venerdì 20 gennaio 2012

"Le larve": l'opinione di Roberto Sturm

Riporto volentieri le parole che Roberto Sturm ha dedicato al mio "Le larve" sulla pagina del gruppo VIL, https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/.

"Letto Le larve, allora. E non posso che parlarne bene. Come Rapsodia, forse per motivi diversi, lo trovo uno dei testi più significativi della narrativa italiana contemporanea da me letti. Testo di spessore, studiato nello stile e nella struttura, compie "il miracolo" di abbinare uno stile superiore, che ammicca ai classici, ma con una propria anima, a una trama "difficile" (non complicata) che presenta diversi livelli di lettura. Da un livello superficiale e apparentemente semplice ad altri molto profondi. Sembra che niente sia lasciato al caso: tanto per iniziare, la trama, che si snoda, nonostante la pesantezza della vicenda, sinuosa e coinvolgente. I temi trattati, che hanno bisogno di una lettura almeno accurata, non ammiccano alle mode o al lettore, ma non per questo risultano meno interessanti. Il lavoro di ricerca si sente in tutto il testo: lo sforzo di Claudio riesce a farsi sentire dando alla lettura connotati di fluidità e di ricchezza che personalmente ho trovato molto ma molto di rado negli autori italiani."

lunedì 16 gennaio 2012

"Nora e le ombre": le parole di una lettrice

Riporto volentieri le parole che Roberta Ferrarese, dopo una lettura attenta, ha dedicato al mio primo romanzo, "Nora e le ombre".

"Cosa penso di Nora e le ombre? A me è piaciuto, mi ha dato di che pensare, e una "fine", a mio parere, c'è. Mi hai fatto riflettere sulla carnalità terrena degli esseri umani, intesa come utilizzo, quasi sempre rozzo e maldestro, del corpo al fine di comunicare qualcosa che materiale non è. Nelle pagine del tuo romanzo ho letto l'utilizzo del corpo come mezzo per esprimere ciò che non ha consistenza materiale, sia che si tratti di sentimenti (ira, timore, invidia), di desideri (sessuali, di espiazione...), sia che si tratti di volontà di soverchiare gli altri (l'affermazione della supremazia e del potere mediante la violenza fisica e spirituale)."

venerdì 13 gennaio 2012

Sintonie: Marco Codebò, "La bomba e la Gina"


Ho avuto il piacere di leggere l’anno scorso una prima stesura de “La bomba e la Gina”, il nuovo romanzo di Marco Codebò, e all’inizio di quest’anno ho provato lo stesso piacere alla rilettura della versione pubblicata presso le edizioni Round Robin (corredata da un sottotitolo, “Intorno a Piazza Fontana”, che chiarisce subito l’ambito storico di riferimento).
È un romanzo “politico”, certo, anche militante, perché è animato da una forte tensione morale, e lavora attorno a una tesi (lo so che parlare di tesi in un romanzo è brutto, ma ci siamo capiti), o per meglio dire difende un’idea, forte, netta, documentata.
È anche un romanzo “storico”, senza indulgere però ai cliché dei romanzi storici di oggi: lo sorregge un tessuto di collegamenti tra passato e presente, lo irrobustisce un paziente lavoro di ricerca e di archivio (di cui “La bomba e la Gina” è anche il racconto, nel senso che descrive in molte parti l’ostinato lavoro di chi cerca di cavare un senso dalle carte e dalle fonti: e in questo, sottilmente, diventa un metaromanzo storico, come lo era già il precedente “Appuntamento”, del 2009). Non è un caso se in una deliziosa fantasticheria collocata verso la fine, e ambientata nel cimitero di Carrara, la voce di Pinelli defunto dialoga con un Alessandro che si interessa al suo caso e che non può che essere Manzoni – il Manzoni severo indagatore del “Vero” e instancabile compulsatore di verbali che ha scritto quel monumento di civiltà che è la “Storia della Colonna infame” e che a quanto pare ha scritto una lezione valida ancora oggi.
Quello di Codebò è insomma soprattutto un romanzo, non un saggio di giornalismo storico: affronta la realtà con gli strumenti del romanzo, sfrutta con sapienza l’incastro a sorpresa dei narratori e dei punti di vista, ricorre a una brillante e libera polifonia di voci. Gioca con il lettore, ne solletica l’intelligenza, lo “depista” più volte anche, ne estende l’orizzonte d’attesa – ma non rinuncia a esprimere un’intenzione pedagogica quando lo invita a condividere l’importanza e l’urgenza di una denuncia. Questo gioco intellettuale si interrompe solo verso la fine, quando, in una sorta di capitolo a parte, la sorella e la vedova di Pinelli con una sola voce rievocano la vita di Pino Pinelli: di fronte a questa testimonianza vera, forte e commovente, ogni reinvenzione romanzesca sarebbe stata inappropriata (è qui, tra l’altro, che compare la Gina del titolo).
“La bomba e la Gina” è un romanzo vero, infine, in quanto mette in atto ciò che nella famosa frase di Pasolini scritta nel 1974 per il “Corriere della Sera”, e non a caso citata all’inizio del romanzo, è detto così: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace” – questo “immaginare”, che è proprio del narratore più che dello storico, colma le lacune, riempie i silenzi, cancella le reticenze, dà forma e evidenza al non detto, e non è meno “vero” per il fatto che è “immaginato”.

L’idea che anima il romanzo, che lo attraversa tutto, è che tra fascismo e repubblica vi sia stata (vi sia, e basta) una continuità, nella permanenza ai posti di comando di una classe dirigente formatasi durante il ventennio fascista e nella persistenza degli interessi in gioco, da difendere a tutti i costi. Con un’invenzione romanzesca, Codebò a un certo punto mette in scena gli esponenti paradigmatici delle élite di potere in Italia, un Comandante, un Ingegnere, un Onorevole, un Capitano, un Quarto Ospite, e a verbalizzare il tutto un diligente Ragioniere: il capitolo, crudele, grottesco, ruota attorno all’ideazione della strage perfetta per il mantenimento di uno status quo antidemocratico. Questo evento sarà appunto la strage di Piazza Fontana, con il corollario dell’individuazione e della costruzione dei perfetti colpevoli, e la morte di Pinelli.
Come già in “Via dei Serragli” e “Appuntamento”, i precedenti romanzi, entrambi pubblicati da Manni, Codebò intreccia ne “La bomba e la Gina” il presente e la memoria del passato (un passato abbastanza vicino a noi, quei decenni che vanno dal fascismo al passaggio alla repubblica alla fase della strategia della tensione), l’esperienza personale e la dimensione collettiva, gli Stati Uniti e l’Italia, il confronto tra generazioni diverse, lo studiarsi reciprocamente e il tentare di comprendersi di giovani e meno giovani. C’è, credo, in questa dinamica, molto della vita di Codebò, il suo essere insegnante di Letteratura italiana alla Long Island University di New York, il guardare da americano acquisito all’Italia e da italiano all’America, il suo continuo confronto con i giovani in qualità di docente, anche il suo ricordo dei suoi primi giovanili “atti di ribellione” nei confronti della verità ufficiale e di comodo.

martedì 10 gennaio 2012

Letture: Silvio D'Arzo, "Casa d'altri"


In questi giorni mi sono perso (nel senso migliore) tra le pagine di “Casa d’altri”, il racconto di Silvio D’Arzo che molti hanno considerato uno dei migliori del Novecento. Per meglio dire, mi sono addentrato tra le pagine dell’edizione Diabasis del 2010 che presenta tre redazioni del racconto di D’Arzo, e che è corredata da una appassionante (non esagero) introduzione del curatore Ivan Tassi, il quale sa coniugare finemente precisione filologica e racconto di un singolare caso umano e editoriale. Il caso è appunto l’autore, Ezio Comparoni, la cui vita inguaribilmente provinciale è povera di fatti quanto affollata di scritti, di scrupoli, di insofferenze e di timori. Comparoni ricorre a una serie di pseudonimi per mascherarsi e moltiplicarsi, per fuggire soprattutto alla molesta fama circoscritta della provincia e alle chiacchiere dei conoscenti e dei conoscenti di conoscenti. Ha un rapporto complesso, intricato, con gli editori e i colleghi scrittori e in buona sostanza con la propria opera. Rimaneggia ossessivamente le proprie pagine, ora per andare incontro alle richieste editoriali ora per difendersi da quelle richieste: dilata, abbrevia, aggiunge e leva senza sosta, inseguendo in questo una sua idea di scrittura, e di realtà. Vien fuori che le versioni di “Casa d’altri” sono assai più di quelle presentate nell’edizione Diabasis, e che la moltiplicazione del racconto (che Comparoni-D’Arzo definisce “libro”, indeciso se considerarlo un romanzo breve destinato a una pubblicazione a sé o una novella più o meno lunga) comprende anche alcune stesure andate perdute, e altre di cui si parla in lettere o appunti e che forse sono solo rimaste allo stadio di progetto.
Io, dopo aver letto il saggio di Tassi (“Sentieri per Casa d’altri”, titolo appropriatissimo), mi sono dedicato alla stesura presentata per seconda, una versione breve del 1948, intitolata “Io prete e la vecchia Zelinda” e attribuita a Sandro Nedi. La trama, ridotta all’osso, è presto detta: un prete (l’io che narra) è avvicinato da Zelinda, una vecchia (in realtà di poco più di sessant’anni) dalla vita grama che sembra volergli proporre un caso morale ma che poi gli sfugge fino alle ultime pagine, dove finalmente chiederà se sia prevista, in certi casi particolari di sofferenza e pena, una qualche deroga al divieto di togliersi la vita. Il racconto è appunto il racconto del lento avvicinarsi di questi due personaggi, dello sfuggire dell’una e dei tentativi dell’altro di recuperare il contatto e di risolvere quello che sembra sempre più un enigma: è fatto insomma di indugi, false piste, attese frustrate e digressioni – un insieme così coerente e sistematico da costituire un modello fondamentale per chi coltiva un’idea di letteratura che non persegua l’immediatezza degli effetti e dei colpi di scena.
Le altre due versioni, una pubblicata nel 1952 e l’altra rimasta inedita fino al 2002 ma risalente al 1949, dilatano la semplice trama grazie all’introduzione di elementi e episodi secondari – dilatano e rallentano, procrastinano, perseguono continuamente uno spostamento dell’attenzione. È singolare – ma comprendibile – che queste aggiunte, invece di illustrare, spiegare, chiarire, finiscano in realtà per incrementare il mistero attorno ai pensieri e ai movimenti dei personaggi, moltiplicando l’apparato di reticenze.

martedì 3 gennaio 2012

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Roberto Sturm

Sulle pagine del gruppo facebook VIL, ovvero "Vita In Lettere" (https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/), Roberto Sturm scrive parole lusinghiere a proposito del mio Rapsodia su un solo tema: "Appena finito di leggere (quasi tutto d'un fiato) Rapsodia su un solo tema. Ottimo romanzo: struttura elaborata, grande respiro, stile (ineccepibile) che si adegua alla trama, storia che ammicca ai grandi classici, un uso del linguaggio davvero sofisticato ma mai fine a se stesso. Davvero complimenti".

lunedì 2 gennaio 2012

Sintonie: la musica per pianoforte di Alessio Elia

Trascrivo le mie riflessioni sulle musiche pianistiche di Alessio Elia che compaiono da oggi su http://www.livecity.it/2012/01/02/claudio-morandini-recensisce-il-concerto-pianistico-di-alessio-elia/.

Ascolto la registrazione delle composizioni per pianoforte di Alessio Elia, che lo stesso autore ha eseguito il 27 novembre a Roma, per la Rassegna Pianistica Eufonia, alternandole a brani di Ligeti, Corbett, Jeney, Sciarrino. Durante l’ascolto sperimento una sensazione duplice: è musica che sembra invitare all’abbandono estetico e perfino sensuale, sin dai titoli che alludono a un’idea di decadentismo molto fin de siècle (Oblio della volontà, The Temptress, Incertezze, Outrage, scritto per Massimiliano Scatena, L’altrove; ma certi titoli della sua produzione cameristica o orchestrale sono ancora più espliciti); allo stesso tempo però inganna e depista, perché quest’abbandono, questo trascinamento verso una deriva dei sensi è frutto, in realtà, di un cesello attento, di un’idea di struttura di cui la scrittura non perde mai il controllo. Alessio è l’ecista di questa trasmigrazione tutt’altro che errabonda, verso le isole (forse più felici, certo più attraenti delle paludi odierne) di un primo Novecento ripensato (risognato) alla luce degli sviluppi più recenti del pensiero musicale.
A divagare, a muoversi con voluta incertezza, o a inseguire senza facili scorciatoie un libero fluire delle idee, o a perseguire un oblio dell’essenziale per insistere sul marginale (sulle fioriture, sui dettagli, secondo il principio della dimenticanza selettiva, come in L’altrove) è in realtà il compositore. Noi ascoltatori lo seguiamo con piacere, partecipiamo in differita alle sue oscillazioni, ripercorriamo sui suoi passi le peregrinazioni su un terreno solidificato dall’atto della scrittura.
Forse potrebbe sorprendere che Alessio Elia sia un centellinatore, cui ogni nota richiede tempo e una certa dose di tormento stilistico. Ma appunto, le sue derive non sono mai estemporanee: sono esplorazioni circospette, digressioni non peregrine, dinamismi in stop motion. La divagazione non è mai improvvisata, è sempre parte di una costruzione di intensa coerenza; l’abbandono si fa architettura, lo sciogliersi si solidifica nell’atto puntiglioso, capzioso anche, della scrittura.

Alessio Elia, che è anche pianista, ama sondare le possibilità sonore del pianoforte. Il suo non è un pianoforte percussivo, è piuttosto una cassa armonica densa di echi, attraversata da figurazioni decorative che si infittiscono via via fino ad occupare ogni spazio sonoro. Ne deriva un pianismo generoso, indulgente verso un virtuosismo rivissuto tra virgolette, con una punta di sospetta ironia nell’appropriazione dei gesti magniloquenti della tradizione. Collocare Elia non è facile – ma non credo che Alessio Elia voglia essere collocato in una scuola, in una tendenza. Di sicuro manifesta un’avversione verso le forzature prive di sbocco della musica di ricerca degli ultimi decenni – ma allo stesso modo si tiene ben lontano dal comodo, piacevole conforto della facilità. Dicevo che sembra orientarsi verso la stagione (fitta, eccitante, schiumante) del primo Novecento, rievocata e anzi (ripeto) come risognata: ma a quella stagione fertile arriva attraverso una profonda riflessione sulle tecniche compositive dei grandi padri della musica contemporanea (Ligeti tra tutti, di cui è stato fine esegeta).
Come ogni vero compositore, Alessio Elia ama muoversi tra limiti ben definiti. La forma di un pezzo nasce dall’esplorazione di ogni possibilità all’interno di quei limiti – non escluse le forzature, le licenze, che riconoscono i limiti, giocano con essi, educatamente li aggirano. La libertà va imbrigliata in un sistema di vincoli, per farsi scrittura. In questa forte consapevole progettualità, Alessio è guidato non solo dall’esempio dei grandi compositori con cui ha studiato o su cui si è formato, ma anche dai filosofi a cui ha attinto al momento di pensare questi brani (Baudrillard, Deleuze) e dagli scrittori che lo hanno ispirato (Leopardi, citato esplicitamente a proposito dell’Ultimo canto di Saffo, e di cui il “naufragare” dell’Infinito mi pare rintracciabile un po’ ovunque nella poetica musicale di Elia, assieme alla lunga ombra di Csáth). I suggerimenti di questi modelli sono di metodo costruttivo, non implicano evocazioni tematiche o espressive, tantomeno suggestioni sentimentali.