sabato 31 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 5

Dioniso
Un divo che reclama i vostri affetti
vi si presenta, e per primiera fiata
in spoglia d'immortal vi si rivela,
e non celato sotto basse forme:
Dioniso sono, della vita patre,
degl'istinti signore e de' piaceri,
dio della gioia, del male inimico.
Ritengo che sie tempo di strappare
quel vel che veritade asconde oscuro,
perciò son qui. Io che, ancora fanciullo,
sbranato venni da' Titani ingordi,
e dal mio salvo cor rinacqui novo,
comprendo vostre ambasce; ma i concetti
che vi dirò oblitereranno i guai.
(A Pasifae)
Il toro, mia regina, che impregnovvi
celava sotto il vello di selvaggio
figlio de' prati e furor delle mandre
uno spirto divino. Er’io quel toro:
io Dioniso, io Bacco, io Lisio,
dalle vostre grazie agitato, volli
approfittarmi dell'umana spezie
come noi dei usiamo, ritrasformato
in bestia insospettata; ma gl’eventi
subirono una falla: e ingravidata,
voi preferiste parturire il mostro,
di cui pur sono il patre.
(A Minotauro) Figliolino,
spesso te presi sotto protezione,
sin da quando impedii che l'adirato
Minosse t'accidesse come aborto
o segno di sventura e d'abbominio.

Minotauro
Perch'allor consentire che Teseo
mi combattesse, e su me riportasse
vittoria? E perché mai lasciar partire
con lui Arianna, e uccidere Minosse?

Dioniso
Abbi pazienza, et io dimostrerotti
che si tramuta il mal sovente in quello
ch'è suo contraro, e solo con l'attesa
se n'ha contezza. Errore
grave fu d'invocar solo quel divo
che già con preci e per la parentela
il tuo nemico avea dal lato dritto:
però ti lasciai fare, e le tue forze,
minori nel confronto al gran vigore
d'un eroe e del suo tutor, cadder presto.
Ma nel disegno mio tutto filava.
Quanto ad Arianna, l'incostante uomo
l'ha abbandonata a Nasso, già sfiancato
da' suoi capricci. Ora là dorme, e penso
di rivelarmi a lei come con voi,
et impalmarla, tant'è sua grazia:
sarà meco felice, et io fedele
a lei sarò, facendola regina
di crapule, d'eccessi, e mal di capi.
(A Pasifae)
Lo sposo tuo, Pasifae, tenuto
in stima per la sua giustizia pure
sovra l'Olimpo, ora guardia superna
è degl'Inferni, dove attribuisce
a questi, a quei, secondo loro colpe
o lor meriti il loco ad essi proprio.
(A Minotauro)
A te, mio seme, donerò qualcosa
che questi altri favori ben sorpassa:
verrai meco, sanato, et io per te
ricostruirò una sede rutilante,
presso Elicona, ove potrai godere
in esplicitazione piena e sana
dei tuoi istinti, tutti satisfatti.

Minotauro
Padre, non ho parole…

Dioniso
Lascia stare,
non faticarti invano: io comprendo
dagli occhi tuoi che la tua mente è grata.
Vorrai schiere d'amici che in abbracci
imman stritolerai, che in carezze
scorticherai giù fino all'osso et oltre?
Avrai tu questo. Nella tua dimora
verrò io stesso, e le Menadi spesso
al grido d'evoè compagneranno
le tue stragi d'amor. Vivrai nel lusso
immenso, e quando morte il tuo sospiro
invida sottrarrà, sarai chiamato
tra noi, divi d'Olimpo,
con noi in eterno, e divo sarai eletto.

Minotauro
Solo un pensier m'angustia, et è che l'uomo
che causa fu dei miei trascorsi guai
possa vivere gaio et impunito.

Dioniso
Teseo più turpe cercherà la gloria:
il padre getterà da un'erta rupe
al suo ritorno, per averne il trono,
come fece col brigante Schirone;
combatterà i Centauri, popol giusto,
scordando ch'un di loro, Chiron savio,
gli dié, fanciullo, onesta educazione;
sposo ad Antiope, la regina ratta,
genereranne Ippolito, che tante
disgrazie su di sé per fosche tresche
tollererà da Fedra sua matrigna.

Minotauro
La ripudiata figlia!

Dioniso
E non è tutto:
Ippolito da un toro sarà ucciso
da Posidon aizzato, e il padre ingiusto,
dal trono spodestato grazie a l'ira
di Meneceo, di Castore e Polluce,
invan riparerà, sconfitto e stracco,
a Sciro: Licomede l'invasato
lo scannerà d'un tratto, sì compiendo
quella vendetta che chiedesti tanto.

Minotauro
Or vedo com'è ingiusto disperare:
padre divino, tutto sembra un sogno.

Così, con un convenzionale deus ex machina, finisce la tragedia "Il Laberinto ovvero Il Cnosside Rigetto" di Clodoveo Moro, di cui in questi giorni ho dato qualche assaggio. Mi ero proposto di aggiungere una postilla in cui annotare le curiose analogie tra la goffa opera moriana e la più recente (e assai più degna) rielaborazione borgesiana, ma ho capito poi che il Moro non merita queste attenzioni. Vi basti perciò questo.

venerdì 30 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 4

Eccoci alla scena madre della tragedia "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, che per noia vado trascrivendo in questi ultimi giorni - scena madre anche perché vi compare Pasifae, nel ruolo appunto di madre, e in una situazione che si allontana dal mito. Siamo agli inizi dell'atto quarto: Arianna, per vendicarsi del rifiuto del fratello di sottostare alle sue voglie insane (sbircio le note dei curatori dell'antologia, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli), ha deciso di favorire Teseo; il quale entra nel Labirinto, sconfigge il mostro, crede di ucciderlo ma lo lascia solo ferito ed esanime. Pasifae lo trova, lo porta via dai recessi (come? il Moro non lo dice) e lascia che a curarlo sia una vecchia guaritrice. Qui siamo appunto: nella povera capanna della vecchia, con buona pace dell'unità aristotelica di luogo, che il Moro trascura o forse ignora.

Pasifae
Povero figliol mio, unico figlio
cui sento di dover nutrire amore…
(Alla vecchia che è con lei)
A voi confesso d'esser grata assai:
salvaste Minotauro con manteche
degne d'Asclepio, e me rifocillaste,
dopo che il re Minòs dalle milizie
venne sconfitto crude di sorpresa
d'Egeo e di Megara. Crosso amata
da' fondamenti fu deleta, e il rege
sul trono suo da un dardo venne occiso.
Quivi fuggii, portando meco il corpo
di Minotauro, e qui, vecchina cara,
seppi con le tue cure continuare
a viver, discordando. Unico affetto
che ancor mi resta è questo strano figlio:
ultima speme a lui ancor mi lega.
Morì Androgeo per il crudele fato,
Minòs morì in battaglia, e Arianna stolta
fuggir con l'oste volle. Sciocca, insana!
Con chi tradì per l'ospiti il rispetto,
con chi d'arma ferì non mai permessa,
et insultò con turpi fingimenti,
speme non v'è più d'esser beata:
Teseo, che ride degli dei superni,
che nulla ferma, o ver fa rinculare,
l'astuto prence sanza cuore, lascia
le sue ben tosto vittime all'oblio,
cacciandole, maligno, dalla soglia,
dopo che in ogne guisa le spremette.

Minotauro
O madre, cara madre, udii i tuoi motti:
è ver ciò che dicesti? È ver ch'Arianna,
per un capriccio degno di farfalla,
abbandonò i suoi limi, al fianco andando
del vile?

Pasifae
Figlio, è vero. Ella, invaghita
del giovin sol da poco giunto a Crosso,
aitarlo volle, e gli donò un stiletto,
gomitolo di spago, et il suo amore.
Quei con sica ti vinse, e il filo tenne
che lo teneva unito col chiarore:
ma nella fretta della sua alterigia,
più non s'avvide ch’eri sol feruto:
partì, beffando Cnosso, e raggiugnendo
le caravelle al largo, l'empia flotta
con cui di poi ei s'abbatté su Creta:
Minosse uccise.

Minotauro
Dici il vero, madre?

Pasifae
Il rege uccise, depredò le case,
costrinse a schiavi i sudditi valenti,
scannò gl'inetti, bestemmiò gli dei.
Scampai mia vita in Dedalo celata,
ove trovai te inerme. E quando fine
ebbe la guerra, teco mi fuggii
su l’alte giogaie. Questa vecchia
il suo pan diede e i suoi medicamenti
per te, per me, serbandoci la vita.

Vecchia
Tanto scomposti vi vidi e infelici
che avria donato il cor, pur ignorando
chi sète.

Minotauro
Ma il duolo sì trabocca
che non mi basta ques'ostello umìle:
la morte vidi, come un rosso manto
che gl'occhi mi coprì, vidi beffata
da un profanator la mia famiglia,
la mia sorella secolui fuggire
per vendicarsi del pudore mio,
e Posidone tacito osservare
la mia sconfitta, invano ohimè impetrato.

Pasifae
Come potesti creder che la mano
di Posidòn ti fosse protettrice?
Fu il dio del mar che per alta bassezza
mie voglie spinse verso soglia insana,
le brame indirizzando appresso a quello
che tra le bestie è vigoroso sire,
per gittare in gastigo
al re Minosse un figlio sì difforme
da non reggerne il guardo.

Minotauro
Madre, parli
di me, e il tono crudele mi rimembra
ch'io sono mostro, et ignominia umana.

Pasifae
Perdona me, non volli addolorarti,
non ti rimprovero per quel che sei:
un dito superior di certo impose
codesta tresca.

Minotauro
Molto meglio invero
se chi mi trasse allor dal ventre tuo
m'avesse ucciso, in acqua di bacile
annecando il neonato disgustoso.
Or sono stanco, madre, il poco sangue
Che m'è rimaso implora alcun riposo.

Pasifae
T'addormi, figlio, e scorda d'ogne doglia
La fitta amara e il groppo dei rimorsi.

Vecchia
Regina, un senso novo di regale
presenza amica e pur celata provo.
Come se un divo, in inveduta veste,
fosse tra noi in trasparente larva,
e ci ascoltasse, pronto a rivelarsi.

Pasifae
Sèntolo anch'io, arcano movimento,
sento uno sguardo che, come carezza,
mi tange, e come adamantino lume
in me penètra.

Minotauro
Madre,
quand'ero in Laberinto, ebbi l'istessa
vostra impression, ch'ora m'è ben più forte.

giovedì 29 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 3

Insisto con gli stralci dalla tragedia "Il Laberinto o vero il Cnosside Rigetto" di Clodoveo Moro. Tocca oggi al celebre (celebre? Così comunque lo definiscono i curatori del florilegio da cui traggo il tutto, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli) monologo iniziale dell'atto terzo.


Minotauro
Oh, che m'accade? Dove ora mi trovo?
Una capanna umìle e disadorna
veggomi attorno, ma certo nessuno
mi sta da presso… Come son qui giunto?
Doglia terribil repentina abbranca
il braccio, e brucia il sen! Quai patimenti
mi sfiancano, come dopo battaglia…
Ma mi rammento, ecco, e or so spiegarmi
il mio presente stato: or mi sovvengo,
dopo il deliquio, e veggo
ciò che condusse me a cotesto male.
Venne al mio covo il figlio di re Egeo,
in compagnia degl'altri, e inaspettato
pria di quanto imponesse la scadenza
venne: la cosa insospettir potea,
ma non badai al periglio, e sol contento
l'alma di ritemprar, ver' lor mi mossi,
verso coloro che sonmi donati.
Due, tre raggiunsi, e nel gratularmi
pel buon traversamento, ahimè, nol nego,
li sfracellai contro il soffitto nero.
Con l'altri presi a scusarmi della foga,
e l'inseguiva, e di loro tremori
sorrideva e dicea ch'era un errore…
tragico error, d'accordo, che m'accade spesso…
ma allor vidi tra quei fermo Teseo,
sprezzante la paura, farsi incontro:
lama brandiva che pria era rimasa
celata ai miei guardiani, e urla gittando
terribili si fece a me dappresso.
Sovr'esso mi scagliai, come infuriato
da' fumi di vendetta, ma il suo braccio
avvince il dorso mio, e l'altra mano
nel braccio mio profonda, in mar di sangue,
mentre sua bocca già invocava il divo
ch'io di pregar bramavo: "O Posidone,
mio padre" urlava "aiutami e proteggi
la vita mia dal mostro!" Et io più forte,
con più fervore Posidon chiamava,
lanciava suppliche con carca voce
ch'ei con le sue di coprir tentava,
pria che le sue con le mie l' facessi.
E il sangue tutto il braccio imporporava.
Ferale era la doglia, e indebolito
dall'ulcera, et incerto su le gambe,
fui facil preda dell'Egeide malo.
Tre pugnalate n'ebbi allo stomàco,
brucianti staffilate di tortura:
tre artigli d'avvoltoio penetraro
nelle viscere mie, e traballai
dal dolore annebbiato: un quinto colpo
di striscio squarcia il cranio sotto i corni,
donde fiottò con spasmo spesso sangue:
da questo fui ciecato, e brancolando
cercavo il vile che m'avea umiliato;
tastando intorno le note pareti,
scovai persone, le scannai d'un colpo,
ma non tra loro s'ascondeva il cane:
di lungi sghignazzare lo sentiva,
alle mie spalle sempre, e là dov'era
il suon de la sua voce invan voltato
giungeva: più veloce
Teseo fuggiva, e poi con motti atroci
m'apostrofava, non lasso e ridente.
"Degn'è Minosse d'essere nomato
solo cornuto" quel vil motteggiava,
"ché un ruminante gli donò sua capa,
la sua sposa chiavando, donna infetta,
madre d'aborti come tu dimostri!"
"Taci, insolente!" Inutili parole,
le mie contro sua lingua velenosa.
"Mostro repugnante,
fesse squarciasti a le giovenche in estro,
con quello di cui ora vo' privarti!"
Allor senza più speme
caracollavo da una roccia a l'altra,
temendo altre ferite, ma nessuna
più ricevendo dalla rossa lama.
"Sai che ti dico, toro? Son contento
ch' Androgeo femminella sie perito
pria di gittar nel fango a Maratona
quell'animal ch'io giustamente vinsi.
A massacrar tuo frate fecer bene,
con traditora mossa, e certo meglio
fia stato se tutta l'aprica Creta
fusse caduta nelle man d'Egeo!"
Così dicendo, il feritor fuggiva
e quinci e quindi, e vano inseguimento
compieva io seguendo la sua voce.
Solo sperava che il vil poco esperto
dei miei meandri tosto si perdesse
la via per il ritorno, e s'io pur fossi
occiso, ei pure nelle ignote grotte
morto sarebbe, per l'inedia e il freddo.
Così, quando crollai stremato e vinto,
sicuro di morir, solo il pensiero
di ritrovare nell'inferno, dopo
alcun tempo, quel mio nemico odiato,
mi rinfrancava. Svenni. Le ferite
inferte dal malnato non bastaro
dall'umano consorzio a cancellarmi.
Or quivi mi ritrovo, in loco ignoto,
e per la prima volta veggo luce
ch'è natural, che non da tede in fiamma
ma dall'astro benigno molle viene…

mercoledì 28 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 2

Va bene, andiamo avanti con la trascrizione delle scene dalla goffa tragedia "Il Laberinto" di Clodoveo Moro fortunosamente sopravvissuta all'oblio tra le pagine del secondo volume del "Centone Aureo de la Poesia Tragica e Comica" compilato da Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli (Mondovì, 1879). Di seguito, la seconda scena dall'atto primo.


Arianna
Salve o fratello, solitaria bestia.
Nuova molestia vengo a consegnarti,
s'è vero: che d'Atene n'è partita,
quivi giungendo per spia fedele,
e, detta, pria che avvegna, può recarti
del giovamento.

Minotauro
Dimmi, bianca Arianna,
parla di questa nuova
ch'al sol tuo dir non poco m'inquieta.

Arianna
Sai tu di quel nipote di Pacione,
d'Egeo figlio e d'Etra Posidonia,
vittor del turpe Schiro e di Procuste?

Minotauro
Conosco il seme di quel re sconfitto
che m'offre sette e sette premi all'anno.

Arianna
Seppi, da detta spia, ch'egli intende
di mescolarsi alla piagnente schiera
di vergini da tue brame pretesi.

Minotauro
E che? Fors'io non sono da squartarlo
possente a sufficienza? Fors'è un divo?
Se vuol lasciar la vita crudamente,
o se in sorteggio cadde tra i fanciulli,
in ogni caso un trattamento eguale
gli garantisco a quello dell'altre ostie.

Arianna
In ciò tu falli: molte già il rapsodo
imprese canta e già l'aedo intona.
Ei fusi ad ammaliar Schiron demonio,
et a gittarlo in bocca a la Tartuga
dopo ferale scontro; e in Maratona,
Teseo domò quel tauro che l'istesso
Androgeo non poté calcare al tello.

Minotauro
Tu dici il vero, Ariana, ma il ricordo
del frate mio straziato in vile mossa
rinfocola vendetta e in me le forze
centuplica. Ma adunque vegna,
ch'i' ben l'annego nel suo istesso siero.

Arianna
Ah, che Medea, la maga colchidigna
col tossico fallì ch'al giovinetto
avea recato! Ah, se le forze ancora
permesso non avesser al fanciullo
di sollevar il gran macigno posto
del gladio a guardia che il re Egeo volle!

Minotauro
A nulla val cotesto querelarsi:
se, come tu dicesti, una ventura
grande più di sue forze vol tentare,
che tenti, et io la noja scaccieronne,
d'una pugna più nobile ben lieto.

Arianna
Tacciam di questi, se tu vuoi, argomenti.
Altro motivo m'ha condotta quivi:
sai tu qual è, fratel.

Minotauro
Arianna, bada,
sailo: non voglio, tu sei a me sorella.

Arianna
Allor? Tal pudicizia non m'aggrada,
vediam se questo bruno coacervo
di nervi e sangue e oscure pulsazioni
saprà più del tuo cranio comandarne.

Minotauro
Via dal mio corpo, suora, e trai diretro
le mani tue: se di carnale amore
se' sitibonda tanto et imbibita
d'effrenate foje, in un lupanare
che tu le spenga fia mestieri, credo,
con genti strane e pur di lingua ignota,
sì che nota alle genti poi non te ne renda,
tu di re figlia, il lor vanto sconciato -
ma non con me: t'arretra.

Arianna
Un eremita
ligio all'illibatezza t'ha condotto
ad esser questo loco? Tu che nato
dal seme fosti viscido e urlante
d'un toro? Tu che in grembo a donna humana
venisti, traforata dal priapo
di bestia, e amata e amante, et anco umana?
Parmi ben strano, e fors'è un tuo capriccio:
sai tu che per giugner al coito ibrìdo
Dedalo stesso costruì una vacca
lignea, entro la qual la nostra madre
Pasifae giaceva, in guisa tale
da aver d'amor pertugio ad arte posto
là dove divarcavasi di vacca
il buco, ove il taurin vomere in grandi
mosse nell'imo arando, a grandi getti
rimescolò coll'ova l'empio seme?
Con tali esempi insigni e a noi vicini,
ci è licita ogni cosa.

Minotauro
Non sei saggia,
a dir così; e se sei perfida maga
colle parole, pur non m'hai sedotto.
Menzogne vai dicendo tu alla corte
quando ch'io smembro corpi suggerisci:
ma non mi tange il fatto. Ora tu vuoi
cose false mostrami et elogiarmi
per soddisfar tue brame, e non è bene.

Arianna
Perché così pudico, o vitellone?
Tu preferisci a me le calde carni
degli sdentati redi o gl'incarnati
de' tuoi prigioni? O forse ti delizia
di più il sudor del solitario sforzo,
nell'ombra fatto, e nella schiena curvo?

Minotauro
Sciocca, mala: s'ancor con le tediose
Frasi m'umìli, viva non usciranne!

Arianna
Per te peggio, caprone! A un altro, un fiero,
saprò donare quello
che tu mi neghi. Patetico mostro,
rimani a vezzeggiar, nel marcio resta!

martedì 27 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 1

Ho già pubblicato in questo blog, per sfizio, assaggi dalla "Sonettaja Massima" di Clodoveo Moro. Si trattava per lo più di mediocri e bislacchi sonetti tratti dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923 - una lettura che può segnare un'intera esistenza. Credevo di avere visto abbastanza: ma di recente mi è capitato di scovare, tra le sordidezze di un bouquiniste (a Parigi, ça va sans dire), un'altra antologia, il secondo volume del "Centone Aureo de la Poesia Tragica e Comica" compilato da tali Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli, e pubblicato a Mondovì nel 1879. Vi ho scoperto un'opera del Moro che non conoscevo, la tragedia "Il Laberinto", in endecasillabi sciolti (con qualche settenario qua e là, chissà se per sbaglio o cosa). In essa, il Minotauro è presentato come una sorta di eroe prigioniero della propria natura, rispondente a una propria morale un po' giocherellona e un po' lamentosa; se ho ben capito, tra lui (o esso, fate voi) e Arianna (la sorella) è nata un'attrazione incestuosa che non porterà a nulla di buono. Resta da capire se Clodoveo Moro, nel dipingere la vita quotidiana del mostro nel Labirinto, abbia tentato una via anticonformistica al genere e al mito o semplicemente abbia peccato di insipienza controriformistica. Temo che nei prossimi giorni vi affliggerò con la trascrizione di alcune scene della tragedia moriana, finché non me ne stancherò io pure.

"Il Laberinto" - Atto primo, Scena prima
Minotauro
Attendere m'è male. Non v'è un altro
motivo di distrarmi, e solo un giorno
su trenta d'ogne luna porta gioie
in questo laberinto.
Attendere che un legno quivi rechi
il ben dovuto pegno ch'al mio padre
pur spetta m'è destin: contorta e fosca
la mia dimora attende i novi arrivi.
Androgeo, fratel mio, che fu occiso
da Atene con l'inganno e da Megara,
di vendicar Minòs pose il cimento:
fu dura guerra. Alfin, spenta la pugna,
Creta vittrice come scotto amaro
alle cittadi impose il rilasciare
ogn'anno sette e sette d'ogne sesso
fanciulli, per combattere il mio tedio.
Tanto sensibil sonmi le paterne
cure che oppongon a la solitudo
la società con giovin d'età pari.
Ciò mi compiacque, e già due fiate giunse
l'attesa prora con il giovin carco.
E già due fiate ristorai le membra
quelle stringendo tenere dei trepidi
prigioni miei: in lunghi girotondi
per fosse, anfratti, e per meati oscuri
li rincorreva, folle pel diletto,
ma quei fuggivan inspiegabilmente,
finché, preso un martìre, nol rendeva
alla terra, gravandolo co' calci,
crudo ma necessario atto d'arresto,
oppure sollevato, nol gittava
col cranio alle pareti, o, con le grinfie,
per trattenerlo alfin, non lo sbranava
in filamenti negri.
Pur anco è lungo un anno, e un tal diletto
un giorno dura, massimo due dì:
di tanto frale d'oggi è giovinezza;
né posso conservare in un serraglio
que' doni respiranti, l'occasione
buona attendendo di novelli spassi:
la brama di sbracciar m'è troppo forte,
perch'io, quando li veda, riesca solo
di risparmiarne alcun: perdo la testa,
allora, e non ragiono, e sol del sangue
a la vista m'arresto, non mai prima.
E duolmi già che il buon padre Minosse
con umana imponesse di pagare
carne non in eterno la sconfitta,
ma in soli nove anni: qual destino
mi tocchi dopo ciò, bene non so, ma
sarà credo agonia, e decadimento
di spirto e corpo fino a dura morte.
Già languo per un anno
finché non mi rinfranchino gli arrivi,
però qual presta acuta e orrida fine
si manifesterà, a tempo scaduto,
m'è facile pensarlo. Et io mi cruccio
già adesso. E non mi bastan le giovenche
mandate in Laberinto per oblio,
a tacitare il mio animo amaro,
ché non v'è gusto, non v'è gusto alcuno
nell'inseguir luride vacche e urlanti,
e ancor vive sciuparle fino a farne
brani, fino a ciecarle, o strangolarle
inerti: sempre bestie inespressive
sono, stupide, ottuse, et il lor muso
non sa mostrar di gioie e di dolori
l'aspetto o almen la traccia,
né la lor rude pelle, in stringimento,
fa quell'effetto ai diti ch'è pur grande
se umana pelle ho tra le man: ché il volto
d'un uomo nel dolore appare bello
et in pavore et in trepidazione
come maschera tragica, e commuove.
Pur non è vero quel che ne' crocicchi
di me si soffia: io carni non mangio,
né di que' fanti l'ossi vo' succiare:
ho in uggia il crasso gusto e sanguinoso
de' muscoli, dolciastro e umido gusto;
sol nutriscomi d'erbe, e ceste intiere
di fieni, di carrube e di fiorame
ogni giorno divoro. S'io propendo
allo squartar corpami è non capriccio,
ma termine fatal del mio desio;
ameni conversari sotto il foco
d'una teda amerei, e lunghe conte
di ciò che fuor avvien, ma purtroppo
anco non m'è accaduto d'incontrare
alcun che a' miei affetti survivesse.
E s'è mio istinto, vo di questo fiero,
e grato son del dono che annualmente
Minòs mi fa; certo che come casa,
queste budella in pietra son meschine:
buio per sempre, freddo e umidi venti,
e gocciolar di sotterranei fiumi:
ma gran sollazzo e lungo mi concede
quando rincorro e a rimpiattino giuoco
con un mio capro tra le volte e l'ombre,
centellinando quel supremo istante
in cui, presolo, mi divien l'oggetto
da dismontare e rimontar in mille
guise, secondo l'estro.
Ma sento alcuni passi, e peste tenui,
che già rintronan nella tana immensa:
parmi di riconoscere quel passo:
Arianna, mia sorella, la venusta
beltà di Cnosso, avanza a questo trono:
la spinge un gran motivo a questo rischio.

mercoledì 21 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno" sul "Paradiso degli orchi"

Scopro con grande piacere che "Il sangue del tiranno" è segnalato nella rubrica "Sinagoga degli iconoclasti" dell'ottima rivista "Il paradiso degli orchi" tra i migliori libri del 2011. Diciamo meglio: è entrato nella cinquina dei titoli segnalati dalla Orchessa Giovanna, o se volete Giovanna Repetto, che del mio romanzetto pubblicato da Agenzia X ha già parlato bene in uno dei numeri precedenti della rivista online.

Per curiosare tra gli altri titoli proposti dai redattori del "Paradiso", andate su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiave=253.

sabato 17 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno": la lettura di Umberto Rossi

Umberto Rossi ha scritto oggi sulla pagine del gruppo fb "VIL - Vita in Lettere", https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/:

Mi sto leggendo il compattissimo Il sangue del tiranno di Claudio Morandini. Amaro come il fiele. Vero come un referto medico. Ma soprattutto, mentre lo leggo vedo il film. Pagina dopo pagina. E' già una sceneggiatura. Riesco quasi a vedere gli attori. Servillo nella parte del protagonista. Vi risparmio il resto del cast. Claudio ha scritto un capolavoro della commedia all'italiana quella vera, che ridi ma ti lascia l'amaro in bocca per due giorni. Solo un problema: ma chi diavolo lo fa, il film?

Non mi resta che ringraziare Umberto, che su "Pulp" aveva già scritto cose egregie di "Rapsodia" e de "Le larve", e aspettare che finisca la lettura.

domenica 11 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno" su "Visibilia"

Sul numero di dicembre di "Visibilia", la rivista dell'Assessorato all'Istruzione e alla Cultura della Valle d'Aosta, in mezzo ai consigli natalizi del Fondo Valdostano della Biblioteca regionale di Aosta, tra le "lectures à déguster au coni du feu", trovo una invitante scheda sul mio "Il sangue del tiranno".

"Una serie di delitti e misteriose sparizioni turba la sonnolenta routine delle piccole università di provincia. Un professore ironico e disincantato troverà una soluzione, tanto personale quanto inquietante. Questo (ed altro) in un breve e avvincente romanzo, da leggere tutto d'un fiato grazie alla maestria narrativa dell'autore".

Conversando con Fabio Ciriachi, 3

Condivido qui le sacrosante riflessioni che Fabio Ciriachi mi ha inviato qualche giorno fa sul tema letterario del "maestro" (e su altro).

Caro Claudio,
provo a riprendere gli spunti offerti dalla sua risposta alle mie note di lettura di Rapsodia. Fa bene, commentando l'ipotesi da me abbozzata della “solitudine” come intimo punto focale del suo romanzo, a distinguerla dall'isolamento (“indotto o volontario” che sia) perché tale distinzione – e in particolare la dinamica tra i vari gradi di responsabilità connessi alle scelte di vita che “solitudine” e “isolamento” determinano – apre l'accesso a quella unica via di scampo possibile (almeno per chi, come lei e me, non ha soluzioni metafisiche) da lei chiaramente enunciata quando scrive “Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.”.
Le nostre risposte alle avversità, dunque, contano. Il modo in cui le affrontiamo, le tracce pubbliche lasciate dalle tenzoni solitarie cui ci costringono (che abbiano luogo in metropoli epiche o in “una farsetta paesana”): di questo si tratta. Vede l'importanza della letteratura? Si scava alla ricerca delle ragioni profonde di un romanzo e ci si ritrova faccia a faccia col tema delle scelte, delle responsabilità. Per sfiducia rischiamo di credere che il timone della nostra esistenza stia saldo in mano alla Storia (sempre più pericolosamente capace di confondersi col destino) e quando già potrebbero derivarne scoramento e rinuncia, ecco che la lettura problematica di un romanzo favorisce l'apertura a possibili soluzioni; ci ricorda quello che già, forse, sapevamo ma che per vizio di stanchezza, magari, avevamo finito per ritenere sconosciuto.
È in un simile virtuoso contesto che colloco il tema del “maestro” da lei evidenziato. È vero che Ethan Prescott cerca in Dvoinikov quasi il maestro totale; di vita, quindi, e anche e soprattutto di musica. Come è vero che non c'è personaggio, in Rapsodia, che non segua questo impulso. Ma cosa diversifica le modalità comportamentali di Ethan (alle prese con Dvoinikov) da quelle di Carl, di Polina, di Dvoinikov stesso? Azzardo un'ipotesi fragile cui riconosco solo l'energia con cui mi è parsa credibile: mentre Ethan, al cospetto di Dvoinikov, rischia di rimanere nella dinamica classica, dove esiste appunto un maestro che insegna e un allievo che impara (le distanze anagrafica, storica, politica, hanno il loro peso), in tutti gli altri rapporti mi sembra presente l'accezione più fertile della maestria; ovvero, non solo esisterebbe una sorta di reciprocità fra le parti che rende meno scontati i ruoli (si sarebbe di volta in volta, per scarti impercettibili, maestro e allievo) ma, ed è l'aspetto che più m'interessa, riscontro la possibilità che chiunque stia svolgendo il ruolo di maestro, chiunque, insomma, stia insegnando qualcosa a qualcuno, per quanto imperfettamente e goffamente lo faccia, da quell'insegnamento finisca per apprendere, sempre, anche qualcosa per sé, finisca, in buona sostanza, per insegnare anche a se stesso.
Fabio Ciriachi

giovedì 8 dicembre 2011

Un accenno a "Rapsodia su un solo tema"

L'altro giorno ho avuto una piacevole scoperta. Intervistato da Gregorio Enrico per http://www.youthlessfanzine.com, Mattia Filippini mi include tra gli autori da tenere d’occhio, e mi fa trovare in ottima compagnia. Riporto le sue parole: A bruciapelo mi vengono in mente Claudio Morandini con “Rapsodia su un solo tema“, in cui si parla con una tale sicumera delle opere e della vita di un compositore russo che ho dovuto chiedergli di persona se fosse esistito o no (no, se l’è inventato).... Lo ringrazio anche qui per la citazione e attendo con curiosità di leggere il suo “Qualcuno era un po’ grasso”, appena pubblicato da Senzapatria Edizioni.

http://www.youthlessfanzine.com/mattia-filippini
http://rivistatupolev.wordpress.com/2011/12/05/intervista-a-mattia-filippini/

lunedì 5 dicembre 2011

Postilla al post precedente (Conversando con Fabio Ciriachi)

Vorrei tornare su Ivan (l’Ivan di “Soprassotto”, il romanzo di Fabio Ciriachi pubblicato da Palomar nel 2008). Ne ho parlato come di un “maestro” e vorrei precisare come mi pare di poter intendere questo termine in riferimento a lui. Ivan lo è nell’osservazione delle cose, nella percezione del mondo, nello studio attraverso tutti i sensi della complessità (meravigliosa, ma anche dolorosa, comunque straripante) della vita. Insomma, nell’intensità delle sue esperienze sensoriali prima, e nella sua successiva capacità di riflessione. I più giovani (Alessandro, ecc.) mancano di questa apertura sul mondo, ritorti come sono su se stessi; Ivan rivela loro un approccio più attento (più scrupoloso, e insieme più aperto), fatto di manualità, curiosità dei sensi, pazienza dei gesti, ascolto, e in definitiva di quell’atteggiamento che si fonda sulla condivisione (dei propri pensieri, della propria memoria, dei propri piaceri): tutto questo mi suona come una sorta di disegno pedagogico – anzi, no, piuttosto come la manifestazione di una libera, spontanea vocazione pedagogica.
Ad esempio, ad esempio: lo “sballarsi” di Alessandro e dei suoi amici (amici?) è un chiudersi, un rattrappirsi dei corpi, un ammutolirsi dei sensi e della coscienza; le lontane esperienze con le droghe di Ivan erano invece sentite come parte di un progetto di apertura totale della percezione, che invece di oblio produceva un ripopolarsi degli spazi, un acuirsi degli stimoli, un moltiplicarsi delle cose – e sembrava non poter fare a meno della traduzione in parole, le più precise, le più giuste.

Conversando con Fabio Ciriachi, 2

L'attentissima analisi di Fabio Ciriachi (v. il post precedente) mi ha invitato a una riflessione su quanto ho scritto e vado scrivendo. Trascrivo di seguito buona parte della mia risposta alle osservazioni di Fabio.

Il nucleo che lei ha individuato – il tema sotterraneo della solitudine – lo sento mio, da sempre, ma stemperato, per così dire, da connotazioni che mostrino una possibile via di uscita. Provo a rispondere, senza riordinare troppo le idee. In “Rapsodia” (particolarmente nella figura di Dvoinikov) la solitudine diventa isolamento, esilio indotto o volontario: è la reazione alle offese del potere coercitivo, ma anche all’indifferenza del mondo che ha dimenticato in fretta, o che non ha voglia di distinguere, di capire. È una sensazione che, mutate le circostanze, talvolta provo anch’io, a vivere quassù, lontano da tutto, in una quieta e ottundente bambagia. Ripeto, parlo di circostanze infinitamente diverse, quanto a gravità, pericolosità, e anche tragica grandezza, perché Dvoinikov è vissuto in un’epica grandiosa, io in una commediola paesana.

Un altro aspetto derivante dalla solitudine è il desiderio di un legame, anche ideale. Per la verità, io avevo individuato in questo il tema profondo di “Rapsodia” – individuato dopo anni di stesura e riletture e rimuginii, intendo. Tutti in quel romanzo sembrano alla ricerca di una figura autorevole a cui appoggiarsi, di un maestro reale o ideale. Ed è il lato di Ethan che mi intenerisce, e che rende la sua attenzione nei confronti di Dvoinikov qualcosa di molto più vero e intenso del semplice desiderio opportunistico di fare uno scoop musicologico o di fare del bene a un vecchio dimenticato. Credo sia uno dei temi più belli da affrontare in letteratura, la ricerca di un maestro. Anche per questo ho amato il suo “L’eroe del giorno”, che presenta almeno due intense figure di maestro, il padre di Ivan e soprattutto il principale, Sauro, e per questo sto amando “Soprassotto”, che è tutto incentrato su un maestro naturalmente dotato, Ivan – un Ivan sessantenne che ha preservato una dimensione "storica" in un mondo tutto appiattito su un presente semplificato. Parliamo di “maestri” la cui intensità non è priva di una buona dose di difetti, di errori o di approssimazioni, ma che proprio per questo sono modelli vivi, reali. Non sono guru, appunto. Il tema della ricerca di un maestro è così interessante, mi sento di aggiungere, che funziona egregiamente anche quando il maestro è così così, quando rivela debolezze, quando incespica nei suoi errori.

Prescott, dicevo, è alla ricerca di questo maestro, che per lui rappresenta non solo la resistenza alle imposizioni grottesche del potere, ma anche un esempio di dedizione paziente a un’idea superiormente artigianale di arte: Dvoinikov diventerà in realtà maestro, in modo imprevisto per Prescott, nel rivelargli qualcosa di lui, dei suoi rapporti con il mondo, che Prescott ancora non ha scoperto. Gli insegna pazienza e parsimonia – nei mezzi espressivi innanzitutto. Gli istilla dubbi, gli smonta certezze, gli addita tortuosità e contraddizioni, anche a volte con una certa crudeltà. Dal mio punto di vista, si tratta della cosa migliore che possa fare un maestro – è una pratica che, relativizzandoci, ci rende meno soli.
Credo che il tema della solitudine, o dell’isolamento, possa anche essere letto in senso più genericamente filosofico, come il tema della solitudine dell’uomo. Non c’è metafisica, in “Rapsodia”, come non c’è in niente di quello che scrivo – almeno, a me pare che non ci sia, se non per essere smentita. Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.

domenica 4 dicembre 2011

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Fabio Ciriachi

Tengo molto a queste osservazioni di Fabio Ciriachi sul mio "Rapsodia su un solo tema". Di Ciriachi, poeta, narratore, recensore (per "la Repubblica", "il Manifesto" e "l'Unità"), ho letto con ammirazione (e una buona dose di emozione) il romanzo "L'eroe del giorno" (Gaffi, 2010); in questi giorni mi sto dedicando, con l'attenzione che merita, alla lettura del suo precedente romanzo, "Soprassotto" (Palomar, 2008).

Caro Claudio,
le dicevo, su fb, di come circa venti giorni fa avessi di colpo percepito il centro nascosto del suo Rapsodia su un solo tema.
Certo, al termine della lettura, diversi mesi or sono, mi erano subito parse evidenti tutte le sue qualità: lingua, montaggio dei vari elementi, personaggi, ritmo. Trama e ordito apparivano inappuntabili e curati, e però, nel piacere (barthesiano) della loro fruizione, non riuscivo a portare a termine quello che da un po' di tempo, per me, costituisce l'ultimo atto del leggere, ovvero la messa a fuoco della filigrana, di quel luogo dove nascostamente abita, mi perdoni il termine, l'anima dell'opera; e anche dove, io lettore, riesco a riflettere in modo più approfondito la mia anima.
Da qualche anno nel leggere i libri perseguo questo fine attraverso una sorta d'indagine che, per le procedure e le interrogazioni con cui si sviluppa, sta a metà strada fra quella poliziesca e la psicologica. Credo, ormai, che un romanzo, o una raccolta di racconti o di poesie contenga sempre, nascoste fra le righe, forme del sé dell'autore la cui intelligenza, per una sorta di patto implicito tra chi legge e chi scrive, non deve essere di immediata percezione. Come a dire che certi livelli di apertura allo sguardo altrui sarebbero frequentabili soltanto da chi ne sente la necessità, quasi che la natura sensibile del mostrarsi, e del vedere, oltre una certa soglia richiedesse, per una decodifica che nel migliore dei casi può anche essere reciproca, una precisa motivazione. Capisco che, detta così, può sembrare che io voglia istituire una sorta di legame elitario fra scrittore e lettore, ma è solo che in realtà, mancandomi gli strumenti propri della critica, mi appoggio ai risultati di questa indagine per soddisfare al meglio quel principio, per me definitivo, secondo cui è il lettore che perfeziona di volta in volta – per quanto in forme diverse, se non addirittura tra loro opposte – il lavoro iniziato dallo scrittore.
Le confesso che inizialmente l'ambito musicale, dove le mie competenze rasentano l'ignoranza, mi era parso un limite invalicabile; ma procedendo nella lettura mi sono presto reso conto che quelle stesse regole di grammatica e di civiltà creative evocate, e non di rado invocate, ora da un personaggio, ora da un altro potevano essere facilmente traducibili in principi generali buoni per ogni campo espressivo e milieu artistico.
Riflettendo a posteriori su quali siano gli elementi di mobilità della sua Rapsodia, potrei ridurre il tutto a un moto di pura conoscenza. Ethan Prescott, musicista di sani e fermi principi, vuole conoscere direttamente il grande e dimenticato compositore Rafail Dvoinikov prima che vecchiaia e morte lo privino della possibilità di interloquire direttamente con lui. A tal fine intraprende molti viaggi e si affida alla inevitabile mediazione di Polina, che gestisce, con una cura che ha del filiale, le molte infermità del vecchio Maestro. Questa pratica di conoscenza, dopo aver disegnato per il lettore inedite cartografie sia in campo musicale che storico-politico (impressionanti le forme inquisitorie del Torquemada di turno, esilaranti certi verbali d'interrogatorio e l'uso maldestro dei sosia) s'interrompe bruscamente per la morte, nel corso di uno di questi viaggi, di Ethan, l'eroe il cui lavoro, per fortuna, viene ripreso e mantenuto vivo da Carl, suo apprensivo compagno di vita. Conoscere costa ed è rischioso: potrebbe essere, allora, una brutale sintesi del tutto, o quello che da molte parti ci si ostina ancora a definire il messaggio? No, certo, anche se è vero che conoscere costa e mette in discussione alcune certezze di partenza (per Ethan soprattutto personali, a causa del perturbante – per lui, omosessuale – incontro con Polina), ma ne rafforza altre (per Ethan tutte relative alla eticità della sua visione musicale), come è altrettanto vero che al processo di conoscenza nessuno spirito vivo può sottrarsi, giacché è un processo che paradossalmente, nel momento in cui sembra espressione della massima libertà, di fatto non lascia scelta.
Ecco, è su questa pluralità di soggetti protagonisti, e nelle forme ora discontinue ora ricorrenti in cui il suo abile montaggio ne organizza l'iter evolutivo (con le sorprendenti, per me, parti in corsivo, prima, e morte di Ethan, poi) che ha indugiato a lungo il mio sguardo “indagatore”, così distratto dalla corposità dei dettagli da non riuscire a immergersi oltre il piano terra della vicenda per gettare all'insieme uno sguardo dal di sotto che consentisse di coglierne, come accennavo prima, la filigrana.
Poi, quando ormai il pensiero attorno a Rapsodia sembrava essersi asciugato del tutto, eccolo, forte della sua natura carsica, zampillare di nuovo in superficie, nel caos di una metro che si affollava fermata dopo fermata, offrendomi la certezza di conclusioni con le quali, fin da subito, non ho potuto fare altro che convenire.
Rapsodia su un solo tema è un libro sulla coscienza della inevitabile solitudine (si spenda pure tutta la lucida severità del pessimismo leopardiano, in questo caso). È un libro, quindi, sulle innumerevoli forme fallimentari con cui gli esseri umani della nostra cultura di appartenenza cercano, senza tuttavia riuscirvi, di ricorrere all'amore per difendersi dalla solitudine.

Devo confessare, e qui parlo come indagatore poliziesco, che a mettermi su questo avviso è stata l'omosessualità di Ethan, dettaglio altrimenti non necessario e che però è servito a inscrivere in una sorta di rigido ordine naturale, quindi non culturale e modificabile, l'impossibilità, per lui, di costruire un legame amoroso con Polina. Fallisce l'amore con Polina, dunque; fallisce l'amore di Ethan per Dvoinikov, messo di fronte alle intraducibili vicende che nel momento stesso in cui fanno luce sulla sua dolorosa vita la rendono al contempo più opaca, e comunque priva di quegli elementi di fascino che, attraverso la musica, avevano spinto Ethan sul cammino, a tratti impervio, della conoscenza diretta col Maestro. Fallisce con la morte (ma era già male in arnese nel suo normale svolgimento per il conflitto tra passione e gelosia) l'amore tra Ethan e Carl. Abbiamo echi del fallimento di un precedente amore di Polina, emergono le dure circostanze che hanno portato al fallimento sia del matrimonio di Dvoinikov sia del conseguente progetto genitoriale conclusosi con la tragica morte della figlia (l'assenza di figli, di eredi, di continuatori, anche in campo musicale, conferma il pessimismo dell'insieme). Fallisce la speranza nel futuro della musica, ben resa dalla visione immaginifica dell'avo di Dvoinikov che fotografa le molte anomalie del presente.
Ma a fronte di tanto pessimismo aleggia – e forse è il risultato vivificante dell'atto di scrivere che sta per una dichiarazione di non resa – un senso di affidabile possibilità, come se comunque, dietro tanti fallimenti premesse un'energia non rinunciataria, una sorta di suggerimento a non demordere nella ricerca dei modi capaci di vincere l'impasse.
Fabio Ciriachi

Fabio Ciriachi mi invita anche a ulteriori confronti; accolgo volentieri il suo suggerimento, e spero che questo scambio (per me assai proficuo, oltre che piacevole) si concretizzi in altri interventi su questo blog.
Per ora, lo ringrazio di cuore.