sabato 23 giugno 2012

Stéphanie Hochet ad Aosta


Sono felice di presentare, il 20 luglio alle 18.30, presso il Café Librarie Culture Alpine et Francophonia (in piazza Roncas, 5, ad Aosta), Stéphanie Hochet, e di poter parlare con lei del suo più recente romanzo, “Les éphémérides” (Rivages, 2012). Approfitterò dell’occasione per parlare del mio ultimo libro, “A gran giornate”, la cui uscita è prevista per luglio. Tra i nostri due romanzi si possono individuare diversi punti in comune, su cui comincerò a ragionare qui, in vista della presentazione.
Innanzitutto, entrambi compariranno nella stessa collana di narrativa, Tam Tam, delle Edizioni La Linea di Bologna: inutile dire che per me condividere con Stéphanie il medesimo catalogo è un grande piacere e un privilegio. Tam Tam offre “uno sguardo attento e critico verso la società in cui viviamo, punti di vista obliqui e originali”. In questo taglio, in questo sguardo, direi che ci possiamo riconoscere entrambi.
Andiamo un po’ più nello specifico. I nostri due romanzi contengono, diciamo così, le premesse di un epilogo catastrofico: Stéphanie mette proprio in scena gli ultimi mesi di vita di alcuni personaggi prima che un Evento definitivo e preannunciato li spazzi via dalla Terra; nel mio, un gruppo di personaggi, ritrovatisi a viaggiare assieme, corrono verso un finale (o una fine) che sembra (e chissà se lo è davvero) la concretizzazione di un’allegoria apocalittica.
I due romanzi, sia pure in modi diversi, applicano le tecniche della sospensione e dell’ellissi. La Hochet lo fa proprio là dove la letteratura di genere vorrebbe il massimo della precisione, e lascia perciò che l’Evento resti vago e ambiguo, perché altro le importa; in “A gran giornate”, l’idea era quella di costruire un romanzo per frammenti (frammenti di un’opera immaginaria assai più vasta), anche a costo di dare l’impressione che le avventure più eccitanti fossero proprio tra le pagine andate perdute.
Poi c’è quel senso di solidarietà, di attaccamento che questi personaggi, altrimenti soli, isolati, nel corso del romanzo sentono crescere gli uni per gli altri. È un bisogno di dipendenza, di abbandono anche, di amore (ne “Les éphémérides”), o almeno il senso che insieme, per quanto diversi, sia più facile affrontare gli orrori dell’esistenza (“A gran giornate”). I nostri sguardi si sono inteneriti, insomma: incrudeliamo meno sui nostri personaggi.
E proprio da questo nasce quel senso di coralità, quella polifonia di voci e pensieri che anima entrambi i romanzi: più programmatico in quello della Hochet, dove l’io narrante dei personaggi principali si alterna capitolo per capitolo; più problematico nel mio, dove un io narrante c’è, compare e scompare, e per lo più ricostruisce (ma quando? Perché? E per chi?) i pensieri degli altri compari, a modo suo.
Entrambi, poi, scriviamo essenzialmente di corpi: Stéphanie è un’acuta, accanita osservatrice dei corpi (lo sono i suoi personaggi dei propri), delle loro trasformazioni, delle pulsioni, delle malattie, dei disagi che la carne vive. Indagare sulla vita significa esplorare la morte (lo faccio anch’io, sia pure ricorrendo, in quest’ultimo romanzo in particolare, al comico).
Un altro punto in comune sta, credo, nella letterarietà dei nostri romanzi: sono storie che si sono alimentate di altre storie, libri che devono molto ad altri libri, che sanno di buona letteratura, talvolta anche, ma con prudenza, di buon cinema (anche di cattivo cinema, magari, basta saperlo usare, saperlo guardare).
Le differenze ci sono, comunque: nel tono, per esempio, come si diceva. Stéphanie è spesso arguta, ironica, come lo sono i suoi personaggi, brillante, ma rifugge dal registro comico, predilige invece il tono analitico che dia asciuttezza e precisione al dramma. In “A gran giornate” il comico è invece presente, e proprio quel comico “classico”, che si alimenta nel senso della corporeità ed è legato alla presenza costante della morte – e il comico divaga, si inceppa, si ripete, tende all’ossessivo.
Stéphanie lavora i caratteri dei suoi personaggi, ne erige di grande complessità; in “A gran giornate” ho preferito, per una volta, rifuggire dalla ricerca psicologica, e lasciarmi andare al racconto di avventure (i “picari” non hanno bisogno di psicologie complesse, sono animati da poche ossessioni, sempre le stesse).
O ancora (e infine), “Les éphémérides” si fonda sulla più grande precisione geografica e cronologica, mentre “A gran giornate” allude soltanto a spazi (reali o letterari, familiari o estranei) e lascia nell’indeterminatezza i tempi.
Il resto, lo si scoprirà il 20 luglio.

domenica 17 giugno 2012

Sintonie: parlamenti, "testo originale"


Con grande piacere, un sabato pomeriggio di febbraio, ho partecipato a uno dei parlamenti, cioè a una delle riunioni del gruppo romano che così si chiama (con la p minuscola) quando si riunisce, per lo più in casa di Carla Vasio. (La stessa Vasio, assieme a Paolo Morelli e ad altri, mi aveva fatto l’onore di assistere, qualche giorno prima, alla presentazione del mio “Rapsodia su un solo tema” alla libreria Odradek. In quell’occasione, mi facevano da relatori Umberto Rossi e un altro dei parlamenti, Fabio Ciriachi).
Ho ritrovato poi molte delle voci dei parlamenti in occasione delle “Parentele fantastiche (serata del pensiero letterario indipendente)”, la serata di letture al Centro Sociale Brancaleone, sempre a Roma, organizzata da Paolo Morelli e incentrata su pagine dedicate al tema dell’indipendenza. Era il primo giugno.
Stare ad Aosta non mi consente di mescolarmi a quei parlamenti tanto spesso quanto vorrei. Ma mi sono consolato ritrovando la bellezza di quei conversari inquieti in un intenso libro collettivo, “testo originale” (pubblicato da Empirìa nel marzo 2012).
La prima sezione del volume parte da una doppia domanda: “perché leggo? perché scrivo?”
Domanda importante (la più importante, la più vasta) per chi scrive, e dunque legge. Le risposte dei parlamenti sono varie ma non incompatibili – i parlamenti è in effetti una creatura unica, dalle molte teste, si vuole presentare come il prodotto del lavorio di molti, ma un prodotto coerente in sé, un corpo formatosi attorno ad alcuni punti fermi, condivisi da tutti i suoi membri, o, a questo punto, le sue membra. Per questo, invece di parlare dei singoli autori, preferisco parlare della somma delle loro voci come di un contrappunto unico.
C’è, in queste pagine, e nei contributi di ognuno, un’insofferenza prodiga di ironia nei confronti delle mode letterarie e editoriali; la rivendicazione di un rapporto fruttuoso e creativo con la tradizione (lì sta la autentica originalità); la scrittura (ma anche la lettura) intesa come atto prezioso di riscoperta del mondo e “orientamento” di sé; oppure come accesso a un mondo alternativo alla quotidianità, sotto la spinta doppia dell’insoddisfazione e del desiderio di conoscenza; c’è un’idea di incontentabilità, di scavo perenne, di progettualità inesausta; c’è, infine, ad animare tutti i contributi, un senso prezioso di comunicazione, vissuta come una necessità anche morale: l’esperienza dell’elaborazione creativa da faccenda personale, intima, diventa per i parlamenti oggetto di discussione comune, di condivisione collettiva.
Si incontrano parole importanti nei piccoli saggi che preludono ai brevi contributi creativi: che so, amore, dolore, orgoglio. Sono parole che danno la misura di quanto sia importante, vitale il legame con la parola, la ricerca ostinata della parola giusta. Anche nelle riflessioni più confidenziali, quelle improntate all’understatement, si legge un’idea alta di scrittura – accanto a questa, si intravede un senso amarognolo di messa al bando. I parlamenti, dicevo, non si riconoscono nell’andazzo compiaciuto, approssimativo e superficiale di oggi. Il loro lavorio paziente e complesso attorno alla parola scritta in un certo senso li emargina – solo in un certo senso, ovviamente: nel senso cioè dei salotti televisivi, che so, degli eventi culturali pensati secondo strategie di puro marketing, della spettacolarizzazione della cultura e della riduzione degli scrittori a personaggi, a macchiette o a divi o a macchiette di divi. Questa emarginazione, se la vogliamo chiamare così, è però anche la forza dei parlamenti, ed è vissuta con una buona dose di orgoglio, come segno di una alterità.

(Ora che ho parlato dei parlamenti come fosse una cosa sola, posso sussurrare i nomi di chi ha partecipato alla composizione del “testo originale”: Massimo Barone, Marita Bartolazzi, Fabio Ciriachi, Fabio Donalisio, Paolo Morelli, Giorgio Patrizi, Carla Vasio.) 

sabato 9 giugno 2012

"A gran giornate": il booktrailer


Da ieri, un mese prima dell’uscita in libreria di “A gran giornate” (La Linea, 2012), è visibile su Youtube il booktrailer del romanzo.
Il brevissimo video è totalmente responsabilità mia, e spero che incuriosisca e soprattutto dia un assaggio dei temi, delle situazioni e delle atmosfere del romanzo. Vi ho alternato brevi riprese dall’auto, paesaggi urbani in movimento (attorno a Milano con un tempaccio invernale, attorno ad Aosta con il sole a picco e senza montagne), e brevissime riprese delle illustrazioni che accompagnavano le prime edizioni Hetzel dei “Voyages extraordinaires” di Jules Verne e che ora si trovano in edizioni dalle copertine coloratissime. A queste ho mescolato immagini di animali (carnivori, per lo più, o primati minacciosamente umanoidi) tratte dai due volumi della “Vita degli animali” del Brehm.
L’idea era proprio quella di insistere sul tema del viaggio compiuto con qualsiasi mezzo, sull’avventura anche pericolosa, sull’incontro con creature ostili – ma anche su reminiscenze di viaggi compiuti da ragazzini, sui libri, viaggi pericolosi e eccitanti più vividi e veri di quelli lenti e prudenti fatti con la famiglia in località sempre un po’ meste. Guardate il gruppetto di esploratori di Verne (di qualunque romanzo si tratti): ha sempre un che di buffo, di disarmato: sempre curiosi, sì, e cocciuti, ma anche straniti, stanchi, forse (alcuni di loro, almeno) pentiti di essere finiti lì.
A suggerire il comico, che nel romanzo abbonda, anche nei momenti che richiederebbero maggiore senso del dramma, ecco una musichetta frenetica e allegramente sciocca (Grigoras Dinicu, “Hora-Staccato”); le si contrappone, oltre al suono del vento, la divagante, onirica (uso triti cliché, scusate) “The Russian Tales” di Nikolay Sidelnikov.


 http://www.youtube.com/watch?v=C3j03f7jL_I&feature=g-upl

venerdì 8 giugno 2012

Su "A gran giornate", 9 (il testo del comunicato stampa)


Riporto il comunicato stampa con cui le Edizioni La Linea presentano il mio "A gran giornate".

In un paese che somiglia molto da vicino all’Italia di oggi, alcuni uomini esplorano le bizzarre deviazioni che hanno preso le loro vite. A ciascuno di loro manca qualcosa di inesprimibile ed essenziale (forse una donna, il lavoro o la felicità). Per questo si muovono verso disperate e comiche avventure moderne: chi gira per alberghi con una bambola gonfiabile che si anima e passeggia silenziosa per le stanze; chi truffa e seduce vecchiette danarose; chi scopre i piaceri del naturismo e prende a girar nudo per i boschi, finché non si perde.

I loro cammini si rivelano insoddisfacenti ma irrevocabili. Così, spinti più in là fra le umane brutture, i protagonisti si ritrovano pigiati dentro un’automobile, in un territorio ostile e apocalittico alla fine del quale pare scorgersi una mostruosa creatura dantesca apparsa nei sogni di tutti loro. Un libro che inquadra con precisione le contraddizioni del nostro tempo: la bestialità degli istinti e l’esplorazione animalesca di territori selvaggi e sconosciuti, ma anche l’educazione compita e la verbosità che fa da cornice alle relazioni personali, e i piccoli sotterfugi con cui si ingannano le necessità quotidiane. Una divertente epopea degli umili, che ricorda l’inesauribile tentativo di superare l’umanità per come ci è data, a metà strada tra gli abissi dell’esistenzialismo e il palco del cabaret. 

lunedì 4 giugno 2012

Su "A gran giornate", 8


Per il bene di lettori e autore, a correggere l’angoscia, ecco intervenire il comico. I miei personaggi sono naturalmente comici, nel loro essere legati alla realtà delle cose, spesso a quelle più umili, alle più modeste. Talvolta (molto spesso, anzi) il riso scaturisce dall’imprevedibilità della situazione, dallo scarto dalle aspettative, dall’incongruità dei gesti o dei pensieri. Che i personaggi vivano con naturalezza una situazione incongrua è comico di per sé – comico e inquietante insieme. Talvolta (qui rischio di diventare didascalico) la risata nasce dall’osservazione della ripetizione ingiustificata di gesti, pensieri, situazioni. Talvolta dal sentirci noi lettori più intelligenti o ammodo o equilibrati o dotati di senso morale o di gusto di quei poveretti.  Talvolta (è il caso di Marius Duprez) si ride proprio perché le sue barzellette non fanno ridere, e quindi si ride della sua incapacità di essere comico, come dell’incapacità dei suoi ascoltatori di discernere una buona storiella da una inconsistente.
Talvolta, infine, il riso sembra sorgere come reazione nervosa da una specie di sgomento, come esorcismo di un’angoscia. Vale come un digrignare di denti, o come un urlo, ma dà forse qualche momentaneo sollievo in più.