lunedì 26 settembre 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione di Stefania Celesia su "Gazzetta Matin"

Oggi, 26 settembre 2011, nella rubrica “Fruscio di pagine”, che periodicamente compare tra le pagine culturali del settimanale valdostano “Gazzetta Matin”, Stefania Celesia dedica al mio “Il sangue del tiranno”alcune osservazioni garbate e acute.
“La poliedricità di Claudio Morandini scrittore è la capacità di appoggiare parole in un mosaico di generi diversi senza perdere la propria identità” scrive Stefania Celesia. In un ateneo “decadente, cupo, malsano e invischiante come i suoi personaggi e la vicenda che lo anima” avvengono “sparizioni e inquietanti riapparizioni, segreti, indagini, morti, un ispettore, un vecchio rettore tiranno e personaggi che manifestano l’anima attraverso il corpo: è infatti l’alito del professor Calandrone a rivelarne il tormento interiore così come la psoriasi ne tradisce lo stato di agitazione perenne. Un noir rivisitato dove non manca la denuncia sociale ma dove, ancora una volta, al centro della sua analisi l’autore mette le pulsioni, quelle più morbose dell’animo umano e la vicenda diventa potente struttura, sottosuolo, microcosmo, impietoso specchio della decadenza delle anime e della svalutazione delle menti. Il finale rimane aperto. Non è un cerchio. Non rassicura. Lo stile è incalzante, agile e brillante. Sconfina nell’ironia e nell’assurdo e magistralmente si ferma sulla soglia del teatro. La sfiora ma non la oltrepassa. Si tinge di grottesco, inquieta il giusto e porta con sé il pesante respiro del reale.”

domenica 25 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa, 2


s. d. - Quando le parlo di Sergey Slonismsky e di quanto sia difficile tener ferme le gambe ascoltando le sue musiche, Claire sorride paziente e non dice nulla – temo abbia ascritto automaticamente queste mie parole alle iperboli entusiastiche, e stia solo aspettando che mi passi.
Invece, il giorno dopo, eccola arrivare con una cartellina da cui estrae due fotocopie di fotografie. Me le mostra, fiera. In entrambe due uomini di mezz’età ridono come matti. In una addirittura si avvolgono in una sorta di sciarpona musicale decorata di note. Siedono – ridere così stando in piedi è pericoloso per l’equilibrio. Ridono beati come due bambini – anche voi ridevate di nulla, magari di una parola che per accidente sentivate buffa, o di un’espressione dell’altro, o del nulla? Le nostre risate migliori, che difficilmente potremo goderci ancora, se non, forse, rimbecillendo da vecchi.
Uno dei due è quel cuorcontento di Slonimsky: ha quel sorriso buono di chi non si accorge del male del mondo, e vive in un mondo finalmente sicuro di cose tutte sue, eretto a fatica nel corso di decenni. L’altro è John (père John, John Cage, insomma, o uncle John, fate voi). Ignoravo che si conoscessero. Eppure Claire mi sta mostrando almeno due occasioni in cui i due si sono visti e scambiati non sorrisi di circostanza, ma risate a crepapelle. Chissà di che parlavano. Chissà che cosa hanno strimpellato. Magari parlavano di funghi – John era un esperto raccoglitore, lo sanno tutti. Magari hanno improvvisato al pianoforte. Le loro concezioni musicali erano così distanti, i loro mondi sonori incomunicabili – questo, a volte, permette una comunicazione a distanza, una gentilezza reciproca, certo, ma queste sono risate grasse.

«Chi è questo terzo signore? Mi pare di conoscerlo» chiedo a Claire, perché nella seconda fotografia un vecchio con un bel riporto bianco si unisce agli sghignazzi.
Claire mi guarda come io guardo gli studenti che a un esame non sanno rispondere a una domanda semplice. «Nikolaj Slonimsky, lo zio.»
«Ma certo, è Nicolas Slonismky, il musicologo!» preciso. «Qualche anno fa gli ho anche scritto, a proposito di Dvoinikov, ma non ho mai ricevuto risposta.»
«Forse era già malato, Ethan. È lui, comunque. Nicolas, o Nikolaj. Chiamalo come vuoi.»
«I due sono parenti?»
«Certo che lo sono.» Rieccolo, lo sguardo di disapprovazione. «Mi stai prendendo in giro?»
Per cambiare discorso, Claire tira fuori da una cartellina una terza foto: Slonimsky (Sergey) assieme a un barbuto con gli occhiali (è Penderecki, d’accordo): qui nessuno ride (Penderecki avrà mai riso in vita sua?), e anche Sergey si adatta alle circostanze, sfodera un sorrisetto quasi compunto di circostanza, tenendosi ben dietro al polacco, che di sicuro disapproverebbe anche quella mezza smorfia, e si vede che preferirebbe essere in compagnia di John, che almeno è un tipo ameno, non compone solo funeral music, e sa praticare come pochi l’understatement.

sabato 24 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa

s. d. - Sembra che il compositore dell’ex Unione Sovietica (e degli stati satelliti) conosca soprattutto due modi per affrancarsi dai dettami del realismo socialista (curiosamente, o forse no, non è contemplato lo sperimentalismo postdarmstadtiano). Il primo modo è quello della regressione a una musica genericamente situabile tra medioevo e romanticismo, tutta echi di chiesa e sospensioni tonali: è musica di misticismo burbero, che si cinge di cilici armonici e stringe, stringe fino al sangue; ama i digiuni, e ama tenere a digiuno anche chi ascolta. Ieratico, mistico, per evitare la magniloquenza rapsodica del realismo socialista il compositore nostalgico di vecchia Russia si impantana in una magniloquenza di segno opposto, pericolosamente retriva, di fronte alla quale anche i Vespri di Rachmaninov suonano così audaci. Ascoltare questa roba è come andare in visita da quei vecchi parenti bigotti che ti guardano subito storto perché ti giudicano un peccatore irredimibile, non sanno parlare d’altro che di morti e agonie e si recano a tutti i funerali. Pare che questa tendenza non sia tipica solo dei compositori sopravvissuti, ormai vecchi, ma abbia attecchito anche presso le generazioni più recenti, alimentando schiere di giovani integralisti dalla vena innologica e lo sguardo febbricitante dell’eletto.
L’altra maniera per ribellarsi alla solennità seriosa del sinfonismo zhdanoviano è il ricorso al pastiche. L’anima russa, per quel che ne so, ha sempre avuto questa propensione al pastiche, all’uso ironico dell’eteroclito, all’accostamento spiazzante, alla parodia un po’ grossière, alla satira che non va per il sottile (come noialtri americani, mi sussurra una vocina). Ecco, in tempi di relativa libertà, la musica torna con sollievo a fare le smorfie in ogni direzione, al patchwork dispettoso, allo sberleffo. Accosta alto e basso, o meglio molto-alto e molto-basso. Si scopre eclettica, ma di un eclettismo roboante, non proprio sobrio, anzi decisamente alticcio. Potrei citare molte composizioni come esempio. La prima che mi viene in mente è la Prima Sinfonia di Schnittke, che sembra superare l’eclettismo divenendone una pesante parodia, anche piuttosto cupa. Poi c’è la produzione di un simpaticissimo minore come Sergey Slonimsky (Polina me ne ha parlato sottovoce, un giorno in cui Rafail Nikolaevich era in un’altra stanza. E ha aggiunto subito di non accennare mai a Slonimsky in presenza di Dvoinikov, che detesta francamente tutta quella voglia di ridere e trova patetico quell’impulso a farsi gran risate e a fare “l’americano”).
Slonimsky è un eclettico costantemente bizzarro (e, come dire, prevedibilmente imprevedibile, quando cominci a conoscerlo). Spruzza jazz, pop music e robuste dosi di colonna sonora nelle sue composizioni, che si tratti di sinfonie o concerti. Non rinuncia alla forma illustre (Sinfonia, appunto, Concerto…), ma ne fa un ibrido. Musica da disegno animato, di quelli con Daffy Duck o Tom e Jerry al pianoforte, o da Silly Symphony. La sua composizione più divertente in questo senso è il Concerto per orchestra, tre chitarre elettriche e strumenti solisti, del 1973, una chicca che Polina mi fa avere su musicassetta, registrata da un LP discretamente rovinato – forse per ascolti ossessivi. In tre tempi, il Concerto alterna momenti di allegria epica da film western a sbrodolature che a Broadway farebbero un figurone, musica leggera balneare e fasi di rielaborazione più colta che sembrano condurre dalle parti di Bernstein (talvolta, ed è un sollievo, di Ives). Nel movimento centrale, una tromba solista canta come se a suonarla fosse Chuck Mangione in uno di quei suoi pomposi live con orchestra sinfonica coro e chissà che altro. Quali erano le intenzioni di Slonismky al momento di scrivere questa musica? mi chiedo. Struggente nostalgia per gli Stati Uniti, mai visitati eppure già parte del suo paesaggio mentale, o desiderio di appropriazione? O, che so, volontà dissacratoria? O ricorso a materiale già universale, già “russificato” attraverso le vie della pop music e del cinema? C’entrerà qualcosa Nicolas Slonimsky, l'omonimo musicologo che viveva e operava a Boston dagli anni venti? Devo riparlarne con Polina.

(Comunque, come si fa a rimanere impassibile di fronte a musica così? Io, stasera, ballavo nella mia stanza d’albergo, da solo, e ho messo su quattro volte di seguito questo Concerto, come farebbe un ragazzino degli anni settanta con il disco della sua band del cuore. Negli anni settanta lo avrei detestato – oggi lo adoro. E conosco amici che ucciderebbero per poter godere di musica così.)

lunedì 12 settembre 2011

Da "Letteratitudine": Verne e la musica


La visita al Musée Jules Verne di Nantes, quest’estate, oltre a farmi diventare (meglio, tornare) irriducibilmente verniano, mi ha permesso di scoprire l’eccellente “Revue Jules Verne”, pubblicata a cura di diverse associazioni culturali francesi sparse tra Nantes e Amiens. In particolare, non ho mancato di procurarmi il n. 24, dedicato ai rapporti tra Verne e la musica.
Prima osservazione: la cultura musicale faceva naturalmente parte del bagaglio di conoscenze di Verne, come di moltissimi scrittori suoi contemporanei – e questo ci fa invidia, visto che da un pezzo non è più così scontato. Di più: Verne è descritto come un buon melomane, aggiornato sulla produzione musicale dei suoi tempi come sulla grande tradizione classica. Secondo il gusto tipico dell’epoca, e suo in particolare, ama enumerare composizioni e compositori con la stessa precisa voluttà didascalica che lo spinge a fitte elencazioni in campo biologico, geografico, geologico. Alcuni personaggi fortemente caratterizzati sembrano riflettere questa sua passione: e qui viene subito in mente il capitano Nemo all’organo nel suo Nautilus, certo. Ma lo strumento per eccellenza di Verne è il più salottiero pianoforte, che nei suoi romanzi appare un po’ ovunque, là dove la trama lo consente; e dove non c’è posto per un pianoforte, e nemmeno per qualche strumento di ripiego, ecco che supplisce la voce umana, ed è il momento di canti di matrice colta o popolare.
La musica in Verne (sintetizzo quanto trovo nel bell’articolo di Mireille Pédaugé, “La musique dans l’oeuvre de Jules Verne”), innestata nello sviluppo dell’azione, diventa romanticamente “riflesso o messaggera di uno stato d’animo” (e aggiungerei che, in letteratura, l’approccio “romantico” al flusso delle idee musicali sembra essere il più fecondo, o il più funzionale agli intenti narrativi, fate voi). La Pédaugé riporta questo celebre esempio, da “20000 lieues sous les mers ”: “En ce moment, j’entendis les vagues accords de l’orgue, une harmonie triste sous un chant indéfinissable, véritables plaintes d’une âme qui veut briser ses liens terrestres. J’écoutai par tous mes sens à la fois, respirant à peine, plongé comme le capitaine Nemo dans ces extases musicales qui l’entraînaient hors des limites de ce monde.”
Ma il romanzo di Verne in cui la musica diventa protagonista è il poco conosciuto (da noi, se non altro) “Le Château des Carpathes”, un finto gotico di assunto tecnologico di cui parlerò un’altra volta. Per ora rimando al denso articolo di Bruno Bossis, “Le fil d’Ariane, au-delà de la vie”, e al romanzo stesso, di cui sto per concludere la lettura.

venerdì 9 settembre 2011

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di Carla Casazza

Carla Casazza, sul suo blog "Scrivere è vivere", http://www.carlacasazza.com, dedica al mio "Rapsodia su un solo tema" una lettura precisa e interessante.

"Attraverso i ricordi dell'uomo," cioè di Dvoinikov, scrive tra l'altro Carla, "...Ethan riesce a comprendere e compenetrare maggiormente la musica di Dvoinikov ma impara anche qualche cosa di più sulla Storia e sull'animo umano.
Il ritmo narrativo è assai vario, perché oltre alla consueta voce narrante vanno a comporre la storia stralci del saggio che Ethan sta scrivendo, pagine di diario, verbali di interrogatori, trascrizioni da un pamphlet settecentesco; è il ritmo della musica di cui si parla costantemente, musica jazz o d'avanguardia, hip hop o classica. Ma la scena non è tutta del maestro russo, c'è spazio anche per conoscere meglio Ethan, la sua evoluzione artistica e personale, la sua personale visione della musica e dell'amore. Il romanzo avrebbe già un notevole valore così, ricco com'è di una vicenda avvincente e di una scrittura coinvolgente. Perché mentre leggi ti dimentichi che è tutto inventato, mentre ti verrebbe da cercare su Wikipedia Rafail Dvoinikov per approfondire la conoscenza del compositore, e su Youtube i suoi brani più celebri per ascoltarli. Eh già, perché Claudio Morandini è stato maestro non solo a immaginare una vicenda e a raccontarla bene, ma anche a costruire un'invenzione talmente precisa e dettegliata da sembrare reale. Così alla Storia vera, documentata, si intrecciano la vicenda romanzesca e una dimensione parallela ma assolutamente plausibile andando a comporre, proprio come in uno spartito per orchestra, un'armoniosa sinfonia."

Leggete la recensione completa su http://www.carlacasazza.com/2011/09/rapsodia-su-un-solo-tema-di-claudio.html.

"Il sangue del tiranno": la recensione di Maria Grazia Piemontese su "Libri Consigliati"

Maria Grazia Piemontese, sulla bella rivista online "Libri Consigliati", http://www.libriconsigliati.it, pubblica alcune osservazioni acute (e lusinghiere) sul mio romanzo "Il sangue del tiranno".

"Come la paura," scrive tra l'altro Maria Grazia, "anche la decadenza del potere viene descritta nelle sue manifestazioni fisiche, ad esempio la lentezza esasperante dei gesti, il gonfiore delle membra, la flemma del parlare. Un declino tangibile che non compromette l’influenza del rettore-tiranno. D’altra parte il nome che Morandini gli attribuisce la dice lunga: La Sansa, ovvero la parte più pesante, maleodorante e indigesta di un elemento di per sé ricco come le olive.
L’inaspettata ricomparsa del tiranno scatena reazioni dettate dalla paura, come le ipotesi di complotto per “farlo fuori” spingendolo giù dalle scale, o grazie all’assalto da parte di cani inferociti. A temere il rettore e soffrirne terribilmente, come si è detto, è Calandrone, tanto schiavo del panico da vivere solo per fare fuori il nemico. Accanto al professore fifone c’è il collega Villani che, sebbene consapevole dei rischi derivanti dal ritorno di La Sansa, non approva i piani omicidi di Calandrone, e preferisce sfogare la tensione intessendo relazioni con colleghe e avvenenti studentesse (...).
Morandini costruisce la vicenda nello scenario, fisico e intellettuale, dell’apparato accademico e in primis dei suoi esponenti che, impegnati in improbabili ricerche e furtivi amori, assecondano il rilassamento della disciplina universitaria e assistono tristemente partecipi al conferimento spropositato di lauree honoris causa (...). Tra ansie, paure e sospetti, la scomparsa del rettore La Sansa condurrà a un epilogo inaspettato ma purtroppo aderente alla realtà in cui decine di cervelli in fuga danno lustro alle nazioni d’adozione.
Lo stile di Morandini è molto lineare e la scrittura fresca e immediata concorre a trasmettere la giusta carica di ironia e comicità a una situazione di per sé preoccupante."

Mi raccomando, leggete il resto su http://www.libriconsigliati.it/il-sangue-del-tiranno-claudio-morandini/. Non mi resta che ringraziare Maria Grazia Piemontese, che già aveva pubblicato un'analisi accurata del mio precedente "Rapsodia su un solo tema".

mercoledì 7 settembre 2011

"Dalla nonna": onirismi

Visto che ormai questi capitoli attorno al testo "Dalla nonna" fanno pensare a una sorta di officina del racconto (di quel racconto, se non altro), insisto (e concludo) con questa pagina, che riporta in corsivo alcuni frammenti "onirici" entrati a far parte in un primo tempo del racconto e poi espunti (non a torto, direte).

***

I denti mi ballano nelle chiostre, poi cadono. Per un po’ li mastico credendoli pezzetti di pane secco, e rischio pure di ingoiarli.

La sera, quando ancora non faceva buio, la nonna scioglieva il cignone e lasciava cadere sulle spalle sorprendenti ciocche grigie. Questa metamorfosi me la faceva apparire un’altra persona, una vecchia misteriosa abitatrice di caverne o di boschi. Vestita solo di una lunga vestaglia bianca e ruvida, mi si avvicinava, mi spogliava nudo, mi metteva addosso il pigiamino a gesti decisi, come se fossi stato un neonato o un infermo, e mi ficcava a letto, senza dire una parola – la sua eloquenza si esercitava solo in solitudine. Io rimanevo sotto le coperte, a sudare e a fare scorregge, immobile, all’erta, e la sentivo muoversi nella sua camera, spostare oggetti, ciabattare ancora, spegnere il televisore, uscire dal bagno, parlottare, recitare forse un rosario; sentivo poi il cigolio del suo letto – un letto matrimoniale, dal materasso altissimo e convesso come un dolce troppo lievitato, in cui mi sarebbe piaciuto buttarmi e rotolarmi, di giorno, se non avessi temuto che potesse accorgersene. Poi arrivava il silenzio, poi quel suo respirare oppresso, poi il suo vociare nel sonno. Anch’io aspettavo di addormentarmi. Sapevo per esperienza che le cene a cui mi sottoponevo scatenavano sogni tortuosi da cui mi era difficile svegliarmi – soprattutto se favorivo da subito l’effetto addormentandomi supino, la testa rialzata sul cuscino ispido. Aspettavo. E quei sogni arrivavano, così era la mia impressione, ancor prima che mi addormentassi del tutto.

La nonna mi si è seduta sul ventre, mentre dormivo, e ora mi fissa. È proprio il suo sguardo a scompigliarmi i capelli. La fisso a mia volta.
– Nonna, mi pesi.
– Hai sentito le begonie? – fa lei, con una voce non sua.
– Le begonie?
– C’erano begonie là fuori, ma io non ho mai piantato begonie. Odio le begonie.
Odiava le begonie, ma non le dispiaceva continuare a nominarle, noto.
– Nonna, mi pesi – ripeto.
– Ma va’, che son leggera. Ubaldo me lo diceva sempre.
– Perché non gli stavi seduta sulla pancia!
– E chi te lo dice? – insiste lei, assestandosi con le natiche, che non ricordavo così grosse. – Ma si parlava di begonie.

Talvolta, si arrampicava fino a me, mentre dormivo, uno degli animaletti che la nonna aveva catturato quel giorno, e che poi, approfittando di un momento di distrazione, era sfuggito al controllo della predatrice. Era una chiocciola che mi inumidiva di bava il braccio, risalendo lentissima, verso l’ascella, in cerca di un rifugio in cui farsi dimenticare, mentre di là le sue compagne spurgavano dentro un secchio da cui si sprigionava un inenarrabile tanfo. O una ranocchia tutta occhi o bocca, che giuntami sul naso mi fissava gli occhi con quei suoi occhi imploranti e allucinati – da qualche parte, lo sapevo, recava una ferita, procuratasi strappandosi via dal fil di ferro in cui la nonna infilava ancora vive le rane quando andava a caccia lungo le gore. Che potevo fare? Scivolavo giù dal letto, socchiudevo la finestra, lasciavo cadere la bestiola sperando che non si sfracellasse al suolo, o che la nonna l’indomani non la intercettasse, e magari la riconoscesse, e arrivasse così fino a me.
Quando a svegliarmi era un insetto, un maggiolino rimasto prigioniero della finestra o una vespa, o un maialino di sant’Antonio, non potevo esimermi dal pensare che anch’essi fossero in fuga da una retata della nonna. Che cosa mi diceva che non raccogliesse anche insetti, per farne sughi o composte per l’inverno? A volte, a tavola, mi capitava di masticare pezzetti di cartilagine che avrebbero potuto anche essere ritagli d’elitra o di mandibola, antenne o zampe. La sapienza culinaria della nonna veniva da un’età in cui non ero ancora nato, un’era remota fondata, per quel che ne sapevo, sul bisogno e su un’idea di predazione compatibilissima con il ricorso agli insetti come stuzzichino, in mancanza di animali di più grossi. Prendevo allora quegli animaletti e li allontanavo da me, depositandoli vicino a una parete, dove forse avrebbero individuato una crepa abbastanza grande per la fuga.

Dentro al muro, qualcuno lavora di gomiti e di becco per aprirsi una breccia e uscire. Provo a chiamare la nonna, ma non riesco. Provo ad alzarmi, ma non posso. Vedo uno spigolo di cartilagine uscire dal buco nella parete, e lavorarne i bordi per allargarli. Dentro – ne ho la netta percezione – c’è qualcuno che indossa un cappottone grigio. No, non è un gomito, è proprio un grosso becco a spatola.


***

"Dalla nonna", seppure non nella sua forma definitiva, è rintracciabile in http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf dove, per un vezzo non insensato, è sottotitolato "Appunti per un racconto".

lunedì 5 settembre 2011

"Dalla nonna": un paragrafo inedito

Il racconto "Dalla nonna", che si può leggere su http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf, è cresciuto, nei mesi che vanno da quando ho consegnato il testo alla redazione di "L’école valdôtaine" alla sua pubblicazione. Per esempio, questo breve paragrafo, da situare poco prima della fine, è ancora inedito.

A svegliarmi, la mattina, oltre al ciabattare della nonna, era il puzzo dei suoi sigari. Ne fumava uno ogni mattina, appena levata dal letto, aspirando con golosità. Ignoravo la provenienza di quei sigari che sapevano di stantio, di muffa e di catacomba – solo anni dopo avrei saputo da un cugino, nel corso di una casuale conversazione, che il nonno morendo aveva lasciato in eredità tre casse di sigari, che erano rimasti in cantina. La nonna ne prendeva una manciata alla settimana, li lasciava asciugare alla bell’e meglio sul davanzale, e la mattina ne delibava uno, mentre sbrigava le faccende di casa. Nemmeno il mio arrivo la faceva desistere. Un giorno, chiesi con finta ingenuità che cosa fossero quei sigari.
«Sigari» disse, masticando.
«Sono buoni?»
«Fanno bene ai polmoni» tossì lei.
Di sicuro mia madre non era a conoscenza di quel vizio della nonna. E di sicuro mi avrebbe tenuto con sé, o avrebbe rinunciato alle brevi vacanze con mio padre, se avesse saputo che non solo la nonna mi fumava addosso senza preoccuparsi degli effetti su di me, ma anzi talvolta mi spingeva a tirare qualche boccata, per farmi diventare uomo più in fretta.
«Tira, tira!» mi diceva, mentre paonazzo cercavo di inspirare quel fumo denso e caldo come latte, di un’amarezza insopportabile. «Fuma, fuma, che rafforzi i polmoni! Guarda tua nonna come si mantiene a fumare tutti i giorni! Guarda tua nonna, com’è giovane!»
Con gli occhi colmi di lacrime guardavo la nonna, che per non contraddirsi tratteneva la tosse e sussultava, e la vedevo vecchissima, tutta grinze, sciamannata come le pazze che ogni tanto fuggivano dalla clinica in fondo alla strada, e che infermieri e dottori inseguivano vociando. Quel puzzo mi avrebbe seguito per settimane, avrebbe reso cattivo il mio alito, allucinato il mio sguardo, oscillante il mio equilibrio, torpidi i miei riflessi – ma mia madre avrebbe dato la colpa agli squilibri dell’età, ai pollini, alla noia.

venerdì 2 settembre 2011

Letture: Verne, "La Sfinge dei ghiacci"


Una visita al piccolo museo di Nantes dedicato a Jules Verne ci ha fatti diventare (tornare, nel mio caso) verniani. Leggere oggi alcuni suoi romanzi meno conosciuti (“La Sfinge dei ghiacci”, “Il Castello dei Carpazi”, altri di cui darò conto più avanti) fa entrare a contatto con un modo di intendere il racconto di avventura che non è più il nostro, almeno per due motivi (stilistici, per lo più). Verne elenca dati, enumera, espone, e lo fa ovunque, non solo nelle pagine dedicate all’inquadramento (storico, geografico, biologico, geologico, e via dicendo), ma anche dove non ci aspetteremmo: nei dialoghi, ad esempio, dove non teme di appesantire il flusso di botte e risposte con l’inserzione di robuste dosi di informazioni. E mentre è sempre espositivo e enumerativo, è anche spesso retoricamente esclamativo (lo sono i suoi personaggi, nei dialoghi, ma anche il narratore, anche quando questi non corrisponde ad alcun personaggio).
Bene, questi due aspetti, che incatenano Verne a un tipo di narrativa ottocentesca, non solo di consumo, sono parte essenziale del suo fascino ancora oggi. Curiosamente, l’accumulo perenne di dati non toglie, ma aggiunge mistero - lo fa sentire in modo diverso, secondo quel fenomeno per cui dire tutto, o pretendere di farlo, e dire poco finiscono per equivalersi nel lasciare comunque spazi di indeterminatezza, nicchie di dubbio, parentesi e puntini di sospensione. E la retorica esclamativa, invece di enfatizzare certezze, impone uno sguardo sempre stupito, una sorta di poetica della meraviglia (e del dubbio, e del timore) molto concreta, molto “bambina”.
Parto da “La Sfinge dei ghiacci”, il lungo romanzo in due parti con cui Verne ripercorre il “Gordon Pym” partendo proprio dal finale aperto (apertissimo, minacciosamente spalancato) del romanzo di Poe. Si può dare una continuazione a un romanzo che trae buona parte del suo fascino, oltre che dall’implacabile concatenazione degli eventi verso il peggio e verso il sempre più folle, da quello squarcio finale, dall’apparizione inconclusa di una gigantesca “figura umana dal volto velato” e dalla pelle “del bianco perfetto della neve”? Verne lo fa, impavido, trasformando il manoscritto di Pym in un vero diario, e facendoci credere (a noi, come ai suoi personaggi) che si tratta di una testimonianza attendibile, per quanto assurda e qua e là lacunosa, e non di un’opera d’invenzione di Poe, e mantenendo attorno a questa rivelazione una bella tensione emotiva fino alla fine. Verne ci dà brividi non aggiungendo altro mistero a Pym, ma mostrandoci quanto sia reale l’avventura di Pym (e lo fa appunto accumulando e distribuendo quella messe di dati, di osservazioni, di dettagli di cui si diceva all’inizio).

(Detto tra noi, il caro vecchio Verne sembra riuscire nell’impresa di raccogliere degnamente l’eredità di Poe là dove Lovecraft a mio parere si impantana, ne “Le montagne della follia”, per eccesso di mistero e di mitologia).