martedì 28 agosto 2012

"Rapsodia su un solo tema": l'opinione di Domenico Calcaterra

Sulla sua pagina facebook, Domenico Calcaterra ha scritto di "Rapsodia su un solo tema": 

Lettura che ci ha fatto desiderare l'esistenza di un simile compositore o meglio iniziare un improbabile gioco delle somiglianze che, per poca cultura, non siamo stati capaci di condurre avanti. Per questo libro potrebbe chiamarsi in causa la disputa filosofica sull'esistenza o meno dei personaggi di finzione. Per dire che il libro di Morandini, fuga, dal punto di vista del lettore, ogni possibilità di dubbio: Dvoinikov esiste, veramente; così come Ethan Prescott, musicista a sua volta, esegeta, ammiratore... E come non dire poi della deriva paranoica che ogni forma di censura e di potere totalitario viene a nutrire (qui messa magistralmente in rilievo da una costruzione narrativa davvero sapiente). 

Costruito come una partitura contemporanea che tiene dentro tutti gli umori del Novecento, questo di Claudio Morandini è un romanzo in ultimo dalla decisiva caratura esistenziale. 


lunedì 20 agosto 2012

"A gran giornate" su "La Nuova Sardegna"

Una "mini-recensione" dedicata al mio "A gran giornate" compare, anonima e intitolata "Avventure picaresche", sull'edizione online de "La Nuova Sardegna":

«In "A gran giornate" ho preferito, per una volta, rifuggire dalla ricerca psicologica, e lasciarmi andare al racconto di avventure (i "picari" non hanno bisogno di psicologie complesse, sono animati da poche ossessioni, sempre le stesse)». L'autore presenta così sul suo blog personale questo romanzo, il quinto della sua carriera: i "picari ciabattoni" protagonisti (Spaventa, Casamagna, Semenzani, Nathan e gli altri), tutti alla ricerca di qualcosa che manca alle loro vite, sono al centro di avventure disperate quanto comiche.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/07/23/news/mini-recensioni-1.5447201

giovedì 16 agosto 2012

"A gran giornate": l'analisi di Norma Stramucci

 Ricevo da Norma Stramucci questa acuta, appassionata analisi del mio "A gran giornate", e ricopio subito. L'opinione di Norma, poetessa ("Erica", "Del celeste confine"), narratrice e docente ("Lettere da una professoressa", pubblicato come i precedenti da Manni), mi è particolarmente cara.


Il nuovo nell’arte può essere caratterizzato come la possibilità di combinazioni strutturali semantiche inattese, impossibili o proibite in una fase precedente, la capacità di determinare uno shock con un linguaggio artistico, un senso inatteso. Lo scatto verso un nuovo livello di complessità è vissuto dall’uditorio come una folgorazione improvvisa, un’esplosione di pensiero.
(J. M.  Lotman, Cercare la strada, Marsilio, 1994,  p. 93)
Allegoria è parola che compare sia nella prima che nell’ultima pagina dell’ultimo romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate, La Linea, 2012. Non è dunque capriccio di lettore il tentativo di appropriarsi del codice segreto che gli permetta di accedere all’isotopia, al senso altro alluso dalle vicende narrate, al piano dove sia possibile infine la connotazione. Esperirla dai particolari può risultare persino agevole: si può scoprire, ad esempio, il senso della fratellanza tra gli uomini, quando incombe un pericolo, nell'io narrante e in Semenzani che, in una surreale pensione, dove una porta chiusa nasconde alla vista una mostruosa creatura che li terrorizza e di cui sentono ogni notte i ringhi non umani, si trovano a condividere lo stesso letto: “Il materasso, concavo nel mezzo, ci faceva scivolare l’uno verso l’altro nel sonno, e talvolta, in piena notte, quando ci destavano i versi della creatura, ci sorprendevamo vicendevolmente stretti, come a proteggerci dal buio. Seguivano proteste, scuse e, non confessato, il permanere di una sensazione di piacevole tepore, di abbraccio soccorrevole” (p. 149).  Si tratta del leopardiano sentimento della Ginestra e la “creatura” potrebbe essere la denotazione della Natura maligna, ovvero del male. Ma altre vie Morandini offre alla libera interpretazione. Così la “creatura” amorevolmente custodita dai genitori che si suppongono capaci di ogni nefandezza per la sua sopravvivenza potrebbe, appunto allegoricamente, rimandare alla latente corruzione dei costumi nel nostro Paese, dove molti uomini, dalle funzioni semplici o complesse, dai padri ai politici, calpestano il bene comune in favore del loro personale “mostro”, anch’essi comunque con le loro fobie, le mosche, nel caso della padrona della pensione. Riguardo alla bambola gonfiabile di Onorato Casamagna, altro personaggio principale del romanzo, il senso da scoprire è nel pizzico di vita di cui l’oggetto gode: si muove, ma poco; ha persino imparato a parlare, ma appena e flebilmente. Il gioco è chiaro e non lusinghiero per l’uomo contemporaneo che, evidentemente, non ha ancora rinunciato all’idea di una donna completamente a sua disposizione e tacita la propria coscienza con la “vita” della bambola, poi sempre pronto a sgonfiarla, a ripiegarla, a riporla nella sua valigia, a toglierle autonomia nonostante quella “vita” prema, bussi alla sua coscienza con il “tambureggiare di un sepolto vivo appena svegliatosi” (p. 15). Franchino Spaventa ha invece martoriato il proprio corpo fino a farne uno spettacolo da baraccone. E nel baraccone vi è un mondo indegno che ne gioisce. Una sofferenza, quella del suo corpo, in fondo dovuta alla crudeltà altrui, come quella di Cristo. Ma Cristo ha patito per una ragione, non per nulla, come lui, ed in ciò, probabilmente, l’allegoria:  “[…] scorse pendere sull’altare un crocifisso di rara crudeltà, con un Cristo contorto e sanguinante e urlante. Quel volto ricoperto di sangue e capelli, le ulcerazioni su tutto il corpo scheletrico, l’anatomia spinta a una postura impossibile lo fecero sentire profondamente inadeguato, lui con i suoi tatuaggi e i suoi quattro buchi in faccia” (p 91).  Il sagrestano Nathan, scoperto il piacere della nudità, dopo aver partecipato del bigotto scandalismo del paese di fronte a una struttura naturista lì sorta, pretende poi il cappello e la giacca da uno spaventapasseri, ovvero da un vecchio lambito, persino negli occhi aridi, dalle formiche: “Mezzo chilometro più in là, tra gli orti, si ergeva una figura immobile. Nathan, credendola uno spaventapasseri, mosse verso quella per sottrarle il copricapo, anche lurido e sfondato, e proteggersi dal sole” (p. 65). Nessuna conquista dell’uomo dunque appare definitiva, il compromesso è sempre alle porte. Gabriele Angous, l’Uomo Malato, scopre che il piacere anelato gli è concesso perché moribondo, e dunque l’infermiera Francine perde per lui ogni attrattiva, a significare che nulla è davvero importante se non il fatto di vivere, verità a cui è invece pervenuto Duprez, che pur vecchio, ha ormai più vita di lui e ha perso  nell’alito  l’odore della “corrosione mortale del suo torace” (p. 126).
Particolari, quelli appena accennati, in una babele di altri significati da scoprire all’interno del filo conduttore che lega ogni vicenda, compresa quella del viaggio finale: il movimento.  Non vi è capitolo infatti in cui non ci si muova: Casamagna in treno e poi in auto, Nathan per i boschi, Spaventa in un furgone, Angous e Ollssen in treno e in corriera, e tutti i movimenti confluiscono poi nel viaggio finale in cui i protagonisti (tranne Angous, sostituito da Duprez) si incontrano. L’allegoria del viaggio che non conclude si pone in antitesi con la tradizione, da Ulisse a Dante e può rimandare a una definizione del movimento data da Lotman, in Cercare la strada: si tratta di uno  “stato transitorio posto tra la staticità originaria e un punto finale, la fine della storia, anch’esso per sua natura statico” (p. 22).  La straordinarietà è nella considerazione che nel romanzo di Morandini i tanti movimenti, il tanto andare, a gran giornate, non ha fine tanto che un’espressione di movimento: “ci stiamo dirigendo” (p. 255) (non) conclude il romanzo.
Esplode il pensiero ad ogni pagina di questo libro di Morandini che, ancora una volta, si attesta come uno dei maestri della narrativa contemporanea, capace di mettere, come si legge in quarta di copertina, “a nudo le complessità dell’essere umano, la forza dell’odio e dei desideri, esplorando gli anfratti più profondi della mente”, anche quando protagonista si fa il paesaggio. Sarebbe ben interessante un’analisi della struttura dell’opera rapportandola alla struttura della nostra cultura. Scopriremmo che gli shock continui che Morandini elargisce, da un lato rimandano certamente alle grandi categorie cosmologiche (la ricerca del senso, lo spazio, il tempo, la morte…) ma dall’altro ogni tema è profondamente ancorato al qui ed ora. Un presente dunque, ma in movimento anch’esso, e dove domina l’imprevedibilità, ossia ciò che rende possibile quanto è veramente nuovo: il mondo, nella realtà seconda creata, si fa convenzione, reali le parole del romanzo.  Si tratta di finzioni, certamente, e d’altronde nella realtà non si possono avere amplessi con donne dal profilo di pesce (p. 64) né sarebbero plausibili terapie mediche in cui si sia imbracati a testa in giù a una ruota (p. 133). Finzioni, appunto. Ma, come scrisse Puskin, “Sulla finzione io mi sciolgo in pianto”. 
Norma Stramucci

martedì 14 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Angelo Ricci

Angelo Ricci, sul suo blog "Notte di nebbia in pianura", uno dei migliori e dei più attivi blog letterari, scrive cose egregie del mio quinto romanzo. Della sua lettura riporto una parte, consigliandovi di leggere il resto su http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it.

Con A gran giornate Morandini rinverdisce e rivitalizza la tradizione del romanzo, di quel romanzo che prende le mosse dal Settecento inglese di Sterne per approdare ai Savinio, ai Landolfi, ai Celati, ai Cavazzoni.
A gran giornate è un monumento alla narrazione, ma non alla narrazione fine a e stessa, bensì a quella narrazione che ha il compito di rappresentare la nostra contemporaneità per mezzo dell’esaltazione della parola.
Morandini non mette certo in atto una struttura narrativa dedita alla fuga dalla realtà, anzi. A gran giornate, come i romanzi autenticamente grandi, diviene strumento per la comprensione dei tempi a noi coevi, e fa questo per mezzo di un efficacissimo filtro letterario che, proprio per la sua completezza incisiva, è più che mai adatto a onorare quello che è il compito del narratore: rappresentare i propri tempi attraverso la traslazione del sentire comune dell’umanità.
Ed è la traslazione di questo sentire comune che Morandini fa pienamente sua, dando vita a una storia che racchiude in sé il senso della vita e anche quello della morte. Per questo A gran giornate è un unicum narrativo. Un unicum narrativo che dimostra ancora una volta come per fortuna esistano narratori con la enne maiuscola.

http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/08/a-gran-giornate-di-claudio-morandini-la.html

"A gran giornate": ancora dalla recensione di Fabio Ciriachi


Non resisto alla tentazione di proporre un altro stralcio della lusinghiera recensione che Fabio Ciriachi ha dedicato al mio "A gran giornate" sulla rivista "Critica impura" (http://criticaimpura.wordpress.com/).
Il materiale umano, che i protagonisti di questa scricchiolante corte dei miracoli assemblano, si giova dell’ausilio di personaggi che sono minori solo per la quantità dei loro contributi, rimanendo comunque capaci, anche con poco, di aggiungere sapore e nutrimento agli ingredienti di un impasto che, nel corso della narrazione, vira sempre più deciso verso quei sapori forti propri di una definitiva e insensata giostra del finire. È il caso del vecchio padre di Casamagna, che nel fervore del santuario dove è stato appena miracolato crede che la bambola gonfiabile del figlio, disposta su una sedia a rotelle per motivi fraudolenti, sia la sua sfortunata nuora in cerca di una grazia; del sindaco Campiglio, della parrucchiera Dafne e della bibliotecaria Nora Musetti (per elevare lo spirito del sacrestano Nathan pretende che impari a memoria Les tragiques di Agrippa d’Aubigné) le cui vite sono rivoluzionate dall’arrivo della nuova aiuto-bibliotecaria Belinda, armata di un’immediatezza che basta, da sola, a sovvertire i detto e non detto su cui si ripete il destino ipocrita del paese; e ancora gli imberbi componenti di un gruppo post-punk la cui ormonale atarassia si sospende solo quando sono intenti a produrre una così elevata quantità di rumore da nascondere ogni possibile traccia di musica dai loro concerti, frutti già guasti delle aggressive madri al seguito; l’ambigua coppia che gestisce una pensione dove incombe lo spettro del cannibalismo, stando ai ringhi notturni che fuoriescono da una stanza dove è proibito entrare e della cui misteriosa ospite i gestori negano in modo pervicace l’esistenza.
Lo squallore avvilente di un’umanità a ben vedere molto più “normale” di quanto gli eccessi con cui si mostra indurrebbero a credere, viene sostenuto in modo perfetto dalla scrittura di Morandini le cui doti di sintesi, non nuove a chi ha già letto almeno un altro suo romanzo, toccano qui punti di vera maestria, con dialoghi e descrizioni capaci, in pochi fondamentali elementi, di inverare un carattere, delineare una situazione, mettere in piedi una rete di psicologie; e anche di cambiare registro con invidiabile scioltezza, padrona soprattutto di una spietata comicità che attenua l’urto con i molti inferni attraversati e ristora, di sana consapevolezza, chi si è immerso, impavido, in questo labirintico avello.
http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/

lunedì 13 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Loris Biazzetti

Ricopio volentieri le righe che Loris Biazzetti, amico e eminente esegeta di Mina (cfr. http://www.minafanclub.it), mi ha inviato a proposito del mio romanzo "A gran giornate".

C'entrerà come i cavoli a merenda, ma la lettura di A GRAN GIORNATE, nel raffronto tra lo stile di scrittura di Claudio e quello di tante vere o presunte glorie letterarie dei nostri giorni, mi ha fatto pensare ad un efficace parallelo che un mio amico minologo ha tracciato tempo fa a proposito della diversa "profondità" di approccio al canto di una Mina rispetto alla più giovane Giorgia: "La voce di Giorgia incarna la dimensione 'lineare' del canto, disegna la melodia con bella grafia e sinuosi arabeschi su un foglio di carta", mentre la 'tridimensionale' Mina "opera sulla profondità scultorea, sui chiaroscuri, sulla plasticità della materia testo-musica. Mentre le parole di Giorgia sono tutt'uno col gioco grafico-lineare, le parole di Mina si materializzano, si stagliano dal fondale con la tangibilità di un bassorilievo, capace di evocare asperità terrene e alludere a sovrannaturali levigatezze marmoree...".
Proprio questo è l'effetto che mi fa ogni romanzo di Claudio rispetto alla piattezza stilistica di una certa ipo-letteratura oggi imperante: i suoi personaggi non rimangono intrappolati nella dimensione 'lineare' della pagina scritta ma prendono prepotentemente forma e vita al punto che quasi te li senti respirare addosso e quasi ti pare di vederli gironzolare per casa. Come sul set di un film.
E questo A GRAN GIORNATE - con il suo campionario di varia umanità che inizialmente, come in una raccolta di novelle, sembra muoversi in ambiti narrativi ben distinti per poi accomunare i propri destini in un'unica storia on the road dai contorni metafisici - avrebbe tutte le carte in regola, al pari e forse anche più di altre opere claudiesche, per ispirare una sceneggiatura cinematografica d'alto profilo. Pensate che cosa potrebbe venirne fuori, nelle mani di un regista visionario, caustico, provocatorio e spregiudicato come François Ozon (penso, in particolare, a SITCOM, a tutt'oggi Il suo film forse più geniale e surreale). O pensate alla stessa storia riletta da un entomologico indagatore dei meandri più oscuri della psiche come David Cronenberg. O da quell'ancor più gelido e inquietante osservatore delle aberrazioni umane che è Michael Haneke: avete presente LA PIANISTA con una Isabelle Huppert mai così insana, morbosa e - in una parola - "morandiniana"?...

domenica 12 agosto 2012

"A gran giornate": altre presentazioni

Ancora qualche fotografia dalle presentazioni di "A gran giornate". 
Nella prima, scattata il 30 luglio 2012, mi trovo alla Crotta di Vegneron a Chambave (AO). L'incontro era organizzato da Nathalie Dorigato nell'ambito della rassegna "Degustar leggendo".

Una delle migliori conversazioni su "A gran giornate" è avvenuta nella sala del Consiglio Comunale  di Cogne, il 4 agosto 2012, grazie soprattutto a Stefania Celesia, che ha organizzato l'incontro e lo ha inserito nel ciclo di conferenze a cura dell'Associazioni Musei di Cogne.






Sabato 11 agosto ho avuto il piacere di presentare "A gran giornate" a La Thuile, in uno spazio aperto messo a disposizione da Serendipity Coffee and Words. E per ora è tutto, direi.



"A gran giornate": l'opinione di Fabio Ciriachi su "Critica Impura"

La rivista "Critica Impura" (http://criticaimpura.wordpress.com) ospita la magnifica analisi che Fabio Ciriachi ha voluto dedicare al mio romanzo "A gran giornate". Ne riposto oggi la parte iniziale, e vi invito ovviamente a leggere il resto sulla pagina http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/. 
Anzi, vi invito a continuare a seguire l'eccellente rivista non solo letteraria curata da Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli.

Collocato in un arco di suggestioni temporali che spazia dagli umori di certa fantascienza otto-novecentesca alle tematiche catastrofiste nel cui clima ha preso consistenza il postmoderno, il romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate (La Linea, luglio 2012), mette sulla pagina una macchina narrante di tale mobile complessità da rendere sapida e coinvolgente la parte riservata al lettore partecipe.
Grazie alla mirabile saldezza della scrittura, l’inizio pare piano e ragionevole, e quasi rassicura per quanto le indicazioni dell’io-narrante – che pure traccia fin da subito un quadro niente affatto roseo del luogo in cui conduce se stesso e noi – coincidono con le regole che il lettore partecipe si è proposto di seguire (“mi sono abbandonato fiducioso a questi scarti”) nell’attraversare un testo che presenta una struttura fluida come un tapis-roulant, col lento sfilare, uno alla volta, dei personaggi (tutti al limite di qualcosa) che poi si aggregheranno in quella patetica carovana del nulla nel cui smarrimento conclusivo si compiono e rinnovano gli intenti allegorici del romanzo, nonostante il finale che solo un rigurgito di cieca speranza può far percepire aperto.
http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/

"A gran giornate": la lettura di Giulio Cappa


Riporto il testo del bel servizio televisivo di Giulio Cappa andato in onda sabato 11 agosto 2012 nel TG della Valle d'Aosta delle 14: 


"Si ride molto leggendo il nuovo romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate. Un gruppetto di personaggi bizzarri viene gettato dall’autore in una storia che diventa un viaggio, durante il quale nessuna avventura viene loro risparmiata. C’è Onorato Casamagna, marito geloso di una bambola gonfiabi
le che forse è viva. C’è l’ambiguo Tullio Semenzani che cerca di fare il gigolò persino tra le frequentatrici di un santuario miracoloso. C’ è Nathan il sacrestano che a forza di spiare i visitatori di un campo nudisti, si converte anche lui al naturismo. C’è Franchino Spaventa che si sente tanto insignificante da diventare un antiréclame vivente della body art. C’è Gabriele Angous che in un ospedale sanatorio contende la personal nurse Francine all’ormai anziano barzellettista televisivo Marius Duprez. C’è un’inquietante coppia di affittacamere con un segreto chiuso in una stanza che la notte urla. C’è Ollssen, la sua polaroid e la sua avversione per l’uomo che abita in una casa a forma di salsiccia.

Morandini gioca ogni sorta di tiro ai suoi personaggi, compreso quello che dice io, compresi i lettori del suo libro, volta a volta trascinati in storie che rivelano sempre qualcosa di diverso da quello che sarebbe convenzionalmente prevedibile.
Il titolo del romanzo di Claudio Morandini - A gran giornate - così nascosto in bella vista contiene probabilmente la chiave di lettura. L'espressione significa “a tappe forzate, senza mai fermarsi”. Viene dai primi versi di un sonetto del Petrarca e sembra alludere sia alla meta del viaggio raccontato sia al senso del racconto - se vogliamo davvero trovarne uno oltre il piacere di leggere e la felicità di scrivere: 
La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate."

Il servizio televisivo di Giulio Cappa, che ringrazio anche qui, è visibile su Youtube all'indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=E_tWB464Zv4&feature=youtu.be.

mercoledì 8 agosto 2012

Letture: "La Messaline" di Francesco Pona e Jean-François Lattarico


Jean-François Lattarico è uno studioso di Lione che dedica le sue ricerche all’esplorazione scrupolosa degli arcipelaghi letterari del barocco italiano. Conosco per ora due titoli a suo nome, uno corposissimo, Venise Incognita, dedicato alla produzione dell’Accademia veneziana degli Incogniti (Venise incognita. Essai sur l'académie libertine du XVIIe siècle, Champion, 2012), l’altro di dimensioni più ridotte ma non meno denso, l’edizione critica de La Messaline di Francesco Pona, romanzo del 1633 di cui Lattarico fornisce una sofisticata traduzione (Publications de l'Université de Saint-Étienne, 2009). Limitiamoci a quest’ultima opera, che ho letto con grande gusto in questi giorni.
Di Francesco Pona in Italia, al di là del lavorio di ricerca in ambito accademico, si sa poco o nulla; della sua vasta produzione sono reperibili solo le edizioni moderne di tre opere, in ogni caso non della Messalina. Le storie letterarie parlano di lui per cenni, citandolo tra i poligrafi dell’epoca barocca. Lattarico invece ne fa uno dei protagonisti del fermento culturale seicentesco, ne mette in luce l’apporto personale, in termini di stile, suggestioni tematiche e ossessioni, alla nascita e alla fortuna del genere del romanzo. D’accordo, stiamo parlando di un’idea di romanzo assai diversa dalla nostra, e anche da quella del romanzo che si sarebbe sviluppato in Europa tra Settecento e Ottocento. Il romanzo barocco è un genere che germina dalla narrazione storica, annalistica, è sentenzioso e moralistico secondo dosaggi non più sopportabili, e lo è anche quando insiste nel dipingere il vizio e la depravazione; è caratterizzato da sovraesposizione stilistica, sovrabbonda di figure, di ammiccamenti mitologici.
Eppure, come mette bene in luce Lattarico, gli scrittori che lo praticano sono ben coscienti delle novità insite in questo genere: la libertà formale e retorica nella costruzione – una libertà che accoglie digressioni, scarti, sperimentazioni –; l’esercizio della complessità narrativa, dunque, in una dimensione laboratoriale; la superiorità rispetto ai generi paludati della storiografia, della tragedia e dell’epopea, proprio in quanto somma del meglio di questi generi, oltre che di diversi altri; una più libera vicinanza al “vero” attraverso la pittura delle passioni umane. Il romanzo, nelle parole di chi lo ha praticato nel Seicento, ricorda Lattarico, sembra davvero, più di altre forme illustri, la palestra per esercitare il senso dello “stupore”.
Di suo, Pona aggiunge a quanto detto un gusto particolare per l’analisi delle passioni estreme come patologie; medico di formazione, Pona usa volentieri un lessico tecnico, e sembra delineare la biografia romanzata di Messalina come lo sviluppo di un caso clinico. La traduzione di Lattarico, in un francese di eleganza atemporale, ne preserva l’esuberanza lessicale, la sentenziosità di gusto tacitiano e giovenaliano, le tournures sintattiche. 

martedì 7 agosto 2012

Un altro inedito di Ethan Prescott

Dopo la pubblicazione di "Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni, 2010), in cui Carl Thalberg ha raccolto molte delle pagine del giovane musicista di Philadelphia Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, si sono scoperti altri appunti e minute di Prescott sul vecchio compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. La morte improvvisa non gli ha concesso il tempo di dare una stesura definitiva alle sue carte, rimaste in più mani e solo parzialmente edite grazie alla cura del suo compagno Carl Thalberg.
Ecco un altro frammento inedito del diario di Prescott, uno dei tanti apparsi dopo la pubblicazione di Rapsodia su un solo tema. In esso compare anche la giovane assistente di Dvoinikov, Polina, che tanta parte ha in "Rapsodia", come interprete tra i due compositori ma anche, verrebbe da dire, come deus ex machina.


Mi commuove l’Elegia funebre per quartetto d’archi che Dvoinikov ha scritto nel 1932 per la moglie Katerina. La dedica allude a un lutto che rimane misterioso – forse un animale domestico, o, più scherzosamente, un caro oggetto andato perso o caduto, o rubato. “Per consolarla di una perdita tanto grave, per asciugarle le lacrime dal bel volto” dice il frontespizio (Polina, che mi ha appena mostrato delle fotocopie del manoscritto, traduce impassibile, e sul momento questa impassibilità mi lascia interdetto).
Scorro l’Elegia, due pagine di malinconico rimuginare attorno a un tema discendente di cinque note, la, la bemolle, fa, mi, re bemolle. Armonicamente scabro, oscilla tra re minore (un si bemolle in chiave) e la minore, ma sostanzialmente resta immobile, «come acqua di lago di notte» (questa è di Polina). Un epicedio di scherzosa mestizia, scritto forse con ironia affettuosa. Lo chiedo a lei.
«Che cosa te lo fa pensare?» mi chiede a sua volta.
«È tutto così… Insomma, è uno scherzo o no? E a quale perdita si riferisce la dedica?»
«Ma no, Rafail Nikolaevich è sempre serio, sempre. Anche quando gioca. Dovresti averlo capito, ormai.»
«Io veramente credo che…»
«Ora però guarda questo.»
Prende altre due fotocopie di un manoscritto. Un’altra Elegia, non più funebre. Anche questa per quartetto d’archi.
«Ma è la stessa musica!» dico, dopo aver dato una scorsa. «Con qualche differenza, d’accordo, le indicazioni agogiche sono diverse, ma… Che dice la dedica?»
«Dice: “A Irene, per sopportare la lontananza”.»
Chiedo chi sia Irene. Oh, un’amica, o meglio un’amante, suggerisce Polina, che ora si lascia scappare un mezzo sorriso. Un’amante che non è stato possibile individuare – una delle tante, in quegli anni cupi, la cui oppressione poteva essere attenuata solo da amori frequenti e furtivi.
Torno sul brano. Attraverso minime varianti, ora il pezzo suona non più come un lamento funebre, sia pure scherzoso, ma come l’allusione a uno strusciare di mani su vestiti – o come l’ansimare di due corpi che si desiderano, fate voi. Mi piacerebbe condividere questa suggestione con Polina, ma non vorrei metterle in testa chissà che, e taccio.
Lei approfitta del mio silenzio per allungarmi un altro paio di fotocopie.
«Ma è sempre la stessa Elegia» mormoro. I due o tre ritocchi che noto a un primo sguardo non  nascondono che la materia di cui sono fatte queste pagine è quella che ho già vista due volte. Ora un’indicazione chiede un “Tempo di Marcia”, e diversi puntini posti sulle note richiedono staccato – ma la sostanza non cambia, l’identico tema discendente, la medesima oscillazione armonica.
«Questa volta» sorride Polina «il pezzo era dedicato a un tizio del Partito che aveva messo su un quartetto d’archi con tre amici.»
«Il titolo è diverso» noto, e provo a cincischiare quel cirillico, facendola ridere.
«Inno alla Vittoria» conferma Polina.
«Quale vittoria?»
«E chi lo sa?»
Non nascondo a Polina il mio imbarazzo. Dvoinikov ha ripreso quella pagina, che all’inizio mi era parsa ispirata a una fresca malinconia, e l’ha riciclata senza sforzi, dalla moglie all’amante, all’amico funzionario. «A chi altri?» chiedo.
Polina sospira, sorride, esita. «Ad altri quattro» dice, la mano davanti alla bocca, in un gesto infantile di ritrosia. «Ma è normale, lo facevano in tanti, i pezzi rimanevano privati, come vedi non hanno numero d’opera né data e non sono mai stati stampati, la possibilità che si scoprissero le somiglianze era davvero remota. I dedicatari erano tutte persone che non avevano alcuna relazione tra loro.»
Le domando chi fossero questi quattro.
«Vediamo. Un’altra amante. Un amico di gioventù diventato direttore d’orchestra al Kirov. Un tirapiedi di Galavamov da compiacere per approfittarne nei momenti più difficili. E poi di nuovo sua moglie Katerina Dvoinikova, che a detta di Rafail Nikolaevich ha sempre avuto una cattiva memoria, anche prima della malattia.»
«Ma è tutto così cinico
«Non lo facciamo tutti, con i regali di Natale? O in molte altre circostanze?»
«Be’, che c’entra, è diverso… Potrei studiare meglio le partiture?»
«No.»
«Posso almeno citarle in una nota?»
«No, caro Ethan. Rafail Nikolaevich non vuole che circolino. E non vuole nemmeno che se ne sappia qualcosa. Erano piccoli regali privati, capisci.»
«Perché ne parli al plurale? Era un regalo solo!»
La mia reazione – un’indignazione poco convinta, in un tono quasi in falsetto che detesto e che mi viene quando mi innervosisco – la fa ridere di cuore. Va bene, ammetto, l’uomo è capace di ben peggiori cinismi, di simulazioni ben più gravi. Quante menzogne, ben peggiori di questa Elegia, che oltretutto ha un suo garbo, una sua bellezza un po’ grigia – quante menzogne abbiamo pronunciato nel corso della nostra vita, con lo sguardo fisso a nascondere l’imbarazzo e a depistare gli sguardi altrui? In fondo, ragiono a mezza voce, c’è di peggio che riciclare lo stesso pezzo cambiando appena titolo, e nemmeno sempre. E la particolare situazione storica (e politica, e umana) in cui Dvoinikov viveva può discolparlo.
«Ma se non posso occuparmene» insisto «perché mi hai fatto vedere queste pagine? È irritante doverle ignorare come se non fossero mai state scritte… Sei crudele, Polina.»
«Veramente» dice lei, con uno dei suoi sorrisi, «è stato Rafail Nikolaevich a volere che tu scoprissi questi pezzi. E ha insistito perché io gli raccontassi le tue reazioni.»

Giunti a questo punto, siamo colti però da una perplessità. Ethan Prescott sapeva bene che la musica, l’arte anzi, è fatta per lo più di rimandi, prestiti, parodie, furti, contraffazioni, estorsioni, e che la storia dell’arte è la storia di materiali tematici che passano dall’uno all’altro, che pomposamente attraversano i secoli o più modestamente vengono rigirati come calzini, a seconda dell’occasione, dell’intenzione, della faccia tosta. Egli stesso saprebbe snocciolare i nomi, a lui cari, e i titoli al centro di questa plurisecolare girandola di travasi. Anche la sua musica – sua di Prescott – è frutto di contaminazioni, cercate o trovate, di rimandi ad altro, a un altro lui stesso, è figlia insomma di un atteggiamento istintivamente post-moderno (un termine che, va dato atto a Prescott, in “Rapsodia su un solo tema” non è mai citato). Per questo ci stupisce lo stupore di Prescott dinanzi al riciclaggio operato da Dvoinikov. Il giovane compositore di Philadelphia non era così ingenuo, e soprattutto non avrebbe reagito con il candore che traspare da queste pagine al “cinismo” con cui Dvoinikov trova più destinazioni per un semplice materiale motivico: in fondo sa bene che sono “note, solo note”, secondo la formula con cui Dvoinikov lo ha riportato più volte al livello della pura artigianalità, che è fatta anche di questo, di parsimonia, di etica del riciclaggio.
Insomma, e per concludere: ci sorge il sospetto, tutt’altro che peregrino, che queste pagine in impeccabile angloamericano siano in realtà apocrife, come forse altro materiale diaristico e critico attribuito a Prescott e pubblicato successivamente alla sua morte. Chi ne sia il vero autore – o la vera autrice – potrebbe essere al centro di una futura indagine filologica. 

domenica 5 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Fabio Mazzoni

Fabio Mazzoni (autore de "La voce del muto", http://www.lavocedelmuto.com, romanzo autoprodotto che ho avuto il piacere di presentare l'altro ieri sera a Etroubles, in Valle d'Aosta) scrive a proposito del mio "A gran giornate": 


Raramente mi è capitato di leggere romanzi di una tale forza narrativa e visionaria.
Con una lingua perfetta, fatta di sottrazione, Morandini ha costruito un romanzo popolato di personaggi istrionici e divertenti, condito di invenzioni e sorprese nella migliore tradizione di autori come Buzzati, Calvino e Celati.
Ma A gran giornate è anche una lucida e brillante riflessione sulla condizione dell'uomo contemporaneo e altro altro ancora.