martedì 13 agosto 2013

Il sito (in lavorazione)

Ultimi ritocchi al sito, http://claudiomorandini.com, che si può già in buona parte visitare. Sicuramente non sarei mai riuscito a districarmi e a cavarne qualcosa di buono senza l'aiuto tecnico e estetico di Riccardo Mantelli, un artista e un amico con cui sento profonde sintonie anche quando non capisco che cosa stia facendo.
Questa è l'immagine di copertina.

lunedì 5 agosto 2013

Dallo Speciale n. 1 di "FuoriAsse": Francesca Scotti, "L'origine della distanza"


“L’origine della distanza” (Terre di Mezzo, 2013) è il titolo, particolarmente felice, del primo romanzo di Francesca Scotti – romanzo a modo suo, e vedremo come, ma certo non nel modo in cui si può intendere un romanzo oggi, cioè forte di un plot avvincente e di uno studiato dosaggio di colpi di scena e scene d’azione. Francesca, che aveva già mostrato di saper lavorare con originale levità e in profondità la materia narrativa nella raccolta “Qualcosa di simile” (Italic Pequod, 2011), qui si dedica a vicende e a ritmi ancora più distesi. E qui, nelle cadenze del romanzo, vedo una prima “distanza”, gentilmente provocatoria, rispetto all’andazzo corrente, ai meccanismi narrativi tutti fatti e azioni.
Vittoria, giunta in Giappone quasi per caso, dietro a un amore che in realtà la sfugge lasciandola sola, vi resta, sempre più affascinata dalla mentalità, dagli usi, dalla diversità culturale di quel Paese, da cui evidentemente non è così lontana, per temperamento e disposizione d’animo. Il suo sguardo, il suo udito si esercitano da subito su un mondo che dovrebbe esserle estraneo, con una sintonia che la tiene al riparo dagli scivoloni verso il pittoresco e l’esotico o il buffo (nemmeno un film per altri versi sottile come “Lost in Translation” di Sofia Coppola ne era immune, ricordate?). Coglie il distac- co, avverte il mistero, ma lo rispetta, e così facendo se ne appropria. Tra lo sguardo “a occhi bassi” dei giapponesi e il suo, calibratissimo, intimidito dalla condizione di sradicamento da troppe comuni certezze, vi è già un legame, che i mesi di permanenza (nella quieta Kyoto, una città “senza la frenesia e le stranezze” che ci si potrebbe aspettare) rafforzano. Sentiamo che l’esperienza personale ha consentito a Francesca Scotti, che da anni vive tra l’Italia e il Giappone, un approccio graduale al mondo cortese ma pudico della società nipponica, soprattutto le ha permesso di guardare oltre le eccentricità e gli eccessi (le ragazze che ostinatamente ogni mattina si truccano per sembra- re più occidentali, l’estraneità dei gusti gastronomici, l’ipermodernità contaminata con riti ancestrali, persone che “evaporano” nel nulla in una notte...) e di cogliervi un senso, o più sensi, insomma un’affinità, per quanto misteriosa.
La linearità dello stile di Francesca Scotti è frutto di un gran lavoro di pulizia, di sottrazione del superfluo – ed è una qualità che abbiamo già riconosciuto nei suoi racconti, e che qui, per analogia con l’amore per l’equilibrio essenziale dei giapponesi, si affina ulteriormente. Si percepisce una fine sensibilità per gli spazi, i vuoti, i silenzi che consentono di ascoltare piccoli rumori di fondo, che a poco a poco compongono una complessa partitura di pigolii, sgocciolii, passi, lontani rumori di traffico, rumori di cucina, foglie smosse dal vento, carte, ghiaia, bisbigli, sospiri. Francesca Scotti, che è musicista, già in alcune pagine di “Qualcosa di simile” aveva giocato con l’effetto straniante che fa uno strumento musicale che nessuno suona – qui, nel romanzo, il gioco è costante, ed è serio come la vita.
La seconda coniugazione della “distanza”, quella tra due culture, due stili di vita, è insomma la più labile, la più superabile, almeno per Vittoria. Più forte, e in crescendo, sembra invece essere quella che la oppone al mondo da cui proviene, l’Italia rassicurante e routinière, anche quando indulge a inseguire inquietudini e spleen alla moda: è l’Italia che qui mi pare ben rappresentata da Lorenzo, il giovane di cui Vittoria si è innamorata al punto da seguirlo – per scoprire che lui non è più lì, e che è fuggito da una liaison voyeuristica come si può fuggire da un tentativo mal riuscito di farsi giapponese secondo un’idea molto europea. L’Europa, l’Italia scivolano via, in un tempo solo apparentemente immobile, in realtà scandito da gesti, sguardi, sussurri, sorrisi, cerimoniali, abitudini nuove che hanno il sapore di scoperte, e scoperte di cose antiche.
La “distanza” del titolo sembra una volta di più smentita dall’avvicinarsi, sempre pudico, reticente, ma non per questo meno intenso, tra persone: Vittoria si trova al centro dell’attenzione, in quanto straniera, attira gli sguardi, forse anche i commenti – ma non è questo interesse superficiale a diventare oggetto di narrazione. Piuttosto, certi personaggi del romanzo, in particolare femminili, sembrano trovare in lei una confidente attenta e non ritrosa, e finiscono per aprirsi ai ricordi e alle confessioni, per esprimere, con la proverbiale cortesia nipponica ma anche con una sincerità di cui essi stessi sembrano stupirsi, timori e speranze (tra i primi, tragicamente fresco e tutt’altro che accademico, l’assillo per il contagio del post-Fukushima).

“L’origine della distanza” dimostra anche, e infine, come il modo migliore per parlare di amore (perché il romanzo, in effetti, può anche essere letto come tale, come una storia d’amore) sia di non parlarne, o meglio di cercare di evitarlo, raccontare l’assenza, la lontananza, quel sentimento complesso fatto di rimpianto e desiderio di oblio, di appartenenza e crescente estraneità, di volti amati che sfumano nel ricordo e volti nuovi che sembrano volerli sostituire.

sabato 3 agosto 2013

Dallo Speciale n. 1 di FuoriAsse: Massimo Maugeri, "Trinacria Park"


Ancora dallo Speciale della rivista culturale "FuoriAsse" dedicato al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino.

Chi conosce il garbo d’altri tempi con cui Massimo Maugeri conduce “Letteratitudine” nelle sue varie diramazioni non potrà non sorprendersi per la vena robustamente cattiva con cui ha scritto questo suo romanzo, “Trinacria Park”, appena pubblicato da e/o nella collana Sabotage. Intendiamoci: è una cattiveria fatta di severità di sguardo, di studio distaccato e intriso di pessimismo della natura umana, di insofferenza verso i danni che gli uomini possono provocare prima di tutto a se stessi, di delusione e indignazione per gli scempi di cui gli uomini sono capaci ai danni della natura, della cultura, della storia. In definitiva, è la cattiveria di chi, essendo fondamentalmente buono, si trova a combattere ogni giorno in un mondo di stupidi, avidi, disonesti.
Lo sguardo accigliato di Massimo Maugeri si esercita qui su un tema sempre affascinante che potremmo far risalire all’episodio della Torre di Babele: l’edificazione di un’opera di smodata ambizione, che travalica i limiti della natura umana e ambisce a misurarsi con Dio – o con gli dei, visti i rimandi mitologici che affiorano nel romanzo; ma non importa, la vendicatività dell’uno e degli altri parrebbe ugualmente terribile. Nel romanzo di Maugeri, questa costruzione frutto di orgoglio smodato si concretizza in un gigantesco e folle parco tematico sull’immaginaria isola di Montelava ispirato alla Sicilia, un concentrato di sicilianità pittoresca ad uso di turisti di tutto il mondo, una sorta di Minitalia in cui sono riprodotti su scala ridotta le città e i monumenti più significativi dell’isola, concentrati in un coacervo iperrealistico più-vero-del-vero che ricorda il più volte citato Disneyland parigino – o Cinecittà, o gli studios di Hollywood, al cui mondo si rimanda spesso e non a caso nel corso del romanzo, o mille altri parchi a tema, dal Parc Astérix al Jurassic Park di Crichton; ma quando si legge dell’Etna in scala ridotta, perfettamente funzionante, la memoria va piuttosto a certe villone pretenziose di nouveaux riches per accidente anche capi di governo che confondono il lusso ostentato con il gusto, il grosso il buono, il kitsch con il bello. Certo, con il parco dinosauresco di Crichton c’è in comune la particolarità geografica, l’isola che da paradiso si trasforma in prigione – ma, se leviamo questo ammiccamento, suggerito ironicamente dal titolo, davvero tutto il faraonico progetto di Trinacria Park risuona, più che come un’allegoria, come la proiezione in avanti del peggio del mondo in cui viviamo oggi.
L’ambizione degli uomini (politici locali e nazionali, uomini e donne di spettacolo, giornalisti, produttori, registi, attori) verrà scossa da una serie di eventi uno più disastroso dell’altro, che qui non riassumeremo e nemmeno citeremo, per non togliere il piacere dell’immersione nell’accumulo di imprevisti, nel climax di disgrazie, che procede come in un film o in un romanzo catastrofico, ma allo stesso tempo ne è, direi, la parodia (anche qui, una parodia perfida, scontenta, tendente al grottesco e sempre più indifferente al verosimile man mano che le cose precipitano, priva soprattutto di quel compiacimento larmoyant che rende i film catastrofici stranamente rassicuranti). Ed eccoli, i personaggi, tutti afflitti da un passato ingombrante, doloroso e irrisolto, tutti pronti a fingere, a simulare, per sopravvivere o scalzare gli altri in una gigantesca e rancorosa commedia degli equivoci che solo verso la fine smetterà di essere reci- tata – anche perché rimarranno in pochi a viverla.
E poi, ovunque, c’è la Sicilia: cioè, la riflessione sull’essere siciliani, su quella condizione paradigmatica che è la sicilianità – riflessione messa in bocca un po’ a tutti i personaggi, declinata in tutti i modi possibili, ora rimuginata come un’ossessione, un’appartenenza da difendere a tutti i costi, una necessità, ora come una sorta di condanna, addirittura una tara. Qui, sottotraccia, soprattutto in certe sentenziosità cui tutti i personaggi indulgono prima o poi, si sentono brandelli delle voci dei grandi scrittori isolani che hanno riflettuto sulla natura umana prima di Maugeri e che Maugeri conosce bene – voci pensose, di fine ironia, di scontrosa pervicacia nel rimestare la disorganica complessità del reale, i quali però nella volgarità imperante dell’oggi si troverebbero sicuramente a disagio.

giovedì 1 agosto 2013

Dallo Speciale n. 1 di FuoriAsse: intervista a Marco Nardini

Riporto, dal già citato Speciale della rivista "FuoriAsse" dedicato al salone del libro di Torino di quest'anno, un'intervista a Marco Nardini, delle Edizioni La Linea di Bologna. Il mio editore, sì.
Allo stand M14, condiviso con la storica casa editrice torinese Loescher, troviamo Alessandro Menon e Marco Nardini, due dei fondatori della giovane casa editrice bolognese La Linea, assieme a Isabella De Ponti e Andrea Ghezzi. In libreria dal 2011, La Linea si dedica alla narrativa internazionale con la collana Tam Tam, all’antropologia (collana Il Secondo Libro), alla saggistica divulgativa (Le Stringhe) e all’educazione degli adulti (La Linea Edu, in collaborazione appunto con Loescher). L’anno scorso, La Linea era presente per la prima volta al Salone all’interno del cosiddetto Incubatore, riservato alle case editrici con meno di ventiquattro mesi di vita; quest’anno, il passaggio tra le realtà editoriali più consolidate.

FuoriAsse: Marco, La Linea ormai è una presenza discreta ma assidua ai più importanti Saloni e Fiere del libro in Italia (“Una marina di libri” a Palermo, Buk Modena, “Più libri più liberi” a Roma, Pisa Book Festival...). Che cosa consentono questi avvenimenti a una giovane casa editrice come la vostra? E che cosa in particolare può dare una vetrina importante come il Salone Internazionale del Libro di Torino?
Marco: Le manifestazioni legate al libro sono importanti per tanti motivi, primo fra tutti la promozione e la diffusione del nome e del catalogo. Molte persone ci hanno conosciuto alle fiere e adesso ci seguono su Internet e in libreria. Chi partecipa a questi eventi è sicuramente un lettore forte, li frequenta proprio per scoprire libri, autori ed editori che nelle librerie generaliste fa fatica a scovare. Poi si conoscono tante persone dell’ambiente: giornalisti, critici, traduttori, redattori, scrittori, altri editori... Insomma, si imbastiscono conoscenze e collaborazioni con addetti ai lavori che sarebbe impossibile realizzare altrimenti. E infine vi è la possibilità di presentare le proprie novità a un pubblico molto ampio tramite gli eventi.

FuoriAsse: Che cosa potrebbe e dovrebbe fare, ancora, il Salone, per consentire alle piccole e medie case editrici di essere presenti (quest’anno si sono notate alcune significative assenze) e di non essere soffocate dalla vicinanza dei grandi cartelli editoriali? 
Marco: Intanto calare i prezzi: fra costo di iscrizione, costo dello stand e costi delle sale per le presentazioni, starci dentro è molto difficile se non impossibile. I piccoli editori non ce la fanno a sostenere tutte queste spese, senza considerare il vitto e l’alloggio per una settimana. Poi cercare di dare più spazio e più visibilità all’editoria indipendente, magari con una comunicazione o con degli eventi ad hoc. La qualità va sostenuta, altrimenti i piccoli editori che non riescono a rifarsi delle spese alzano bandiera bianca e rinunciano al Salone, e come risultato avremo padiglioni/negozi dei grandi gruppi, dove si venderanno gli stessi libri che si trovano impilati al supermercato o all’autogrill.

FuoriAsse: Come giudichi l’esperienza di “Altri libri... da Eataly”, parallela al Salone e condivisa con altri editori come DeriveApprodi, :duepunti, Hacca, Laurana, Melampo e Perdisa Pop? Qualcosa sembra non essere andato per il verso giusto...
Marco: Il problema è stato certamente quello della location e della scarsa visibilità. Antonio Paolacci di Perdisa, che ha avuto l’idea, ce l’ha messa tutta per una buona riuscita dell’evento, ma la sala – seppure molto bella – era difficilissima da raggiungere (ci siamo persi perfino noi!) e assai poco segnalata. Eataly avrebbe dovuto siglare una vera e propria partner-ship con questa ottima selezione di editori indipendenti e metterci nelle sale principali, fra la frutta e la verdura. Creare qualcosa di diverso e provocatorio, perché no, ma darci (e darsi, poiché avrebbe potuto avere molto più riscontro mediatico) maggiore visibilità.
FuoriAsse: Il catalogo de La Linea si è irrobustito in questi ultimi mesi. Puoi spiegarci quali sono gli aspetti dominanti delle vostre scelte editoriali? Come scegliete i vostri autori e come selezionate i libri che pubblicherete? 
Marco: I libri che pubblichiamo prendono strade molto diverse gli uni dagli altri. Siamo in più di uno a leggere, valutare, seguire il percorso dei nostri libri. Degli italiani, ad esempio, mi occupo prevalentemente io, ma con il sostegno di alcuni preziosi lettori molto fidati e molto rigidi nella selezione. Per quanto riguarda gli stranieri, leggiamo i testi scegliendoli in base alle recensioni positive che troviamo online, oppure grazie ai suggerimenti di agenzie fidate o di nostri collaboratori.

FuoriAsse: Che cosa ci puoi raccontare dei prossimi progetti de La Linea? 
Marco: In autunno arriverà una bella storia dell’amore raccontata da Patrizia Zani, già nostra autrice e collaboratrice, per la collana di saggistica divulgativa. Poi porteremo in Italia un giovane e bravissimo autore brasiliano, Santiago Nazarian, con il romanzo Masticando umani, e prima di Natale pubblicheremo il terzo romanzo di Cinzia Bomoll, già autrice Fazi. page26image7544