mercoledì 24 ottobre 2012

SHE LIVES (da "Letteratitudine"): l'intervista a Fabiana Piersanti (2)

4 – La serata del 17 novembre unirà letture e esecuzioni di musiche. Che cosa lega la parola, scritta o detta, alla musica, secondo te?
Il rapporto fra musica e parola ha radici antichissime, che vanno dall’antica Grecia – se non prima – fino, idealmente, agli estremi Vocal Works di Ligeti; dunque non voglio avventurarmi in un terreno già ampiamente esplorato da voci molto più autorevoli e competenti della mia. Cercherò quindi di restringere la mia considerazione a un aspetto che mi suggerisce il contesto artistico e musicale della serata del 17 novembre.
La letteratura, a un certo punto, ha cercato di imitare l’indeterminatezza della musica. Non posso non pensare, per esempio, ai “componimenti sonori” di una certa produzione poetica di Mallarmé. Ma anche la musica, soprattutto nel Novecento, ha sentito il desiderio di svincolarsi dal proprio linguaggio, o comunque di metterlo in discussione, che è lo stesso punto, poi, dal quale le maggiori avanguardie storiche sono partite. Su questo terreno mi ci ha portato la ricerca estetica musicale del sopracitato Alessio Elia. Il discorso è davvero molto affascinante, e più lo scruto più mi porta a essere attratta da compositori che prediligono una ricerca puramente sonora; l’unica, credo, in grado di esaltare la quint’essenza della natura evocativa della musica.
Comunque, per quanto riguarda la serata del 17, il ponte con la parola non è così “filosofico”; ho avuto il grande piacere, nonché ho ritenuto opportuno invitare come primo ospite di SHE LIVES uno scrittore che stimo molto, e che condivide i valori del progetto.
Fabiana Piersanti con i compositori Sidney Corbett, Lasse Thoresen, Alessio Elia
5 – La serata del 17 è solo l’inizio. Che cosa diventerà il progetto?
Diventerà principalmente un luogo di suggerimento dove pubblico e istituzioni potranno attingere ogni volta che vorranno. Ecco, vorrei sottolineare quanto l’attività di sensibilizzazione delle istituzioni culturali sia fondamentale, e quanto ci concentreremo su questo aspetto, perché le istituzioni possono dare una grande accelerazione nel processo di corroborazione della consapevolezza del pubblico; un pubblico che oggi ha un ruolo piuttosto passivo, statico, a volte addirittura ebete, e io sono convinta che la principale causa di questo atteggiamento sia imputabile proprio al pregiudizio delle istituzioni di cui ho accennato prima.
Un paio d’anni fa quando proposi a un’importante istituzione musicale, di cui non farò il nome, di prendere in considerazione la possibilità di inserire nella sua programmazione concertistica le opere del compositore norvegese Lasse Thoresen, mi è stato risposto che non sarebbe stato possibile, perché il pubblico non ama le novità, e chiede di ascoltare un certo tipo di repertorio. Questo rappresentate, oltre al fatto che si è autoeletto a portavoce di un intero pubblico, come se questo fosse un monolite con un solo organo pensante, non sapeva, ne sono certa, che Lasse Thoresen è fra i compositori scandinavi viventi più stimati al mondo; però mi ha detto che se fosse stato l’ambasciatore norvegese in Italia a proporglielo, forse… Basta, non vado oltre.
Un pezzo di Lasse Thoresen verrà eseguito il 17 novembre per la prima volta in Italia, e di questo sono molto orgogliosa. Ma colgo l’occasione per ribadire che non è mia intenzione generalizzare: molte istituzioni, anche pubbliche, svolgono un lavoro encomiabile, sotto questo punto di vista.

6 – Che posto può avere la musica colta nel mondo di oggi?
Un posto fondamentale: la musica colta per sua natura si oppone con forza alla vorticosa, superficiale, bulimica tendenza dei nostri tempi di incoraggiare dinamiche da fast food nei confronti non solo della fruizione artistica, ma dell’esperienza esistenziale tout court, cui è fortemente legata. Soprattutto nelle nuove generazioni, che rappresentano il nostro futuro e che sono diventate purtroppo molto ricettive a certi stimoli negativi, queste dinamiche hanno creato un grande equivoco: complesso vuol dire noioso, macchinoso, non immediato. Sorrido: mi vengono in mente alcune composizioni di Bach, che pur inquadrate in un rigido rigore formale, hanno una potenza espressiva immensa. Ecco, offrire la possibilità di arricchire la percezione umana in questo modo credo sia l’impegno che ogni rappresentante istituzionale dovrebbe assumere come antidoto alla desolazione morale.

SHE LIVES (da "Letteratitudine"): l'intervista a Fabiana Piersanti (1)

1 – Fabiana, com’è nato il progetto?
Il progetto è nato quasi per caso. Qualche mese fa mi è stata data la possibilità di organizzare un evento all’interno del “NIGHT ITALIA Ark Festival”, che si svolgerà a Roma dal 15 al 17 novembre nella cripta della Chiesa Santa Lucia del Gonfalone, a cura dell’artista Marco Fioramanti.
Ho subito pensato a un concerto di opere di compositori viventi: amo la musica classica e da qualche anno, in particolare, il mio interesse si rivolge soprattutto alla musica del nostro tempo, quella cosiddetta ‘contemporanea’, anche se non ho molta simpatia per questo aggettivo, perché porta seco degli equivoci esiziali quando viene accostato alla musica - mi riferisco più che altro all’accezione che ha assunto, principalmente dalla seconda metà del Novecento, di ‘inintelligibile’. Questa passione mi ha spinto negli ultimi anni a cercare di entrare in contatto con i compositori che man mano scoprivo, instaurando, con alcuni di essi, amicizie di cui sono molto lusingata.Ben presto, grazie al suggerimento di Joel Tilanti di Iminds Group e all’incondizionata fiducia che mi ha rivolto Giuseppe Di Martino, proprietario del Pastificio dei Campi, che a occhi chiusi ha deciso di sponsorizzare l’iniziativa, l’idea di base ha cominciato a sconfinare in un proposito di più largo respiro: perché non cogliere l’occasione per configurare un progetto in grado di replicare questa esperienza? Mi sono rimaste impresse le parole che Di Martino mi ha detto durante la nostra prima conversazione: “Io ti dico sì, sulla fiducia, perché l’idea mi piace – e allora c’era davvero solo una vaga idea di cosa sarebbe stato –, e poi credo che la persona che sa gradire una pasta fatta in un certo modo è la stessa persona che sa apprezzare la buona musica”. Cos’altro aggiungere? Che di imprenditori così illuminati dovrebbero essercene di più, sì.Dopo quell’iniziale slancio il progetto ha continuato a crescere e si è arricchito di nuove preziose collaborazioni: quella con il M° Andrea Ceraso, per esempio, persona di raffinato gusto estetico e direttore musicale del progetto, nonché direttore dell’Ensemble Miroirs, che collaborerà stabilmente con SHE LIVES; e quella con Francesco Gorio, persona deliziosa e piena di entusiasmo, titolare della società MKT Musikit, che da più di vent’anni si occupa di Editoria Musicale ed è presente nei più importanti appuntamenti fieristici del settore in tutto il mondo, contribuendo in modo significativo a far conoscere i compositori dei nostri giorni.
Ensemble Miroirs
2 - È corretto leggervi un intento pedagogico?
È corretto, ma a questo punto occorre una precisazione: il mio è un punto di vista profano, da semplice amante della musica: a parte qualche anno di studio del pianoforte, molti anni fa, la mia educazione musicale non è accademica, ma totalmente empirica. Proprio questo aspetto, mi dicono invece molti ‘tecnici’, potrebbe costituire il punto di maggior forza del progetto.
Frequentando da anni sale da concerto, compositori e musicisti, ho potuto verificare che a volte sono le stesse istituzioni musicali – non tutte, ovviamente – ad avere una sorta di pregiudizio, non tanto nei confronti della musica contemporanea, quanto della voglia del pubblico a interessarsene.
Quello che invece io mi chiedo è: com’è possibile che un amante della musica possa non essere interessato ai suoni del proprio tempo? Sono convinta che il punto cruciale della questione risieda nel modo in cui qualcosa viene proposto: spesso ho avuto l’impressione che la presentazione di un’opera contemporanea contenesse in sé quasi una richiesta di scuse: mi riferisco, per esempio, alla formula che spesso viene usata di inserire l’opera contemporanea fra due del repertorio classico – mai alla fine, altrimenti la gente se ne va prima – quando questo non è giustificato da un intento di natura comparativa. Questo atteggiamento ha contribuito a creare un circolo vizioso: l’istituzione tende a non inserire musica contemporanea – o a farlo con molta cautela – nella propria stagione concertistica perché crede che il pubblico non la gradisca, e il pubblico effettivamente tende a prediligere il repertorio classico perché ha poche possibilità di adeguare il proprio gusto al linguaggio musicale del proprio tempo. Il M° Maurizio Pollini, fra gli altri, da anni non fa che ribadire questo concetto. L’incontro con il suo pensiero è stato per me determinante, in questo senso. Ecco, noi crediamo che questo circolo vizioso debba essere interrotto.

3 – Che cosa accomuna i compositori e i musicisti coinvolti?
La prima cosa che li accomuna in questa esperienza è la libertà di esprimersi in un contesto immune da influenze politico-culturali e svincolato dalle logiche che regolano i luoghi di consumo massificato. SHE LIVES si propone come uno spazio di incontro in cui il suggerimento parta dagli artisti, in modo che siano stimolati a interagire fra di loro non in termini di una concorrenziale visibilità nelle poche vetrine disponibili, bensì di un comune spirito di costruttiva condivisione. Ma questo è un movimento che SHE LIVES ha solamente intercettato, e lo dimostra il fatto che alcuni dei compositori e dei musicisti coinvolti, pur provenendo da esperienze anche geograficamente distanti fra loro, si conoscevano, o si sono referenziati l’un l’altro.
Questo sta già creando un clima di grande entusiasmo e di straordinario fermento, intorno al progetto. L’interesse cresce, da parte di nuovi compositori, musicisti, enti culturali. Qualche giorno fa, per esempio, il compositore Franco Antonio Mirenzi, che qui ringrazio pubblicamente, durante il suo intervento conclusivo al IV Convegno presso la sede della Conferenza dei Rettori e delle Università Italiane sul ruolo e sulle prospettive dei cori e le orchestre universitarie italiane, ha voluto parlare di SHE LIVES, e l’ha fatto in presenza di personalità eminenti: cito il prof. Franco Piperno, Presidente della Commissione Musica Sapienza, il dott. Luca Aversano, direttore dell’Orchestra dell’Università di Parma, e altri ancora.
Poi sono in contatto quasi quotidiano con tutti gli artisti coinvolti: ringrazio in modo particolare per il sostegno e la collaborazione il compositore prof. Sidney Corbett, il compositore dott. Alessio Elia, e il M° Massimiliano Scatena, bravissimo pianista abruzzese che ho l’onore di avere come primo musicista ospite; e poi il M° Cristiano Serino e il M° Giusto Pappacena, cui sono molto legata. E naturalmente ringrazio te, Claudio, per l’amicizia e l’inesauribile fonte di raffinatezza che per me rappresenti.

SHE LIVES, 1 (da "Letteratitudine")

C’è un progetto che mi sta molto a cuore e di cui voglio cominciare a parlare agli amici di Letteratitudine: si chiama “SHE LIVES – Contemporary music is music”. Prende l’avvio il 17 novembre, a Roma, con un concerto-reading a cui ho l’onore di partecipare come ospite con pagine di ispirazione musicale tratte dai miei romanzi “Rapsodia su un solo tema” (Manni, 2010) e “A gran giornate” (La Linea, 2012). Il progetto, che vede coinvolti molti bei nomi della musica di oggi, si è sviluppato grazie all’entusiastica determinazione e alle capacità organizzative di Fabiana Piersanti, e sta diventando un progetto itinerante, destinato a dar luogo ad altri concerti-incontro in giro per l’Italia. L’idea del connubio tra musica e altri linguaggi artistici è bella, forte e allo stesso tempo semplice – bisognava solo pensarci, sentirne l’esigenza, renderla concreta, dar modo di incontrarsi a discipline, espressioni e scuole diverse e a voci diverse di ascoltarsi, al di fuori dai limiti angusti in cui la normale programmazione musicale ha relegato la musica contemporanea.
Copio di seguito il comunicato stampa della prima serata romana di SHE LIVES – Contemporary music is music.



Sabato 17 novembre ore 20.30
Roma, cripta della Chiesa Santa Lucia del Gonfalone
via dei Banchi Vecchi, 12

Il NIGHT ITALIA Ark Festival
ospita
con il supporto del Pastificio dei Campi
e di Iminds Group e MKT Musikit
l’anteprima nazionale del progetto
SHE LIVES – Contemporary music is music

SHE LIVES – Contemporary music is music è un progetto itinerante ideato da Fabiana Piersanti e da lei curato in collaborazione con il M° Andrea Ceraso.
Il progetto si propone di sensibilizzare pubblico e istituzioni alla musica colta che viene composta nel nostro tempo, promuovendo iniziative in grado di incoraggiare la nascita di un movimento culturale dinamico, consapevole ed estraneo alle dinamiche che regolano i luoghi del consumo massificato.
SHE LIVES si rivolge agli amanti della musica classica, dell’arte e della cultura in genere, e ai compositori, ai musicisti e a tutti gli artisti che condividono lo spirito del progetto, invitandoli a una partecipazione attiva in un clima di libera condivisione.



Il programma
Concerto di musica classica e reading dello scrittore Claudio Morandini. Il concerto prevede l’esecuzione di opere dei compositori Sidney Corbett, Claude Debussy, Alessio Elia, Giusto Pappacena, Cristiano Serino e Lasse Thoresen. Esegue Ensemble Miroirs diretto dal M° Andrea Ceraso, con la partecipazione del pianista Massimiliano Scatena.


Ho anche rivolto a Fabiana Piersanti alcune domande sulla natura del progetto. Fabiana ha accettato volentieri di rispondere. Ci vediamo al prossimo post.

lunedì 22 ottobre 2012

"A gran giornate": la recensione di Fabrizio Ottaviani


Su facebook, Fabrizio Ottaviani (suo il romanzo “La gallina”, Marsilio 2011), anticipando con entusiasmo una sua recensione del mio “A gran giornate”, ha parlato giorni fa di “romanzo fenomenale”. Così ha concluso: “E... a tutti gli amici: prendete questo volume di Morandini, è im-per-di-bi-le! Non è vero che non si scrivono più grandi romanzi!”
L’eccellente, articolato articolo di Fabrizio - che aspettavo naturalmente con grande curiosità - è uscito oggi, 22 ottobre, sulle pagine culturali de “Il Giornale”.
"Non è da tutti entrare nel cosmo sconcertante di Claudio Morandini” vi scrive Fabrizio Ottaviani, “bisogna essere disposti a traslocare in un pianeta dove ogni normalità è stata minata da un disastro su cui vige la congiura del silenzio". E alla fine: "Se amate gli scrittori dalla fantasia sbrigliata ma vorreste che fossero al servizio di una filosofia della vita esente da menzogne, Morandini è l'autore che fa per voi. Vi condurrà in un luogo dove tutto è allegoria di qualcosa che non sappiamo, o che sappiamo talmente bene che ormai non riusciamo a parlarne senza l'attenuazione della favola".
Ringrazio di cuore Fabrizio e vi invito a recuperare l’articolo nella sua integralità.

giovedì 18 ottobre 2012

"A gran giornate": l'articolo di Paolo Morelli su "Il Manifesto"


Su "Il Manifesto" di oggi, a pag. 12, in un ampio e suggestivo articolo dal titolo "Viaggi trasognati verso l'inevitabile", Paolo Morelli (tra i suoi libri "Vademecum per perdersi in montagna" e "Il trasloco", entrambi nottetempo, e "Caccia al Cristo", DeriveApprodi) scava tra le pagine del mio "A gran giornate". Riporto un paio di frasi dalla sezione centrale, invitandovi a leggere il resto su http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20121018/manip2pg/11/manip2pz/330327/.


Tutti “nomi parlanti” come si vede, di quelli che rendono pressoché superflua ogni introspezione, e tutti esseri umani già passati, scaduti, abbacinati e nemmeno più stupefatti, lievemente febbricitanti, con qualche guasto lieve o lieve slittamento di senso a cui sono indifferenti più che rassegnati, e un destino che pure lui appare segnato e scaduto, un destino baro ma camuffato da contingente e necessario, da logico addirittura, che li fa incontrare per l’ultimo tratto di strada.
Pare che una leve distonia sia stata sufficiente e candidarli, il mutamento sembra ci sia stato già prima che siano stati chiamati a raccolta, la cesura, il salto di continuità che conferma la decisione, la banda dispersa si ritrova verso una direzione che fa finta di essere sconosciuta. Sbandati e capricciosi come fili di una trama già scritta, i sodali occasionali si avviano dove non ci si può perdere perché ci si è già persi prima, da qualche parte che non ci è dato sapere. Sembra di stare in un bislacco e accurato disegno buzzatiano, con dentro un essenziale percorso calviniano, e qualche deviazione slapstick del primo Celati. Ci stupiamo di leggere o di riconoscere qualcosa che ci pare di aver sempre letto o sognato, o forse meglio che avvertiamo come un presagio che solo alla scrittura possiamo confessare di avere.
(Il "Concerto dell'uovo" attribuito a Bosch illustra l'articolo di Paolo Morelli su "Il Manifesto")

lunedì 15 ottobre 2012

"A gran giornate": l'opinione di Luca Gallo

Mi ha scritto su facebook l'amico Luca Gallo:
"E' la prima volta che leggo un romanzo di uno scrittore che conosco di persona e questo mi ha emozionato non poco. Il romanzo è scritto molto bene e merita un posto importante in libreria (Nora Musetti, la bibliotecaria del tuo libro, ci terrebbe molto ad averne una copia). Le avventure raccontate mi hanno evocato opere di Bosch (sopratutto nella ricostruzione mentale della tua creatura), film di Fellini per come si susseguono le avventure dei personaggi e per come sono scritti i dialoghi e dal punto di vista letterario; ho letto di spunti da Petrarca, Dante, Leopardi, Petronio e Jules Verne, io ho trovato analogie con l'ultimo Calvino e con Buzzati (racconti). Il finale del libro è strepitoso e lascia al lettore un'inquietudine che lo porta ad una riflessione per analogia alla nostra quotidianità. Bravo Claudio, davvero."

sabato 13 ottobre 2012

Stravinsky e altro, 3 (da "Letteratitudine")


Torno sui “Souvenirs sur Igor Strawinsky” di Ramuz, uno dei libri più intensi e originali sulla collaborazione tra scrittore e musicista che mi sia capitato di leggere. L’opera sembra nascere dal bisogno di riallacciare un dialogo interrotto da qualche anno tra i due amici: ancora amici, certo, ma divisi dagli avvenimenti, in particolare dal nomadismo che caratterizza la vita del compositore, e costretti, per così dire, a comunicare per lettera. Ramuz instaura perciò in queste pagine un dialogo a distanza, rivolgendosi direttamente a Strawinsky (stavolta uso la traslitterazione francese dal russo) con il rispettoso “voi”, facendo appello alla memoria, e quando questa non è sufficiente, ricostruendo, ipotizzando, facendosi domande, fantasticando anche. Con quello che sembra un vezzo, Ramuz parla di lontano al musicista cosmopolita che miete successi in giro per il mondo: ma Ramuz, per quanto radicato assai più del russo alla sua terra natale, non è un isolato o un esule in casa propria, e nemmeno uno sconosciuto. È come se, insistendo nell’immaginarsi uno Stravinsky lontano, circondato da dame e confuso tra frequentatori di salotti, Ramuz volesse richiamarlo indietro alla vena più autentica, quella emersa spontaneamente durante il soggiorno in Svizzera, quella in cui lo stesso Ramuz si era pienamente riconosciuto: una vena fatta di terra, radicamento nella realtà, e insieme trasfigurazione nella fiaba popolare, tradizione, concretezza di cose e oggetti, esaltazione del “fare” come nucleo fondamentale della creazione artistica. Stravinsky, che componeva allo strumento, e dalla meccanica degli strumenti (dalla tastiera del pianoforte in particolare) traeva materia per le sue composizioni, non poteva che piacere a Ramuz. Questi, lo svizzero, comprendeva e ammirava la scrupolosità con cui quello, il russo, disponeva in perfetto ordine tutti gli oggetti sullo scrittoio (matite penne colori pennini inchiostri fogli forbici e un aggeggino per tirare pentagrammi): e descrive il tutto in una vivace pagina in cui il puntiglio stravinskiano fa piazza pulita di ogni fumosità tardoromantica sull’ispirazione. Il comporre era questo: mettere ordine, costringere la confusione, il caso e il caos in un sistema ordinato e paziente di gesti e di segni, imprigionare i suoni in pagine dalla grafia impeccabile.
Lo scrittore svizzero non era un musicista, e nemmeno un esperto di musica: ma ha saputo mettere al servizio della musica dell’altro una sensibilità acutissima per la parola in quanto suono; prima ancora ha saputo riconoscere nel russo una sorta di fratello (nei gusti, nella semplicità con cui osserva le cose e usa gli oggetti e si mette in rapporto con gli altri). Sono anni difficili, gli anni della prima guerra mondiale: le opere che nascono dalla loro collaborazione risentono delle ristrettezze economiche del momento, anzi sfruttano come fossero vantaggi quelle stesse ristrettezze, inventando nuovi organici strumentali, nuove soluzioni drammaturgiche. In questo Stravinsky seguiva percorsi suoi, che stupivano e scandalizzavano i benpensanti che dalle finestre della sua casa udivano provenire timbri e armonie incomprensibili, urtanti, percussivi (erano i tempi della creazione de “Les noces”, creazione laboriosa e tormentata per la ricerca dell’organico strumentale, che alla fine sarà composto da quattro pianoforti e un nutrito gruppo di percussioni).

Stravinsky e altro, 2 (da "Letteratitudine")

Secondo copia-e-incolla da "Letteratitudine" dedicato a Stravinsky.



A proposito di Stravinsky, e tornando al tema di questo forum, cioè il rapporto tra musica e letteratura, aggiungo che uno dei libri più centrati e sinceri sul compositore russo (poi naturalizzato francese, poi statunitense) è un libriccino dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz, “Souvenirs sur Igor Stravinsky”, del 1929 (inedito, ahimè, in Italia). I due avevano convissuto e collaborato, in Svizzera, negli anni della prima guerra mondiale, ad alcuni capolavori come l’”Histoire du soldat”, “Renard”, la versione francese de “Les noces”, e tra i due era sorta una piena (e rara) sintonia di vedute, che Ramuz con bella naturalezza e precisione racconta nelle sue pagine. Stravinsky collaborerà spesso con scrittori (Gide, Cocteau, Auden, Huxley), ma il rapporto con Ramuz sembra spontaneo, sinceramente amichevole, privo – come dire – di intellettualismi o di opportunismi artistici e di sotterranee incomprensioni (penso soprattutto a Gide e alla creazione della “Perséphone”). Tra i due si nota una sostanziale affinità nel modo di concepire la creazione artistica: rigore e accuratezza, certo, ma anche un approccio empirico, “artigianale”, ai problemi che possono sorgere di volta in volta (per esempio, nella traduzione dal russo al francese delle strofe del “Renard”, e nell’adattamento di queste alla musica, secondo un’idea della lingua come materiale sillabico ritmico-fonico più che semantico, un’idea a cui Stravinsky rimarrà fedele anche in seguito).



Stravinsky e altro, 1 (da "Letteratitudine")

Riprendo alcuni post (pardon) pubblicati tempo fa sul forum di "Letteratitudine" dedicato al rapporto tra letteratura e musica - e li riprendo così come mi sono venuti, goffaggini stilistiche comprese.

Ieri sera guardavo in DVD “Coco Chanel & Igor Stravinsky”, il film di Jan Kounen del 2009 incentrato sulla liaison tra le due personalità. Il film ha diverse qualità e qualche difetto. Vale la pena vederlo innanzitutto per la ricostruzione della première del “Sacre du printemps”, a Parigi, al Théatre des Champs-Elisées, il 29 maggio del 1913: scene, coreografia, musica (con qualche taglio qua e là, d’accordo), la tensione dietro le quinte, il crescere delle reazioni di sconcerto del pubblico, addirittura le singole frasi pronunciate ad alta voce dai detrattori o dai sostenitori del compositore sono riportate con efficacia, grazie a una cinepresa che plana tra scene e pubblico e sguardi singoli e gesti di massa, e gioca con il piano sequenza. I problemi emergono quando la passione tra Coco e Igor sboccia (no, meglio, esplode) nella villa di Garches, presso Parigi, in cui la famiglia di Stravinsky è ospitata con magnanimità mecenatesca dalla Chanel. Chissà cosa c’è che non funziona. Forse il moltiplicarsi di certi calligrafismi della regia, forse la scelta dell’attore Mads Mikkelsen per la parte del compositore, che era fine, basso, minuto, meticoloso – Mikkelsen, invece, è un marcantonio tutto zigomi e muscoli, che non è molto credibile quando prende in mano le partiture. Forse l’aria da drammone (sofferenza, tradimento, scene madri, ecc.) che prevale nella seconda parte del film.

Segnalo, per pura pignoleria, alcuni errori: Stravinsky che suona pagine della “Sonata” per pianoforte (severo monumento neoclassico di qualche anno successivo) mentre è ospite della Chanel nel 1920; lo stesso compositore che dirige la ripresa del Sacre (con successo e nuova coreografia) a Parigi nel 1921 (nella realtà, se ricordo bene, sul podio stava Ernest Ansermet). Non è questo il problema.

Il problema, che mi pare affliggere molte delle biografie cinematografiche dedicate ai compositori, non sta tanto nell’invenzione o nella libera rielaborazione, quanto, credo, nell’incapacità del cinema (di certo cinema, almeno) di mostrare per quello che è davvero il lavoro del compositore, inteso come quell’insieme di gesti, pratiche, pensieri che danno forma concreta alla musica sulla pagina (o a uno strumento). Qui il cinema (certo cinema) rischia di prendere cantonate, o almeno di prendere troppe scorciatoie inanellando ingenuità, per non venir meno a un’esigenza di spettacolarità.

martedì 9 ottobre 2012

"A gran giornate": l'opinione di Catherine Develotte

Dalla Francia, l'amica Catherine Develotte mi ha scritto su facebook: 

« A gran giornate » m’est apparu comme un récit surprenant, traversé par une inquiétude désespérée et absurde. Nous y traversons de multiples aventures -parfois grotesques- où les personnages sont à la recherche d’eux-mêmes dans des situations plus baroques les unes que les autres. 
Dante, Malerba, Pétrarque, Leopardi, Pétrone, Jules Verne et Edgard Poe sont convoqués dans cette fresque de figures étranges mais «humaines trop humaines» dans leurs vicissitudes. Mais peut-être ces figures ne représentent-t-elles que les réalités conjuguées d’une seule personne qui va vers son abyme de fin de vie !La dimension existentialiste d’ « A gran giornate » me fait évoquer curieusement « Les caves du Vatican » de Gide. Peut-être en référence à l’acte gratuit de son personnage dépassé par le destin …

Ovvero:

"A gran giornate" mi è sembrato un racconto sorprendente, innervato da un'inquietudine disperata e assurda. Vi attraversiamo molteplici avventure, talvolta grottesche, i cui i personaggi sono in cerca di loro stessi in situazioni di volta in volta più esasperate. Dante, Malerba, Petrarca, Leopardi, Petronio, Jules Verne e Edgard Poe sono evocati in questo affresco di figure bizzarre ma "umane, troppo umane" nelle loro peripezie. Ma è anche possibile che queste figure non siano altro che la coniugazione di diverse realtà di un’unica persona che si muove verso il suo abisso di fine della vita. Curiosamente, la dimensione esistenzialista di "A gran giornate" mi evoca "I sotterranei del vaticano" di Gide - forse in riferimento all'atto gratuito del suo personaggio travolto dal destino...

mercoledì 3 ottobre 2012

"A gran giornate": l'opinione di Francesca Fiorletta su "Portbou"

Francesca Fiorletta si occupa del mio "A gran giornate" sul blog letterario Portbou, http://blogportbou.wordpress.com: e lo fa in modo brillante e, per me, assai lusighiero. Riporto la parte finale del suo intervento, consigliandovi di leggere il resto su
http://blogportbou.wordpress.com/2012/10/03/a-gran-giornate/#more-1010.

... La scrittura di Claudio Morandini, se devo dirla tutta, arriva a sfiorare l’insolenza: approfondimento critico intelligentissimo, finezza espositiva senza quasi paragoni, almeno nell’immediato parterre contemporaneo, placida armonia razionale nel riportare a galla i tumulti più beceri dell’angoscia privatissima, umana e esistenziale tutta, in senso finanche storico, politico, culturale.
Claudio Morandini è un autore assai degno di nota, che riesce a giocare con il tempo e con lo spazio, li slabbra, li dilata, vi penetra e ne fuoriesce con una maestria leggiadra e accattivante, che permea il lettore di una vivida vaghezza nostalgica e, al contempo, riesce a infondere nuova linfa, intimista e propulsiva, all’odierna quotidianità, pur sempre impigrita e massificata. 
Ironicamente, Morandini esalta l’uomo svilendolo, scompone le sue certezze per rifondarne le più autentiche esperienze, arrivando a spogliarne l’esistenza quanto più possibile, al solo scopo di ricucirvi addosso un abito più ragionativo, singolare, vivo.
Francesca Fiorletta 
http://blogportbou.wordpress.com/2012/10/03/a-gran-giornate/#more-1010
A proposito: Portbou, gestito da Marco Colonna, Francesca Fiorletta, Massimiliano Manganelli e Marco Adorno Rossi, è un blog letterario giovane, con un carattere preciso, con un progetto splendido. Si presenta così: "Portbou è un passaggio di frontiera. È il luogo alla fine di tutte le strade, il passaggio a livello abbassato davanti al quale si infrangono tutte le istanze del mutamento. Così, talvolta, e a ragione, ci è sembrato. Ma, in quanto luogo della di-sperazione, è un luogo che non consente dilazioni, che non si presta a temporeggiamenti. Ci piace pensarlo, quindi, oltre che come dolente metafora terminale, anche come grado zero della ripartenza, della possibilità, del fertile disincanto. La ripartenza di un discorso critico tendenzioso, la possibilità di tessere nuova scrittura, il disincanto di chi misura lo spazio tra sé e le cose alla luce residua del crepuscolo." Vale la pena seguirlo.