sabato 26 maggio 2012

Sintonie: "La Metamorfosi" di Silvia Colasanti


Con grande emozione ho assistito (in streaming, d’accordo, e il giorno dopo) alla prima assoluta dell’opera commissionata quest’anno dal Maggio musicale Fiorentino alla compositrice Silvia Colasanti, “La metamorfosi”, su libretto di Pier’Alli, che ha curato anche regia e scene. La scena, divisa in due da una parete – di qua l’appartamento, di là la stanza di Gregor Samsa –, è immersa in una penombra bluastra nella quale i pochi elementi riconoscibili – il muro stesso, finestre, divani, sedie, porte, quadri – sembrano fluttuare con la lentezza delle immagini sognate: è un mondo circospetto e minaccioso, abitato da ombre e fantasmi.
L’avvenuta metamorfosi di Gregor Samsa è evocata prima di tutto dalla musica, che ora si incanta in fasi di sonno sospeso, ora si fa agitata e stridente, allude a zampettii, a nervosi movimenti di elitre, di antenne – e allo stupore di sentirsi vivere in una forma estranea, che ronza e frinisce, che non si lascia padroneggiare. Dà vita al tormentato mondo interiore di Gregorio la voce rotta, addolorata, stridente, ora attonita ora densa di ribellione inesplosa, di un attore recitante, l’eccellente Edoardo Lomazzi (a cui sulla scena corrisponde l’azione di Fabrizio Pezzoni).
Nell’altra stanza, invece, gli altri personaggi cantano, un cantato declamatorio. Sono figure oppresse da pesanti palandrane, divise rigide, acconciature soffocanti. Si muovono con gesti goffi, legnosi, al cui confronto finiscono per avere una grazia fluida e acquatica i movimenti di Gregor, coleottero, o meglio trasfigurazione di scarafaggio, più forse grillotalpa o mantide, a momenti alien pierrottesco. Gregorio è un freak sensibile – ipersensibile, anzi, che si strugge per la musica, si commuove al suono del violino della sorella, e finisce per provare ripugnanza per la volgarità legnosa e la sordità cocciuta degli umani.
La musica di Silvia Colasanti ha sempre cercato un contatto stretto, non occasionale con la parola, con la forza propulsiva della letteratura. Ha spesso trovato nel teatro (nel mondo del teatro, nella letteratura teatrale) il luogo ideale per questo connubio, in cui musica e parola lavorano insieme sull’evocazione, sull’allusione, sul gioco con la tradizione consolidata, sull’attrito e sul connubio. Ha colto dalla letteratura una sorta di attitudine narrativa, anche drammaturgica (non descrittiva, però), e vi ha aggiunto una sapienza formale, che la musica possiede per sua natura, nella complessità della costruzione, nell’architettura fondata sulla metamorfosi degli elementi, sul contrasto anche aspro. Sicura dei suoi mezzi, fiduciosa nella forza del suo linguaggio, non teme i momenti di assorto, turbato lirismo.L’incontro con Kafka costituisce una sfida esaltante, e non solo per il compositore: mettere in scena la tragedia grottesca di Gregor Samsa significa giocare con l’irrapresentabile, e non tanto per i rischi connessi alla realizzazione del mostruoso insetto in scena; dare corpo musicale a questa tragedia è un’ulteriore sfida, quella di far risuonare di echi profondi e nuovi le parole, e di sovrapporre alla metamorfosi narrata la metamorfosi in atto nella forma musicale. 
La scrittura orchestrale di Silvia Colasanti sa alludere con grande finezza anche alla collocazione storica del racconto-incubo di Kafka: riecheggia densità timbriche primonovecentesche, non cita espressamente ma rievoca certi vezzi compositivi (citazioni da valzer, impasti armonici scivolanti in provvisorie soluzioni tonali, qualche pennellata discreta di grottesco di matrice espressionista); di suo, aggiunge una singolare capacità di lavorare con la contrazione e la dilatazione del tempo, e, ben assecondata dalla direzione di Marco Angius, sa riempire e chiudere, abitare e desertificare gli spazi come solo una musica dalla spiccata vocazione drammatica sa fare.



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venerdì 18 maggio 2012

Su "A gran giornate", 7


Proseguo nelle riflessioni sul romanzo "A gran giornate", che uscirà a luglio pubblicato da La Linea di Bologna, e di cui sono in grado stavolta di anticipare l'immagine della copertina - sulla quale tornerò tra qualche giorno.

“A gran giornate”, ovvero il cammino che si può fare in un giorno, è anche espressione dignitosamente desueta, ben attestata in ambito letterario e trattatistico: rende e ingentilisce la locuzione latina “magnis itineribus”, appartenente al lessico militare (come sa chiunque abbia avuto a che fare anche solo con i Commentarii di Cesare), traducibile anche con “a lunghe tappe”, “a tappe forzate”. Risuona insomma, in “a gran giornate”, come  un’eco di necessità, di obbligo: non vi è il piacere della flânerie, in quel marciare, e forse non vi è nemmeno un senso – o, se c’è, non c’è per chi marcia, che non ha da sapere, deve solo obbedire. Ora, senza spingersi troppo in là – i miei personaggi non sono soldatini, non si sentono parte di una falange, e non lo sono, e non compiono nulla di eroico, nemmeno per sbaglio – permane forse davvero quell’eco di marcia, qua e là, quell’obbedire a un ordine che resta misterioso; di sicuro non appare alcun generale a tracciare percorsi su una mappa.

A stemperare quella disperazione del precipitarsi (tutti assieme, ma soli!) in un precipizio, come in Leopardi (il Leopardi de "La ginestra" stavolta) ecco intervenire il soccorso solidale, il sentimento di un fraterno reggersi nell’infelicità universale – certo assai meno eroico che nei versi leopardiani. Uno alla volta, i miei personaggi si incontrano, procedono assieme, talvolta si perdono, ma in generale si uniscono fino a formare un gruppo unito da una misteriosa e probabilmente inconsapevole solidarietà. Non sanno dove vanno, ma sentono che andare assieme renderà meno insopportabile il percorso, meno trafelate le tappe forzate (le “gran giornate”) della loro vita. 

mercoledì 16 maggio 2012

Sintonie: Jenn Díaz, "Belfondo"


Quello descritto dalla giovanissima scrittrice spagnola Jenn Díaz nel romanzo d’esordio “Belfondo” (appena pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna nella traduzione di Alessandro Drenaggi) è un mondo stilizzato ma non edulcorato. La geografia narrativa si concentra su un paese, Belfondo appunto, costruito dal nulla per volere di un “padrone” che vi fa abitare i suoi lavoratori e le loro famiglie: un mondo chiuso che sembra aver dimenticato ciò che avviene fuori dai suoi confini, eppure vivo e irrequieto. Il padrone, un tiranno paternalistico e un po’ melenso, distribuisce i ruoli tra gli abitanti, nel tentativo di avere tutto sotto controllo, anche le vite degli uomini: è lui che nomina il postino, il maestro che insegni a leggere e a scrivere a tutti, il parroco. È lui a voler fare di Belfondo un microcosmo autosufficiente, in cui non si possa nemmeno avvertire il desiderio di sapere come sia la vita all’esterno. Manovra, promuove, presiede, persuade, ma non si accorge che gli abitanti del suo paese, i lavoratori della sua fabbrica, covano insoddisfazione e pensieri di fuga e sono animati da un confuso desiderio di conoscenza. È un tiranno contraddittorio, che vuole dare a tutti un’istruzione di base ma allo stesso tempo fa lavorare clandestinamente i bambini in fabbrica.

La prima ribellione, in questo paese dominato dall’ansia di controllo del padrone e attraversato da fitte di sofferenza, nasce dal potere della parola e dell’immaginazione: tutti gli abitanti si nutrono di parole e di racconti, molti sono dotati di una grande capacità affabulatoria – come Beremunda, la prostituta del paese, che ogni tanto esce dal paese e vede altra gente e altre realtà, parla di quello che ha visto, animando così l’immaginazione dei suoi ascoltatori. Altri personaggi, soprattutto i bambini o gli adulti che hanno conservato lo stupore e la forza immaginativa dei bambini, danno libero sfogo ai loro sogni, lasciano che i loro pensieri animino una realtà parallela che incarna il loro desiderio di fuga. C’è anche qualche anziano che ricorda, ricorda vagamente come fosse la loro vita prima della fondazione di Belfondo, prima del trasferimento e la cancellazione del passato attraverso la creazione di questa versione rurale e posticcia del migliore dei mondi possibili.
L’opera di Jenn Díaz si concentra sui singoli personaggi, o su momenti particolari; pagina dopo pagina i caratteri si stratificano, le vite si intrecciano, i rimandi si accumulano, le dinamiche si arricchiscono, e cresce nel lettore la familiarità con le figure più ricorrenti. I racconti diventano così capitoli di romanzo, le singolarità finiscono per comporre una storia corale, l’occhio dell’osservatore si allarga dagli interni modesti delle singole case fino a cogliere in una panoramica tutto il paese: è il momento della preparazione della fuga collettiva, raccontata nelle ultime pagine. È la struttura che, per esempio, ho ammirato ne “La creazione dell’alfabeto” di Luigi Malerba e in altri romanzi – la struttura che preferisco, il romanzo fatto di mille racconti circoscritti e risuonanti di echi. Jenn Díaz la padroneggia con generosa inventiva, attraverso una voce esuberante e divagante e intrisa di oralità, ma anche spesso concentrata su immagini di pensosa e raffinata bellezza.

lunedì 14 maggio 2012

Marta Raviglia e le Dodici Variazioni

In un paio di recenti interviste, Marta Raviglia cita, tra i suoi numerosi progetti, la nostra collaborazione - sua, del pianista e compositore Simone Sbarzella, e mia. Su "Musica Jazz" di maggio 2012, Marta, rispondendo alle domande di Alberto Bazzurro, confida: "A breve esordirà un mio spettacolo multimediale con musiche di Simone Sbarzella e testi di Claudio Morandini". Su http://www.jazzconvention.net, intervistata da Guido Michelone, Marta accenna all'"allestimento di un'opera con musiche di Simone Sbarzella, testi dello scrittore Claudio Morandini e la partecipazione della pianista Cristina Biagini, nonché di un gruppo di attori". 
Inutile aggiungere che tengo moltissimo a questo progetto, per il quale ho scritto, un paio di estati fa, testi di diverso genere, tutti attorno a un tema dominante (il titolo, come forse ho già rivelato altrove, è, almeno per ora, "Dodici variazioni sul sangue"); su questi testi i musicisti hanno in questi mesi lavorato in grande libertà, componendo, eseguendo, improvvisando e registrando. Credo che accanto alla realizzazione di uno spettacolo sia prevista l'uscita di un CD. 
Avremo modo di riparlarne.  

lunedì 7 maggio 2012

Su "A gran giornate", 6

Si parlava, in certi post precedenti, di come è andato formandosi il mio prossimo romanzo, il quinto, "A gran giornate", pubblicato da La Linea di Bologna e in libreria da luglio. Riprendo l'argomento, scusandomi ancora una volta per la dimensione autobiografica che assume un po' tutto il discorso.
Certo, a rileggerlo, dopo questi anni di assestamenti, ripensamenti, ricostruzioni, il mio romanzo apparirà meno frammentario di quanto appaia a me – suonerà dotato di una sua solidità anche logica, organizzato secondo un tessuto connettivale, per quanto interrotto a volte da capricciose ellissi. Ma io che l’ho vissuto come coacervo di frammenti, epopea a spizzichi, sento ancora il peso di quelle soluzioni di continuità e della discontinuità del tutto – la stessa, mi piace pensare, propria della vita, e così lontana invece dai corpi solidi dei romanzi, almeno di quelli intesi tradizionalmente e oggi tornati in auge nella narrativa di consumo, corpi dotati di coerenza stringente, o macchine in cui ogni pezzo si incastra perfettamente.
“A gran giornate”, il titolo intendo, viene naturalmente da quel sonetto di Petrarca fin troppo celebre, “La vita fugge et non s’arresta una hora/ et la morte vien dietro a gran giornate” (così nelle edizioni filologicamente solide). L’idea della vita come di una fuga disperata, insensata, con il fiato del tempo sul collo, mi sembrava confacente al clima che si stava creando nel romanzo, o meglio a quel clima di cui il romanzo sembrava fare una parodia. La citazione da Petrarca mi sembrava efficace per la titolazione, e per quel che di reminiscenza che sembra suscitare, per l’idea di fuga precipitosa, ma volevo che l’omaggio si fermasse lì: certo non avrei corroborato la reminiscenza con una citazione diretta sul frontespizio, dove ho preferito altro. Allo stesso modo, nella prima pagina del romanzo, l’io narrante, nel tirare le somme o il fiato prima di attaccare con il racconto di quanto accaduto, sembra volersi rifare a un’altra reminiscenza poetica, leopardiana questa volta, il vecchio trafelato che corre verso un precipizio, anzi un “abisso orrido, immenso” (Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, se non erro), ancora più forte perché priva, a differenza di Petrarca, del soccorso finale della religione. Ma anche qui, non volevo che l’eco di quel ragionare poetico, altissimo ma ahimè inquinato da troppe letture soprattutto liceali, si facesse troppo esplicito. Resta la sensazione (che l’io narrante esprime da subito) di trovarsi a vivere, loro personaggi, in una di quelle allegorie poetiche, e per questo di correre come matti senza sapere dove.

Letture: Felisberto Hernández

Sto leggendo “Nessuno accendeva le lampade”, una raccolta di racconti di Felisberto Hernández, da poco uscita in una nuova traduzione a cura di Francesca Lazzarato per La Nuova Frontiera. Hernández è praticamente sconosciuto in Italia: si sono perse da anni le tracce della precedente edizione Einaudi del 1974, con traduzione di U. Bonetti, mai più ristampata.
Hernández (Montevideo, 1902-1964) era pianista e scrittore; prima pianista, poi scrittore dalla sconcertante sensibilità. Chissà come sono i suoi romanzi, tutti inediti in Italia. I racconti sono qualcosa di diverso, di inclassificabile: procedono ambigui e spaesanti come sogni a cui certe ricorrenze concedono una parvenza di articolazione narrativa. Sono abitati da personaggi che si muovono, guardano, pensano come persone sognate. L’io vive situazioni ricorrenti: attraversa tunnel, oppure è ospitato in ville e palazzi altrui dove indugia, si adagia, osserva, ascolta, compie con la più grande naturalezza atti misteriosi e incongrui (da questa incongruità nasce un lieve, spiazzante umorismo). Gli abitanti di quei luoghi si muovono assorti come fantasmi che non hanno dimenticato la cortesia.
L’io non elabora ragionamenti, ma è attraversato da pensieri evanescenti e insieme ossessivi provenienti da chissà dove; e “legge” ciò che lo circonda ricorrendo a una fitta rete di imprevedibili analogie. Il suo modo di osservare popola la realtà di arti e teste che fluttuano nello spazio come animati da vita propria, si stagliano contro i cieli e i muri: teste autonome come animali, come nuvole, attraversate (mi ripeto, pazienza) da pensieri corposi e tangibili. I sensi – la vista in particolare – vagano per gli spazi, li illuminano, li manipolano.
In un paio di occasioni (sto parlando dei primi racconti, non è escluso che più avanti questa postilla richiesta aggiornamenti) Hernández, che, come dicevo, era musicista, racconta la musica attraverso densi rimandi analogici, inusitate sinestesie. Nei suoi racconti la musica si espande lenta, viva e carnosa nell’aria, da strumenti non più accordati da un pezzo: “Quando suonai il primo accordo, il silenzio sembrava un pesante animale che avesse alzato una zampa. Dopo il primo accordo venero dei suoni che presero a oscillare come la luce delle candele. Feci un nuovo accordo, come se avanzassi di un altro passo. E pochi istanti dopo, prima che suonassi un altro accordo, una corda saltò…” (“Il balcone”). Oppure i rumori di un banchetto si fanno orchestrazione, i commensali sembrano eseguire una partitura, a capotavola il padrone di casa si muove come un direttore d’orchestra: “Sedendosi, il direttore salutava, tutti volgevano la testa ai piatti e provavano gli strumenti. Poi ciascun silenzioso orchestrale suonava per cono proprio. In principio si sentivano tintinnare le posate, ma dopo qualche istante il rumore svaniva e veniva dimenticato (…). Dopo poche serate a quella mensa gratuita, mi ero già abituato alle stoviglie e potevo suonare gli strumenti per conto mio” (“La maschera”).
Continuo a leggere, con la lentezza necessaria.
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mercoledì 2 maggio 2012

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Articolo 33"

Sul numero 3-4 della rivista "Articolo 33"(Edizioni Conoscenza, Roma 2012), Anita Garrani recensisce con queste parole il mio "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni, 2010). Il pezzo fa riferimento a un "inedito di Prescott, forse apocrifo", che dovrebbe essere pubblicato prossimamente all'interno della rivista "Night Italia" creata e curata da Marco Fioramanti.
I protagonisti che formano il corpus narrativo del romanzo – che a volte prende le sembianze di un saggio o stempera nella cronaca attraverso particolari di storia della musica, analisi di partiture o trascrizioni di un pamphlet del ’700 – sono fondamentalmente due. Il vecchio compositore russo Rafail Nikolaevich Dvoinikov, “nervoso distruttore di impalcature accademiche” e il suo devoto discepolo, Ethan Prescott, professore di musica a Philadelphia. Questi si recherà più volte in Russia a intervistare il maestro, grazie anche all’aiuto della giovane interprete Polina. Ad animare la scena la presenza di Carl, amante di Ethan. Ne nasce la storia vissuta di un uomo, fatta di amori passionali, di libere scelte, finanche quella di utilizzare [e citiamo un inedito di Prescott, forse apocrifo] la stessa musica per quartetto d’archi riuscendo cinicamente, con sottilissime varianti, a trasformare una Elegia funebre in un Inno alla Vittoria, e poi in chissà cos’altro, soddisfacendo in tal modo ben sei diversi committenti. In questo magnifico “romanzo di musica classica” si respira la Storia del secolo scorso attraverso la vita vissuta dei suoi musicisti. Anita Garrani

martedì 1 maggio 2012

Sintonie: Silvia Bortoli

Di recente ho ammirato i racconti di Silvia Bortoli contenuti in "Percezioni variabili" (Manni, 2005): finissimi, precisi, di una malinconia acuminata – una delle più intense letture di questi ultimi tempi. Ho poi letto, andando a ritroso, "L'inesperienza" (sempre Manni, 2003): vi ho ritrovato quella rara precisione nel definire i gesti, le parole, anche i silenzi, che mi aveva colpito nei racconti. Precisione e allusione. Pagina dopo pagina, l’ho aperto come si apre una raccolta di vecchie fotografie di famiglia dai colori ormai alterati dal tempo, in cui ci si chiede non solo chi siano e cosa pensino le persone fotografate, ma anche chi sia rimasto fuori dall'immagine, e perché. In più, ed è una cosa che quasi mi ha stordito, perché mi ci sono ritrovato in pieno, l’autrice è riuscita a raccontare benissimo, con grande finezza e un sottile sgomento, i minimi spostamenti nel tempo, l'avanzare nell'età, il proiettarsi nella vecchiaia, lo sfilacciarsi progressivo del passato (temi che con ogni evidenza appassionano Silvia Bortoli, che en passant è anche raffinata traduttrice dal tedesco). “L’inesperienza” si presenta per scelta editoriale come un romanzo, ma in realtà è, secondo le parole della stessa autrice, una “narrazione per sezioni” quasi sempre brevi, per tessere composte con lentezza e assemblate con estrema attenzione. In ognuna ritroviamo gli stessi personaggi, di volta in volta più familiari (figure per lo più femminili, Sandra, sua madre, altre congiunte, il padre nel ricordo, l'anziana e a modo suo eccentrica vicina di casa Armida…); ma allo stesso tempo ogni volta l’autrice ci invita a ricostruire il non detto, a risistemare i tasselli anche minimi del contesto. In questo "fuori immagine", o nell'ellissi, o nella reticenza, vedo un invitare il lettore a esercitare uno sguardo più attento e cauto - oppure il bisogno di non rivelare tutto, di lasciare che la pagina respiri di mistero come la vita. In fondo, si può davvero leggere “L’inesperienza” come un romanzo, perché lo si sente attraversato di fili sottili ma tenaci e fitti, e perché un romanzo non ha bisogno per forza di un plot per avere una sua coerenza, una sua ragion d’essere.