui far combutta e ordire rivolte o almeno essere appieno se stessi.

 Inevitabile, quando si tratta di gabbie vere o simboliche in letteratura, è sfociare nel tema parallelo della fuga, dell’evasione. È sovente solo un pensiero, una labile speranza, una nostalgia struggente: ma ecco che nella musica questa evasione diventa subito possibile, ecco che la voce sa liberarsi dai suoi lacci proprio mentre canta di prigionia e reclusione. Che cosa sia davvero, la gabbia da cui la voce di Marta Raviglia e gli strumenti di Massimo Barbiero vogliono uscire, è facile capirlo: la gabbia delle restrizioni, delle convenzioni, dei cliché comodi ma ingannevoli, dei limiti della natura o della meccanica, di un ordine precostituito. Ecco perché questo album diventa una rivendicazione di libertà, anche della libertà di vagare a vuoto, al limite anche di errare. La voce di Marta è nomade, volatile; le percussioni di Massimo sono stanziali, terrene, gravitanti; queste tracciano i confini dello spazio (ora labirintico, ora angusto come una cella) da cui quella, la voce, prende il volo. Ma il gioco prevede sempre uno scambio di parti, come si scopre nell’”Interludio II”.
In alcuni brani la voce, enunciato il testo di partenza, ascende, evade dalle parole di senso compiuto, si sbroglia dai legacci semantici, scivola via leggera, priva della gravezza del significato. Tornerà poi a quelle parole, ma per pronunciarle in modo diverso: saranno frantumate, borbottate, respirate come cose nuove. In altri brani la voce già da subito si libra lontana dalle parole, svolazza al di fuori dell’uccelliera di cui qualcuno ha dimenticato aperto l’usciolo.
Attenti, però: all’esterno, nei territori sconfinati che si aprono al di fuori delle sbarre divelte o forzate, si aggirano ronde di scherani pronti a riportarti dentro al suono di una marcetta grottesca e minacciosa. Li sentiamo sfilare in “Invano il passo”, da Ariosto (ma dei versi ariosteschi è rimasto, minaccioso, solo il titolo).

 L’improvvisazione è arte difficile: improvvisare costruendo nello scorrere del tempo una struttura flessibile, morbida, che non reprima ma anzi garantisca libertà di movimento e stupori continui, e non smetta per questo di sembrare struttura, o meglio il sogno di una struttura, in un universo fatto di sogni in cui ogni sogno è diverso da tutti gli altri – qui sta la vera difficoltà. Quante improvvisazioni si sono arenate nella ripetizione di stilemi di scuola, in un gingillarsi compiaciuto e meccanico, e quante, per evitare tali rischi, si sono perse nell’astruso. In questo disco tale rischio è sventato da subito: c’è un’idea, chiara e forte, all’inizio; un piacere del suono mediato dal controllo reciproco; un’intesa profonda, nel dividersi ruoli e spazi.
 Come in ogni commedia che si rispetti, anche questo disco si conclude con un lieto fine (“Cristiana”), che non toglie tutto l’amaro di bocca ma restituisce un po’ di sollievo: è un happy end di cauto ottimismo, forse velato da un’impressione di melanconia, quasi sicuramente virgolettato con ironia lieve.

mercoledì 12 marzo 2014

Letture: Sarah Chiche, "L'inachevée"

“L’inachevée” (“L’incompiuta”), pubblicato nel 2008 da Grasset, finora inedito in Italia, è il primo romanzo di Sarah Chiche. Il titolo rimanda alla condizione che caratterizza, fin quasi alle ultime pagine, la protagonista Hannah Epstein-Barr; e la caratterizza a tal punto che anche la suoneria del cellulare di Hannah è un frammento dell’omonima sinfonia di Schubert.
L’incompiutezza di Hannah nasce sia dalla presenza soffocante di una madre che perpetua una linea tutta femminile di malattia e follia, sia dalla morte prematura di un padre desiderato ma mai davvero sentito (se non, appunto, nella conclusione che con coraggioso ottimismo risolve positivamente i contrasti precedenti, armonizza e riempie i vuoti dolorosi, o almeno comincia a riempirli, e colora finalmente di senso la tomba del padre fino a quel momento tristemente muta). L’incompiutezza viene anche, per effetto di queste premesse, da una vita vissuta in una famiglia insieme “noeud de vipères” e “cloche de verre” – una vita bisognosa di cure e affetti persa tra rapporti umani, sentimentali e sessuali sempre insoddisfacenti e artificiosi e ingannevolmente riempita, oltre che da incontri estemporanei, da un’accumulazione di oggetti, che, nel racconto della protagonista, diventa spesso anche strategia retorica. Questa incompiutezza è definita più volte nel corso del romanzo con termine clinico ma anche denso di echi letterari, “mélancolie” – un termine desueto che in veste di studiosa della psiche la Chiche ha ripreso nel contesto contemporaneo.
La madre di Hannah è una figura potente e terribile: amata e odiata, cercata ed evitata, amorosa e violenta, assente e possessiva, reticente ed esclusiva, sembra vivere solo attraverso dilanianti antonimie, passando da un estremo all’altro nella più totale imprevedibilità. Quello che allaccia con la figlia bambina, nel segno di un rapporto di estrema fisicità, è definito significativamente “un pacte faustien”. Su questa madre bella, feroce e instabile, seduttrice e scostante, pesa (lo scopriamo dopo un po’) l’angoscia di portare una tara, di allevare una figlia che le assomiglierà, secondo una sorta di maledizione che attraversa le generazioni. Hannah bambina reagisce con stupore infantile a queste metamorfosi repentine: ha paura della madre, ma ha per lei anche una bisogno fortissimo (“Et moi, ainsi qu’elle me le répétait, je n’avais qu’elle”: in questa dipendenza dalla madre sembra di leggere le medesime motivazioni che spingono ancor oggi certe donne ad amare mariti e compagni violenti e tirannici); crescendo, rifiuterà il contatto con la follia materna, e così facendo svilupperà la propria somiglianza con la madre, fino alle soglie della pazzia. Ne uscirà, grazie alla terapia giusta, e grazie al tempo, che porta a maturazione i conflitti, ridimensiona paure e rancori, aiuta a collocare i ricordi in un contesto più equilibrato e, nel far invecchiare le persone, le rende più fragili e malleabili. Ne uscirà, anche, scandendo una serie di “NON” che sanciscono un conquistato senso di appartenenza e di indipendenza, mormorando a lungo il nome del padre davanti alla tomba di questi, finalmente parlante, scoprendo di potersi riconciliare con la madre e con tutto ciò che la madre continua a rappresentare nella memoria. Questo happy end non ha niente di forzato e non giunge inaspettato: lo aspettavamo sin dalla prima frase del romanzo, un incipit di ammirevole semplicità, “Et puis, très tranquillement, j'ai choisi de vivre”.
“L’inachevée” è un romanzo quasi tutto al femminile, in cui l’importanza degli uomini (del padre su tutti) si misura sulla loro assenza e dunque sul desiderio che questa assenza origina. Se compaiono personaggi maschili, nella vita di Hannah, sono quasi sempre macchiette vuote di interiorità, superficiali dediti agli obiettivi tipici di certo mondo maschile (successo, rispettabilità, carriera, avventure sessuali prive di rischi).
Sarah Chiche mette a frutto la propria esperienza di psicoanalista e psicoterapeuta per studiare a fondo le situazioni, sbroglia con sicurezza l’intricata matassa delle dinamiche familiari e sociali, racconta una storia molto fisica di corpi prima ancora che di personalità, e lascia che un caso clinico si metta a nudo in ogni aspetto. Si concede anche un cameo, verso la fine, apparendo bambina in un parco accanto al padre (alla memoria del quale è dedicato il romanzo, come si è letto in esergo) – una visione che assume un significato salvifico per Hannah e imprime la vera svolta positiva al romanzo.
Alla fine, l’incompiutezza di Hannah sembra caratterizzare solo una prima fase della sua vita. Questa, piuttosto, è un work in progress in cui, fiduciosamente, la terapia può assumere un ruolo costruttivo importante – e anche il potere ordinatore della scrittura, se abbiamo interpretato bene la frase con cui termina il romanzo: “Et je me suis allongée à ses côtés sur une page blanche”.

lunedì 3 marzo 2014

"A gran giornate": la lettura di Elena Salibra per "L'immaginazione"


Sul numero 279 di gennaio/febbraio 2014 della rivista "L'immaginazione" edita da Manni, Elena Salibra offre di "A gran giornate" una acuta analisi che riprende temi e suggestioni già emerse nel corso della presentazione al Pisa Book Festival del 25 novembre 2012.

Il romanzo A gran giornate di Claudio Morandini è, a detta dell’autore,  un’avventura picaresca che si svolge in piena libertà, pur non potendo fare a meno di modelli letterari di riferimento, che vanno dal Satyricon di Petronio, con la sua struttura frammentaria, ai romanzi letti da bambino di Verne fino al Gordon Pym di Poe e alle Storie dell’anno mille di Malerba. Non mancano neppure influenze dei dialoghi surreali e grotteschi dei film di Bunuel. Il forte legame con la tradizione classica viene fuori anche dal titolo che è una citazione da Petrarca: “La vita fugge e non s’arresta un’hora / et la morte vien dietro a gran giornate”. L’intenzione è di rendere l’idea della vita dell’uomo, e dunque dei personaggi del romanzo, come di una corsa trafelata verso un baratro non ben definito; dietro c’è la morte che incalza, magnis itineribus. Il ricordo di Petrarca si combina con quello di Leopardi della Ginestra nella seconda parte dell’opera, quando tra i personaggi che hanno intrapreso un insensato viaggio verso una non ben definita meta si instaura un rapporto di solidarietà e di fratellanza per rendere meno gravosa la minaccia del nulla. La storia comincia in modo rassicurante, oscillando tra livello narrativo e metanarrativo: “Da dove cominciare questa storia?” si chiede l’io narrante. E di seguito precisa “Non dalla nascita, per favore.” Poi affida al lettore una trama fluida e affollata di personaggi che si presentano uno alla volta e cercano un loro itinerario. Sembra di trovarsi entro una macchina narrativa che ricorda la struttura dell’Orlando Furioso; non una trama lineare ma una combinazione di digressioni, di ellissi, di riprese, di ritorni indietro. Così scorrono i personaggi, uno alla volta, con un’ansia classificatoria da parte dell’autore che sembrerebbe contraddire il guazzabuglio del racconto complessivo e quell’impressione di non finito dato dai puntini di sospensione entro parentesi quadre […], che sigillano i capitoli. Onorato Casamagna è alle prese con la sua donna artificiale, di lattice, imbambolata dunque e priva di volontà e di parola, almeno nei primi tempi; Tullio Semenzani si rivela con un passato di galera e una vocazione al crimine; Nathan, il sacrestano, si dichiara avverso ai nudisti del campeggio “Dolci colline”, vicino al paese, e poi con un inspiegabile cambio di prospettiva improvvisamente favorevole; Franchino Spaventa per attirare l’attenzione dell’amata si è fatto biforcare la lingua; lo scrittore Angous, l’Uomo Malato, va a concludere i suoi giorni in una clinica di un luogo imprecisato, dove è l’amore passionale per l’infermiera Francine a segnare le tappe del suo ultimo viaggio; infine Ollsen è un personaggio enigmatico e originale, con il quale forse l’autore si identifica; sentendo il peso dei suoi quarantasette anni, riesce ad enumerare con crudezza e ironia i quarantasette segni di decadimento del suo corpo nudo davanti allo specchio. Questi tipi umani vivono sul filo di situazioni assurde e con la forza della loro inettitudine mostrano una corporalità e una carnalità che sconfina nel registro comico e grottesco. Anzi il lettore percepisce, a mano a mano che il racconto si sviluppa, una sorta di rovesciamento carnevalesco, di bachtiniana memoria, che conduce a un capovolgimento di valori e fa leggere tutte le storie per così dire dal basso o al contrario. Ma è un romanzo anche lirico, se si pensa ad alcuni simboli poetici che lo attraversano: si tratta di dettagli che si ingrandiscono a dismisura. Ad esempio la donna dal profilo di pesce che appare all’improvviso come un’epifania è una costante della storia e popola i sogni di alcuni personaggi. Da lei si sprigiona una forte carica metaforica, perché custodisce il mistero che si cela dentro il racconto. Il lettore si convince a non alzare il velame per non perdere l’incanto di un indecifrabile giuoco. Nella conclusione si capisce che quel simbolo è la chiave per sciogliere l’enigma, per comprendere cosa unisce tutte le storie e tutti i personaggi. Si ha l’impressione che si tratti di una guida salvifica, che alla fine del viaggio narrativo apra nuovi orizzonti. Una ridda di ipotesi si affastellano: “per uno è solo nuda roccia priva di vita, per un altro è un’insolita formazione di nubi, per un altro ancora è frutto di allucinazioni e delirio”. Ma sicuramente è un punto d’arrivo del viaggio verso cui tutti si dirigono. Nel finale si recupera l’infanzia che viene volutamente tagliata fuori nell’incipit, e proprio in virtù del simbolo mostruoso della donna-pesce, quasi da inferno dantesco: “Da bambino mi aspettavo sempre eventi definitivi: dietro ogni angolo un agguato, un pericolo in attesa, un mostro che trattiene il fiato. Era bello, rasserenante non trovarci mai niente, e muovere verso altri angoli con un po’di coraggio in più”. Così attraverso il sorriso rassicurante di un bambino che gioca con le proprie fantasticherie la storia si trasforma in una bella fiaba che non ha da essere decifrata.

Elena Salibra