mercoledì 31 luglio 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Monsieur Hulot all'inferno"



Riporto l'inizio del pezzo che si può leggere da ieri nella mia rubrica "Da una provincia di confine", sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" (http://www.zibaldoni.it/). Il titolo è "Monsieur Hulot all'inferno" (ma anche il titolo alternativo sul link, "L'uomo della fame", suona particolarmente efficace, oltre che in sintonia con l'immagine scelta, un Totò che si abbuffa di pastasciutta).
Quassù, dalle mie parti, vivono personaggi che vale la pena braccare. C’è ad esempio un tizio, un vecchietto tutto rughe, pallido come un agonizzante, che si fa spesso vedere ai vernissages e alle premières – ovunque ci sia da scroccare cibo e vino gratis. Non gli importa nulla di quadri, libri, conferenzieri: se ne sta in disparte e aspetta che l’evento abbia fine per buttarsi prima di tutti gli altri sul buffet. Si ficca in bocca manate di salatini e dolciumi, senza fare distinzione, e reclama bicchieri di vino dal cameriere – e man mano che l’alcol lo rende audace, la voce gli si fa sempre più imperiosa, le richieste sempre più ostinate. Quello che non ingurgita lì per lì se lo preme nelle tasche dell’impermeabile, poco importa se si tratta di roba unta. Non lascia avvicinare gli altri: piccolo e gracile com’è, si impone a tutti, e corre da un punto all’altro della tavolata dei rinfreschi per mettersi davanti ai convenuti e impedire loro di allungare la mano sui vassoi.
Certi miei amici artisti hanno finito per considerarlo una mascotte. Se non lo vedono arrivare alle loro presentazioni ci rimangono male, e, per effetto di quella insinuante superstizione che coglie anche i più sofisticati, finiscono per divenire pensosi, pessimisti, distratti, scostanti. Tra loro, inteneriti, nei salotti, si raccontano gli exploit del vecchietto, si dilungano sullo sguardo, su quel suo passo incerto, sulla forza prodigiosa che sa tirare fuori inaspettatamente quando crede che qualcuno gli voglia sottrarre le pizzette. Io, quel vecchio scroccone, lo detesto. Più di una volta l’ho mandato via di malo modo, e una volta – ma non ne vado fiero, lo racconto solo per amor di verità – ho cercato pure di lanciargli in faccia un mio libro, mancandolo. I miei amici, invece, gli regalano i loro libri o i loro quadri, e non sanno che lui, invece di leggerli, li venderà per comprarci le sigarette.
Bene, oggi ho deciso di seguire il vecchio scroccone. Lo pedinerò di nascosto, per ore, finché non scoprirò tutti i suoi segreti. So dove trovarlo: di solito ciondola nei pressi della saletta ristoro della biblioteca, dove scrocca caffè e panini e sigarette agli avventori più sprovveduti. Ha un modo tutto suo di guardarti negli occhi, con un’espressione umida e dolente, che ti fa sentire un criminale se non gli allunghi gli spiccioli per un caffè o mezzo pacchetto di sigarette, che poi lui arraffa senza dir grazie, per passare poi a inumidirsi gli occhi dinanzi a qualcun altro. I ragazzi stranieri che passano i pomeriggi in biblioteca perché non sanno dove altrimenti andare ci cascano subito: non hanno quasi soldi in tasca per sé, ma quel parassita mellifluo li costringe a tirar fuori il poco che hanno.
Lo trovo lì, infatti, che fa la posta a un paio di studenti universitari. Questi, per toglierselo dalle balle, gli hanno appena allungato un euro, che lui ha infilato subito nella macchinetta dei panini. Ora pigia pulsanti un po’ a caso, sconcertato che tutto quello che desidera maggiormente costi di più di un euro. Sta per elemosinare un altro euro agli studenti, ma questi, che hanno finalmente capito, se ne vanno. Lui resta lì, vicino alla macchinetta, in attesa di qualcun altro a cui spillare quel che manca.
Lo osservo da dietro l’angolo. Cammina in cerchio, nervoso, le mani incrociate dietro alla schiena. Sotto la luce impietosa della saletta, il suo spolverino appare sudicio, la sua testa incrostata, le scarpe sfondate. Ora si mangia un’unghia, ora un’altra. Passa dalle unghie alla pellicola attorno alle unghie, poi alla pelle annerita dei polpastrelli. Il suo sguardo cade spesso alla merendina che ha prescelto, ma che non scende ancora. Lui gira su se stesso. Gli animali allo zoo fanno così – quelli che la cattività ha reso folli.
Arriva finalmente un tizio di mezz’età che è tutto uno sbadiglio. Non fa in tempo ad avvicinarsi alla macchinetta del caffè che il vecchio gli si butta addosso e con una vocetta querula lo implora – gli impone – di aggiungere un euro al distributore delle cibarie. La sua giustificazione, che dal mio angolo è inintelligibile, dura qualche minuto, e sembra stordire ancora di più il nuovo arrivato, che alla fine estrae dal portamonete un euro e lo inserisce nella macchietta. Lo sguardo avido del vecchio parassita segue quell’euro fino a che non sparisce nel distributore. È pronto per richiedere con un dito il panino imbottito, e a seguirne la caduta fino al contenitore in fondo.

Vi invito a leggere il seguito e a commentare qui: http://www.zibaldoni.it/2013/07/30/luomo-della-fame/

martedì 30 luglio 2013

Dallo Speciale n. 1 di "FuoriAsse": l'editoriale


Qualcuno leggerà davvero e fino in fondo gli editoriali? Fatto sta: per il numero speciale di FuoriAsse dedicato al Salone del Libro di Torino 2013 ho scritto, nelle vesti di "responsabile di redazione", un editoriale di cui propongo ora una buona parte.

Ricordate quando il Salone del Libro di Torino si chiamò, per qualche anno, Fiera del Libro? A molti sembrò una sorta di resa all’aspetto più commerciale dell’editoria, una rinuncia a dare priorità al valore culturale. Da quando è tornato a chiamarsi Salone, con sollievo di molti, e ha aggiustato il tiro su diversi aspetti, questo caratterizzazione culturale sembra preservata. Certo, il baccano di certi settori, l’allegria un po’ alla Gardaland di certi stand, il sovrapporsi in certi momenti della giornata di proposte di ogni genere, tutto questo rimanda ancora a quel clima da fiera, da mercato: anche quest’anno abbiamo visto relatori costretti a urlare nei loro microfoni per non essere sommersi dall’happening musicale di pochi metri più in là, poeti timidissimi fare la voce grossa, accademici innervosirsi, brillanti conferenzieri perdere il filo in mezzo a tanta distrazione. Abbiamo anche visto incontri di grande interesse andare deserti o quasi, e file impressionanti alle porte delle sale dove certi personaggioni di fama televisiva presentavano i loro ultimi prodotti. Abbiamo cercato invano degli editori che non c’erano, perché nel frattempo avevano chiuso bottega o perché avevano ritenuto poco vantaggioso o troppo dispendioso esserci. Fa parte del gioco, ahimè, lo sappiamo. Ma, per fortuna, nella nostra flânerie tra gli stand del Lingotto, accanto a questi episodi, abbiamo visto e vissuto momenti intensi da vero Salone, o ancor meglio da salotto, in cui davvero vibravano le idee e i libri, quelli veri, diventavano oggetto di disamina, non solo di promozione, e venivano fatti dialogare sul serio e fruttuosamente con i lettori. Ecco, di questi momenti vorremmo dar conto in questo speciale di FuoriAsse, intervistando autori che erano presenti al Salone, parlando di libri che al Salone sono stati presentati, e incontrando editori (non grandissimi, talvolta piccoli, sempre di qualità) che li hanno supportati e che hanno trovato spazi e anche forme non convenzionali per farsi conoscere.

Il resto su http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/95-fuori-asse/235-fuoriasse-speciale-salone-internazionale-del-libro.html

lunedì 29 luglio 2013

Dallo Speciale n. 1 di "FuoriAsse": l'intervista a Stéphanie Hochet (version en français)

Da oggi è possibile leggere e scaricare dal sito di Cooperativa Letteraria (http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/95-fuori-asse/235-fuoriasse-speciale-salone-internazionale-del-libro.html) il numero speciale di "FuoriAsse" dedicato agli incontri del XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino. Alla realizzazione di questo numero ho contribuito con grande piacere, lasciandomi contagiare dall'entusiasmo di Caterina Arcangelo e di Mario Greco. Tra i pezzi che ho firmato anch'io, comincio a segnalare l'intervista mia e di Caterina a Stéphanie Hochet, che di seguito riporto nella traduzione francese, invitandovi a leggerla nella versione italiana a pag. 22 dello Speciale.

Entretien avec Stéphanie Hochet
(FuoriAsse – Officina della Cultura. Speciale n. 1 sul XXVI Salone Internazionale del Libro)

Claudio  En 2012, en Italie, il y a eu une pléthore de livres de fiction inspirés par la fin du monde. Dans certains cas, on se trouvait devant des histoires  liées à la soi-disant prophétie maya ; dans d'autres cas, cette prolifération de catastrophes littéraires semble être le reflet des incertitudes et des angoisses de l'époque dans laquelle nous vivons; dans ton cas, nous sommes plutôt confrontés à un roman qui utilise le thème de la fin du monde pour explorer autre chose – la nature humaine, je crois, la vie de l'homme en relation avec le temps. Es-tu d'accord?

Stéphanie  C’est parfaitement ça.  Je n’avais pas l’intention d’écrire de la science-fiction, un style littéraire que je respecte mais qui n’est pas mon affaire dans le sens où les théories de fin du monde m’intéressent moins que le traitement poétique et la vie intérieure des personnages qui comprennent (ou pas) qu’ils doivent faire face à leur propre finitude. Je parle aussi de la société actuelle, de son fantasme de chaos et de complots, de sa violence, de son culte du pouvoir et de notre fascination pour la mort à grande échelle. Tu as également raison quand tu parles de la notion du temps que les personnages intègrent, ils doivent prendre en compte cette fameuse date du 21 mars qui est présentée comme le début d’un cataclysme. L’heure et la durée sont des notions très importantes dans le livre.

Claudio  L'écrivain italien Gabriele Dadati, qui a présenté ton livre à Milan en février, a écrit  à propos de la littérature de fin du monde: « J'ai le sentiment que l'imaginaire est en train de se normaliser et de fréquenter une idée de Fin qui ressemble non à un acte de violence, mais à une perspective de plus en plus normale. Que les chocs sont de moins en moins nombreux et que les choses vont finir parce que, eh bien, parce que c'est ainsi que cela doit aller. Que l'atmosphère de la fin est quelque chose que nous respirons tous les jours. Je ne sais pas si cela est effrayant ou paisible. » Que penses-tu de cette interprétation, qui semble cohérente avec la citation de Susan Sontag en exergue (« La vie moderne nous habitue à vivre avec la conscience intermittente de désastres monstrueux, impensables – mais, nous dit-on, parfaitement probables »)?

Stéphanie  Il a très bien exprimé l’esprit des Ephémérides. On vit dans une société qui nie la fin, qui regarde ailleurs. On ne veut pas parler de l’euthanasie ou de notre prochaine disparition qu’elle soit personnelle ou celle de l’espèce. Mais il y a beaucoup de façons d’en parler. Qui nous dit que la fin n’est pas un moment merveilleux ? Les dernières pages des Ephémérides sont les plus aériennes pour cette raison. Mais c’est amusant parce que la phrase d’exergue de Susan Sontag me paraissait avoir une tonalité plus sombre.

Caterina  Chaque personnage est représenté par un intense sentiment d'anxiété et d'appréhension. Le sentiment d'angoisse qui, selon plusieurs lecteurs, caractérise les personnages se fonde sur la crainte de l'imminence du danger contre lequel on sent péniblement sa propre impuissance. A ce propos, à ton avis, peut-on trouver une consonance avec le film de Lars von Trier Melancholia, dans lequel les vies des personnages sont bouleversées par une prochaine collision planétaire?

Stéphanie  Le plus étonnant si on fait référence au film Melancholia, c’est que je l’ai vu alors que j’étais en pleine écriture des Ephémérides…Et je n’ai pas pu m’empêcher de m’exclamer : Ca c’est trop fort ! Mes romans sont parcourus par cette angoisse dont tu parles et qui doit m’habiter depuis longtemps, ma dernière fiction se nomme d’ailleurs Sang d’encre. Pour reparler de Melancholia, j’ai aimé le film dont l’esthétisme exalté m’évoque la peinture de Gustave Moreau.

Claudio  Elio Grasso a écrit dans un article qui est apparu il y a quelques mois dans Pulp: « Hochet suit ses créatures avec une grande délicatesse, comme une ombre qui déploie toutes les nuances selon l'intensité de la lumière. » C'est une interprétation originale et convaincante de ton rapport avec les personnages, fondée sur ​​une idée d’empathie, de sensibilité et de respect, et se distingue de beaucoup d'autres qui mettent l'accent sur la «cruauté», sur l’« impitoyabilité » présumée de ton regard. Qu'en penses-tu?

Stéphanie  Absolument ! Je m’inscris en faux contre ceux qui me décrivent comme un auteur de la « cruauté », car c’est avoir une lecture très superficielle de mes livres. J’ai un véritable amour pour mes personnages. La méchanceté, la malveillance existent dans le monde que je décris comme dans la réalité mais tous les personnages avec lesquels je décide de passer un certain temps (mes personnages principaux) sont  perçus avec humanité. Je suis allergique au cynisme total.

Caterina  La description des personnages révèle une connaissance approfondie des tics, des obsessions et des délires qui caractérisent l’espèce humaine. Je me réfère en particulier aux caractéristiques qu’on reconnait rarement ou qui sont à peine perceptibles dans la vie de tous les jours, et aux remèdes qui, peut-être, et même d’une façon superficielle, on pourrait définir extrêmes. Je pense à ce propos aux tourments de la mère de Ludivine: « Mais ensuite quel bonheur. Cette vie minuscule dans mes bras. Et ce pouvoir sur l'enfant. Ce pouvoir effrayant de vie et de mort sur un autre être ». Et je pense à la prise de conscience absolue d'un « sentiment de puissance » qui se développe, quoique à de différents degrés, dans certaines dynamiques, par exemple entre la prostituée Tara et ses clients, Bill, par exemple.

Stéphanie  En effet, d’ailleurs un de mes romans s’intitule Je ne connais pas ma force... L’idée du sentiment de toute puissance m’évoque les découvertes de Freud sur la perception des petits enfants qui se voient comme tout puissants. Et qui à côté de cela sont dépendants des soins des adultes et en particulier de leur mère dont le corps à côté du leur ressemblerait à celui d’une géante. On ne peut pas devenir vraiment humain si on ne se sépare pas de cette pulsion. Les dictateurs sont des enfants qui veulent tout. On retrouve des dictateurs au sommet des états ou au sein des familles toutes « simples ». La mère de Ludivine prend conscience de sa puissance réelle sur cette enfant, elle y pense mais ne passe pas à l’acte. Tara passe à l’acte en dominant ses clients psychologiquement et physiquement.
Caterina  Dans plusieurs passages la conscience que la vie va arriver à son terme provoque un sentiment de liberté ; imaginer une fin complète et une chance d'échapper aux conventions que l'existence nous impose donne un sentiment de soulagement. Et là où les « conventions » persistent, nous voyons persister un sentiment de malaise. Les hommes d'affaires qui sont les clients de Tara donnent preuve d'une grande détermination en apparence, mais ils cachent une série de névroses qui produisent diverses manifestations psychopathologiques. Parfois, les remèdes à cette anxiété sont des solutions extrêmes. Penses-tu que c'est une attitude facile à trouver dans la société d'aujourd'hui?

Stéphanie  Non, bien sûr, mais les clients « névrosés » de Tara ont au moins trouvé un cadre qui les contient. Ceux qui ne trouvent pas ce cadre se mettent peut-être à tuer des gens... Tara a d’ailleurs conscience d’aider les autres, d’être une « bonne fille » comme les autres prostituées sans qui les monde irait plus mal. C’est du moins son opinion.

Claudio  Dans Les éphémérides les familles traditionnelles (celle de Simon Black, celle de Ludivine, celle de Tara aussi, ainsi que d'autres familles qui apparaissent ici et là, comme le petit clan terrible des éleveurs de rottweiler) sont présentées comme des « nids de vipères », dans lesquels se concentrent l'angoisse, le mensonge, l'égoïsme, les malentendus; de tout cela, paraît-il, on ne peut se sauver qu’en s'enfuyant et en inventant des relations alternatives ailleurs, le plus loin possible. Et si on étend le regard, même la société dans son complexe semble, dans ton roman, amplifier et aggraver les tares typiques de la famille. Est-ce que tu te reconnais dans cette interprétation?

Stéphanie  C’est parfaitement juste. Et l’allusion au « nid de vipère » comme référence à Mauriac est percutante. La famille est une structure si archaïque, je parle bien sûr des familles traditionnelles, que son fonctionnement se base souvent sur l’écrasement de certains par d’autres. Tout y est guerre, rapport de force. C’est du moins ce que j’ai pu constater dans la mienne. Mais d’autres auteurs l’ont décrite également ainsi.

Claudio  Dans un entretien enregistré par Alberto Sebastiani pour La Repubblica tu dis : « J’écris dans le silence ». Comment travailles-tu sur tes textes, quelles sont à ton avis  les conditions idéales dans lesquelles écrire un roman ou un récit?

Stéphanie  Chacun les siennes. Pour moi, il faut que je sois dans un endroit calme et pas trop froid. Qu’on ne me dérange pas sans cesse avec le téléphone etc.

Caterina  Deux mots sur la couverture du livre, dans laquelle, dans l'obscurité presque totale de l'image, reluit un cœur. Je crois qu’une représentation de ce genre, dans un roman qui continue à palpiter de sang du début à la fin, peut impressionner le lecteur. Je me demande si tu as vraiment aimé cette image de couverture. Ou si elle a été choisie parce qu'elle sonne fortement avec le texte. Ou si, comme cela arrive souvent, il s'agit d'un choix éditorial et, par conséquent, du résultat d’un combat entre l’auteur et l’éditeur.

Stéphanie  Au début, j’ai été si surprise par cette couverture (qui est une photo, l’œuvre d’un artiste) que je n’ai pas su quoi en penser. Il m’a fallu un certain temps. Et puis ça a été le coup de foudre car cette image est sublime et évoque l’aspect « viscéral » qu’il y a dans mes romans. J’en suis très fière car maintenant elle est devenue une partie du livre.

Caterina  Pour ce qui concerne le travail des maisons d’édition, quelles sont à ton avis les différences entre la France et l'Italie? Et que penses-tu des lecteurs italiens? Selon ton expérience, dans la façon de considérer l’art, la littérature et la culture en général, il y a des différences fondamentales entre l'Italie et la France?

Stéphanie  J’ai adoré rencontrer les éditeurs de La Linea. J’aime leur esprit d’ouverture, leur curiosité, leur gentillesse. Ils sont aussi très attentionnés et ils travaillent bien (je suis aussi ravie de la traduction par Monica Capuani). Je ne crois pas qu'il y ait de différences fondamentales entre la France et l'Italie (mondialisation ?), en tout cas je ne me permettrais pas de juger pour toutes les maisons d’édition italiennes mais celle-ci montre un intérêt très net pour les cultures du monde entier. Elle me semble exigeante et classe.

Caterina  Es-tu satisfaite du travail effectué en Italie et de l'attention portée à ton livre?

Stéphanie  Absolument ! Le livre a reçu une très belle presse en Italie (deux articles dans la Repubblica...) et des critiques littéraires de très haute tenue comme celle de Elio Grasso.

venerdì 26 luglio 2013

Da "Letteratitudine News": Paolo Morelli, "Racconto del fiume Sangro"


È stato un gran bel viaggio, quello in compagnia di Paolo Morelli lungo il Sangro (“Racconto del fiume Sangro”, Quodlibet, 2013). Ha avuto coraggio Paolo a farlo, e a farlo così, da solo, a piedi come ai tempi delle assorte e scanzonate escursioni del “Vademecum per perdersi in montagna” (nottetempo, 2003), con poco o niente, se non il quadernetto, l'occhio attento, l'orecchio fino, seguendo ostinatamente questo piccolo fiume di provincia, senza mai perderlo di vista, sempre in ascolto, dormendo dove capita, raccogliendo in un sacchetto immondizie altrui, infilandosi in canneti, approdando a isolotti, guardando sempre dal basso le opere dell’uomo che via via lo modificano, ne stravolgono il corso. Ha avuto coraggio, intendo, a raccontarlo senza le astuzie che oggi conferiscono a ogni narrazione lo stesso sapore di un thriller, anche se thriller non è. Qui, nel “Racconto del fiume Sangro”, c'è altro, per fortuna: c’è la sorprendente e avvincente costruzione della personalità di un fiume (una personalità ricca, complessa, verrebbe da dire, imprevedibile, fatta di forza e insieme di adattabilità, di irruenza e di accoglienza), c'è "l'intervista" a questo fiume, come a un certo punto la definisce lo stesso autore, cioè l'ascolto scrupoloso della voce del fiume e di ogni torrente che gli si fa incontro o addosso, l’indefessa invenzione poetica (poetica, sì, e vedremo in che senso).
Diamo qualche assaggio di questa indefessa invenzione, che trasforma acqua e fiume (due personalità distinte, quasi due principi complementari) in persone, in caratteri. Apro a caso il libro, sicuro di trovare ovunque un esempio appropriato. Ecco, in una delle primissime pagine: “Il borbottìo si attutisce tra l’argilla e il muschio, per sentirlo bisogna mettersi in ginocchio e accostare l’orecchio, profittando del vento quando cala e zittisce. Gli sbuffi d’acqua fanno un suono come una risata trattenuta per educazione, che diventa lo schiarirsi di voce di un bambino. Certe sillabe appena nate, solo vocali in a o in o col riverbero di voci uguali delle altre sorgenti qui vicino”. E più avanti: “… e lei l’acqua simula uno svenimento appena le incontra (le piante, nrd), nemmeno si direbbe che le evita, gli casca addosso con marpioneria, con sagacia, certe grosse foglie fanno un rumore come quando si fa suonare un filo d’erba in bocca”. L’ascolto attento del fiume porta a distillare, a distinguere le singole note: quando nel Sangro si immette un torrente e dall’incontro dei due corsi “si forma un muro… alto pochi centimetri”, “il suono sul muro è un tipo di fru fru, preceduto da un borborigmo e seguito da un rumore di scivolo”. Andiamo avanti: “Così come non c’è niente di lineare nel corso di un fiume, così per la sua voce che è sempre e comunque fatta a sbalzi e cesure, accelerazioni magari, ma mai e poi mai sovratono, questo è tanto ovvio che non vale la pena scriverlo, basta ascoltare. In ogni caso se fosse un cantante il Sangro sarebbe un contralto poco drammatico”. “Passo sotto un piccolo ponte e mi fermo, qui la varietà delle voci è impressionante, un coro di folli, una banda di ubriachi all’ultimo stadio, basta quel poco d’eco per accatastare i suoni della sarabanda…”. E ancora: “Il tutto avviene sottotono e protetto dall’acustica del folto, un bisbiglìo che somiglia a quello di chi ti dà un consiglio all’orecchio, anzi molti consigli ci sono in giro, ognuno per sé conservato nella riservatezza”. Ancora una, vi prego: “Difatti poi stamattina la voce è rauca ma composta, come uno che ha sempre faticato ma sempre ritrova la forza, come dicevano una volta di chi lavora la terra che la forza gli torna nel sangue la notte”.
In queste, e in molte altre pagine, si scopre l’atteggiamento umile (e dunque coraggiosamente in piena controtendenza, come si diceva all’inizio) di chi non si impone, di chi è lì per imparare, di chi esercita la pazienza, di chi va sempre, ostinatamente, a piedi (un andare a piedi che è anche un po' una categoria dello spirito) e se è costretto a prendere un mezzo ci resta male. Sono pagine affabulatorie, in cui la nettezza nel riportare una sensazione si coniuga con la fantasia di una narrazione spontanea e improvvisata, che qui emerge da appunti presi secondo l’estro e le impressioni del momento.
Di certo, in questo gioco continuo di sinestesie e di personificazioni Morelli non è mai dannunziano, non dovrei nemmeno scriverlo, anzi il suo racconto della natura si pone agli antipodi di ogni possibile dannunzianesimo (e se parlo di dannunzianesimo è perché ancora oggi ci si casca, se non si sta attenti, a raccontare la natura, a scervellarsi su come rendere la “voce del fiume”). Il viaggio di Morelli è pure lontanissimo da esperienze come quelle tracciate nel “Danubio” di Magris, in cui si trattano soprattutto gli uomini, le città, la storia, un fitto tessuto culturale, e in cui l’acqua, al limite, potrebbe anche non esserci. Non siamo nemmeno dalle parti del Po raccontato tante volte, da Mario Soldati (che era più interessato a tradizioni, cibi, vini) in poi, fino, che so, a “Il grande fiume Po” di Guido Conti, tutto memoria storica e letteraria; forse qualche affinità possiamo trovarla con Paolo Rumiz, che però sul Po viaggia in barca (nel recente film “Il risveglio del fiume segreto” con la regia di Alessandro Scillitani, e nel recentissimo libro “Morimondo”, Feltrinelli). Certo, a parlare del Po (o, che so, del Tevere, del Piave, di quei fiumi lì), il rischio dei toni epici, dell’enfasi lirica, è sempre presente, mentre il Sangro non li evoca proprio questi toni, appunto dannunziani o magari conradiani, anzi ne rifugge. Avvertiamo le maggiori sintonie, per comune sensibilità degli autori, per programmato desiderio di non programmare un percorso ma di scoprirlo passo dopo passo perdendocisi, con il Gianni Celati di “Verso la foce”, uno scrittore con cui in passato Morelli ha condiviso esperienze letterarie (un altro sodale di quelle esperienze, Ermanno Cavazzoni, è tra i curatori della collana “Quodlibet Compagnia Extra” in cui è inserito questo “Racconto del fiume Sangro”).
Ma questo gioco dei confronti che abbiamo tentato lascia il tempo che trova perché il Sangro (verrebbe da dire “per fortuna”) non è proprio il Po, subisce i consueti interventi dell’uomo e incontra piccoli comuni di montagna e di costa privi di appeal letterario, e c’è poco da dire sul suo passato, cioè sul passato degli uomini che hanno tirato su case lungo il suo percorso. In fondo parliamo di un corso d’acqua appenninico come tanti; è l’approccio di Paolo Morelli a renderlo significativo e unico. Bisogna insomma saperseli scegliere, i propri fiumi, andare in cerca di quello che si sente più affine, origliare la “voce” del meno frequentato, del meno ascoltato.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/07/25/racconto-del-fiume-sangro/

giovedì 25 luglio 2013

Stéphanie Hochet ad Aosta, il 23 luglio 2013

Qualche foto dell'incontro, assai piacevole, di martedì 23 luglio 2013, al Café Librairie di Aosta. Converso con Stéphanie Hochet di scrittura e libri, in particolare dei suoi ultimi, "Le effemeridi" (La Linea, 2012, trad. di Monica Capuani) e "Sang d'encre" (Edizions des Busclats, 2013).
Le foto sono di Marilisa.

mercoledì 24 luglio 2013

"Potrei raccontarvi" su CLE


Sul n. 7-8 (luglio-agosto 2013) di CLE, la rivista di Cooperativa Letteraria riservata ai soci, compare un mio contributo intitolato "Potrei raccontarvi" in cui rievoco certe esperienze letterarie della mia infanzia, spero in modo non troppo melenso. Dal mese prossimo la rivista sarà scaricabile da tutti dal sito di Cooperativa Letteraria. Io vi anticipo la parte centrale del pezzo.

Da bambino, come tutti, amavo l’avventura, quella iperbolica e fracassona dei romanzi del ciclo di “Tarzan”. Quando la maestra ci portava a rifornirci di libri nella piccola biblioteca della scuola, io lì finivo, tra i romanzi di Burroughs, che avevano il vantaggio, ai miei occhi, di non perdere tempo dietro a premesse troppo lunghe, come invece accadeva con Verne (quelle premesse interminabili avrei imparato, pochi anni più tardi, ad amarle più delle stesse avventure). I dialoghi erano ridotti all’osso, ma d’altra parte come si può mettere in bocca a degli scimmioni (o “antropoidi”) un eloquio umano, o meglio, come tradurre in linguaggio umano i loro versi? Burroughs sapeva farlo, certo, ma appunto nessuno pretendeva dai suoi gorilla uno stile da commedia di carattere. C’erano poi azione, colpi di scena, lunghe descrizioni: e cominciavo a capire che il sale, o meglio il sangue dell’avventura, sta nelle descrizioni che intasano le pagine, distraggono il lettore impaziente, lo esasperano, ne sfiniscono le difese, e intanto lavorano sulla sua percezione del mondo, sulla profondità della sua visione, oltre che sul suo lessico, e gli restano per così dire attaccate agli occhi anche quando leva lo sguardo dalle pagine e guarda attorno a sé.
Da quelle esperienze furiose di lettore (rimanevo in classe a leggere, sprezzante, mentre i miei compagni nell’intervallo si precipitavano fuori a giocare nel cortile, a rincorrersi, farsi boccacce, a seviziare maggiolini) nacque la materia del mio primo romanzo. Lo scrissi a otto-nove anni o giù di lì, su un quadernetto, con tanto di esploratore, foresta, animali feroci e soprattutto un orripilante ippopotamo meccanico che si aggirava incongruamente nella jungla. Il racconto impressionò, ricevetti complimenti e qualche suggerimento benevolo (e forse preoccupato) a proposito dello spaventoso e frettoloso bagno di sangue con cui, ormai sazio, avevo concluso il tutto per passare ad altro. Fatto sta: dopo qualche mese venne pubblicato integralmente, efferatezze comprese, a puntate e in ultima pagina come un romanzo d’appendice, sulla rivista quindicinale (accidenti, come si intitolava?) dell’ordine cui apparteneva la zia suora, tra articoli su taglio, cucito e vetrineria, pellegrinaggi, decessi di consorelle. Anche lì, complimenti e imbarazzi: i primi ovviamente mi lusingarono fino a rendermi insopportabile; dei secondi nemmeno mi accorsi.
La maestra, in classe, amava leggerci romanzi di genere larmoyant. Ricordo certi polpettoni di Malot o Salvator Gotta, i “piccoli alpini”, i “piccoli vetrai”, i “senza famiglia”. Alcuni di noi, tra cui io, pur turbati dall’interminabile serie di sciagure e in attesa irrequieta di un lieto fine purchessia, in privato ostentavano indifferenza e si davano  a dileggi. Arrivavamo a inumidirci gli occhi di saliva, o a stropicciarceli, per simulare commozione, o per prendere in giro chi davvero piangeva. Ricordo una compagna di classe che, colta da emozione intrattenibile dinanzi alle traversie di qualche piccolo eroe, prese a piangere, andò a casa per pranzo piangendo, e piangendo tornò il pomeriggio, accompagnata dalla madre sconvolta, che non capiva perché la figlia fosse ridotta a un cencio fradicio. E ricordo che ammirai la cocciutaggine di quell’emozione, e invidiai quelle lacrime, sospettando che io e i miei amici ci perdessimo qualcosa, qualcosa di grande, ancora più grande dei brividi che lasciavo correre su di me quando per ore leggevo Verne. Senza saperlo, mi trovavo dinanzi a una variante imprevista del senso del sublime.

http://cooperativaletteraria.it/index.php/component/content/article/80-cooperativa-letteraria/81-come-associarsi.html