sabato 12 gennaio 2013

L'intervista su "Pulp Libri"

"Se si ripercorre la produzione del romanziere aostano, si resta leggermente interdetti: cosa tiene insieme una storia di fantasmi come Nora e le ombre, un gotico di provincia come Le larve, un sofisticato romanzo storico sulla musica contemporanea come Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov, il compatto noir dalla vena grottesca e satirica Il sangue del tiranno e la stralunata epopea di sfigati A gran giornate? Mi verrebbe da rispondere: la considerevole padronanza delle tecniche narrative dimostrata dall'autore, la sua inarrestabile capacità di intrecciare vite e situazioni, nonché una prosa di grande pregio. Ma lascio che sia Morandini stesso a raccontarci come sia riuscito a produrre in così pochi anni un quintetto di romanzi così diversi e così originali ed efficaci."

Così inizia l'eccellente intervista che Umberto Rossi mi ha dedicato sulle pagine del numero 101 (gennaio/febbraio 2013) di "Pulp Libri", che naturalmente vi invito a cercare, come si dice sempre, nelle migliori edicole - ma anche in quelle così così, via.

venerdì 11 gennaio 2013

"Il sangue del tiranno" su "Il Grandevetro"


Finalmente, sul n. 2012 di settembre/dicembre 2012 della gloriosa rivista bimestrale "Il grandevetro", in un bel numero tutto dedicato all'arte, compare l'attesa recensione del mio "Sangue del tiranno" firmata da Fabio Ciriachi. La riporto anche qui, nella sua integralità.


CLASSICITÀ DI UN CONTEMPORANEO
Il sangue del tiranno ha, in ambito di narrativa contemporanea, tre precedenti illustri con cui misurarsi. Il primo è Tutte le anime, di Javier Marias, ambientato nell’università di Oxford; struttura chiusa che, come nell’università raccontata da Morandini, diventa il mondo con le cui complesse declinazioni il protagonista deve vedersela; il secondo è Vergogna, di J.M Coetzee, dove in ambito universitario scatta il corto circuito esistenziale che obbliga il protagonista a lasciare l’insegnamento e a ritirarsi presso la figlia, che lavora in una clinica per cani morenti, in un territorio segnato dalla violenza (anche nel libro di Morandini c’è un docente che si è ritirato in campagna e alleva cani randagi); il terzo riferimento – inevitabile, data la piega giallo/noir assunta dalla narrazione – è col Friedrich Dürrenmatt di Un requiem per il romanzo giallo, perché con quel libro, vero grado zero del genere, nessuno, che voglia percorrere  certi territori narrativi, può esimersi ormai dal fare i conti.
Quanto al confronto con Dürrenmatt, il più scivoloso (superati agevolmente gli altri due), Morandini è abile nello schivare il tranello. Sorta di cauta Penelope, disfa immediatamente ogni accenno di genere che via via dissemina sulla pagina. C’è un delitto, infatti, ma fino alla fine  nessuno sa se l’aggressione di cui resta vittima il rettore di un’anonima università italiana potrà essere rubricata alla voce omicidio, perché manca la notizia della di lui morte. C’è un commissario che indaga, in modo troppo umano, forse, se poi alla fine gli viene tolto il caso. C’è un sospettato che sparisce proprio come fanno i sospettati. C’è un finale di nodi al pettine che però non ne scioglie nessuno, giacché si limita a dislocare altrove personaggi restii, anche in altra sede, a liberarsi dei loro vizi.
In tutto il libro non si nomina mai un luogo o un evento capaci di ubicare e datare la vicenda, eppure non abbiamo dubbi ad ambientarla qui, oggi. Perché è proprio di questo che parla Il sangue del tiranno, di qui, oggi. E lo fa con un’ironia spesso vicina al sarcasmo, come nell’episodio del cane che assiste alla lezione tenuta per i soliti quattro gatti. O anche col presentarsi dell’io narrante, al commissario che gli chiede il nome, alla maniera di James Bond: “Villani. Martino Villani”. Lo fa con una serrata critica politica che, senza sbandierare slogan, ben evidenzia il modo in cui la struttura universitaria, metafora della nostra società civile, implode per abbandono, per accidia, per malcostume, per tagli ai finanziamenti, per egoismo, e si decompone fino a puzzare di fiori cimiteriali, di bagni irrespirabili, di documenti e testi che lasciano l’umida cantina in cui sono stipati solo per andare al macero, anziché negli scaffali di una biblioteca. L’amore non regge alla prova della intercambiabilità dei soggetti e la solitudine è l’unico bene condiviso. Più qui e oggi di così?
Un’ultima nota sulla lingua. Dopo Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010) e Nora e le ombre (Palomar, 2006), e in attesa di attraversare anche Le larve (Pendragon, 2008), possiamo dire che con Il sangue del tiranno Claudio Morandini conferma di possedere quel dono particolare della scrittura tale per cui fa sembrare facili le cose più difficili. Leggendo ogni sua pagina ci si compiace dell’esistenza della lingua italiana, si sente che nelle sue mani essa è protetta e arricchita; Claudio Morandini è, in questo, sorprendentemente classico, pur abitando a pieno titolo, per i registri adottati e per lo stile, nel contemporaneo. Con lui la lingua fa, e bene, quello che deve: congiunge, allarma, attrae, svela, mette in crisi, aiuta.

Fabio Ciriachi


martedì 8 gennaio 2013

"A gran giornate" su Paperstreet

Giacomo Lamborizio, che già aveva presentato Rapsodia su un solo tema sulle pagine di  Paperstreet (http://www.paperstreet.it/)bella rivista online diretta da Lucio Laugelli, è tornato a occuparsi di un mio romanzo. Si legge tra le altre cose nella sua acuta recensione: "L’attenzione alla ricerca stilistica, la voglia di non assoggettarsi alla tirannia della scena e delle trame lineari, il dialogo con tradizioni gloriose e con il modernismo mai interrotto caratterizzano anche questa nuova prova di Morandini, A gran giornate. Evoco il modernismo proprio perché i suoi romanzi appaiono in dialogo diretto con la grande tradizione sperimentale di inizio Novecento, in cui il romanzo si è riaperto alle possibilità del suo farsi. Ecco che ci troviamo di fronte quindi a una serie di avventure surreali e picaresche e incontriamo personaggi estremamente romanzeschi –intendendo che ci sono cose che solo il romanzo può dire, come scriveva Broch –, outsiders stralunati e ossessionati." 
E così conclude Lamborizio: "Il romanzo, parafrasando Kundera, indaga una porzione sconosciuta di esistenza. Leggere A gran giornate ci aiuta a visitare un campo insolito e laterale delle umane possibilità, in tal senso è lettura consigliabile e preziosa."
La recensione integrale si può leggere qui: http://www.paperstreet.it/cs/leggi/2291-A_gran_giornate_–_Claudio_Morandini.html.

lunedì 7 gennaio 2013

"A gran giornate" ancora sul "Paradiso degli Orchi"

Domenico Calcaterra, nella recensione dedicata all'ultimo romanzo di Gaetano Cappelli  pubblicata oggi su "Il paradiso degli orchi"(http://www.paradisodegliorchi.com/), cita il mio "A gran giornate" tra gli esempi "virtuosi" di connubio tra equilibrio, controllo e "svolazzo della penna". 
"Penso, per dirne una, all'ottimo esordio di Fabrizio Ottaviani con La gallina (Marsilio, 2011), una farsa tanto assurda quanto minimalista, con la quale ci regala un nitido esempio di come non sia indispensabile suonare la grancassa, bastando pochi accordi a innescare un meccanismo narrativo davvero esplosivo. Oppure, scivolando dalla farsa ai pupi di un osceno teatrino tragicomico, si pensi agli spettacoli di varietà manicomiale orchestrati da due narratori raffinati e visionari come il Permunian de La Casa del Sollievo Mentale (Nutrimenti, 2011) o il Morandini del più recente A gran giornate (La Linea, 2012)."

http://www.paradisodegliorchi.com/Romanzo-irresistibile-della-mia-vita-vera-raccontata-fin-quasi-negli-ultimi-e-piu-straordinari-svilu.26+M5b54aa8b5ee.0.html

domenica 6 gennaio 2013

Due romanzi La Linea



“Nostalgia dell’ombra”, il primo romanzo del messicano Eduardo Antonio Parra a essere pubblicato in Italia (lo presenta La Linea, nell’eccellente traduzione di Angela Masotti), è la storia della formazione di un killer in un Messico pervaso di violenza. Per la ricchezza degli elementi narrativi che lo compongono, per il virtuosistico incastro di situazioni e tempi, lo si può leggere non come un noir (come il solito noir d’importazione, intendo), ma come un vero e proprio Bildungsroman, o come il racconto sofferto e privo di ogni indulgenza della scoperta di una vocazione. È anche l’affresco dettagliatissimo, dai contrasti e dai colori spietatamente esibiti, sontuosamente puzzolente, baroccamente sordido, di una società intrisa di violenza a tutti i livelli, dai rapporti sociali e familiari alle canzonette ai telefilm all’imprevista piega che possono prendere una passeggiata, un ritorno a casa. In questo mondo minaccioso e ribollente impara a muoversi il protagonista, attraverso i cui sensi vediamo, sentiamo, annusiamo, ricordiamo. Un’aggressione subita lo trasforma in pluriomicida, gli fa scoprire un’inclinazione alla morte e alla violenza, lo costringe alla fuga e attraverso la fuga gli fa scoprire mondi sconosciuti, come l’umanità che vive parassitariamente nella gigantesca discarica alle porte di Monterrey. Da quell’episodio il protagonista, in fuga, in agguato, in attesa, in ricerca, passa attraverso una serie di vite, che sono connotate da diverse identità, assunte per smemoratezza, per caso o per calcolo: così l’apparentemente mite Bernardo diventa il Chato, Ramiro, Genaro, e prende altri nomi ancora.

Il romanzo segue il protagonista (lo segue? piuttosto gli si insinua dentro, gli si aggrappa agli organi interni come un parassita) lungo uno dei casi che gli vengono affidati: una donna d’affari, la prima donna che gli toccherà uccidere. Passo dopo passo, respiro dopo respiro, Ramiro (ecco il nome del killer) rievoca le tappe che lo hanno portato fino a quel punto. È una rievocazione fondata su improvvisi sobbalzi della memoria, su nostalgie e rabbie e rimpianti, un intrecciarsi di piani narrativi condotti efficacemente per analogie e attriti tra presente e passato, che davvero vanno oltre ogni cliché di genere.

Diverso, ma per molti versi intrigante, un altro romanzo pubblicato da La Linea nel 2012, “La sala degli scrittori suicidi” di Evghenìa Fakinu, autrice già nota in Italia grazie a Crocetti. È un romanzo denso, pure avvincente, anche se mi pare non eviti alcuni cliché. Tra gli aspetti più interessanti sta la descrizione di una Grecia rurale, accogliente ma anche diffidente, con un retrogusto arcaico che si manifesta nell’avversione per l’estraneo, il diverso, l’eccentrico, nella visione superstiziosa della vita, nel permanere di rituali sociali millenari. In questa ambientazione si intravedono i contrasti di una modernizzazione mal digerita e malamente sovrapposta all’immobilità di una tradizione che del legame con il passato ha perduto il senso. In questo ambiente arcadico (è il caso di dirlo) ma anche crudele e stupidamente vendicativo si muovono una giovane documentarista e correttrice di bozze, Blues, e un vecchio (vecchio, insomma, ha sessant’anni: diciamo un attempato) scrittore ossessionato dallo scorrere del tempo e dall’inaridirsi della vena letteraria. L’avvicinarsi della giovane e dello scorbutico scrittore è raccontata con sensibilità, l’ostinazione con cui Blues fa breccia in Odisseas e conquista un po’ alla volta la sua fiducia è intrigante nella sua linearità. Ma ecco, proprio in Odisseas, nello scrittore in crisi, nell’eremita ritagliato evidentemente sul modello delle vite di altri scrittori come Salinger o Pynchon, mi pare di notare una delle fragilità del romanzo: forse perché la crisi dinanzi alla pagina bianca, per quanto vera, è stata raccontata già troppe volte, forse perché quando si concentra su Odisseas la Fakinu diventa insolitamente didascalica (e didascalico diventa di conseguenza anche lo scrittore, quando illustra dettaglio su dettaglio il contenuto delle diverse sale a tema della sua cascina, o quando in generale parla di letteratura).
Raccontare il mondo della letteratura è affare complesso, soprattutto quando per troppo amore si rischia di darne una visione, come dire, sentimentale, in cui si inseguono miti letterari comuni, si attinge a un romanticismo un po’ di maniera, si scivola nell’agiografia. Per fortuna, accanto alla rievocazione – nelle parole dello scrittore Odisseas – di figure fin troppo emblematiche come Borges o Hemingway o, ça va sans dire, Omero, si scoprono altre figure, vivaci e sconosciute, di intellettuali greci dalla vita appassionata e di vena potente, di cui vien voglia di approfondire la conoscenza.