venerdì 27 dicembre 2013

Due righe sul premio Città di Trebisacce

Mi ero preparato un breve discorso di ringraziamento, per la sera della consegna del Premio Letterario Nazionale Città di Trebisacce, il 19 dicembre. Non l'ho letto, ma gran parte delle cose che avevo scritto le ho dette in risposta alle domande che Oreste Bellini e Flaviano Pisanelli, della giuria, mi hanno posto dinanzi al pubblico. Propongo qui le mie due paginette, in ogni caso - un ulteriore ricordo di quella bella serata.
(Foto di Francesco Delia)
Sono felice e onorato per questo premio, che è anche, diciamo così, il mio primo primo premio. E molto volentieri mi  sono scapicollato fin qui a Trebisacce da Aosta in un viaggio “a gran giornate” per riceverlo. Che lo abbia ricevuto proprio “A gran giornate” mi fa doppiamente piacere: perché so bene che è un romanzo che non segue mode del momento, non sottostà alle tendenze editoriali di oggi, e percorre invece una strada sua, che ha una tradizione illustre alle spalle, ma che oggi mi sembra poco frequentata. È la tradizione di Petronio (almeno del Petronio suggestivamente fatto a pezzi dall’usura dei secoli), di Rabelais, del “Tristram Shandy” di Sterne, dell’”Eroe del nostro tempo” di Lermontov, del Manoscritto di Potocki, e poi (cito a caso, in disordine), di  Felisberto Hernández, Tommaso Landolfi, Aldo Palazzeschi, Géza Csáth  e altri che non dico. Sono quasi tutti autori immensi, e non so se impallidire o arrossire a citarli come compagni che mi hanno preceduto e di cui con rispetto e umiltà amo seguire le tracce. Sono coloro sulle cui spalle mi sono arrampicato per guardare un po’ più in là, giusto per usare una metafora fortunata.
Se dovessi provare a definire “A gran giornate”, ne parlerei come di un romanzo di ricerca: prima di tutto nel senso che i personaggi vagano alla ricerca di qualcosa che rimane indeterminato, e che è lasciato alla pazienza e alla disponibilità del lettore; ma anche nel senso che questo mio libro ha l’ambizione di porsi in una linea di narrativa diciamo così sperimentale, giocosamente sperimentale anzi, che si muove con grande libertà e creatività all’interno dei territori del racconto (quella degli autori che ho citato poco fa). Il “viaggio” dei miei poveri, buffi, inadeguati personaggi rimanda anche al viaggio del loro autore all’interno delle strutture mobili, flessibili, accoglienti, continuamente reinventate del romanzo: questa è probabilmente la vera avventura di questo romanzo d’avventura – la mia avventura, cioè, il mio naufragio programmato, il mio monitorato perdermi all’interno di questo mondo narrativo in cui tutto può accadere. Io spero che un po’ del piacere anche un po’ fanciullesco che ho provato negli anni della stesura di questo romanzo abbia coinvolto anche il lettore:  il piacere della sorpresa, dell’invenzione, dell’inaspettato, prima di tutto; il piacere dell’inquietudine, anche, del brivido, dell’inappropriato, dello sconveniente; accanto a questo, complementare a questo, il piacere del controllo, della sorveglianza, della precisione anche linguistica, del trattenersi, del non detto, dell’allusione, dell’elisione, della sottrazione; non ultimo il piacere del riso, o del sorriso, soprattutto quando riso e sorriso smascherano convenzioni e falsità, quando toccano temi seri, quando servono a raccontare la morte; il piacere di un rapporto sempre più stretto con i propri personaggi, nati per caso come figurette volutamente prive di carattere, e un po’ alla volta caricate di pensieri, di carne, di manie e di affetti.
La vita, la vita vera, entra comunque, in queste pagine, anche se non era previsto che entrasse. “A gran giornate” non voleva all’inizio raccontare le incertezze dei nostri tempi, il disorientamento e la perdita di scopo della nostra società, intendo proprio dell’Italia di questi ultimissimi decenni, ma ha finito per caricarsi anche di questo, e per parlare anche, indirettamente, anche di questo. Non era previsto, ma è bene che sia così, che il gioco letterario degli inizi (l’allegoria della vita come fuga verso un precipizio raccontata come un’avventura, a frammenti come un Satyricon dei nostri tempi) sia diventato altro, che ci si possa riconoscere, o che dietro molte situazioni si possa leggere una allegoria dell’oggi. Il perdersi in territori sempre più ostili dei miei personaggi può far supporre, a questo punto, che io abbia una visione pessimistica se non disperante del mondo di oggi, e che il riso non possa far altro che rendere ancora più lancinante questa mia visione. In realtà, se il perdersi tra i ghiacci dell’ultimo capitolo non può che inspirarsi a uno scetticismo abbastanza marcato, vorrei sottolineare che i miei personaggi ci si perdono insieme, uniti da una sorta di scontrosa solidarietà – in questo legarsi solidale sta una coloritura positiva a cui tengo molto, un elemento di sollievo, di consolazione.
Se dovessi dedicare questo premio, lo dedicherei a Marilisa, mia moglie, che è stata anche ed è sempre la mia prima lettrice, e che sa riportarmi con i piedi per terra, sa aiutarmi a focalizzare le mie domande, sorveglia i miei punti deboli; e lo dedicherei anche a Marco Nardini, il mio editore e agente, che ha creduto da subito in questo strano romanzo, ne ha rispettato gli umori, mi ha aiutato a smussarne certe asperità, a renderlo meno scostante, e ha ritenuto di investirci. Lo dedicherei infine a tutti quei lettori che in questi anni sono stati al gioco e mi hanno sorpreso scovando tra le pagine del romanzo delle suggestioni che non erano previste, delle connessioni che non avevo calcolato, e interpretandolo secondo visuali nuove e sempre e comunque legittime. 

http://www.ilmusagete.it/?p=920

Il sito

È sempre piacevole (almeno, è quello che spero) farsi un giretto nel sito http://claudiomorandini.com, aperto, come si suol dire, 24 ore su 24.

giovedì 26 dicembre 2013

Dallo Speciale n. 2 di FuoriAsse: "Le confidenze degli scrittori, tra romanzo e saggio"

Il pomeriggio del 25 ottobre, al Festival LABirinti, Giuseppe Giglio e io abbiamo provato a far dialogare i nostri due libri. Non è stato difficile: la raccolta di saggi di Giuseppe, “I piaceri della conversazione” (Sciascia, 2010), vede proprio nella letteratura l’estensione dell’atto comunicativo a una fitta rete che coinvolge scrittori di tutte le epoche, lettori presenti e futuri, e naturalmente critici; quanto al mio “A gran giornate” (La Linea, 2012), è un romanzo che vive di rimandi ad autori che mi sono cari, a opere che mi si sono sedimentate dentro, e con cui, nel corso della stesura, ho a lungo chiacchierato, in piena (e forse un po’ irresponsabile) libertà.
Abbiamo, Giuseppe e io, ritrovato l’uno nell’altro alcuni degli autori più forti e presenti: per esempio Savinio, Landolfi. Certo, ognuno ha poi i suoi: ecco allora che Giglio persegue quella linea letteraria che da Montaigne arriva a Sciascia, una linea frequentata da autori di acuta e affabile intelligenza, che non si isolano in una speculazione sdegnosa ma anzi, fiduciosi, vanno in cerca dei loro lettori, o lavorano per lettori che prima o poi arriveranno; io mi porto dietro altre figure (Petronio, Palazzeschi, Verne…), anche incompatibili, almeno in apparenza, che invito a coabitare nelle medesime pagine.
Giglio vede nella letteratura un sistema conversativo di straordinaria coerenza (“un sistema solare”, come ebbe a dire Sciascia): l’opera conversa con la realtà, prima di tutto, nello scovare relazioni tra le cose e funzioni alle cose; conversa poi con le altre opere che l’hanno preceduta, in un dialogo fecondo di rimandi che attraversa i secoli e alimenta la lingua, le idee, i temi, i personaggi; conversa infine proficuamente, come dicevamo, con quel lettore che in un certo senso ha modellato proprio al momento della creazione letteraria. È una visione seducente, con cui è difficile non essere d’accordo, di cui è difficilissimo non sentire, oggi in particolare, l’urgenza anche etica.
A Giuseppe Giglio, come a me, sono insomma cari gli autori che hanno fatto del dialogo il centro della loro opera e il tratto dominante della loro funzione. Montaigne, Stendhal, Sciascia, Savinio, Borges (ma anche Brancati, Alvaro…), Giglio li ha colti in fitto colloquio gli uni con gli altri, in un fruttuoso intreccio di interessi, di scoperte, al di là delle epoche. La loro idea di letteratura è fondata sulla ricerca e sulla condivisione; non è schematica, categorica, impositiva; il loro procedere è spesso un appassionato divagare; la loro scrittura è anche ascolto e presuppone sempre un interlocutore. Lo stesso saggio di Giglio procede amabilmente per rimandi e digressioni, come dovrebbe fare ogni buona chiacchierata, anche la più assorta, secondo le reazioni di chi ascolta o legge.
L’arte letteraria della conversazione, secondo Giglio, è anche, e forse soprattutto, indagine insieme al lettore: non quindi prescrizione dogmatica di una verità assoluta, ma esplorazione paziente della realtà, inseguimento di un possibile senso, che solo la letteratura può dare, quando nell’appropriarsi della vita la dota di una sintassi. Noi due abbiamo parlato parecchio di vita, in effetti, e della letteratura come capacità di svelare e interpretare la vita, e della critica come supporto indispensabile a questa investigazione sulla natura umana. In questo senso – e spero di non forzare il pensiero di Giuseppe – il romanzo tende quasi a farsi saggio, a modo suo e con le sue peculiarità, mentre il saggio tende di sicuro a farsi narrazione di un rapporto tra critico e autore.     
L’opera letteraria è fatta sì di vita, ma anche di quella particolare vita che filtra da altri libri. Per Giglio (e, se permettete, anche per me), essa è anche frutto dell’assiduo confronto di un autore con i suoi autori, con gli abitanti del suo personale canone, con quei modelli che gli sono rimasti nella penna e che continuano ad agire in lui, che lo voglia o no. La sensibilità di Giuseppe Giglio ha saputo perciò avvertire in “A gran giornate” sintonie anche insperate con il Landolfi de “La moglie di Gogol”, con il già citato Savinio (con la frase saviniana “Quando si dice pensare, s’intende pensare alla morte. E a che altro pensare?” inizia la recensione scritta da Giuseppe mesi fa per “La Sicilia”), con Buzzati, con l’anonimo del Lazarillo de Tormes.

A me piace pensare all’invenzione narrativa come a un continuo oscillare tra controllo e abbandono, a una sorta di deriva pilotata (“A gran giornate” è questo, in fondo, il racconto del naufragio di alcuni inadeguati avventurieri, in mezzo a cascami letterari e allegorie intellegibili). In questo naufragio monitorato, il critico letterario diventa essenziale curatore delle intenzioni, espresse o inespresse, volontarie o inconsapevoli, dell’autore: ne definisce la rotta (a posteriori? ma sì, il libro, se è buono, continuerà per un bel pezzo a vivere e a crescere), o almeno una delle possibili rotte, vi scova un ordine, vi intercetta delle connessioni, vi scava alla ricerca di qualcosa che l’autore ancora non sa e che è bene che qualcuno gli dica.

http://www.youblisher.com/p/783115-FuoriAsse-Speciale-LABirinti-Festival/

mercoledì 25 dicembre 2013

Da Speciale FuoriAsse n. 2: Carla Vasio, "Vita privata di una cultura"


Il 25 ottobre, al Festival LABirinti, si è parlato anche di Carla Vasio nel corso della presentazione del saggio di Massimiliano Borelli “Prose dal dissesto”, dedicato alla narrativa sperimentale degli anni sessanta. Vasio, oltre a essere una delle protagoniste di quella stagione appassionata e controversa, è ancora felicemente attiva. Proprio di recente, anche in coincidenza con la celebrazione del cinquantenario della nascita del Gruppo 63, Nottetempo ha pubblicato un suo libro di memorie incentrato sulla vita letteraria e artistica di quegli anni, “Vita privata di una cultura”. Mi piacerebbe tornare su quei momenti.

Partiamo per una volta dall’immagine di copertina, una bella foto di Ugo Mulas che ritrae alcuni giovani leoni dell’avanguardia (Balestrini, Pagliarani, Porta…) e loro sodali riuniti attorno al vecchio Ungaretti: accanto al compiaciuto Ungaretti, sorride una giovane Carla Vasio. La foto illustra assai bene il senso del più recente libro della stessa Vasio, “Vita privata di una cultura”, in cui il dibattito culturale fervido, talvolta aspro, talvolta soggetto a dissipazioni e naufragi, è raccontato dall’interno anche come intreccio (umano, umanissimo) di rapporti, di amicizie, di affetti, di attrazioni, di allontanamenti. Accanto ai convegni, ai concerti, alle mostre, ai salotti, ecco allora i momenti “privati” di confronto, le fughe per negozietti e stradine e spiagge e mercatini, le conversazioni divaganti, fatte con sollievo, con grazia, senza la tensione delle circostanze ufficiali. La stagione è sempre quella: i primi anni sessanta, il ribollire di pulsioni innovative nei più differenti campi artistici, l’insofferenza giovanile nei confronti delle personalità più consolidate e più legate alla tradizione (o compromesse con essa, fate voi). Ma Vasio si spinge anche oltre, insegue le persone fino a tempi più recenti, e, con controllata malinconia, non nasconde lo sfaldarsi negli anni delle proposte più innovative, non tace l’infittirsi delle incomprensioni e delle rivalità, l’emergere di protagonismi e di posizioni opportunistiche.
C’era dell’impaziente idealismo in quella prima fase, e Carla Vasio ne parla già nella Premessa: “Avevamo una speranza, una fiducia nel nostro avvenire: questo ci distingueva”. E subito dopo: “Forza creativa? Non so, ma certo forza propositiva. Un misto di audacia, consapevolezza, ingenuità, preparazione, presunzione, entusiasmo, che ci spingevano a lavorare per un futuro liberato” (almeno “da una tradizione ritenuta ormai inadeguata”). Era anche una fase pionieristica, in cui non solo si sperimentavano nuovi linguaggi, ma si diventava anche tipografi e editori, alla ricerca di una piena autonomia e con l’ambizione di articolare un programma editoriale lontano dalle logiche industriali (già allora). È così che, verso la fine degli anni sessanta, è nata l’esperienza della Cooperativa Prove 10: scrittori e musicisti attorno a una “vecchia stampante offset monumentale”, tra riunioni editoriali, sopralluoghi della polizia che li sospetta falsari, censure, presentazioni, e la quotidiana e rischiosa pulitura dei grossi rulli.
(Foto di Ugo Mulas)
Carla Vasio appare ovunque, presenza discreta ma non marginale, sin dal convegno palermitano del 1963, in cui legge certe sue pagine che sfoceranno poi nel primo romanzo, “L’orizzonte”. La sua, pur non essendo una posizione estrema, è frutto di una profonda ricerca (“Tu esprimi la ricerca in sé, non in tono tendenziale o provocatorio come fanno altri, ma proprio la ricerca, in un equilibrio di assoluta indifferenza” chiosa in quell’occasione Paolo Milano). Più avanti, Vasio ricorda una sua netta dichiarazione di intenti (pronunciata però in un’occasione privata, e quasi di malumore): “Vorrei arrivare al rigore di una pagina senza benevolenza, in cui ogni parola o punto o virgola sia necessaria, non sostituibile e non spostabile, e ogni pagina a sua volta sia indispensabile all'insieme, e ogni personaggio o episodio sia in grado di giustificare la propria presenza, e tutto il resto va abolito senza concessioni a contenuti emotivi anche se è difficile farlo in una prosa narrativa.”
Non c’è solo la letteratura, in “Vita privata”. Il libro organizza i ricordi in tre sezioni, la prima incentrata sugli scrittori, la seconda sui compositori, la terza sugli artisti e i luoghi d’arte. In tutti, protagonisti e figuranti, qualunque sia la forma artistica a cui si sono dedicati, è il senso sempre inquieto e insoddisfatto della quête (come si legge del compositore Giacinto Scelsi) a interessare Carla Vasio: da quel comune senso di ricerca sono nate le affinità, le complicità, le amicizie, le collaborazioni. Si pensi al “Romanzo storico”, un non-romanzo che nasce nel 1974 dalla collaborazione con l’artista e designer Enzo Mari; o alla  “Autobiografia” scritta da Vasio per Goffredo Petrassi; o ancora alla lunga frequentazione degli sperimentatori radicali del gruppo Nuova Consonanza; all’amicizia e alla collaborazione con Giulio Turcato, un artista che “girava per il centro di Roma con la noncurante grazia degli dei antichi”.
Dominano gli ambienti, in queste pagine fitte di incontri, di viaggi anche avventurosi (in una cupa Polonia, ad Algeri, nel Congo di Mobutu…). Carla Vasio è maestra nella descrizione di spazi vivi e aperti, e qui, sia pure senza le dilatazioni e le deformazioni sperimentali della sua prosa, ci consegna paesaggi e interni suggestivi come trompe-l’oeil – le abitazioni romane che ha frequentato o abitato, innanzitutto, tra le quali spicca, verso la fine, Villa Hélène, o Villa Andersen, sontuosa, cadente, che altri inquilini infestano come spettri, e che nasconde (occhio all’inganno del gioco prospettico) in alcuni cassetti fogli dello stesso Andersen in cui si aprono vedute di un grandioso e folle progetto di Città Ideale.
Vasio è anche ritrattista acuta e veloce. Alcune delle figure che le sono più care danno vita a ipotiposi gustose: in una, l’innata eleganza di Balestrini si confronta con un incidente automobilistico in un giorno piovoso, e dallo sportello dell’auto rovesciata esce prima una mano che saggia la pioggia, poi un ombrello, poi, “senza fare una piega, né sgualcito né bagnato… impeccabile,” “il Nanni”. Un altro ritratto di affettuosa esattezza è dedicato a Ungaretti, colto in una condizione di “vecchiaia orrenda” (è lo stesso poeta a dirlo) oscillante tra un’arguzia silenica e momenti di impenetrabile obnubilamento. C’è poi il compositore Giacinto Scelsi, concentratissimo nella “infinita ricerca dell’essenza ultima del suono”, qualcosa “da sentire come la vibrazione del silenzio”, e immerso in un misticismo incline all’esoterismo. Ma sono decine e decine gli artisti, gli scrittori, i musicisti che Carla Vasio invita in questo salotto garbato, un po’ sentimentale e un po’ distaccato, che è “Vita privata di una cultura”. Quello che lei scrive degli incontri nella casa svizzera di Aline Valangin, (“è la grande arte della conversazione di gente colta in un salotto elegante, dove le persone rispettano l’integrità altrui senza negarsi la capacità sottesa di una sostenuta ironia”) può valere anche per queste pagine, in cui anche i ghiribizzi e le tensioni e i caratteri difficili vengono mitigati dal lavorio della memoria.
Quanto quegli anni contino ancora, al di là dello sfaldarsi dei progetti e del divaricarsi dei percorsi personali (e dello svanire di molti) emerge chiaro nel Commiato finale, in cui Carla Vasio si chiede “perché parlare ancora degli anni sessanta e dintorni?” La risposta commuove: “Si racconta che Richelieu alla fine della sua vita si sia fatto portare nella galleria dei quadri e dei libri che gli erano più cari, li abbia guardati a lungo, poi abbia sospirato: ‘Ah, mes amis… mes amis…’ E niente altro.”

(Foto di Fabiana Piersanti)

domenica 22 dicembre 2013

Premio città di Trebisacce: la serata della premiazione

Ecco le prime foto della bella serata del Premio letterario nazionale Città di Trebisacce 2013, svoltasi il 19 dicembre, presso il Teatro Gatto di Trebisacce (CS). Nella prima ritiro targa e diploma dalle mani del sindaco Francesco Mundo e del presidente della giuria, Flaviano Pisanelli.
Nella seconda foto rispondo alle domande di Oreste Bellini, membro della giuria e presidente dell'Istituto Culturale Il Musagete, a cui è stato affidato il compito di curare l'evento.
Nella terza foto appaio con i membri della giuria (oltre ai già citati, Alessandro Gaudio e Bonifacio Vincenzi), il sindaco, la Delegata alla cultura Caterina Violante.

Lo speciale n. 2 di FuoriAsse


Compaiono due miei pezzi all’interno del ricchissimo Speciale n. 2 di FuoriAsse dedicato al Festival LABirinti organizzato a Torino l’ottobre scorso da Cooperativa Letteraria: nel primo si parla di “Vita privata di una cultura” di Carla Vasio (nottetempo, 2013); il secondo torna sulle sintonie tra i saggi de “I piaceri della conversazione” di Giuseppe Giglio (Sciascia, 2010) e il romanzo “A gran giornate” (La Linea, 2012). La rivista si può sfogliare e scaricare qui:
http://www.youblisher.com/p/783115-FuoriAsse-Speciale-LABirinti-Festival/.
Nei prossimi giorni posterò (pardon) i miei articoli anche su questo blog.

martedì 17 dicembre 2013

A Trebisacce! (Memento)


Riporto la locandina della cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Letterario nazionale "Città di Trebisacce". Altri dettagli sull'evento si trovano qui: 



domenica 15 dicembre 2013

Da "Letteratitudine News": Nadia Boulanger

Che docente straordinaria è stata Nadia Boulanger! Ha formato generazioni di compositori e musicisti europei e statunitensi, e fino agli ultimi anni della sua vita ha continuato a dedicarsi alla musica – ad aiutare gli altri a trovare in loro stessi la strada per l’espressione musicale più autentica. È stata didatta, direttrice, compositrice, ma con severità (la stessa severità adottata nei confronti di allievi e colleghi) ha giudicato se stessa una compositrice corretta ma priva di quella grandezza che sola giustificherebbe il comporre: e ha smesso di scrivere musica da giovane, votandosi alla didattica e alla celebrazione dell’altro astro musicale della famiglia, la sorella Lili, morta prematuramente e compositrice finissima e ispirata.
Un bel libro, necessario, ce la fa conoscere a fondo, impegnata in una serie di conversazioni con Bruno Monsaingeon, che l’ha più volte incontrata, ormai anziana e debilitata, e dalla rielaborazione delle conversazioni ha tratto materia per questo libro mantenendo l’immediatezza anche divagante della chiacchierata. “Incontro con Nadia Boulanger” risale al 1981, ma è stato pubblicato nel 2007dalle edizioni musicali palermitane Rue Ballu (che, non a caso, prendono il nome dalla via di Parigi in cui la Boulanger ha a lungo abitato, al n. 36), nella traduzione di Antonella Bonanno e Morgane Corre. L’introduzione di Enrico Fubini (che mi pare più centrata del saggetto iniziale di Manlio Sgalambro) consente di fare il punto sull’operazione di ricostruzione e assemblamento operata da Monsaingeon, oltre che sull’importanza della figura della protagonista del libro.
Come il vecchio Stravinskij sollecitato da Robert Craft, come l’altrettanto vecchio Goffredo Petrassi che si confida con l’amica Carla Vasio, anche Nadia Boulanger ha un’intera vita da ripercorrere avanti e indietro con la più grande libertà: si concede qualche tenerezza nostalgica, ma più spesso ragiona con appassionato rigore attorno ai temi che le sono sempre stati più a cuore, e talvolta si concede qualche giudizio affilato. La Boulanger non ama l’autobiografia, non indugia, se non dietro insistenza dell’intervistatore, su ricordi privati, sicuramente non è frivola (non lo è mai stata, guardate le foto che corredano il libro, nelle quali appare vestita sempre allo stesso modo, severa e impeccabile e demodée come un’istitutrice d’altri tempi): il suo è piuttosto il racconto di chi ha attraversato un intero secolo, ne ha visto gli orrori e le bellezze, ha incontrato e incoraggiato generazioni di donne e uomini, ha colto nella musica non una disciplina chiusa e elitaria ma un terreno di fertile realizzazione del desiderio e del bisogno di bellezza e armonia dell’uomo, da coltivare con precisione e passione, con “amore” (parola chiave, e proprio per questo usata con parsimonia). Non può che stupire che questa lezione di umile dedizione a un’idea di musica venga dal profondo del Novecento, di un secolo cioè che ha frantumato per sempre i canoni strutturali della musica colta, e sulle macerie ha elevato mille edifici diversi alla ricerca di nuove forme architettoniche, o addirittura ha rifiutato le forme e si è contentato di celebrare il dissesto: che poi questa lezione venga da colei che ha formato molti dei compositori di quelle geerazioni che hanno contribuito a buttate all’aria le certezze della tradizione e scalpitando hanno tentato nuove strade, è forse ancora più sorprendente. Ma Nadia Boulanger, donna di forte personalità, ha sempre rispettato la ricerca dei suoi allievi, anche quando questa andava contro i suoi gusti. Non si trattava di indulgente eclettismo: il suo compito è sempre stato quello di aiutarli tutti, uno per uno, a scoprire il linguaggio più sincero e personale – dopo essersi esercitati a fondo nell’analisi dei modelli della tradizione, certo, perché in nessuna disciplina artistica vi è innovazione, anche violenta, senza una piena conoscenza della profondità diacronica della tradizione di cui si fa parte.
“Non si può fare niente di buono senza passione, e niente di eccellente con essa sola” ha scritto Paul Valéry proprio a proposito della Boulanger. La quale era anche curiosa, curiosissima delle novità, che ha continuato a seguire finché la vista e le forze glielo hanno concesso: i suoi ultimi allievi praticano linguaggi di ardua complessità, assai diversi da quelli delle prime generazioni di compositori che hanno affollato le sue lezioni; eppure lei continua a seguirli e a incoraggiarli, alla ricerca di quella bellezza, di quella passione che si annida ovunque.

Coerente con questa sua idea è la concezione dell’interpretazione musicale come “trasmissione” di ciò che il compositore ha scritto. Boulanger ridimensiona lo stereotipo dell’interprete colto da un sacro fuoco, del virtuoso che sovrappone la sua personalità esuberante alle intenzioni del compositore. La straordinarietà dell’interprete sta proprio in questo mettersi al servizio della musica, in questo umile lavoro di restituzione: egli è parte (fondamentale, non esclusiva) di quello stupefacente momento di comunicazione che si attua tra la pagina scritta in cui il compositore ha architettato la sua composizione e il pubblico – è il tramite vivo, ma solo il tramite. In questo senso la Boulanger è in piena sintonia con Igor Stravinskij, amico di un’intera vita, il quale per evitare fraintendimenti e scantonamenti nella resa delle proprie composizioni le aveva prima, con pazienza certosina, incise tutte su rulli di pianoforte meccanico, poi si era messo a dirigerle e a registrarle su disco, in modo da fissare una volta per tutte l’interpretazione giusta. Valéry ha bene delineato, in una pagina riportata alla fine del volume e risalente al 1938, questo spirito di condivisione che Nadia Boulanger richiedeva all’interpretazione e con cui intendeva tutto il rapporto con la musica. “La gioia di comprendere, la volontà di far comprendere si compongono in lei con una fermezza, preoccupata di non sacrificare mai la struttura di un’opera agli effetti locali, la precisione ai vantaggi del più o meno, la purezza alle intenzioni particolari dell’interprete”.