giovedì 27 ottobre 2011

Racconto e supporto digitale

Con un amico che ha letto i miei racconti (due, anzi tre, contando “Il punto interrogativo”) sul Jukebooks di Quintadicopertina (http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/), parlavo giusto quest’oggi. L’amico notava che in quei racconti sembrava che io avessi a bella posta cercato un tono il più possibile lontano dalla contemporaneità, dunque dalla natura del supporto, come in una sfida con i mezzi di comunicazione del presente. Diceva, l’amico, che pareva che avessi voluto situare in una zona stilistica tra gli anni cinquanta e i primi sessanta quei racconti – forse per provocarmi, tirava in ballo improbabili ascendenze bassaniane. Io assicuravo che non avevo pensato quelle pagine per il web o il download, e che nello scriverle ero rimasto vicino agli autori che mi piace leggere e che mi sono rimasti appicciati alle dita, senza voler lanciare sfide o tentare accostamenti inusuali – ai curatori del Jukebooks erano piaciuti così, immagino, come piacciono certi oggetti di modernariato. La piacevole conversazione mi ha lasciato uno strascico di rimuginio. Regge in digitale un racconto stilisticamente fuori dal tempo come “La conca buia” o soprattutto “Attesa”? Riformulo la domanda (come direbbe Matlock): bisogna per forza scrivere seguendo i dettami della contemporaneità per pubblicare con una casa editrice digitale come Quintadicopertina? La risposta a questa seconda domanda, secondo me, è no. Credo che i nuovi supporti possano prestarsi egregiamente anche alla diffusione di testi non concepiti per forza per il formato digitale. In fondo, il modo migliore per procurarsi oggi molti racconti o romanzi dell’Ottocento minore è proprio in rete, su Liberliber o altrove: testi che nessun editore oggi pubblicherebbe mai, a parte quelli sintonizzati sui repêchages. Se voglio gustarmi uno scapigliato, un post-scapigliato o un pre-scapigliato o un anti-scapigliato, o un minimo tra i minori, o i sonnellini di Omero dei grandi classici, e mi manca la voglia o il tempo di andare a spulciare tra i rimasugli polverosi delle bancarelle (attività per altri versi gradevolissima, compresi la polvere e l’untume), ecco che le biblioteche o le librerie telematiche vengono in mio aiuto. Tutto questo, e scusatemi le banalità, per dire che l’accostamento tra il repertorio più desueto o lo stile più classicamente capriccioso e il digitale funziona: l’uno sembra arricchire l’altro di un sovrappiù di senso – quale senso esattamente, lo direi un’altra volta, perché ci sto ancora pensando. Per ora, noto con soddisfazione (e sollievo) che si può scrivere per il web senza venir meno alle proprie convinzioni – o ossessioni – stilistiche.

lunedì 24 ottobre 2011

Su "Verso il lago"

Il racconto “Verso il lago” (ora recuperabile nell’archivio di http://www.cinquecapitoli.it/) è nato come pagina di un romanzo (di “A gran giornate”, o come diamine si intitolerà). Questo romanzo, la cui stesura si è protratta per quattro anni, si prestava, per la sua natura divagante e apparentemente frammentaria, ad accogliere il materiale più disparato, purché ascrivibile al genere “avventuroso”. Non proprio tutto il materiale, però, come ho notato dopo un po’: così “Verso il lago” è rimasto fuori, assieme a poco altro, visto che la situazione che descriveva non si addiceva a nessun personaggio.
Rimasta sola, la paginetta originaria – un bagno avventato in un lago troppo freddo durante una gita in montagna – si è alimentata ben presto di un prima e di un dopo. Si è delineata la figura della vecchia madre malata del protagonista maschile; si sono aggiunte digressioni e dettagli (il prete che sopprime i gattini chiusi nel sacchetto, i girini che si divorano, i sogni) e soprattutto si è definita una generale atmosfera di inquietudine che via via si fa minacciosa. Una situazione soltanto imbarazzante – il bagno nell’acqua gelida, i testicoli che si ritirano – si è trasformata nella stazione principale di una via crucis per niente sacra, molto terragna – la solita, cara deriva verso il peggio, che per ora non mi sono stancato di raccontare.

domenica 23 ottobre 2011

Il gusto del racconto

Tre racconti risalenti agli ultimi tre anni ma usciti contemporaneamente (su http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/ e su http://www.cinquecapitoli.it) mi fanno venir voglia di tornare sul tema della scrittura del racconto. Ho preso gusto per il racconto, vivendolo – ma qui forse un filino esagero – come una sorta di vacanza dalle fatiche combinatorie del romanzo. Direi che ho provato per la prima volta questa sensazione di leggerezza con “Le dita fredde”, scritto per l’antologia “Santi” della Black Arrow di Luca Dipierro. Molti racconti mi sono venuti fuori con naturalezza, nel giro di pochi giorni, storie minime che poi, con calma, lasciavo espandersi di quel tanto nei mesi successivi. Pochi personaggi, pochi cambi di scena, pochi colori dominanti – episodi, teatro da camera, per così dire.
Alcuni li ho concepiti (meglio: li ho sentiti) come capitoli singoli di un romanzo assai più ampio. In questi casi si aprono e si chiudono squarci pensosi su vite compresse, destinate a rimanere nell’ombra per gran parte. Altre volte, li ho sentiti come grossi frammenti sopravvissuti alla perdita di un’opera assai più vasta. Non importa, insomma, che abbiano una loro rotondità, un inizio e soprattutto una fine, che concludano tutto ciò che hanno aperto, che tirino tutte le somme.
Taluni racconti, per una loro contiguità emersa in seguito, si stanno davvero trasformando con comodo in un romanzo – di cui non è il caso di parlare troppo presto. Si tratta nel mio caso di racconti mai troppo brevi, è vero, di storie che hanno bisogno di diverse pagine per svilupparsi. Può capitare anche l’inverso: pagine che sembravano pronte a divenire parte di un romanzo si sono assestate nella forma breve del racconto, come è accaduto con “La conca buia” che si può scaricare da http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/. In fondo il romanzo è sempre il rimescolio di più racconti, almeno per me.
Questo per dire che non sento differenze sostanziali tra racconto e romanzo. Quando leggo che un racconto deve avere una sua specificità, che deve esprimere una visione sintetica, e che ha una purezza che manca al romanzo, contaminato, questo, e tracimante e labirintico, io non mi ci ritrovo. Non mi ritrovo nemmeno nell’idea che scrivere racconti sia un’arte più difficile (temo che dietro questa visione, ormai dominante, ci sia un’idea del romanzo mutuata da troppi esempi di cattiva narrativa).
Scrivere racconti per me (e per quel che può contare) non è diverso dallo scrivere romanzi, a parte le differenze di dimensioni e di struttura. La voce, che è la cosa più importante, non cambia. Nel racconto smette solo di cantare (o di stonare, o mormorare, o strillare, o borbottare) prima.

lunedì 17 ottobre 2011

"Verso il lago" su cinquecapitoli.it

Su http://www.cinquecapitoli.it/ compare oggi la prima puntata del mio racconto “Verso il lago”. È stata preceduta nelle scorse settimane dalle belle prove di Ilaria Giannini (“Quanto è lontano il mare”), Andrea Consonni (“Epilettici”), Mauro Evangelisti (“Le foto di Sara”). Il progetto di cinquecapitoli è semplice: in tempi in cui chi lavora riesce a leggere solo nei ritagli di tempo, presentare un racconto per esteso finirebbe per essere inefficace. La redazione, ispirandosi al progetto Fivechapters di David Daley, propone perciò ogni settimana, dal lunedì al venerdì, un racconto diviso in cinque brevi capitoli. Ne vengono piccole pagine concentratissime, pillole di storie che a mio parere finiscono per valorizzare ancora di più i gesti, le azioni anche trascurabili, gli sguardi e le parole di cui è fatto un racconto. Non solo: un buon racconto sopravvive benone alla suddivisione in capitoli minimi, si fa miniromanzo, o meglio rivela proprio una sua natura di miniromanzo.
Il mio “Verso il lago” sembra cercare questa parcellizzazione: è una storia fatta di piccole sequenze, di frammenti alternati, di rimuginii, pensieri improvvisi, atti inaspettati e incomprensibili, tremori e inquietudini, e vi si respira quel senso generale di sospensione esitante e di deriva verso il peggio che altri hanno già notato in quello che scrivo – e che evidentemente non so togliermi di dosso.
Il racconto – l’ho già detto – era già apparso su “Castelli di cultura”, supplemento al n. 1 di “Mélange”, del febbraio 2009, rivista della Biblioteca di Saint-Pierre. Ma per questa nuova occasione è stato rivisto, integrato e rinterzato.
Buona lettura.
http://www.cinquecapitoli.it/

mercoledì 12 ottobre 2011

Due nuovi racconti su "Quintadicopertina"

Tempo di racconti! Da oggi è possibile scaricare due miei racconti dal Jukebooks 2011 della casa editrice digitale “Quintadicopertina”, assieme ad altri testi di altri autori selezionati da Alessandro Milanese e Alessandro Romeo (andate su http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/ e preparate gli spiccioli). Nel comunicato stampa noi autori siamo definiti tra l’altro “giovani scrittori” e “i migliori… della narrativa underground italiana”. Vada per l’underground (concetto e contesto in cui, a modo mio, mi riconosco); sulla patente di “giovane”, invece, glisso, ringraziando dei troppi anni toltimi.

Non è la prima volta che un mio racconto finisce nel Jukebook di Quintadicopertina; nel 2010, “Il punto interrogativo”, che già era stato pubblicato sul numero 3 di "Colla – Una rivista letteraria in crisi”, è stato selezionato assieme ad altri racconti apparsi in diverse riviste online. “Attesa” e “La conca buia”, i miei pezzi per quest’anno, sono invece del tutto inediti. Di seguito un assaggio di entrambi:

“Mio padre la scacciava quasi subito dal letto, e la buttava fuori dalla camera, a calci e spintoni. Quando questo accadeva, mamma poteva dirsi fortunata. Perché altre volte l’ira di mio padre, invece di sbollire a menar colpi, rimaneva insaziata: allora la mamma veniva trascinata fino alla porta di casa, e respinta nell’aia, anche nel gelo del pieno inverno, e lasciata lì, raggomitolata a terra, nella neve o nel fango gelato, a tremare. Mio padre a quel punto afferrava la prima creatura che gli capitava a tiro, e se non trovava anima viva andava a cercarsela nella stalla o nei recinti. Il più delle volte ne veniva via con una capra, che conduceva a strattoni in casa e si portava a letto, al posto della mamma, come segno di grandissimo spregio.
Una volta che era corso invano dietro a capre mal disposte a finire sotto le coperte, entrò in stalla e ne tirò fuori una vacca, nemmeno tra le più giovani e piccole. La vacca, stupidamente docile, si lasciò guidare in casa e portare in camera, dove mio padre la spinse fin sul letto, bestemmiando. La vacca prima tentò di rimanere in equilibrio sul materasso, poi capì ch’era meglio accucciarsi, e tronfia si lasciò cadere proprio al centro del letto, accanto a mio padre che con ostinazione cieca si stava mettendo a dormire. Il tonfo fece tracollare l’intelaiatura del letto, che si sfracellò con uno schianto orribile e provocò altre bestemmie di mio padre, ululati di spavento della vacca, e la fuga di questa per tutta la casa, dove rovesciò ogni cosa e smerdò ogni angolo per la paura, prima di imboccare la porta aperta a cornate.”
(da “La conca buia”)

“Mai più avventure in cortile, mi dicevo intanto, stringendo i pugni come a render più solenne quel giuramento, mai più cadute, corse, sfide, botte, salti di steccati, esplorazioni di siepi. Se ero lì, ad agonizzare tra le passamanerie di quella bottega, era perché a mia madre servivano ago, filo e pezze per ricucire certi strappi che io stesso, con la mia solita avventatezza, mi ero procurato nei campi attorno a casa. D’ora in poi, mi promettevo scandendo il pensiero come se pronunciassi una formula dinanzi a un consesso di sacerdoti, d’ora in poi camminerò composto, eviterò i rovi e le buche, mi terrò lontano dalle risse. Anzi, rimarrò sempre in casa, nello studiolo in penombra, a studiare e leggere, ma senza appoggiare i gomiti al tavolo, perché le maniche lise richiedono toppe, e altro ago e altro filo, e ci si può sbrindellare anche in casa, con un gesto improvviso, una postura malaccorta. Dunque nello studiolo, come un vecchietto ammodo, con il libro ben aperto davanti, le mani sul tavolo, le gambe non incrociate, mentre fuori, nel cortile prima e poi nei prati attorno, fino al confine invalicabile della ferrovia e forse anche più in là, verso altri campi che non conosco, i miei amici, ma ormai non più amici, complici piuttosto di schiamazzi e gazzarre, si rotolano come animali bradi.”
(da “Attesa”)

Doverosa postilla: tra le mie “influenze” a cui si fa riferimento nella pagina di Quintadicopertina ci sono Michele Mari, Chessex, Ramuz, Palazzeschi, Tozzi. Forse questi nomi meriterebbero qualche riga di spiegazione. In generale volevo suggerire prima di tutto una concezione complessa e stratificata del passato, una rivisitazione della memoria – una rielaborazione non nostalgica dell’infanzia, insomma; poi una visione sofferta e affaticata del vivere, priva di indulgenze, indurita da un pessimismo aspro; poi un riso amarognolo, uno sguardo disincantato prima di tutto verso se stessi; infine un ricorso a una lingua “lenta”, ponderata. Ramuz, ma soprattutto Chessex, stanno lì a ricordare, in particolare per “La conca buia”, quel perenne stato di dolore del vivere dell’uomo di montagna, isolato e schiacciato, lontano da ogni tentazione epica o arcadica.

Ma non è tutto qui: dalla prossima settimana un altro mio racconto, “Verso il lago”, comparirà a puntate su http://www.cinquecapitoli.it/ in una veste nuova e più completa rispetto a un paio di anni fa, quando era stato pubblicato su “Castelli di cultura”, supplemento al n. 1 di “Mélange”, del febbraio 2009. Ma di questo parleremo più avanti.

lunedì 3 ottobre 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'analisi di Marco Codebò, 2

Riporto ancora parte della lucidissima analisi che Marco Codebò dedica al mio "Rapsodia su un solo tema" sulle pagine della rivista "Reti di Dedalus".

"La complessità tematica del romanzo è ripresa da quella strutturale. Rapsodia su un solo tema è un archivio di generi e scritture diverse. Per quanto riguarda i primi, nel romanzo si ritrovano aree riconducibili al saggio, al diario, al racconto storico, al romanzo sentimentale e a quello epistolare. Per le seconde invece, si va dagli appunti alle note a piè di pagina in stile accademico, passando per la scrittura burocratica (i verbali degli interrogatori ai quali è sottoposto Dvoinikov) e quella autobiografica.
La lettura del romanzo di Morandini assomiglia ad una passeggiata in una casa degli specchi. La complessa architettura del testo si regge infatti su una fitta trama di corrispondenze interne. La carriera artistica di Dvoinikov richiama quella di Prescott, la tecnica musicale del compositore russo (basata sull’ironia, la dissimulazione, lo spiazzamento) si rispecchia nel tessuto narrativo e linguistico del romanzo, mentre l’esperienza musicale dei due personaggi chiave è la traduzione in un altro linguaggio di quella letteraria del loro autore; il Settecento, infine, è già il Novecento in nuce e così via.
Valga come esempio di questo gioco di rifrazioni la visione dell’opera d’arte come un tessuto continuo di citazioni. Quest’idea (postmoderno d.o.c.) è implicita nella consapevolezza da parte di Dvoinikov della definitiva “impossibilità di scrivere qualcosa che non sia già stato scritto” (...). Ma il metodo in questione vale soprattutto per lo stesso romanzo di Morandini, che non si finge testo originale ma si presenta appunto come un coacervo di materiali opportunamente riciclati. Nessuna meraviglia quindi che leggendo Rapsodia su un solo tema si finisca per provare un senso di leggera vertigine, come ad inoltrarsi in un paesaggio soggetto ad impercettibile e tuttavia costante mutazione, realizzata però non attraverso la differenza, ma la somiglianza fra i vari luoghi che lo compongono."

La recensione integrale su http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LETTURE/4_morandini.htm.

sabato 1 ottobre 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'analisi di Marco Codebò

Su "Reti di Dedalus", la bella rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori, Marco Codebò (docente universitario negli Stati Uniti e autore tra l'altro degli eccellenti romanzi "Via dei Serragli" e "Appuntamento", pubblicati entrambi da Manni) dedica un'analisi finissima al mio "Rapsodia su un solo tema". Codebò individua tre livelli nel romanzo: il primo, più evidente, è quello della narrazione delle vicende personali dei due protagonisti; il secondo livello sta nella dimensione saggistica e musicologica; il terzo riguarda la riflessione del rapporto tra arte e potere.
A proposito di quest'ultimo, Marco Codebò scrive: "Qui la dimensione narrativa torna a dominare la scena così da recuperare quella saggistica e rivestirne lo scheletro con la carne dei personaggi e delle loro storie. Sono infatti le vicende personali di Rafail Dvoinikov e Ethan Prescott a guidare il lettore in una doppia indagine che si appunta prima sulla relazione fra avanguardie artistiche e potere politico nell’Unione Sovietica e in seguito si sposta su quella fra arte e mercato nelle società capitalistiche. Se il parallelo fra le due esperienze è sconvolgente ‒ accanto ad un Rafail Dvoinikov che compone un Poema a Stalin viene a trovarsi un Ethan Prescott autore del Te Deum pro the Desert Storm ‒ le conclusioni appaiono inquietanti: “Mette i brividi pensarlo ‒ fa sentire di colpo meno liberi sapere che il mondo del libero mercato vuole da noi, sia pure attraverso metodi assai meno inquisitori delle censure e delle purghe sovietiche, i medesimi risultati: ottimismo, sentimento, afflato eroico, marcette e valzer” (p. 182). Discutere dell’artista e del principe, sia quest’ultimo un despota o un tycoon, rappresenta in ultima analisi la preoccupazione principale del testo (senz’altro l’autentico tema del romanzo, in ciò monotematico come la composizione da cui prende il titolo).
Non a caso al problema viene dedicato un apposito e delizioso inserto, il “Viaggio musicale nel ventesimo secolo”, un pamphlet settecentesco opera di un presunto antenato di Dvoinikov. Le riflessioni contenute nel “Viaggio musicale” hanno il merito di situare la questione della (in)dipendenza dell’artista nel contesto del suo primo storico manifestarsi durante la Modernità, al tempo del crollo dell’Ancien Régime e del sorgere dell’egemonia borghese."
Non mi resta che ringraziare di cuore Marco Codebò e invitarvi alla lettura della recensione integrale alla pagina http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LETTURE/4_morandini.htm.