venerdì 30 novembre 2012

"A gran giornate" al Pisa Book Festival

Il 25 novembre ho avuto il piacere di presentare al Pisa Book Festival il mio "A gran giornate", al fianco di Elena Salibra e Marco Nardini. Il giorno stesso Marco e io siamo stati intervistati da Radio Eco, l'emittente degli studenti dell'Università di Pisa. Ecco le foto.




mercoledì 28 novembre 2012

SHE LIVES: qualche foto

Della serata del 17 novembre a Roma intitolata SHE LIVES (v. i post precedenti) conserverò, oltre a uno splendido ricordo, anche qualche foto, che voglio condividere qui.

 (Foto di Elio Giugliano)
(Foto di Elio Giugliano)
(Foto di Marco Fioramanti)

(Foto di Antonio Perilli)

(Foto di Marco Fioramanti)

lunedì 26 novembre 2012

"A gran giornate" su "La stamberga dei lettori"

Non sarà proprio del tutto positiva la lettura che Polyfilo ha dato del mio "A gran giornate" su "La stamberga dei lettori", però è intrigante. In particolare quando parla di "romanzo barocco", di "sarabanda di situazioni stralunate", di "mania catalografica delle deviazioni umane", o là dove dice:
"Si resta come degli spettatori muti di fronte a una messinscena teatrale di stranezze e situazioni fuori dall'ordinario, come nella wunderkammer di un dotto del XVII secolo.
I personaggi, barocchi nella loro essenza, si mostrano come curiosi specimina raccolti in formalina da qualche erudito a caccia di meraviglie naturali, secondo inclinazioni comuni nella cultura barocca, appunto.
Che l'autore intenda dare vita a una specie di rappresentazione teatrale, sospesa tra l'onirico e il visionario, appare chiaro dalla dissoluzione della trama in una sorta di galleria di personaggi che sono delle maschere, in molti casi anche delle 'larve' - per dirla con una parola che Morandini ha usato come titolo del suo primo  (in realtà secondo, nota mia) romanzo - umane in cerca di fuga dalla realtà.
Strada facendo le piroette esistenziali di questi personaggi assumono un ritmo sempre più nevrotico, sembrano affrettarsi su una strada priva di un obiettivo chiaro, che non sia il mero consumo del tempo come orizzonte di vita: la storia diventa una corsa verso il nulla 'a gran giornate', come recita il sonetto di Petrarca da cui Morandini prende spunto, una versione moderna e strampalata del topos medievale della 'danza della morte' come metafora della vicenda umana."
Polyfilo, http://www.lastambergadeilettori.com/2012/11/a-gran-giornate-claudio-morandini.html

venerdì 23 novembre 2012

"A gran giornate": l'opinione di Maria Grazia Piemontese

Maria Grazia Piemontese, su "Libri consigliati", scrive una recensione assai positiva del mio "A gran giornate". 
"A gran giornate si configura come un romanzo legato alla più alta tradizione letteraria italiana da cui prende le mosse per poi immergersi in un contesto sfacciatamente contemporaneo. L’espressione a gran giornate indica il ritmo incalzante degli eventi e delle vicissitudini che scandiscono la vita dell’uomo, compresa quella dei protagonisti del romanzo (...). In A gran giornate, i protagonisti assumono uno spessore tale che quasi sembrano prendere forma accanto a noi, e di loro conosciamo soprattutto la facciata in declino, fisico e morale. Morandini sembra ammonirci che, quali che siano i nostri obiettivi e le aspirazioni che muovono i nostri passi, arriva inesorabilmente il momento in cui anche la più nobile delle volontà cede alla legge di natura". 

Leggete il resto su http://www.libriconsigliati.it/a-gran-giornate-claudio-morandini/.

Letture: "Padania Blues", di Angelo Ricci


Finalmente un altro libro di Angelo Ricci, viene da dire sfogliando il bel volume di racconti “Padania Blues”, uscito per le Eumeswil Edizioni – un altro libro di carta, intendo, da tenere tra le mani e sfogliare, perché in realtà Angelo non ha smesso di scrivere, affidando  le sue riflessioni al blog http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it, uno dei migliori blog letterari, e travasando in e-book (“L’ossessione per le parole”, “Borges aveva un Tumblr”, per citarne solo un paio, tutti pubblicati da Errant Editions) altre riflessioni e analisi, spesso amare e disincantate, sulla letteratura, la scrittura, l’editoria, l’umanità. Il precedente libro di Ricci, “Notte di nebbia in pianura” (Manni), incastrava storie dolenti di uomini e donne nella struttura di un romanzo corale e avvolgeva il tutto nella nebbia fitta e opprimente (ma anche familiare, amica) della Pianura Padana. In “Padania blues” i temi, i toni, i registri sono simili a quelli di quel romanzo, ma qui, forse per influsso della scrittura aforistica del blog, Ricci lascia che le storie (brevi, alcune brevissime) restino isolate, che si presentino come frammenti di vite perse in un mondo troppo grande e insensibile, o come brandelli di memoria che solo l’effetto del ricordo può addolcire. Ricci gioca con i registri e i generi,  lasciando cadere quasi a ogni pagina lo sguardo impietoso sulla degradante deriva dei nostri tempi; quando il peso del presente si fa eccessivo, ecco che se ne ritrae costruendo apologhi bizzarri, dialoghi divaganti, finali a sorpresa  trovando insomma asilo nel mondo parallelo della letteratura. Dietro a ogni racconto c’è la passione profonda per la scrittura e il cinema, per la Lomellina, in generale per il mondo della provincia, per le inquietudini e le bizzarrie e le fatiche e i dolori della vita della provincia italiana – una passione che l’imbarbarimento umiliante del presente sembra mettere a dura prova, ma non intacca, anzi carica di urgenza e di necessità.

martedì 20 novembre 2012

"She Lives": riflessioni



Dopo qualche giorno, il ricordo delle emozioni provate la sera di sabato 18 novembre è ancora vivido. Ero a Roma, nella cripta della Chiesa di santa Lucia del Gonfalone, in via dei Banchi Vecchi, reduce da una intensa e divertente presentazione di “A gran giornate” in compagnia di Fabio Ciriachi. La serata, intitolata “SHE LIVES – Contemporary music is music”, prevedeva un concerto con musiche di Sidney Corbett, Lasse Thoresen, Alessio Elia, Giusto Pappacena, Cristiano Serino (e Claude Debussy) eseguite dall’Ensemble Miroirs diretto da Andrea Ceraso, dal pianista Massimiliano Scatena, e dagli stessi Serino e Elia. Qua e là, nel programma, sarebbe toccato a me, primo ospite, leggere pagine di tema musicale tratte da “Rapsodia su un solo tema” (il capitolo che dà titolo al romanzo) e da “A gran giornate” (l’episodio in cui Ollssen si trova costretto a suonare il pianoforte, in mezzo a una foresta, per sopravvivere all’assalto di alcuni misteriosi uomini).
La serata era importante: ho già riportato, in un post precedente, le risposte di Fabiana Piersanti, che ha ideato e curato l’evento, con passione e competenza, assieme a Andrea Ceraso, trasformandolo da serata a progetto stabile; aggiungo che SHE LIVES era inserito nei tre giorni dell’Ark Festival curato da Marco Fioramanti, giorni prodighi di arte in ogni forma.

Ora, io solo questo posso dire: che la musica raccontata dalle mie pagine ha avuto tutto da guadagnare dall’accostamento con la musica vera, viva, respirante, che ho sentito eseguire dagli amici musicisti. Voglio dire che c’è sempre un che di approssimativo, di inevitabilmente contaminato, nella musica raccontata: sia perché le parole sono altro dalle note, sia perché la pagina di un romanzo è altro dall’analisi musicologica, sia perché chi scrive ha sempre in mente, come lettore, qualcuno che sa poco o non sa nulla di musica, e che non va respinto per questo, non va scoraggiato, anzi va rassicurato, condotto per mano, sensibilizzato, educato. Sia, soprattutto, perché chi scrive (ora parlo proprio di me) sa di musica come ne sa un dilettante, e al massimo potrà definirsi un collezionista di musiche, un amateur, al massimo un connaisseur,  anche un po’ irresponsabile, quelle robe lì insomma. Per questo ho amato questa serata di sabato: perché le composizioni vere di Lasse, Alessio, Cristiano, Giusto, Sidney, Claude (peccato che quest’ultimo non fosse presente, così promettente!) hanno in un certo senso corroborato le mie immaginarie, hanno dato corpo e fiato e insufflato credibilità sulle mie.
Ho amato le composizioni di sabato, tutte, nella loro diversità: le ho sentite attente a mantenere un contatto senza rinunciare alla ricerca di un suono nuovo; le ho sentite giocare, senza remore ma anche senza struggimenti, con una tradizione gloriosa, e oscillare tra complessità e incantamento, tra virtuosismo (anche ironico) e linearità, tra inquietudine e sospensione riflessiva. Le ho, da epicureo, godute, e spero che questo non suoni come un’eresia; esse mi hanno parlato di se stesse, non d’altro (direbbe Dvoinikov), ma mi hanno parlato, mi hanno invitato a ritracciare strutture, a inseguire percorsi, a individuare filiazioni, a delibare timbri e spessori armonici e zampettii ritmici e tutto il resto. 
Il progetto è bellissimo, è necessario. Deve continuare, insistere, coinvolgendo altri, costringendo altri ancora. Per quel che mi riguarda, sono immensamente grato a chi mi ha voluto coinvolgere.

"A gran giornate": nuove presentazioni

 Eccoci a Bologna, il 16 novembre 2012, ospiti della libreria Ibs.it Bookshop in via Rizzoli. Accanto a me, Jadel Andreetto - complice ideale.


Il 18 è stata la volta di Roma; la libreria Odradek, in via dei Banchi Vecchi, ha ospitato una bella, intensa presentazione in cui ero affiancato da Fabio Ciriachi. Tra il pubblico vecchi e nuovi amici, tra i quali Marco Fioramanti, Paolo Morelli, Carla Vasio, Fabrizio Ottavani...





lunedì 19 novembre 2012

"A gran giornate": l'intervista a Radio Città del Capo

Il 5 ottobre 2012, all'interno della rubrica Humus di Radio Città del Capo (Bologna), Sergio Rotino ha conversato con me sul mio romanzo "A gran giornate" (La Linea, 2012).
L'intervista si trova qui:
http://www.youtube.com/watch?v=cme7om2Le8c&feature=g-upl

giovedì 15 novembre 2012

"A gran giornate": altre presentazioni

In attesa (impaziente) degli incontri a Bologna (il 16 novembre), a Roma (il 17) e a Pisa (il 25), torno su alcune recenti presentazioni di "A gran giornate". 
Le prime foto vengono dall'incontro del 13 settembre 2012, all'Espace Populaire di Aosta, con Riccardo Mantelli.


Queste altre, invece, risalgono all'incontro presso la Libreria À la page sempre ad Aosta, il 28 ottobre 2012. Accanto a me, Stefania Celesia.



martedì 6 novembre 2012

"A gran giornate": i prossimi appuntamenti

Ricordo le date e i luoghi delle prossime presentazioni del mio "A gran giornate":

- Venerdì 16 Novembre 2012, ore 18,
Libreria Ibs.it, via Rizzoli 18, Bologna.Interverrà Jadel Andreetto (Kaizen).

- Sabato 17 novembre 2012, ore 18,

Libreria Odradek, via dei Banchi Vecchi 57, Roma.
Interverrà Fabio Ciriachi.

- Sabato 17 novembre 2012, ore 21,
Cripta della chiesa Santa Lucia al Gonfalone, via dei Banchi Vecchi 12, Roma.
Ospite di “She Lives - Contemporary Music Is Music”
(letture da "Rapsodia su un solo tema" e "A gran giornate"), progetto curato da Fabiana Piersanti in collaborazione con Andrea Ceraso.

- Domenica 25 novembre, ore 13,
Pisabookfestival, Palazzo dei Congressi,
Via Matteotti 1, 56124, Pisa.
Interverrà Elena Salibra.

lunedì 5 novembre 2012

"A gran giornate": la recensione su "Articolo 33"

A pag. 50 della rubrica "Recensioni" del n. 9-10 2012 della rivista "Articolo 33", a cura di Anita Garrani, compare una bella recensione del mio "A gran giornate":

“La vita fugge e non s’arresta una hora/ et la morte vien dietro a gran giornate”. 
Francesco Petrarca 


Dove sono Onorato, Tullio, Nathan, Spaventa e Angous, Duprez e Ollsen, il seduttore, il comico, il masochista, l’Uomo Malato, il rissoso? Tutti, tu
tti dormono dentro al furgone... è inevitabile il richiamo a Spoon River. Quattro spezzoni di un’avventura vissuta “a gran carriera, magnis itineribus” dove ogni personaggio viene iconizzato attraverso le proprie raffinate stramberie. Quattro storie che s’intrecciano fino a convergere in un unico, grottesco percorso nel quale compaiono figure gotiche di animali usciti dal bulino di Goya, in un tempo storico senza coordinate dai traguardi irraggiungibili. Giocato nel profondo reale del sogno, A gran giornate, ultimo sforzo letterario di Morandini (il quinto per l’esattezza), si colloca in un’ipnosi surreale che abbraccia Beckett e Buñuel, là dove l’abisso è disperato, e per questo se ne cercano possibili vie di fuga, ma anche nella circolarità di Borges nell’apertura di spazi-isola che evidenziano la curiosa, ubiqua, biforcazione del doppio. Ne fa le spese il povero Ollsen, il quale, come Jones il suonatore di Lee Masters, si trova forzatamente al piano e “suonare gli tocca per tutta la vita... e mille ricordi e nemmeno un rimpianto”. 

Anita Garrani (Articolo 33 n.9-10, 2012)

sabato 3 novembre 2012

"A gran giornate": la recensione integrale di Fabrizio Ottaviani

Riporto, nella sua integralità, la recensione di Fabrizio Ottaviani apparsa su “Il Giornale”, 22 ottobre 2012.

Claudio Morandini è così allegorico da essere “favoloso”
Un rappresentante di commercio viaggia con una bambola di lattice che si muove, si gonfia da sola e a volte parla; quattro mamme accompagnano i loro schifosi pargoletti, membri di una proterva baby band, in tournée, protette da un uomo tatuato e con la lingua divisa in due (“Lei gli consigliò, un giorno, di osare di più, di aggiungere un pizzico di originalità. Verso le cinque del mattinò ebbe la folgorazione: la biforcazione della lingua”). E poi un pingue campanaro di mezza età che si converte al naturismo, un vecchio che lecca il pavimento di una chiesa, un conferenziere ingoiato da una sinistra clinica per moribondi, dove le infermiere guariscono gli agonizzanti innamorandosi eroticamente di loro…
Non è da tutti entrare nel cosmo sconcertante di Claudio Morandini, bisogna essere disposti a traslocare in un pianeta dove ogni normalità è stata minata da un disastro su cui vige la congiura del silenzio. All’inizio sembra pure che i racconti di A gran giornate (edizioni La Linea, pagg. 255, euro 14) non siano legati; ed è una sorpresa accorgersi che pian piano quasi tutti i personaggi finiscono per incrociare i loro passi, magari in una locanda dove due anziani albergatori, oltre a servire piatti disgustosi, nascondono una “bestia” che di notte, dietro la porta sbarrata, manda latrati agghiaccianti. C’è bisogno di aggiungere che la bestia vorrebbe accoppiarsi con gli ospiti dell’albergo, essendo anche, pare, “una signorina”?
Realizzati con un linguaggio curato, musicale e privo di inutili belletti, i racconti di Morandini fanno pensare a una visionarietà cieca. Le stupefacenti immagini che si incontrano nella pagina (l’immenso cratere, la campagna devastata, la foresta satura di elusivi mostriciattoli), infatti, non preludono ad alcuna rivelazione. Al contrario: il cammino on the road di questi sopravvissuti è prettamente terragno e picaresco. Picaresca è l’ossessione per il cibo (sempre rivoltante), per il sesso (sempre grottesco) e per la morte, evocata peraltro nel titolo della raccolta, che ripete il verso più angoscioso di Petrarca. Per cui se amate gli scrittori dalla fantasia sbrigliata ma vorreste che fossero al servizio di una filosofia della vita esente da menzogne, Morandini è l'autore che fa per voi. Vi condurrà in un luogo dove tutto è allegoria di qualcosa che non sappiamo, o che sappiamo talmente bene che ormai non riusciamo a parlarne senza l'attenuazione della favola.
 Fabrizio Ottaviani, “Il Giornale”, 22 ottobre 2012.

"A gran giornate" su "Leggere:tutti"

Sul numero di novembre della rivista "Leggere:tutti" compare una breve, azzeccata scheda (anonima però) del mio "A gran giornate".

Un romanzo irriverente e allegorico in cui spiccano ironia e sarcasmo. Variegati personaggi che popolano una tramma complicata che alla fine Morandini, tramite la sua scrittura forte e decisa, riesce a sbrogliare accomunando sia i protagonisti sia i lettori. Un libro che offre uno sguardo nuovo verso i nostri giorni.

"A gran giornate": la recensione integrale di Paolo Morelli


Ripropongo nella sua integralità l'articolo di Paolo Morelli apparso su "Il Manifesto" di giovedì 18 ottobre 2012 a pag. 12.

NARRATIVA – Per le edizioni La Linea “A gran giornate” dello scrittore aostano Claudio Morandini
VIAGGI TRASOGNATI VERSO L’INEVITABILE

Di quella che spacciano come crisi una cosa è sicura: serve a ridurre diritti e spazi di libertà. Nell’editoria ad esempio, che ha ormai solo il mercato come contatto col mondo, serve all’azzeramento delle migliaia di ramificazioni e voci diverse che la scrittura ha sempre avuto, per l’installazione di una letteratura unica, estrema propaggine mediale che pretende di amministrare i pensieri per portarli verso una razionalizzazione totale. E non è del prossimo futuro che stiamo parlando, ormai bisogna scovare negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia, libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di A gran giornate, di Claudio Morandini (la Linea, pp. 256, euro 14).
Non so se Morandini, un aostano che ha già al suo attivo quattro romanzi, abbia avuto in mente il Petrarca di “e la morte vien dietro a gran giornate”, sta di fatto che per mettere in scena un’allegoria lampante, sotto gli occhi di tutti, permette all’io-narrante di dichiararlo: “L’allegoria in cui mi dibatto per fortuna è piena di tempi morti, di rallentamenti, ma anche di ellissi repentine, di balzi travolgenti in avanti, o di sgambetti all’indietro”.
In tal modo cempennano (parola sua) le storie, perché costui ci porta a conoscere i compagni d’avventura: e si va da tal Onorato Casamagna letteralmente imbambolato, nel senso che si accompagna a una bambola gonfiabile sempre più invadente, al delinquente sfinito Semenzani Tullio; da Nathan il sacrestano che si converte al nudismo a Franchino Spaventa dalla lingua biforcuta, anche qui letteralmente; dallo scrittore Gabriele Angous, guarda caso l’Uomo Malato anzi “il paradigma dell’uomo malato”, a Ollssen che da sempre si è sentito bene “senza gli altri”. In più l’ex comico Marius Duprez, che con una raffica di barzellette meno che insulse ci indica che se i meccanismi della comicità sono stati gli stessi per millenni, e viceversa oggi si ride di cose che non hanno mai fatto ridere nessuno, qualcosa vorrà dire.
Tutti “nomi parlanti” come si vede, di quelli che rendono pressoché superflua ogni introspezione, e tutti esseri umani già passati, scaduti, abbacinati e nemmeno più stupefatti, lievemente febbricitanti, con qualche guasto lieve o lieve slittamento di senso a cui sono indifferenti più che rassegnati, e un destino che pure lui appare segnato e scaduto, un destino baro ma camuffato da contingente e necessario, da logico addirittura, che li fa incontrare per l’ultimo tratto di strada.
Pare che una leve distonia sia stata sufficiente e candidarli, il mutamento sembra ci sia stato già prima che siano stati chiamati a raccolta, la cesura, il salto di continuità che conferma la decisione, la banda dispersa si ritrova verso una direzione che fa finta di essere sconosciuta. Sbandati e capricciosi come fili di una trama già scritta, i sodali occasionali si avviano dove non ci si può perdere perché ci si è già persi prima, da qualche parte che non ci è dato sapere. Sembra di stare in un bislacco e accurato disegno buzzatiano, con dentro un essenziale percorso calviniano, e qualche deviazione slapstick del primo Celati. Ci stupiamo di leggere o di riconoscere qualcosa che ci pare di aver sempre letto o sognato, o forse meglio che avvertiamo come un presagio che solo alla scrittura possiamo confessare di avere. Una storia “di un’ovvietà che tramortiva” come sempre quando a suggerire è il buon senso, quello oggi accantonato con cura. In più il delirio ha la propensione a fingersi logico, come dimostra la numerazione a doppia cifra di capitoli e sezioni.
E difatti di un viaggio verso l’inevitabile si tratta, a cui conduce una logica talmente derazzata e presuntuosa che nemmeno ha più bisogno di ritrovarsi nell’esperienza. Nemmeno ci si può chiedere perché, forse si sono slacciati i bassi istinti, forse “quelle bestie luride (…) ci hanno costretti a diventare simili a loro, anche noi sordidi, rumorosi, tutto un alternarsi di scatti d’ira e pigrizia untuosa”. Sembra insomma che il dramma sia già avvenuto pure se non ce ne siamo accorti, ora possiamo avviarci, ora gli elementi ci sono tutti, su un pullman e poi un furgone che per l’appunto somigliano a carri allegorici.
Nemmeno si strugge il racconto, nessuna “insensata indulgenza verso il passato” mentre va per andare avanti tra rovine di esplosioni inspiegabili, stanze con dentro segreti impronunciabili, strane bestie ferite, case a forma a salsiccia che diventano ossessioni distruttive, equivoci, indecisioni crescenti e imbarazzanti, relitti di carovane precedenti e forse identiche e in più la sensazione che “siamo già passati di qui”. la temperatura però non aumenta mai, si respira il “gusto acido e bruciaticcio” del cupio dissolvi, si va con “una sorta di fatalistica disinvoltura, di irresponsabile levità”. E già qualcuno si perde, come nella mirabile e grottesca pantomima horror di Ollssen che restando indietro è costretto a dilazionare l’abbraccio cannibale,  lottare contro il torpore suonando il pianoforte.
Magistrale e misurato il racconto cala sull’attesa della fine come un gigantesco uccello preistorico, senza più capire, con le memorie che svaniscono e segnali desiderati dove non ce ne sono più, assieme al paesaggio via via desolato e violento della natura che torna padrona, e allora abbiamo davanti tutti gli squarci, varchi e riflessi estremi, le illusioni selvagge quando riprende possesso di ciò che è sempre stato suo, natura primordiale e finale che si svela pian piano in tutta la sua voracità, e “tutti noi ci stiamo dirigendo verso i lei, che sembra aspettarci”.
Che tutto è già finito da un pezzo non lo ammetteremo mai, come i climatologi che hanno aspettato l’evidenza per dire che è in atto un mutamento esiziale.

PAOLO MORELLI, “IL MANIFESTO” di giovedì 18 ottobre 2012, pag. 12