martedì 18 febbraio 2014

Da "Letteratitudine News": Vito Ferro

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di "L'ho lasciata perché l'amavo troppo" (Coniglio), "Condominio reale" (Edizioni di Latta), "Mentre la luce sale" (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).

CM - “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF - È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM - Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF - Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni. 

 CM - Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi?
VF - Nel libro ho cercato proprio di riportare i gusti musicali che hanno segnato la nostra giovinezza e che rimangono ancora adesso come fari nella notte.
Adolescenza e musica sono fenomeni che non possono disgiungersi: noi del quartiere, io, ma credo tutti gli adolescenti del mondo, abbiamo riversato nella musica, prima che in ogni altra cosa (forse anche il calcio), la voglia di fuga, di ribellione, di identità. Quasi tutti gli amici che avevo a vent’anni suonavano o ascoltavano musica in maniera maniacale. E facendolo, era inevitabile rivolgere il proprio sguardo a band e scene indietro nel tempo. Il presente appare sempre meno appetibile, meno autentico di ciò che non c’è più ma aleggia come modello.
C’è poi l’elemento nostalgico (che è un sentimento che amo molto): tutto ciò che faceva la nostra vita di allora è denso di meraviglia, di poesia. Perché lo vivevamo in un momento in cui tutto sembrava possibile, e tutto realmente lo era.

CM - Che cosa invece non può dare la musica di oggi, se paragonata a quella di cinquanta anni fa?
VF - Musicalmente parlando, credo che oggi l’offerta sia maggiore, più variegata e originale di venti o trenta anni fa. Ci sono più band, più generi, più voglia di sperimentare. Se ci si pensa bene, alcuni artisti molto poco commerciali oggi vengono ascoltati da un sacco di persone, pur non diventando mainstream. C’è una mescolanza creativa mai vista prima. Eppure manca qualcosa. E quel che manca è probabilmente relativo alle dinamiche e al tempo di fruizione: c’è troppa velocità. Come per i libri, la vita di un album, di una canzone, è troppo corta. Troppo distratto l’ascolto. Forse, paradossalmente, troppo accessibile. Manca l’elemento esoterico e solipsistico dell’ascolto musicale. Scoprire una band, un brano, anni fa significava scoprire un piccolo tesoro e sentirsi eletto. Adesso tutto finisce immediatamente condiviso sui social network e dentro uno spot. I ragazzi di oggi sono abituati a questo, io che ho quasi quarant’anni no: mi mancano dei punti fermi, mi manca l’entusiasmo che avevo a vent’anni. Ma erano anni di formazione, e forse la vera magia stava in quello: allora la musica era una procedura vitale di crescita, ora che ci sentiamo bell’e che formati è intrattenimento e basta.

CM - Racconti la periferia come una parodia del centro, da cui quella sembra però essere irrimediabilmente scollata. È un mondo chiuso, con i suoi miti, il suo linguaggio, le sue fonti di informazione (“Cronaca vera”, la televisione…); appare come un gigantesco deposito di masserizie scadute. In essa tutto si impantana e rallenta fino a rasentare l’immobilità, eppure è anche iperbolicamente violento, oppure kafkiano (si veda tutto quello che concerne la Circoscrizione). Al di là di questo quadro così comicamente vivido, e di certe derive surreali verso la fine, quali rimangono secondo te i problemi più evidenti della periferia di una città come Torino?
VF - Conosco una signora delle Vallette che quando deve andare in centro città dice: “Oggi vado a Torino”.
La periferia, la mia in particolar modo la conosco molto bene, ma anche Barriera di Milano, in cui ho lavorato, o Falchera, o Mirafiori, è altro rispetto alla città. Lo è sempre stato, è nata come contesto diverso. Le Vallette non hanno mai avuto una biblioteca, una libreria, servizi adeguati, luoghi di incontro degni, manifestazioni, eventi culturali. Se non grazie ai preti non c’è mai stato un vero cinema, e solo recentemente un teatro. L’apatia è sempre stato il tratto distintivo della periferia, apatia e fiammate feroci di violenza, di disagio.
Al tempo stesso, questo sapersi e sentirsi abbandonati, diversi, relegati in un angolo, ha sì alimentato il disagio ma anche, ovviamente, un orgoglio. Che senti palpabile in coloro che ancora la abitano. Essere delle Vallette era ed è un vanto, proprio perché il luogo è sempre stato dipinto come un ghetto.
Ora le periferie stanno invecchiando: sono piene di vecchi, silenziose, ancor meno vissute. Vecchi e immigrati: loro sono gli unici soggetti che le stanno ripopolando. Vedere il cortile nel quale giocavo da bambino pieno di ragazzini rumeni, di colore, cinesi, è bello, molto indicativo dei tempi che cambiano e, speriamo, migliorano, si aprono.

CM - Quindi la vita in periferia ha anche dei vantaggi.
VF - Ecco, il vantaggio grande di una periferia può essere questo: costringe chi la abita a gestire i conflitti, a imparare la convivenza. Completamente lasciati soli, i suoi abitanti non hanno mediatori per risolvere il disagio, l’interazione. Devono fare da soli. Spesso ciò ha portato a scontri e a cose ancora più gravi, ma anche a una solidarietà intrinseca che fa somigliare la periferia a un borgo nel quale tutti si conoscono e condividono la stessa sorte. Da ultimi, da masserizie scadute.

CM - L’ansia e la sensazione di accerchiamento che coglie un po’ tutti (compresi quelli che lavorano negli uffici della Circoscrizione) l’hai constatata di persona o è un’efficace trovata comica?
VF - È pienamente reale. Da undici anni sono presidente di un’associazione culturale che organizza eventi. Da undici anni convivo con difficoltà con questa ansia. La burocrazia che sta dietro al sostegno e alla pianificazione socioculturale è nata, cresciuta a dismisura e opera per scoraggiare l’organizzazione dal basso, per castrarla, spegnerla, irrigidirla.
La politica, anche quella locale, è nell’occhio del ciclone da molto ormai, ma la politica vive un ricambio, le elezioni lo permettono. La burocrazia no: è statica, perenne, omnipervasiva. Io detesto più certa burocrazia, certi uffici, certi dirigenti che i politici. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la politica cittadina, si è sempre trovato il modo di dialogare con essa, mentre la burocrazia è il vero mostro che spegne questo paese, che lo vampirizza.
Se noti, è lo stesso identico incubo che aveva Kafka. L’Autorità e la Legge che diventato sorde e cieche ed implacabili.

CM - “Eravamo animati da un furore bello” scrivi a un certo punto. Che cosa può uccidere questo furore entusiastico, oltre naturalmente alla burocrazia?
VF - La mancanza di visione. So che il termine visione ha assunto un’accezione antipatica, da spirito aziendale, ma io credo che ripreso il suo significato originario, filosofico oserei dire, questa parola è ancora in grado di ispirare l’azione: se manca la visione di un futuro, di una direzione, di un quadro generale complesso e vivo, tutto diventa sterile. La crisi che stiamo vivendo è essenzialmente economica, certo, ma in realtà poggia su fondamenta etiche che si stanno sgretolando. Mancando un’aspettativa di futuro, o meglio una speranza di futuro, ci si isola. Scatta il “si salvi chi può”. Il senso di comunità esiste perché si ha una tradizione alle spalle, un presente fatto di quotidianità in collettivo ma anche e soprattutto un futuro da creare insieme. Si sta perdendo la voglia di agire in tal senso: non riuscendo a immaginare un futuro (che fondamentalmente è lo scenario delle possibilità), non si opera a lungo termine, non si opera guidati da un piano. Si brancola, si ciondola timorosi, le mani avanti, non si rischia. Il “furore bello” è “l’ardente pazienza” di cui parlava Rimbaud. La consapevolezza e la forza di avere in mano la propria vita, l’orgoglio di cercare e tenere vicino a sé i propri simili, e insieme costruire.
Il famoso finale de “Le città invisibili” è quanto mai attuale: L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".

CM - Mi è piaciuto il tuo uso del registro comico, anche farsesco: trovo che spesso, in letteratura, sia il modo più efficace (sospetto talvolta che sia l’unico) per raccontare il disagio, l’ingiustizia, l’abbandono, la povertà, la periferia, il distacco dalle e delle istituzioni – insomma, per scendere in basso, al livello della terra e delle vite degli uomini comuni, e fare del vero realismo.
VF - Questa scelta di registro attiene principalmente a una visione personale della vita. In primis considero l’umorismo (umorismo proprio, non l’ironia o il sarcasmo, che sono forme mediate di esso, e sono un divertimento più intellettuale), il ridere di gusto, l’ubriacarsi di risate, una forma di intelligenza, di esercizio continuo di essa. Sono un allenamento, un darsi forza. Ridere è come accedere a una consapevolezza innalzandosi sulle miserie quotidiane, è un elevarsi senza giudizio, senza per questo sentirsi migliori, ma anzi accettando di fare parte di questa fragilità, di ciò che ci rende simili: ma ci aiuta a non subirla, a non farci sminuire.
Detesto le scritture che pretendono di indagare e rappresentare fedelmente il marcio della società, il disagio particolare. Le trovo non solo limitanti, ma moralistiche, e quindi altezzose, snob.
In tanti libri che vanno per la maggiore in questo momento non vedo speranza, non ritrovo l’affetto e la tenerezza nei confronti del reale (e dei personaggi) che secondo me son necessari nello scrivere. Non ci vedo astrazione, universalità, nessuna trasposizione su un piano più profondo. Qual è il loro intento? Ferire, colpire? Lo fa di più, e meglio, un libro come “Cecità”, lo fanno di più e meglio Kafka, Roth, Buzzati, Benni. Punto di vista molto personale, che va oltre il mero giudizio tecnico.
L’umorismo, che rischia sempre di essere interpretato come superficialità, come vuoto, ha due pregi invece: rassicura il lettore, cerca di avvicinarlo alle storie, non lo mette a disagio, non lo sfida intellettualmente e moralmente a tutti i costi, non è mai una prova di forza e di bravura; ha un’attenzione delicata nei confronti di ciò che descrive, cerca di mettere in luce la gioia, la leggerezza, anche la poesia.
Perché queste esistono, e decidere di raccontarle (in un certo modo) è una scelta anche etica, se vogliamo.

CM - Tornando alla musica, qual è la scena musicale a cui ti senti più legato?
VF - Il grunge degli anni ’90, per ovvie questioni anagrafiche, il pop inglese che ha le radici nei Beatles, la scena alternativa e indie, tanta musica italiana a mio avviso di qualità, e non mi riferisco solo ai cantautori impegnati, ma soprattutto, come per l’editoria, alle piccole band e ai musicisti che trovi, sempre meno, nei locali cittadini.

CM - Di cos’è fatto il rock, secondo te? Quali sono gli ingredienti (ammesso che si possa parlare di ingredienti, e che questi si possano misurare) che, variamente shakerati, lo compongono? Dal tuo romanzo direi che l’entusiasmo ha una parte preponderante, che la tecnica non è essenziale, che un suo ruolo hanno anche rabbia, sofferenza (vedi l’esibizione di Pietro Rapa) e voglia di divertimento, di condivisione…
VF - È proprio questo. Il rock è entusiasmo, innanzitutto, la tecnica c’è ma è nascosta, o meglio è celata per far emergere l’emotività (e questo atteggiamento non è di per sé molto virtuoso?), è il contrario dell’autodistruzione (che è una deriva che con il rock c’entra poco, secondo me), è la pienezza di una vita vissuta fino in fondo, con libertà, autenticità, senso del tempo.
Posso dire che ogni mattina quando mi sveglio cerco di vivere la mia vita come se fossi una rockstar: come se fossi il protagonista delle mie azioni, delle mie scelte, come se tutto fosse decisivo, vero, profondo. La voglia di prendere posizione è rock. La scelta di schierarsi, possibilmente contro ciò che viene considerato maggioranza, e in questo trasgredire il pensiero unico, andare contro certe regole, metterle in discussione, affrontarle, proporne altre attraverso l’esempio. Più che rabbia, coraggio.

CM - Non solo la voglia di fare musica, ma anche la voglia di comunicare attraverso la scrittura è raccontata nel tuo romanzo. Non c’è solo l’io narrante che coltiva progetti letterari, ma verso la fine compare tale Pietroletti che è un po’ un concentrato di tic e idiosincrasie da aspirante scrittore.
Senti che qualcosa del linguaggio della musica ti ha ispirato nella scrittura e nella costruzione del romanzo? Se vuoi riformulo così: trovi dei punti in comune, dei legami profondi, tra la musica e la letteratura, tra il comporre e lo scrivere?
VF - Il personaggio di Pietroletti è una presa in giro affettuosa dello scrittore non affermato, in erba, che crede di vedere nello scrivere una missione, l’elevazione spirituale, l’essere portatore di un messaggio superiore. Il suo paragrafo nel libro è un invito a non prendersi troppo sul serio, a considerare la scrittura con più leggerezza.
La musica e la scrittura hanno punti di contatto, ma più che altro in quello che attiene al momento della creazione: la stessa tensione, la stessa vertigine di far nascere qualcosa che prima non esisteva e che abbia armonia, proporzione, che tenga, che sia fortemente comunicativo.

CM - E quali sono le differenze, secondo te?
VF - A ben vedere, le differenze sono più numerose: la musica ha specificità che la scrittura narrativa non possiede. L’apporto collettivo ad esempio è quasi esclusivamente prerogativa della musica: il creare insieme, in una band, è rispetto delle competenze di ognuno, è fusione di talenti. Nella scrittura è molto difficile operare in maniera collettiva. 
La fruizione: la musica ha un’immediatezza di fruizione che la scrittura non avrà mai. E anche la fruizione, come la creazione, è spesso collettiva: la scrittura rimane un fatto individuale. È un singolo che si rivolge a se stesso e a un altro singolo.
La musica, aspetto decisivo, ti fa conoscere più persone, soprattutto donne: se dici di essere un bassista avrai sempre più successo che dicendo di essere uno scrittore. Tranne Fabio Volo, gli scrittori non hanno le groupie
Un musicista, misteriosamente, rimane tale anche quando non suona: uno scrittore al di fuori del suo libro è tendenzialmente un disadattato.


https://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/02/13/festival-maracana-di-vito-ferro/

mercoledì 12 febbraio 2014

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Conversando con Guido"

Nella rubrica "Da una provincia di confine", che tengo sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" diretta da Enrico de Vivo, compare da ieri la trascrizione di una chiacchierata con l'amico scrittore Guido Conterio. Ne riporto una parte, invitandovi a leggere il resto su "Zibaldoni": http://www.zibaldoni.it/2014/02/11/conversando-con-guido/.

IO Ma (cambiando solo di poco argomento) tu, Guido, da scrittore, come usi la provincia? E come te ne liberi quando scrivi? O come la sfrutti come tema, o sfondo, in ciò che scrivi? Io ce la sento (non è una critica, bada): è quel colore sempre un po’ demodé, quell’inflessione gozzaniana, quel comportamento compito e cerimonioso dei personaggi, che a volte esplode o implode in eccessi fino a quel momento tenuti a bada, anche quel tuo tenerli chiusi in ambienti angusti, in modo che discettino e spacchino il capello in quattro fino allo sfinimento – tutte cose che riconosco perché le sento connotare anche ciò che scrivo io.

GUIDO Alla domanda hai risposto in buona parte tu stesso, centrando il clima dei miei romanzi; il che mi fa assai piacere, perché significa che almeno un lettore attento l'ho trovato.
È vero, mi piace sfruttare la provincia come sfondo: sia esplicito, come in Nirvana Falls, romanzo in cui ho messo alla berlina le trafelate iniziative di un'improbabile associazione culturale fondata in un paesone interamente assorbito dal turismo balneare, sia implicito, come ho fatto praticamente in tutti gli altri (penso in particolare a Fosca bis e a Incanto e guarigione), portandone vizi e virtù all'interno stesso dei personaggi, al di là delle ufficiali coordinate di ambientazione. Donde l'inflessione gozzaniana di cui parli. Ma (sempre si parva licet) io scomoderei anche Roberto Bolaño, un autore che sta prendendomi molto negli ultimi mesi, la cui dolente vena grottesca non si pèrita, laddove la partitura lo richieda, di profondere umori e tic tipicamente provinciali anche nel cuore di Città del Messico.
Tutto ciò, forse, viene a dire che vi è una provincia perenne (e ubiqua) esattamente come un romanticismo perenne, al di là entrambi di storia e geografia: risorse, o se vuoi tentazioni, insite nell’inconscio umano, dalle quali non ci si libera con l’atto catartico della scrittura – e in fondo credo sia meglio così. Altro discorso è sgrossarsi dei vincoli e frustrazioni che il dimorare lontano dai grandi centri che danno il “la” alla cultura comporta per un intellettuale – di fatto o di desiderio che egli sia. Ciò inerisce però a un piano, direi, pratico: vuoi psicologico e formativo, vuoi banalmente promozionale (se non ricordo male, al giovanissimo Aldo Busi che, cameriere di un bar di Milano, timidamente si era accostato a un tavolo di redattori della Adelphi esponendo le sue più che legittime ambizioni di scrittore, uno di quelli fece presente prima di tutto l’inadeguatezza del borgo natio di Montichiari a favorirgli la carriera). E sulla necessità di “uscire” ti do ragione al cento per cento. Anzi ti invidio, perché dimostri un metodo e un’energia di cui mi sento sprovvisto. Forse per i quattro anni in più che porto sulla groppa?


 IO In realtà, per quanto candeggi, la provincia me la sento sempre addosso come una specie di appiccicume. Ne soffrono anche i miei personaggi, come di una specie di miopia da affaticamento, di inerzia smaniosa. Se ne colorano pure gli ambienti, sempre chiusi, opprimenti come stanze sbarrate, anche quando mi decido a mandare a spasso i personaggi: sono paesaggi che in realtà si rivelano estensioni della provincia, proiezioni in pianura delle località di montagna, anamorfosi di qualcosa di fin troppo familiare. Così avviene addirittura nell’ultimo, A gran giornate, nonostante gli intenti picareschi. Ma pazienza. Non so se sia un male o un bene, ma certo quel cosmopolitismo a cui aspiravo mi pare sempre più difficile da raggiungere (parlo di orizzonti letterari, ora, non di contatti miei, quella per fortuna è un’altra storia). Si potrebbe anche, per consolarsi come altri già hanno fatto, dirsi che in fondo tutto è provincia, tutto è confine di qualche cosa, e che il centro è sempre altrove, per tutti – o, cambiando angolo prospettico, che il centro è ovunque, e tutti ci siamo dentro. Sarebbe una bella conclusione, incoraggiante e non priva di una sua solennità.

giovedì 6 febbraio 2014

"A gran giornate" a "Letture di traverso"

Letture di Traverso è il programma di incontri organizzato da Cooperativa Letteraria.
Tra gli autori finora coinvolti: Gianluigi Ricuperati, Ernesto Aloia, Fabio Geda, Enrico Remmert, Demetrio Paolin, Giorgio Vasta, Emiliano Amato, Mauro Tomassoli, Daniele Pugliese, Marco Lazzarotto, Andrea Pomella.

Il nuovo appuntamento è giovedì 27 febbraio con Claudio Morandini e il suo romanzo A gran giornate (La Linea). All’incontro, che si terrà al Ristorante Cacio & Pepe (via San Quintino 2, Torino), farà seguito la Cena con l’autore.

Per partecipare è sufficiente scrivere una mail aInfo@cooperativaletteraria.it
Per i Soci il costo è di euro 18,50 (8,50 per il libro + 10 per la cena).





mercoledì 5 febbraio 2014

Da "FuoriAsse" n. 10: Gaetano Neri

Gaetano Neri è ritrattista veloce e ironico: i suoi libri non appaiono né come romanzi né come racconti, ma piuttosto come gallerie di personaggetti surreali pacatamente estremi, di “buffi” palazzeschiani osservati con partecipe distacco. Ho scoperto Neri leggendo il suo “romanzino nevrastenico” pubblicato da Manni nel 2008, “L’uomo che ha sempre altro da fare”, una spassosa via crucis di stranezze, di manie e idiosincrasie (Traina, nella sua recensione su “L’Indice”, ha parlato di “sequela delle ‘stazioni’ dello psicodramma”) incentrata su un ometto continuamente distolto dalla sua sedentarietà, il quale, “quando ti serve un aiuto, ha sempre altro da fare”. Eccone la descrizione, paradigmatica: “Quarant’anni, magro e storto, cranio rasato a palla, non sta fermo un momento. Come capisce che vuoi chiedergli qualcosa, ti volta la schiena e fila veloce in altre stanze, picchia i gomiti sugli spigoli, ha ematomi dappertutto”. Sono poi risalito alle più antiche raccolte di racconti pubblicate da Marcos y Marcos (“L’ora di tornare” del 1992, “Un momento delicato” del 1996), confermandomi nel mio personale culto per questo scrittore appartato e coerente e insieme sorprendente.

Ho ritrovato di recente Gaetano Neri nelle figurine alla Sergio Tofano di “Strani fatti in via Ballocca”, pubblicato da La Vita Felice nel 2010. Il libretto è una ricognizione follemente lucida del colorito presepio umano (“Le case sono settanta, gli abitanti duemila”) che appunto popola i casamenti su un lato e sull’altro di questa via milanesissima ancorché immaginaria, compiuta da un operatore del Comune che di tutti verbalizza comportamenti e attività, e finisce un po’ per perdercisi, per naufragarci dentro, per riconoscercisi anche. Le anomalie sono trattate con indulgenza, se non complicità, e le quotidianità meno devianti, mescolate alle prime e poste sotto la lente d’ingrandimento dell’io narrante, si ingigantiscono, si deformano, sembrano quasi più insensate di quelle. Effetto simile fanno i bozzetti, veloci, fulminei in molti casi, di “Questi milanesi – Da guardare con stupore, sospetto o simpatia” e “Altri milanesi”, pubblicati dapprima in buona parte sulle pagine locali di “Repubblica” e poi raccolti sempre da La Vita Felice (il primo nel 2011, il secondo nel 2012) accompagnati da illustrazioni dello stesso Neri. Chissà se è la fantasia inesauribile di Neri, la sua vista sovracuta, o invece l’incredibile varietà dei tipi e dei comportamenti umani a impedire che questi libri suonino ripetitivi; probabilmente tutto l’insieme, oltre alle risorse di uno stile di grande finezza e dosata ricchezza. Mi rendo conto di abusare di ossimori, nel parlare del particolare stile di Neri: ma sono in buona compagnia, se anche Guido  Almansi a suo tempo ha scritto "Dovremmo essere grati a Gaetano Neri per il piacere che ci ha dato e l’angoscia che ci ha arrecato", e Geno Pampaloni ha parlato di “fantasia tenera più che cinica, crudele e  indulgente” – e se su “Repubblica” Fabrizio Ravelli ha definito la sua scrittura “cattiva e compassionevole”Dicevo di milanesità: la trovo, ammesso che questa qualità esista davvero e non sia una semplice formula buona per i recensori, in quel muoversi distaccato nel bel mezzo della materia trattata, nel mantenersi sempre al di qua del limite in cui l’ironia diventa irrisione e beffa, nel rispetto d’altri tempi per il galateo della bella scrittura, in un accenno di sperimentalismo formale votato a un irrimediabile individualismo, nella nostalgia per un certo passato che però è temperata dal pudore, nell’attrazione irresistibile per l’indaffararsi degli uomini attorno a qualcosa, che siano professioni o fisime non importa.
Quanti antieroi, quanti Tersiti in pantofole o in tuta da lavoro vivono nascosti vicino a noi? Gaetano Neri li sta stanando tutti, da anni, con metodo e precisione.



domenica 2 febbraio 2014

Da "FuoriAsse" n. 10: Alberto Vigevani, "I compagni di settembre"

Nel 1944, un anno prima di “Uomini e no” di Vittorini, Alberto Vigevani inaugurò il filone, assai fecondo negli anni immediatamente successivi, della letteratura resistenziale. Lo fece pubblicando in Svizzera, dove si era rifugiato e continuava l’attività politica e culturale, “I compagni di settembre”, che oggi la piccola e vivace Endemunde di Andrea Garbarino presenta come il primo romanzo sulla Resistenza. Cronologicamente lo è, senza dubbio, e l’operazione di repêchage della Endemunde è meritoria: ma ci troviamo qui di fronte non tanto a una matrice da cui deriveranno una tendenza e un sottogenere, quanto, direi, a un capostipite destinato per certi versi a rimanere un unicum rispetto agli sviluppi successivi.
Con “I compagni di settembre”, Vigevani, che era già attivo sui giornali e aveva pubblicato un altro romanzo, tentò l’operazione di adeguarsi appieno alla materia trattata e di mettere al servizio della causa partigiana la sua scrittura (“penna e pensiero” accanto all’“azione”, all’“attività eroica della Resistenza italiana”, come ricorda Marco Fumagalli nella Postfazione, citando parole dello stesso Vigevani). Lo fece obbedendo a un’urgenza e forzando un po’ la propria natura di scrittore assorto e contemplativo dei paesaggi e degli infinitesimali moti dell’animo umano – tutte caratteristiche che avrebbe recuperato e affinato nei decenni successivi, in opere più fortunate che grazie a editori illuminati come Sellerio abbiamo potuto continuare a trovare sugli scaffali. Qui, ne “I compagni di settembre”, Vigevani volle essere tutto cose, azioni, concretezza virile: e riuscì a esserlo, nel linguaggio, sottraendo, asciugando, rinunciando alle sfumature del bello stile (“grumi della espressione accartocciata” avrebbe detto Franco Fortini). Per fortuna, però (e perdonatemi quel “per fortuna”), Vigevani non ci riuscì o non volle farlo fino in fondo: il romanzo è intriso di momenti di pura contemplazione del paesaggio, specie crepuscolare e notturna (anche secondo Calvino, nella Prefazione del 1964 a “Il sentiero dei nidi di ragno”, “la Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone”, un paesaggio già romanzesco, già pronto insomma al trasferimento sulla pagina), di sospensione vibrante, di studio circospetto delle intenzioni altrui, di silenzi carichi di nostalgia e sgomento. Sono questi, almeno a mio parere, i momenti più belli – non perché contraddicano l’assunto del romanzo, ma perché fanno sentire la lentezza del tempo dell’attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, e colorano molte pagine di un’inquietudine frastornata, molto vera, molto umana, lontana da ogni convenzione eroica dell’epopea contemporanea. In quei momenti Vigevani era già pienamente se stesso, anche se ancora scollato dalla meditazione sulla propria infanzia e dallo studio degli ambienti borghesi o altoborghesi caratteristici delle opere successive. Per gran parte del libro, nelle parole dell’io narrante, pittore che ha lasciato in città moglie e figlio, si sente spasimare questo desiderio di agire, di fidarsi di sconosciuti con cui fare gruppo, di opporsi a un nemico che ancora non si vede e di cui si hanno notizie frammentarie e vaghe: e quando il nemico si palesa, ecco che l’eccitazione momentanea dello scontro si trasforma subito in senso smarrito di precarietà, e l’impulso guerresco diventa dolorosa frustrazione e desiderio di fuga al di là delle montagne (non abbandono, non rotta, ma come un ripiegamento strategico, per quanto amaro, da condividere tra scampati), in territorio svizzero.
Anche questa conclusione, così poco enfatica, ci fa capire che la successiva letteratura resistenziale ha pescato altrove, più che in questo prototipo, i motivi del suo epos, tracciando altri legami con i modelli eroici della tradizione. Italo Calvino, nella già citata Prefazione a “Il sentiero”, ha riletto in chiave omerica l’elaborazione di questo patrimonio di storie, prima spontaneamente orale e solo poi scritta, questa “smania di raccontare” da cui sarebbe scaturita la narrativa partigiana; e ha citato poi, come esponente più alto di quella stagione letteraria, il Fenoglio di “Una questione privata”, romanzo “costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso” e allo stesso tempo carico della furia e della commozione e della verità che solo la realtà può dare. “I compagni di settembre” si può piuttosto accostare al Senofonte dell’“Anabasi”: ce lo suggerisce Vigevani stesso, con un inciso non privo di ironia, verso la fine: “Al mattino levammo il campo, come Senofonte avrebbe scritto da buon storico antico, e partimmo per l’interno del bosco spinti dalla necessità di raggiungere altitudini più remote”.
http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/98-fuoriasse-10/313-fuoriasse-9-ottobre-2014.html
http://www.youblisher.com/p/804398-FuoriAsse-10/