martedì 22 novembre 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione su "Lettera.com"

Compare da oggi sulla rivista letteraria online "Lettera.com", http://www.lettera.com, un'attenta recensione del mio "Il sangue del tiranno" firmata da Roberto Barzi. Ne riporto qui l'inizio e la fine.

Un breve romanzo allegorico, una specie di parabola moderna, un racconto surreale, ma con un substrato di realtà: ecco come si potrebbe definire Il sangue del tiranno di Claudio Morandini. Un testo metaforico, giacché nell'invenzione letteraria appaiono molte delle problematiche relative al sistema scolastico, in particolare a quello d'ambito universitario. E proprio nell'ambiente di una piccola, quanto sconosciuta università di provincia, posta al centro d'Italia, si svolgono i raccapriccianti fatti narrati in questo libro. (...)
Fin qui il romanzo, una creazione letteraria suffragata però da moltissimi fatti concreti: l'invidia che rode il corpo docente con le sue piccole ripicche accademiche, i testi dei ricercatori accatastati in qualche maniera nei sotterranei universitari, le guerre politico-esistenziali degli studenti, i rapporti che intercorrono tra insegnanti, borsisti e ricercatori, la decadenza fisica dei suoi vari istituti e il malessere - reale - del sistema accademico. Questi, purtroppo, sono fatti con i quali devono convivere ogni giorno migliaia di studenti, in un apparato, quello scolastico, che ha raggiunto in Italia aspetti surreali e che rende perciò Il sangue del tiranno assai meno irreale di ciò che non sia in realtà.

Roberto Barzi, su http://www.lettera.com/libro.do?id=7840.

mercoledì 9 novembre 2011

Da "Letteratitudine": Zanzotto e la musica

Piccolo contributo dell'8 novembre su Zanzotto, apparso su Letteratitudine:
Questa mattina ho finito di vedere con i miei allievi il bel film di Carlo Mazzacurati dedicato ad Andrea Zanzotto. C’è un punto in cui Zanzotto, stimolato da una domanda di Marco Paolini, “parla” di musica (già Franco Marcoaldi nell’introduzione al libretto che accompagna il DVD suggerisce che non di semplice conversazione si tratti, ma, nel caso di Zanzotto, di un “canto”). Non a caso, Zanzotto tocca il tema della musica dopo avere divagato sulla nascita della sua lingua poetica come di un viaggio “molto accidentato”, compiuto attraverso la fantasia, fatto di “incroci” e “impasti” tra il fondo tradizionale, “monocorde, fermo del paese” e “le acquisizioni” tratte dalle esplorazioni letterarie. Anche la musica per Zanzotto è un aprirsi verso un altrove più lontano, un rivelarsi di vite e paesaggi inaspettati.
Racconta ad esempio il poeta del repertorio folklorico ormai dimenticato e scomparso che ancora quand’era giovane era tenuto in vita dai contadini al ritorno dai campi, magari un po’ brilli. “Taran ta… tin tin e tin ton… l’è la figlia del caro papà” cantavano, “con centomila variazioni” proprio sul ritornello del “caro papà”. L’approccio di Zanzotto, nel ricordo, è sicuramente leopardiano (la “sera del dì di festa” è nell’aria), ma anche, verrebbe da dire, bartokiano o kodaliano, nell’attenzione “scientifica” dell’ascolto, nella consapevolezza della ricchezza di quel materiale atemporale e arcaico, e nella volontà di farsi per così dire testimone (attraverso la musica dei versi) di quella ricchezza poi contaminata e perduta.
Altri ricordi rimandano a esperienze ironicamente sentimentali, come le arie d’opera cantate “perfino dai preti… stanchi di preghiere” e litanie, che “si sfogavano” intonando “Che gelida manina” con un certo trasporto per la strada; o come le lezioni di pianoforte (fatte di “Sonatine di Clementi: tan tiritan tan tan”) del maestro Fontebasso, vicino di casa, le quali iniziavano alle cinque del mattino. Aperture sonore verso altri mondi al di là del familiare quadrilatero, e insieme colori familiari di un paesaggio che anno dopo anno si andava formando attorno a lui e dentro di lui.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

venerdì 4 novembre 2011

Letteratura romancia

Grazie all’editore Casagrande di Bellinzona ho conosciuto le opere di alcuni autori in lingua romancia. Il romancio è una lingua di montagna, parlata solo in alcune zone dei Grigioni, la quale nel corso dei secoli si è divaricata in alcune varietà che, per ora, non sembrano aver trovato una sintesi. In Svizzera è una lingua ufficiale, ma è poco parlata, ancor meno scritta; nutrita nell’isolamento dei luoghi alpini, legata alla vita dei contadini e dei pastori, conserva una forte espressività, un’asprezza scorbutica (ma anche una sua visionarietà spiccia) che si trasmettono anche alle traduzioni in italiano.
Scegliere il romancio per fare letteratura e raccontare storie non è diverso dallo scavare nei dialetti più pericolanti per cavarne una nuova lingua poetica. È una scelta di stile che proprio nei limiti di una lingua sa trovare nuovi strumenti espressivi, nella povertà una diversa ricchezza. Mi pare che nei romanzi che ho letto sia proprio la lingua a dettare la forma, sia la grammatica (la fonologia, la sintassi, il lessico) del romancio a costruire l’architettura narrativa.

In “Sez Ner” di Arno Camenisch la vita di un gruppo di uomini costretti a vivere in un alpeggio (il casaro, l’aiuto casaro, il bovaio, il porcaio, più altre figure minori) è raccontata per frammenti che enunciano in un irremovibile presente la ripetitività dei gesti e delle situazioni, il ricorrere dei pensieri e delle fissazioni, e che poco alla volta compongono un mosaico di amara coerenza (la stagione in alpeggio). È la lingua più adatta alla rappresentazione di una vita dura ripetitiva e chiusa, è il borbottio che talora esplode in urlo, più spesso si spegne in silenzio ostinato. Nelle pagine di “Giacumbert Nau” di Leo Tuor (l’anno della traduzione presso Casagrande è il 2008) il frammento si alterna agli spazi bianchi, in un omaggio sconnesso (nervoso e suscettibile, ma anche lirico, a modo suo) al solitario personaggio che dà titolo al libro e che un po’ rappresenta il montanaro dei Grigioni (o l’abitante delle montagne tout court, verrebbe da dire). Il mondo descritto in questi romanzi è duro e chiuso (e questo lo abbiamo detto), bigotto e diffidente (verso gli stranieri, i turisti, i soldati dell’esercito in addestramento, verso ogni forma di eccentricità o originalità); la fatica del vivere ha reso crudeli gli uomini (verso gli altri uomini, verso gli animali, verso se stessi). Siamo lontanissimi dalle tentazioni arcadiche di molta letteratura di montagna.

Ritrovo la figura del solitario di poche parole nel Simon de “Il ritorno” di Oscar Peer, che per la verità è precedente ai due già citati e ormai si è ritagliato un ruolo di piccolo classico romancio del Novecento. “Il ritorno” è un romanzo di fattura più classica, ed è avvicinabile nell’impianto alla migliore narrativa di montagna (a Ramuz, che so). Ma certo l’asciuttezza, la rocciosità del romancio ne innerva le pagine, spazzandone via indugi e lirismi, e riducendo tutto all’essenziale, alle cose, agli aspetti tangibili, alla nudità delle azioni.

(Nota a piè di pagina: in appendice all’edizione italiana di “Sez Ner” è pubblicata una conversazione illuminante tra l’autore, Arno Camenisch, e la traduttrice, Roberta Gado Wiener.)