lunedì 16 settembre 2013

Il sito, ancora


Torno a invitare a  una visita (libera, divagante, pure naufragante, se volete) al sito che è stato realizzato da Riccardo Mantelli, http://claudiomorandini.com.
E già che ci sono anticipo alcune prossime novità, come la versione in altre lingue (francese, inglese, spagnolo).

venerdì 13 settembre 2013

Letture: Bänziger, Böni



La spaesata inquietudine dell’uomo tra i monti la ritrovo nelle pagine maniacali dello svizzero Hans Ulrich Bänziger (nei due racconti “Senzaluogo” e “Interlaken” raccolti da Tararà nel 2005, con prefazione di Fabio Pusterla e traduzione di Paolo Scotini). La sua percezione degli spazi, che siano appartamenti di città o luoghi di montagna, è fondata su un senso di insoddisfatta inappartenenza, registrata dalla prosa puntigliosa e ossessiva (bernhardiana, verrebbe da dire accogliendo il suggerimento di Pusterla). Un termine ricorre insistentemente, nelle descrizioni e nei ragionamenti rimuginanti di Bänziger: atopia, inteso come definizione di un non-luogo, di un interstizio tra gli spazi, di un ambiente che si si può definire solo attraverso la negazione di altri luoghi. Il rapporto di Bänziger con gli spazi, e in conclusione con la realtà, è tutto in questa impossibilità (anche venata di un umorismo paradossale) di trovarvi un senso (una direzione, cioè, un sistema di relazioni, ma anche, in definitiva, un significato). Vagare da un luogo all’altro (farlo davvero, a piedi, ma anche immaginarlo soltanto), come è raccontato nelle pagine di Bänziger, permette di prendere coscienza dell’insensatezza – allo stesso tempo, questa insensatezza sembra offrire un appiglio, stemperare la disperazione che darebbe l’ottenimento del senso.
Inquietudini assai simili colgono un altro svizzero, Franz Böni (“Una passeggiata sotto la pioggia alpina” sempre Tararà, 2006, a cura di Giovanna Wiemer): ecco allora personaggi in viaggio, o in fuga da una civiltà urbana disumanizzata, che nel mondo della mondo trovano non rifugio, ma una prigione, impietosa, opprimente, dominata da una feroce legge di natura. “Natura e società preparano per il singolo la stessa distruzione” nota la Wiemer.

martedì 10 settembre 2013

Da "Night Italia" n. 8: "Body and Soul - una sit-com"


Sul numero 8 (in uscita in questi giorni) della rivista d’arte “Night Italia”, curata da Marco Fioramanti e pubblicata dalle Edizioni Psychodream, compare il testo di una sit-com immaginaria scritta diversi anni fa, Body and Soul appunto, che è la parodia ridanciana di certa body art. Il fatto che “Night Italia” ospiti il  pezzo accanto a numerose foto e testimonianze di performer testimonia la spiccata ironia e autoironia del curatore. Di seguito riporto la nota introduttiva.
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Nota introduttiva a “Body and Soul – una sit-com”
Negli anni novanta (gli anni novanta!), quando ancora la sede regionale della RAI di Aosta concedeva spazi consistenti alla fiction, avevo progettato una sit-com da realizzare con pochi attori e pochissimi mezzi. Con la RAI di Aosta avevo già collaborato negli anni precedenti (gli anni ottanta!) scrivendo i testi di un ciclo di radiocommedie durato parecchie stagioni, e il passaggio alla televisione mi attirava da anni. Allora per me uno dei prodotti più immediatamente riconducibili, nel bene e nel male, alla specificità del mezzo televisivo era la sit-com: umorismo stereotipato, risate registrate (o provenienti da un pubblico invisibile in sala), un numero limitatissimo di personaggi (personaggi? tipi, piuttosto, macchiette), di ambienti ricostruiti approssimativamente in studio e di situazioni; in più, un moralismo strisciante, e, dietro a un anticonformismo fittizio, un pesante perbenismo sempre in agguato, nella definizione dei ruoli sessuali, familiari e di classe… Avevo in mente le sit-com statunitensi, più che le goffe imitazioni italiane che già si intravedevano in televisione: le prime, se non altro, avevano il pregio del rispetto dei tempi comici e una solidità di impianto; in più, ricordavo le sit-com inglesi, seguite da bambino o da ragazzino, più irriverenti e assai meno convenzionali nei meccanismi umoristici. Avevo inoltre appena scoperto la prima (l’unica?) sit-com americana davvero anticonvenzionale, “Seinfeld”, che registravo su reti televisive oggi scomparse, e guardavo e riguardavo imparandone a memoria i tic.
Da tutto questo mi era venuto lo spunto di immaginare una sit-com ambientata nel mondo dell’arte: anzi, in quello della body art. Mi interessava scoprire quale attrito producessero, combinati assieme, la ricerca delle forme più estreme di esplorazione artistica e il mondo conservatore, chiuso da regole e da limiti, della sit-com televisiva. Temo, a rileggere oggi i dialoghi della puntata pilota (mai realizzata, et pour cause), che a prevalere sia stato sin dalle prime battute il secondo. Ma insomma, l’idea mi pare ancora divertente, per quanto un po’ sciocca. Dopo questa prima puntata, scritta di getto, avevo tentato di scrivere una seconda puntata, arenandomi però già dopo le prime scene: la comicità parodistica già mi stava venendo a noia, e cominciava a farsi sentire un’urgenza di dramma e di mistero – sempre meno risate, sostituite da tormenti e esitazioni e tensioni più romanzesche che televisive.

sabato 7 settembre 2013

Da "Letteratitudine News": Bragi Ólafsson, "Animali domestici"


“Animali domestici”, il secondo romanzo di Bragi Ólafsson (La Linea, 2013, traduzione di Silvia Cosimini), è stato salutato nel 2001 dalla critica internazionale come un romanzo “rock”, anche se in effetti non parla di rock, e anche se, a pensarci bene, l’ormai lontana militanza dell’autore nei Sugarcubes di Björk non è sufficiente a colorare di “rock” ogni cosa da lui fatta dentro la musica e fuori. Di rock (se vogliamo procedere per analogia e con una certa dose di approssimazione) può esserci lo spirito sbarazzino, quella sensazione da esecuzione in diretta propria di ogni buona schitarrata con gli amici (anche di quelle calibrate in giorni e giorni di postproduzione in studio); ci sono il ricorso insistito all’alcool e un costante retrogusto sessuale pieno di desideri e impacci da eterni adolescenti; e c’è il risuonare anche della musica, come no, di tanta musica.
Ma proprio qui, nei riferimenti musicali di cui abbonda il romanzo di Ólafsson, scopriamo che il rock è solo uno degli interessi, e che nel bagaglio di un musicista islandese curioso e colto, che ha militato in una formazione alternativa e inclassificabile come i Sugarcubes prima di fondare una sua etichetta discografica, si può trovare molto altro (nel suo bagaglio, o in quello dell’io narrante, Emil, a cui immaginiamo che l’autore abbia prestato senza problemi gusti e idiosincrasie).
Il romanzo è ambientato negli anni novanta, in un’epoca in cui il vinile non era ancora materiale da nicchia e condivideva gli stessi spazi con i cd e le musicassette, la musica si ascoltava nei walkman (come si dice walkman al plurale? ci si chiede in una pagina divertente, una delle tante), si facevano compilation registrandole dai dischi e non scaricando tracce a tonnellate dal web in modo più o meno legale. Emil rientra a Reykjavík da un viaggio e, per motivi che non staremo a dire, si ritrova prigioniero in casa propria, nascosto sotto il letto, mentre amici e conoscenti non tutti rassicuranti invadono uno dopo l’altro la sua abitazione, saccheggiano la sua dispensa, suonano i suoi dischi. La situazione, solo apparentemente statica, è in realtà assai movimentata, e diventa, pagina dopo pagina, irresistibilmente umoristica, in quel modo paradossale ed esasperante che sembra caratterizzare certa narrativa nordica.
Tra parentesi, non si può non simpatizzare con il protagonista, che torna da Londra con le valigie piene di libri (otto) e dischi di gusto (trentasei, più sette cassette), e che a volte, ma senza snobismo, sembra misurarsi con gli altri che incontra proprio attraverso questi misuratori del gusto (li conosceranno? li avranno mai ascoltati? li potrebbero capire? li potrebbero amare?).
Tanta musica torna nelle pagine di questo romanzo, si diceva. Sin dalle prime pagine, ecco “Lonely Fire” del Miles Davis elettrico, un brano che Emil ama e che si ripresenterà più volte come una sorta di implicito leitmotiv; dello stesso Davis vengono citati certi “riarrangiamenti” (qui si coglie il sintomo di quella particolare e tutto sommato piacevole malattia del collezionismo, il completismo) e il tiratissimo e funkissimo “On the Corner”. Ecco apparire a un tratto “Mysterious Traveller” dei Weather Report, e la cosa non ci sorprende. Quando gli intrusi in casa si interessano alla discoteca di Emil e ripiegano sul rock, scovano vari vecchi successi di Elvis Presley (“Hound Dog”, “Heartbreak Hotel”, più avanti “Flaming Star”, e ancora “Suspicious Minds” e “Don’t Cry Daddy”) e i Kraftwerk di “Computer World”. Trovano anche, e questo sì è sorprendente, Mahler, e non una delle tante sue sinfonie entrate in un modo o nell’altro nella memoria collettiva, ma il raro e giovanile “Klavierquartett” del 1876; gli intrusi lo fanno suonare due volte, e la seconda è al centro di una sghemba conversazione sulla musica da camera e sull’anno di composizione (il ’76, che per taluni presenti diventa il 1976, il che farà ridere alcuni lettori, solo alcuni, temo). Più avanti, echeggiano certi brevi pezzi per violoncello e pianoforte di Anton Webern (si tratterà dell’op. 11, del 1914), il valzer “Vita da artista” di Johann Strauss jr. (l’op. 316, se vogliamo fare i pignoli), e subito dopo, in contrasto, Arthur Blythe al sax “sopra uno strano mix di trombone e bonghi”. Insomma, si tratta di una vera e propria colonna sonora fatta di contrasti e accostamenti azzardati, che giocando spesso con il meccanismo dell’incongruo accompagna e sottolinea la comicità delle situazioni.
È interessante (me ne accorgo adesso che scrivo queste note) che i brani musicali citati, anche i più recenti, non appartengano mai alla contemporaneità: lasciamo da parte Mahler e Strauss, ma davvero sembra che la musica, per Emil, questo intenditore educatamente maniacale e un po’ nostalgico, si sia fermata alla metà degli anni settanta; chissà se questo significa che è necessario o almeno auspicabile un distacco cronologico di almeno un decennio o due per godere a fondo della musica; o se suggerisce che la musica sia in fondo una faccenda della memoria, e che ognuno di noi, nel crearsi una compilation personale nel corso della propria vita, lavori di sovrapposizioni sentimentali, di nostalgie, e ami riascoltare quello che ha ascoltato nell’infanzia e non più tardi dell’adolescenza, e cerchi di rintracciarne i segni anche nelle musiche scoperte in seguito.


venerdì 6 settembre 2013

Due presentazioni estive

Ecco qualche foto di due presentazioni estive di "A gran giornate" nelle quali ho potuto contare sul sostegno di due amici. La prima, un vero e proprio reading dall'ultimo romanzo oltre che dai precedenti, si è tenuta giovedì 11 luglio 2013 in piazza Chanoux a Cogne, nell’ambito della rassegna "Vivere la piazza". Accanto a me, Stefania Celesia. 

Il secondo evento si è svolto domenica 11 agosto 2013, in piazza Cavalieri a Saint Vincent (Aosta), nell'ambito della manifestazione "La Valle dei libri". Accanto a me, Riccardo Mantelli.

domenica 1 settembre 2013

Allusione


La forza dell’allusione nel racconto mi è apparsa definitivamente chiara pochi giorni fa, di fronte alla “Brothel scene” di Frans van Mieris the Elder, esposta al Mauritshuis di Den Haag (provvisoriamente ospitata nelle sale del Gemeente Museum). Del bordello si hanno, nel quadro di brillante fattura, segnali non diretti, tracce che possono anche sfuggire a quel visitatore distratto che percorre ciondolando le sale dalle pareti ricoperte di scene di vita domestica assai simili le une alle altre (visite di medici a fanciulle malate, lettere inaspettate, giochi di carte, spulciature di fanciulli, pulizie di pavimenti…).
Eppure ci sono, i segnali: una cert’aria di disordine e di asimmetria nelle cose, l’imbottitura sbrindellata di una sedia, una scollatura troppo accentuata (appena troppo accentuata) nella ragazza appena troppo sorridente che versa da una brocca forse del vino nel calice retto da un giovanotto seduto forse troppo ammiccante; lenzuola e cuscini accatastati in alto, in disordine, come per fretta; un uomo con la testa appoggiata a un tavolo, nell’atto di dormire, dopo un’azione faticosa; due figure (una donna di spalle, un uomo davanti a lei, appena visibile, forse l’autoritratto dell’artista) che ammiccano, assai vicini l’uno all’altro, quasi a contatto, al di là di una porta; soprattutto, direi, i due cagnetti colti nell’atto sessuale, in mezzo alla stanza, nell’indifferenza di tutti. Qui, nel dettaglio del coito dei due cani, e nell’indifferenza degli altri, si coglie ovviamente l’allusione più esplicita, così esplicita che nell’Ottocento si coprì il maschio che montava, che solo nel 1949 tornò alla luce grazie a un restauro. Quando l’allusione ha a che fare con il senso del pudore, si relativizza, secondo usi di epoche e luoghi. Sono quei simpatici cani da salotto che altrove, in mille altre tele di ambientazione domestica, stanno quieti sotto ai tavoli, accanto ai padroni, in atto di attenta sudditanza, come giocattoli viventi. Qui invece fanno ciò a cui nel resto del quadro (sorrisi, ammiccamenti, lenzuola, stanze, scollature) si accenna appena.
Il quadro risale al 1658-59, ed è un capolavoro di precisione e di sottintesi: la brocca in mano alla ragazza e la corazza del giovanotto mandano riflessi di altri dettagli nella stanza che non vedremo mai (altre figure che si affacciano, rossovestite, da altre porte aperte? altri viluppi di lenzuola?); una candela spenta su una finestrella, pronta a essere accesa per dare un segnale; una porta aperta che suggerisce altri spazi, altre attività che non vedremo e che possiamo solo immaginare. E ancora, una carta geografica dall’aria consunta appesa a una parete (in un bordello?), una mandola appesa a ridosso, un ninnolo insulso su una mensola suggeriscono altri momenti, altre vite.
Non vi è nulla della galanteria esplicita del secolo successivo, di un Fragonard, di un Boucher; e nemmeno nulla della pittura erotica di ispirazione mitologica di un secolo prima, con quei nudoni tutti muscoli, i piedoni in primo piano, le ninfe ghermite, i satiri o fauni su di giri. Qui, nel quadro di van Mieris, si aggira il tabù del pudore con virtuosistica nonchalance, con umorismo lieve, caricando gli oggetti e i gesti non di mistero, ma di sottintesi, come in una parodia delle scene di Vermeer.