martedì 11 giugno 2013

Da "Letteratitudine News": Andrea Garbarino, "I giorni in fila"

Si può leggere il noir “I giorni in fila” di Andrea Garbarino, appena uscito nella collana Tam tam delle Edizioni La Linea, non come noir, cioè come un prodotto ossequioso a un genere, ma come un romanzo tout court? Sì, naturalmente, e per diversi motivi. Intanto la scrittura di Garbarino, diretta ma lavorata con cura, spesso ricca fino a essere immaginosa, impedisce una lettura distratta; si tiene ben lontana, insomma, dallo stile da una botta e via (se mi posso permettere) di molta letteratura di consumo di oggi, tutta cliché e dinamismo cinematografico. Poi, tra le pagine del romanzo, facciamo la conoscenza di caratteri tutt’altro che stereotipati, anime dotate di doppi fondi, personaggi di imprevedibile complessità che non amano rivelarsi e anzi si portano dietro (fin quasi alla fine, almeno) un carico di mistero, di feconda ambiguità. C’è infine un gusto labirintico per il girovagare tra presente (l’oggi di una presumibile Savona “tetra persino sotto il sole”) e gli anni della seconda guerra mondiale, della lotta di liberazione, dell’immediato dopoguerra. I personaggi di Garbarino si aggirano tra vicoli e locali e intanto scavano in quel passato rimosso, ne disseppelliscono segreti, si invischiano in reti di menzogne, alibi, finzioni e manomissioni, ne sono minacciati e feriti – è un passato rognoso, che sopravvive nei vecchi malati e rancorosi che lo hanno vissuto e tormenta i sogni dei giovani che ne hanno sentito parlare da bambini e continuano a sentirne parlare, e vorrebbero capire di più. L’orizzonte narrativo di Garbarino, che è stato giornalista, poi scrittore, ora anche editore, va al di là insomma delle angustie del genere, si apre sulla storia e si dilata di forza immaginativa.
Al centro delle vicende, si muove, ostinata, un’interessante figura femminile, Sandra, assieme fragile e forte, sensuale e androgina, seduttiva e scostante; all’inizio restia a uscire da quella dimensione di autoesiliata, di “appartata” (riprendo dal titolo del precedente romanzo di Garbarino, “Gli appartati”, Tropea, 2010) che si è voluta costruire addosso e attorno come una corazza, si trova d’improvviso costretta, da una serie di indizi e messaggi che turbano la sua vita, a ripercorrere il passato e a ricomporne i tasselli mancanti. Allora si mette in viaggio, si arrovella, pedina, è minacciata, percossa anche. La sua presenza e il suo ruolo nel romanzo possono essere riassunti perfettamente con queste parole: “Tengo tra le dita i fili di tutti. Non vista, seguo le impronte convergenti di vivi e morti. Eppure ho la sensazione di essere spiata. Mi sento al centro di un cerchio che mi si stringe attorno”. Di mezzo ci sono soldi (“palanche”), tanti soldi, l’eredità di suo padre, parenti avidi, partigiani (suo nonno paterno era partigiano), repubblichini riciclati (come il nonno materno), i discendenti di questi e di quelli, manichini da sartoria, notai, malavitosi, gente che non è quel che dice di essere, una madre inacidita e malata, ricatti, regolamenti di conti. L’aria si fa sempre più greve, ma Sandra la fende con ammirevole cocciutaggine, ora da sola, ora approfittando del soccorso di amiche, amanti, contatti occasionali, e più l’intrico si infittisce più la vediamo ostinarsi. Certo, alla fine l’intrico di cui si diceva si fa così fitto da richiedere un buon sessanta pagine per essere sdipanato, tra rivelazioni, confutazioni, colpi di scena, aggiornamenti vari. Ma quello che conta è la riflessione (amara) sulle falsità degli uomini, sulla difficoltà a fare davvero i conti con il proprio passato, sull’avidità cieca di molti – e qui Sandra rivela la sua vera forza, il suo essere diversa da tutti, la bellezza nascosta del suo personaggio.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/06/11/i-giorni-in-fila-di-andrea-garbarino/#more-2924

sabato 8 giugno 2013

Da "FuoriAsse" n. 7: Fabio Ciriachi, "Le condizioni della luce"

Sul numero 7 della rivista "FuoriAsse", la bella creatura degli amici della Cooperativa Letteraria di Torino, compare un mio pezzo dedicato all'ultimo romanzo di Fabio Ciriachi, "Le condizioni della luce" (Gaffi, 2013), seguito da un'intervista all'autore. Riporto qui la recensione al libro, e rimando alla rivista (eccellente e ricca, come sempre) per l'intervista, in cui Fabio si è mostrato un interlocutore tutt'altro che reticente.


Se i precedenti romanzi di Fabio Ciriachi, “Soprassotto” (Palomar, 2008) e “L’eroe del giorno” (Gaffi, 2010), si avventuravano nei territori della memoria (individuale e collettiva) dei tardi anni cinquanta e poi dei settanta con la velocità di allegretti e andantini, il nuovo “Le condizioni della luce” (Gaffi, 2013) procede malinconico, dolente e anche solenne come un gigantesco adagio. Con i primi due, “Le condizioni” va a comporre una sorta di trilogia (o di suite, per continuare con le allusioni musicali), e conclude la ricognizione sul passato prossimo attraverso un personaggio, la fotografa Alda, che più dei personaggi dei precedenti romanzi (l’Ivan ragazzino di “Soprassotto”, l’Ivan giovane de “L’eroe”) sembra operare un distacco rispetto alle urgenze autobiografiche che hanno sempre dominato la narrativa di Fabio Ciriachi. In lei, cioè, donna, raccontata in terza persona, si ritrovano punti in comune e differenze – tra i primi, di sicuro la pratica della fotografia, tra le seconde ovviamente il genere. Piuttosto, se proprio vogliamo scovare una figura che sembri collegarsi più direttamente alle tematiche dei primi due romanzi, è in Paolo, l’isolato affascinante morente che chiede ad Alda di essere fotografato fino a che la bellezza non lo abbandonerà, che convergono e si decantano le passioni, i furori e i dilemmi di tutta un’epoca, e si risveglia una propensione alla convivialità (anche gastronomica) che era già di Ivan. Lui, Paolo, sembra un Ivan invecchiato, stanco, deluso ma sempre disposto a ragionare sul proprio passato, anche quando questo può far male.
L’interiorità riflessiva e circospetta di Alda domina il romanzo, lo gonfia di pensieri, emozioni, riflessioni e riflessioni sulle proprie emozioni. Noi vediamo davvero gli ambienti attraverso lo sguardo di Alda, osserviamo il via vai degli altri personaggi, ragioniamo con questi, poi, rimasti soli, ragioniamo su quei ragionamenti. È un approccio insieme cauto e sensuale (amoroso) alle cose che non è consueto nella narrativa di oggi, che invece sembra tendere a una velocità tutta cose e fatti, come se dovesse inseguire il cinema (quello d’azione) sul terreno impossibile del dinamismo. Ciriachi, consapevole di trovarsi in controtendenza, rallenta sui minimi gesti, sui singoli battiti di ciglia, su ogni boccone di cui si compone un pranzo o una cena. E come i pranzi e le cene di cui abbonda la sua narrativa richiedono un’attenta elaborazione, così i fatti si snodano con la lentezza che è propria della realtà, e sono preceduti da attese che sono raccontate come attese, cioè momenti ricchi di pensieri e di scenari.
Il carattere contemplativo, oltre che riflessivo, di questo romanzo spicca nelle numerose pagine dedicate alle Selve, la tenuta nascosta in cui si è rifugiato Paolo, e in generale alla campagna aretina. In questo mondo solo all’apparenza fuori dal tempo, solo superficialmente immobile, accadono i fatti più straordinari e si muovono in realtà i personaggi più vitali e trascinanti, come Loredana, la ventenne figlia di contadini che vive quietamente in una sorta di doppia natura, è creatura del mondo che l’ha generata e a cui rimane legata e, trasformata e trasfigurata, è una perfetta creatura notturna di città.
Come e più che in “Soprassotto”, ne “Le condizioni della luce” Ciriachi smazza i piani temporali, alternando i furenti anni settanta con il ripiegarsi degli anni ottanta e con gli anni duemila, osservandoli quasi sempre attraverso lo sguardo di Alda, che prima scopre, poi abbandona, poi riscopre la fotografia come mezzo di esplorazione nella realtà, come metodo di indagine sugli altri e su se stessa. È anche la storia della sua crescita, della maturazione di una vocazione artistica e di una personalità, prima schiacciata da una sorta di dipendenza dagli altri (da altri sbagliati) poi interprete di una raggiunta indipendenza, conquistata attraverso gli altri (gli altri giusti). È, infine, una riflessione pacata e serenamente laica (diciamo stoica) sulla morte, sulla precarietà di ogni cosa, su quanto valga comunque la pena di vivere ogni esperienza nonostante il carattere transeunte del tutto, sulla sapienza regolatrice del caso nel riallacciare fili disfatti, sulla sofferenza come dato ineludibile, sulle numerose piccole strategie per alleviarne gli effetti.

La rivista: http://www.youblisher.com/p/630571-FuoriAsse-7/
Il sito di Cooperativa Letteraria:
 http://www.cooperativaletteraria.it.

venerdì 7 giugno 2013

"A gran giornate": la recensione di Wendy Columbo su "Excursus.org"

"Con perizia affabulatoria davvero singolare, Morandini lascia trapelare una certa compassionevole curiosità e una svagata devozione per questi campioni della mediocrità, tutti alla disperata ricerca di un significato concreto e rassicurante da attribuire a un’esistenza sempre più insensata e crudele" scrive Wendy Columbo, che ringrazio, all'inizio dell'analisi acuta e attenta (più di una recensione) che ha voluto dedicare al mio "A gran giornate" su "Excursus.org", la rivista online diretta da Luigi Grisolia. 
"Soli – neanche una figura femminile a fargli compagnia – stanchi e spauriti, gli eroi di questa avventura sono, tutto sommato, uomini ordinari che s’illudono di ingannare la propria sorte portandola a passeggio per la strada" conclude Wendy Columbo. "Il loro percorso è composto, sì, da deviazioni provvisorie, brusche decelerazioni, brevi fermate e incomprensibili cambiamenti di direzione, tuttavia, una destinazione c’è sempre e gli si para davanti, alla fine. Che sia un gigantesco mostro marino dalle sembianze femminee, un’imponente roccia nuda e priva di vita o un’insolita formazione atmosferica, lei è lì e sembra immobile nell’attesa.
Con una conclusione enigmatica ed elusiva, Morandini consegna al lettore un’epopea positiva della fragilità maschile, sondandone con occhio accorto e indulgente gli aspetti più meschini e quelli più esilaranti. Il tono ironico impiegato nella narrazione è penetrante, acuto, ma mai irriverente o paternalistico, piuttosto comunica un forte senso di empatia e condivisione, soprattutto quando descrive scene grottesche o caricaturali dal carattere chiaramente felliniano. L’andatura della sua prosa è accorta e ponderata quasi a lasciare intendere che, come nella vita, anche in letteratura c’è sempre un crepaccio inaspettato in cui si rischia di cadere."
Vi invito a leggere l'articolo integrale su
http://www.excursus.org/il-vaso-di-pandora/uomini-alla-deriva-in-una-strampalata-wasteland-allitaliana e a seguire questa bella rivista.