venerdì 22 marzo 2013

Da "Letteratitudine News": intervista a Stefano Bortolussi

Stefano Bortolussi ha pubblicato da poco un romanzo, “Verso dove si va per questa strada”, presso Fanucci, nella collana Teens, che “si propone di offrire occasioni di lettura, divertimento e riflessione” al pubblico “nascosto, spesso sottovalutato” dei teenager, “quei ragazzi che spesso si allontanano dai libri proprio perché non riconoscono in essi il proprio mondo e i propri specifici problemi”.
Verso dove si va per questa strada
Il romanzo di Bortolussi sa parlare con franchezza e ironia a questo pubblico, raccontando una storia molto antica e allo stesso tempo molto moderna, realistica e immaginosa, incentrata sulle avventure di due sorelle (una quindicenne, una decenne). In fuga dall’auto della madre, per motivi che rimarranno misteriosi fino alla fine, le due ragazzine si inoltrano in un bosco che riserva loro diversi incontri con personaggi bizzarri, forse scontrosi e inafferrabili ma certo non minacciosi; dopo il bosco, ecco un fiume, poi un canale, una nave abbandonata, una casetta insolita… Spinte a procedere da qualcosa che non è soltanto desiderio di avventura o di indipendenza, e nemmeno curiosità, o impulso di sopravvivenza, le due sorelle, dotate di una fantasia fervida ma anche di un vivace pragmatismo, affrontano assieme, con un senso via via più solido di appartenenza, la deriva di avventure e imprevisti, fino al sorprendente finale che tutto ricompone.


1 – Caro Stefano, quali sono secondo te le virtù più importanti di un romanzo per ragazzi? Credo che una di queste sia il trattare i giovani lettori come lettori a tutti gli effetti, a pieno diritto.
Hai perfettamente centrato il punto, a mio parere. Un “romanzo per ragazzi” secondo me dovrebbe essere semplicemente un bel romanzo, e rivolgersi ai ragazzi quasi dimenticandosi che siano “ragazzi”, ossia evitando di prendere le scorciatoie (di senso, espressive, psicologiche o quant’altro) che alcuni si sentono obbligati a prendere quando scrivono “per ragazzi”. In altre parole, mai sottovalutare i propri lettori – cosa di cui dovrebbero ricordarsi anche molti scrittori “per adulti”, peraltro.
2 – E che cosa non dovrebbe essere un libro per ragazzi? Oppure: che cosa tu cerchi di evitare quando scrivi per i ragazzi?
Ti svelo un segreto che forse non è poi così segreto: in realtà, scrivendo “Verso dove si va per questa strada” non mi ero prefisso di scrivere un romanzo “per ragazzi”, di rivolgermi necessariamente a lettori e lettrici dell’età delle mie due protagoniste (rispettivamente 15 e 10 anni). Quello che mi interessava fare, e che spero di essere riuscito a fare, era calarmi nella mente, nella psicologia e perché no, nel corpo della narratrice, la sorella maggiore. Il fascino dell’operazione per me era tutto lì: uno scrittore di mezz’età (ebbene sì, tristemente…) che si immerge nel mondo di un’adolescente e cerca di reimmaginarlo (e non di riprodurlo, bada bene). Forse questo mi ha evitato di incorrere negli errori di cui parlavo prima. Ma anche in passato, quando mi è capitato di scrivere per lettori anche più piccoli, ho scoperto che il (mio) segreto è quello di pensarli sempre un po’ più grandi.
3 – Direi che la tua sfida è vinta. La tua quindicenne è un personaggio intenso, ricco, per certi versi anche spiazzante. Il lettore adulto finisce per invidiare un po’ a lei e alla sorellina il loro approccio alle cose e al linguaggio. Ma tornando a parlare dei giovani lettori (o delle giovani lettrici): qual è il tuo tipo di pubblico ideale? Ho l’impressione che la tua scrittura così ricca richieda attenzione e concentrazione, e che insomma tu abbia in mente un lettore già consapevole del suo ruolo, nutrito di buone letture.
Sì, il mio giovane lettore ideale è un lettore forte e consapevole. Un giovane lettore la cui vita è già stata cambiata da Harry Potter (una delle più grandi architetture letterarie degli ultimi decenni, se lo chiedi a me), da Stephen King, dai classici per l’infanzia e da Shakespeare, quello del “Sogno” e della “Tempesta”. E soprattutto un lettore adulto che non ha paura di confrontarsi con questo genere di visioni e di racconti, un adulto-bambino nel senso migliore del termine.
4 – Questo mi conferma l’impressione che ho avuto leggendoti, cioè che il tuo rapporto con la tradizione della letteratura per ragazzi sia stretto e fecondo. In “Verso dove si va” ho sentito il recupero di situazioni, temi e suggestioni molto antiche, a partire dalla fuga nel bosco, ma rivissute sempre con una sensibilità anche ironica e un’inquietudine molto contemporanee.
Sì, scrivendo il libro ho sempre avuto bene in mente che mi rifacevo a una tradizione millenaria, quella della fiaba: il percorso a tappe, gli incontri, i luoghi simbolici come il bosco, il fiume, gli animali e in generale gli elementi. Non a caso, a chi mi chiedeva cosa stessi scrivendo, rispondevo sempre: “una specie di fiaba malata”. Ma all’interno del calderone dei riferimenti e delle ispirazioni ci sono molte altre cose: due canzoni di P.J. Harvey, una poesia di Ted Hughes (“Lucci”, diretta ispiratrice dell’incontro con il mostruoso siluro nel canale), un meraviglioso romanzo di un altro grande Hughes, Richard, che si chiama “Un ciclone sulla Giamaica” e dove c’è una scena in cui una ragazzina si porta allegramente a letto un piccolo coccodrillo… o è un caimano? Non riesco mai a ricordarmelo. (Esiste una descrizione migliore del concetto di “perverso polimorfo”? Certo che esiste: ma in Freud è molto, molto più noiosa.) E poi ovviamente “Alice” di Lewis Carroll, e “Huckleberry Finn” di Mark Twain, e “Il signore delle mosche” di William Golding, e di nuovo Shakespeare, Prospero e Ariel, Oberon e Titania… Come vedi, tutte opere che stanno in precario e succulento equilibrio fra letteratura per ragazzi e per adulti. Ma forse bisognerebbe addirittura superare un distinguo così semplicistico. Ne propongo un altro: quello fra chi è disposto a stupirsi e chi no.
5 – Uno degli aspetti più interessanti del tuo libro sta nella verosimiglianza applicata alla dimensione avventurosa e fantastica. I pensieri, i battibecchi, il rapporto complesso eppure stretto tra le due sorelline, l’atteggiamento di esasperazione della maggiore non scevro di stupore ammirato nei confronti della minore, tutto questo impianto psicologico e dialogico è estremamente realistico – riesco a immaginarle benissimo, due ragazzine così, insieme complici e avversarie, e sono sicuro che si esprimeranno davvero così, in quello stile immaginoso e sempre un po’ iperbolico, tutto arguzie e sfide.
Be’, ti ringrazio, visti i miei obiettivi iniziali è forse il miglior complimento che si possa fare al libro. Tieni conto che, alla stessa stregua dell’Alice di Carroll, le mie due protagoniste si ispirano a due ragazzine in carne e ossa, a cui peraltro il libro è dedicato. Sono loro, figlie di amici, ad avermi incantato con i loro scambi di arguzie e le loro dinamiche di rapporto, e ad avermi spinto ad assumere le loro sembianze, penna in mano…
6 – Quanto a me, da “lettore di mezz’età”, ho apprezzato il tuo romanzo senza per forza immaginarmi nei panni di me stesso da giovane, come invece mi capita quando devo farmi piacere certi film destinati a un pubblico giovanile. Ne ho apprezzato la forza onirica, l’arguzia del linguaggio, la dimensione avventurosa, l’intento pedagogico ben mascherato ma avvertibile e condivisibile.
Anche qui, grazie. Sebbene debba dire che, non avendo mai avuto in mente di scrivere per un pubblico specifico, più che mascherato l’intento pedagogico è forse inconscio. In realtà (e forse questo la dice lunga sulla potenza dei miei meccanismi regressivi…), scrivendo il libro mi sono sempre lasciato guidare dal principio di piacere: come vorrei che reagisse la narratrice a questo punto? Cosa mi piacerebbe che dicesse la sorella minore in questa situazione? In fondo, la storia è quella di un’avventura liberatoria, anche se tutta giocata “sotto la superficie”…
7 – Un’ultima domanda, forse inevitabile, Stefano: uno dei problemi maggiori, per chi insegna oggi, è di far amare la lettura agli allievi – anzi, di educare gli allievi alla lettura, cioè a un’attività che una volta faceva parte naturalmente del percorso formativo di ogni ragazzo o quasi, ma che oggi è negletta, e rischia di diventare, se già non lo è, fatica abnorme, pratica innaturale, esercizio forzoso. Secondo te come si può far scoprire di nuovo ai giovani il piacere della lettura?
Una proposta provocatoria: adottare la saga di Harry Potter come libro di testo. Scherzi a parte, nella mia visione forse semplicistica e ingenua c’è sempre un insegnante che ti fa “innamorare”. Il segreto, secondo me, è tutto lì.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/03/22/intervista-a-stefano-bortolussi/#more-2435

domenica 17 marzo 2013

Il qui-e-ora e l'altrove (pensierini)


Torno su alcuni aspetti che l’intervista di Umberto Rossi su “Pulp Libri” di gennaio 2013 ha sollevato e che sono stati ripresi in un pezzo di Elio Grasso per “FuoriAsse” n. 6 del marzo 2013, là dove si dice: “abbiamo a che fare con un autore che agisce da una provincia vischiosa e abbastanza misteriosa: Aosta potrebbe gestire atmosfere di confine come niente fosse, però nei libri di Morandini appare trasfigurata, resa piatta e forse scaricata quanto una senile regione padana”. È un tema che mi sta evidentemente a cuore, su cui ragiono spesso (anche nella rubrica che mi è stata affidata su “Zibaldoni e altre meraviglie”, Da una provincia di confine). Allora, pronti? Si riparte.
Ho trovato in certi scrittori svizzeri anche molto diversi gli uni dagli altri – Max Frisch, Jacques Chessex, per nominarne due – una corrispondenza con quello che sento, io piccolo scrittore di confine, o con quello che vorrei sentire. Negli svizzeri ho notato un’apertura quasi feroce verso le esperienze esterne, europee e anche extraeuropee – e un’altrettanto ferocemente lucida insofferenza per l’angustia dell’ambiente in cui sono vissuti (che era pur sempre, nel caso di Frisch, Zurigo, mica un paesello). Negli svizzeri che amo la marginalità si traduce in uno sforzo perenne di allungare lo sguardo altrove, nel bisogno di saltare le paludi quiete nelle quali non vogliono sprofondare, per connettersi a flussi di realtà più ampi, più irruenti. Sono cosmopoliti nel modo più irrequieto ed esigente; e non amano le dimensioni locali che costringono a continui esercizi di miopia.
Ecco, mi sento, fatte le dovute proporzioni, come loro. Provando a sintetizzare: ad Aosta abito, non ci vivo. Ho l’ambizione di vivere altrove, in orizzonti (non solo virtuali) più ampi, lungo connessioni che ho curato per anni, e che si allungano nello spazio presente ma anche, in un certo senso, si radicano in verticale, negli spazi della tradizione letteraria (cioè di tradizioni vere, che sono germinate altrove, sempre in un altrove).
Il fatto che qui, dove abito, mi si conosca meno ancora che altrove – il fatto che qui mi si tratti comunque come un autore locale, in mezzo a molti altri, persone rispettabili ma estranee a ogni idea di letteratura, perse in un’autoreferenzialità certo rassicurante ma comunque fuorviante – questo fatto mi provoca, è vero, qualche cruccio, ma per fortuna mi basta connettermi con i miei altrove per superare questo modesto e anche imbarazzante choc.
I miei altrove sono i veri miei qui e ora, insomma; vi ho ottenuto cittadinanza, vi sono dentro sempre, quando scrivo e quando penso, quando leggo e quando ascolto, quando comunico, quando scopro e quando imparo e quando mi sento letto, esaminato, rigirato, discusso. La comunità di cui sento di far parte è una realtà concreta, fervida, è percorsa da idee e dibattiti, risuona di sintonie, e non smette di essere presente quando tolgo il collegamento, perché non coincide con le comunità su internet, anche se internet è uno degli strumenti principali per garantire la comunicazione tra i suoi membri (non tutti, per la verità, ancora in vita).

giovedì 14 marzo 2013

Da "FuoriAsse": Elio Grasso legge "A gran giornate"

Sul numero 6 della bella rivista letteraria FuoriAsse, creatura della Cooperativa Letteraria di Torino animata da un eccellente gruppo di collaboratori, compare un lusinghiero articolo di Elio Grasso dedicato al mio "A gran giornate".

"Alle prese con Morandini" scrive Grasso "la letteratura cambia faccia, quella attuale la si può rimettere nelle vetrine di Montecarlo e, finalmente, il poco che resta torna in mano ai ciabattini – vale a dire, ai geni dell’invenzione fantastica ma socialmente inchiodata (Kafka, Buzzati, Landolfi), ai geni della scrittura ponderata fin quasi all’afasia finale (Beckett). E poi lo svelamento dei mostri, dove la realtà è pressappoco corteggiata da questioni che sono materia del “giallo”, o del noir, intesi come generi ma anche come letteratura al quadrato (Dürrenmatt). E siamo già a cinque autori, amati incondizionatamente da Claudio (e da me). Senza mezzi termini, e con la più meditata ma passionale dichiarazione. Siamo, per dire, dalle parti migliori del Novecento, quello che portava gli autori dritti filati dai propri inferni ai set cinematografici di Hollywood e Cinecittà. Wilder e Fellini, Miller (Henry) e Flaiano". 
E più avanti: "In A gran giornate le colpe sono agili come un balletto, le volontà picaresche spesso raggiungono apici di cialtroneria, il tutto è guidato dall’abilità affabulatoria di Morandini, sicuramente uno dei pochi scrittori oggi in Italia capaci di scrivere bene”. 
Vi invito a cercare FuoriAsse (http://www.youblisher.com/p/581501-FuoriAsse-6/) sul sito della Cooperativa Letteraria, http://www.cooperativaletteraria.it, per leggere il pezzo di Elio Grasso nella sua integralità e tutta la rivista dalla prima riga all'ultima, e per scoprire anche le numerose iniziative di questo appassionato e competente gruppo di amici (tra i fondatori, Caterina Arcangelo, Mario Greco, Silvia Rosa, Salvatore Sblando).

lunedì 11 marzo 2013

Letture: Stéphanie Hochet, "Sang d'encre"


Riprendo qui, con qualche variante, le righe che ho scritto a Stéphanie Hochet dopo aver letto il suo "Sang d'encre" (Éditions des Busclats, 2013). Faccio seguire la traduzione in italiano.

Pour commencer, nous sommes évidemment très flattés de nous reconnaître dans le Claudio et la Marilisa qui habitent les pages les plus sereines du livre : voilà, ces deux personnages représentent ce que nous aimerions être, tout simplement.
Et puis, j’ai aimé cette couleur de conte "gothique" qui est dans ton roman, très classique et en même temps bien contemporaine: le mots «Vulnerant omnes» qui peu à peu s’absorbent dans la peau, la menace représentée par les mots «Ultima necat» qui restent bien visibles…
En particulier, j’ai aimé ce sens discret du fantastique qui anime tes pages: tu peins une obsession très "gothique" avec légèreté, sans impatience, tu joues avec les nuances, évites avec élégance les risques de l’excès d’effets. L’obsession du narrateur pour son tatouage serait du réalisme brutal si au lieu du tatouage il y avait une maladie mortelle – mais il y a un tatouage, plus précisément des mots, qui habitent le corps comme s’ils étaient vivants, un calligramme allusif, et là on est quelque part entre le fantastique et l’allégorie.
J’ai aimé aussi (et je peux bien la comprendre) la tentative du narrateur d’oublier son obsession en s’intéressant aux femmes de son présent et de son passé et, on pourrait dire, en substituant une obsession avec une autre. Puis il y a Dimitri: personnage puissant et ambigu, il envahit peu à peu les pages du livre comme il envahit les pensées de ses clients, tout en demeurant mystérieux jusqu’à la fin.
Merci pour ce petit/grand cadeau si raffiné!

Prima di tutto, siamo naturalmente molto lusingati nel riconoscerci nel Claudio e nella Marilisa che abitano tra le pagine più serene del libro : ecco, questi due personaggi rappresentano ciò che vorremmo essere, semplicemente.
Mi è piaciuto poi questo colore da racconto "gotico" che è nel tuo romanzo, molto classico e nello stesso tempo molto contemporaneo : le parole « Vulnerant omnes » che poco a poco vengono assorbite nella pelle, la minaccia rappresentata dalle parole « Ultima necat » che restano ben visibili…
In particolare, ho amato questo senso lieve del fantastico che anima le tue pagine : tu dipingi un’ossessione molto "gotica" con leggerezza, senza impazienza, giochi con le sfumature, eviti con eleganza i rischi dell’eccesso di effetti. L’ossessione del narratore per il suo tatuaggio sarebbe realismo brutale se al posto del tatuaggio ci fosse una malattia mortale – ma, appunto, c’è un tatuaggio, più esattamente delle parole, che abitano il corpo come se fossero vive, un calligramma allusivo, e qui siamo da qualche parte tra il fantastico e l’allegorico.
Mi è anche piaciuto (e posso capirlo benissimo) il tentativo del narratore di dimenticare la sua ossessione interessandosi alle donne del suo presente e del suo passato e sostituendo, si potrebbe dire, un’ossessione con un’altra. Infine, ecco Dimitri : personaggio potente e ambiguo, invade a poco a poco le pagine del libro come invade i pensieri dei suoi clienti, rimandendo sempre misterioso, fino alla fine.
Grazie per questo piccolo/grande regalo così raffinato!

venerdì 8 marzo 2013

Da "Letteratitudine News": Mauro Tomassoli, "L'estate di Camerina"

Alcuni elementi fortemente riconoscibili ricorrono nei bei racconti che Mauro Tomassoli ha riunito sotto il titolo “L’estate di Camerina” (Avagliano, 2012). Vi si assapora una scrittura lavorata, innanzitutto, dosata e precisa, un po’ fuori dal tempo (dal nostro tempo approssimativo e arrogante di sicuro) e legata invece a un’idea di prosa che oggi non usa più (e a certi modelli di scrittori che ancora tra i Cinquanta e i Sessanta hanno lavorato sul cesello della forma breve del racconto).
Vi si apprezza poi la pratica del racconto come narrazione di emozioni sottili, di impalpabili sensazioni, concentrate dentro a una situazione colta nel suo farsi, ma senza l’assillo (da scuola di scrittura) del rispetto di una struttura – soprattutto, senza l’ossessione della conclusione a sorpresa, del botto finale, qui sempre procrastinato, eliso. Mauro Tomassoli mi conferma quest’impressione, quando risponde così, con apprezzabile understatement, a una mia domanda su quali siano le virtù del racconto ideale: “Non so ben risponderti; ma mi pare sia fondamentale, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, fare di tutto per non annoiare il lettore, aderire il più possibile al nocciolo dell’idea, rischiare di lasciare al lettore piuttosto degli interrogativi insoluti, un vago senso di inappagamento, che un’eccessiva sazietà”.
Se poi il discorso si allarga alle qualità di una raccolta, Tomassoli confida: “L’unica cosa che mi viene da pensare (e da perseguire) è di privilegiare una scelta di racconti dalla stessa atmosfera, che formino un corpus coerente, che dialoghino tra loro”. E così continua, a proposito di maestri e modelli: “Sono sempre stato un lettore più di romanzi che di racconti. Come tanti altri, ho amato, da ragazzino, certi racconti del terrore (Poe, Lovecraft…). In anni più maturi, ho incontrato quelli di Cechov, che forse è il mio autore di racconti preferito. Kafka. E, per scendere nel contesto italiano, Buzzati, Flaiano, Savinio, la Ginzburg… E, per calarmi in quello ancora più circoscritto degli scrittori miei conterranei, De Roberto, Brancati, Borgese, Sciascia e naturalmente Pirandello”.
Dentro i suoi racconti si muovono personaggi pensosi e introversi, che parlano (pensano, cioè, o rimuginano) con voci simili ma non uguali e che sembrano subire le circostanze con la compunta angoscia dell’inetto di matrice novecentesca – una figura paradossalmente potente e vitale, verrebbe da dire, che può ancora essere declinata in mille modi, e attraversa le epoche e supera le mode.
“Gli inetti” sorride Tomassoli. “Per esaurire la questione con una frasetta lapidaria ma (davvero!) non retorica, credo, in queste misere figure, di stigmatizzare me stesso, certe mie meschinità. La scrittura è per me una forma benefica di auto-analisi”.
Eccoli allora, questi tormentosi personaggi, piegarsi sotto il peso di situazioni che non sanno gestire, organizzare incontri a lungo desiderati che però sfumano mentre loro sono invischiati in altro, immaginare ribellioni irrealizzabili, pazientare in attesa di un’improbabile scappatoia, recare su di sé il peso di una responsabilità che sta per diventare destino rovinoso, ammutolire e bloccarsi infine dinanzi al precipitarsi degli eventi. In loro un eccesso di pensiero, si direbbe, cerca invano di compensare un difetto di azione, difetto che non sembra appartenere ai comprimari, più decisi, volitivi, pervicaci, anche stolidi, ma certo più vivi.

Con efficacia l’autore mette a nudo emozioni e riflessioni di questi suoi borghesi incompiuti (fa eccezione il secondo racconto, “I due amici”, amarissimo e scabro come una pagina di Saverio Strati, o meglio come una scena di Beckett raccontata da Strati). E nell’investigare le loro angosce sempre molto ben educate (sto leggendo, per combinazione, Alberto Vigevani, e quante assonanze ho trovato tra i due!) Tomassoli, dicevamo, lavora con i sottili meccanismi dell’umorismo. Non si ride, certo, e non si sorride nemmeno tanto, tranne forse nel primo racconto, “La festa”, il più paradossale, quasi à la Campanile, o nell’ultimo, che dà titolo alla raccolta ed è perfidamente caricaturale nell’enunciare i tic di una società tutta tesa al benessere; piuttosto si coglie una visione precisa, amara e pessimistica dell’uomo, una visione che individua le debolezze e le incoerenze, l’incongruenza e l’inadeguatezza di ognuno, e inquieta scava o gratta sotto le rassicuranti convenzioni alla ricerca del ribollire di una possibile verità. Qui si sente chiara la sintonia di Tomassoli con la feconda linea siciliana di Pirandello, Borgese, Brancati e Sciascia.
“La coloritura umoristica c’è, senz’altro” risponde Mauro Tomassoli: “per stemperare, sospetto, il giudizio severo su me stesso. Ma chiaramente è anche una forma automatica di omaggio alle mie letture, ai luoghi letterari in cui la figura tipicamente novecentesca dell’inetto mi si è rivelata (che non saprei, tuttavia, ripercorrere adesso: Rubè di Borgese, su tutti)”.
Intravedo insomma, nelle pagine de “L’estate di Camerina” (nell’ambientazione, ma anche nello stile, perfino nella lingua), un certo disagio con l’oggi; chiedo all’autore se la mia sia una lettura corretta e da cosa nasca questo disagio.
“Il disagio con l’oggi” conclude Tomassoli “è una lettura perfettamente calzante: anche se sospetto sia più un alibi per ritirarmi in disparte, una giustificazione che trovo per la mia pigrizia, per la mia resistenza a confrontarmi con gli altri, col mio tempo, a diventare adulto. Mi pare poi che viviamo un’epoca così frastornante e dispersiva, così globalizzata, in cui si deve conoscere tutto, pensarla su tutto, che alla fine forse è meglio limitare il più possibile il proprio raggio d’azione, rifugiarsi nelle poche cose ma buone e testimoniarle (e anche sfrondare il più possibile la propria arte)”.

domenica 3 marzo 2013

"A gran giornate" al Caffè Retrò di Torino

Venerdì 1 marzo, presso il Caffè Retrò, sono stato ospite della Cooperativa Letteraria di Torino, attivissima associazione culturale fondata da Caterina Arcangelo, Mario Greco, Salvatore Sblando e Silvia Rosa. Si trattava per l'esattezza del terzo degli Aperitivi Letterari, che seguono la formula dell'incontro tra un autore e un artista. Ho conversato dei temi principali di "A gran giornate" con Caterina Arcangelo, in mezzo alle opere di Sandra Baruzzi, anch'esse incentrate sul tema del viaggio - i temi, come si può leggere in un post precedente, scaturivano dall'estrazione, da parte dei presenti, di bigliettini in cui erano scritte alcune parole chiave ("madri", immensa", "incongruo", "sogno", e via dicendo).
L'incontro è stato felice, originale, animato. E gli amici di Cooperativa Letteraria meritano davvero ogni sostegno per le loro iniziative (il loro sito: http://www.cooperativaletteraria.it). 
Ecco alcune foto, tutte opera di Mario Greco, che ringrazio. 






Altre foto dell'album, sempre di Mario Greco, sono visibili sul sito della Cooperativa Letteraria, http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/foto-video/90-fotovideo/155-aperitivo-letterario-3.html.