giovedì 21 luglio 2011

Visioni: Victor Borge


Su Youtube recupero i video degli spettacoli di Victor Borge, e mi dico che Ethan Prescott avrebbe amato il suo talento comico. Immagino anche che gli avrebbe proposto di interpretare il vecchio Franz Cristoph Graun nella versione teatrale del “Viaggio musicale nel Secolo Ventesimo”, che stava progettando prima di morire nell’ormai famoso incidente aereo, e che nella sua mente stava prendendo forma come una sorta di ibrido molto americano tra melodramma e situation comedy.
Borge, danese naturalizzato statunitense (il vero nome era Victor Børge Rosenbaum), aveva solide basi musicali e le sapeva unire a un talento comico irresistibile – soprattutto negli ultimi anni (è morto nel 2000, dunque Ethan avrebbe potuto davvero farci un pensierino), quando a teatro amava scherzare sulle incertezze, le smemoratezze, gli imbambolamenti della senilità, dopo avere affinato e asciugato la mimica e portato alla perfezione i tempi comici.
Victor Borge sapeva suonare bene il pianoforte, ma amava suonacchiarlo, con pomposa approssimazione sempre ironica. Amava i classici, ma non resisteva alla tentazione di storpiarli, interromperli, cincischiarli, in quel modo particolare che è proprio di chi ama qualcosa e non resiste alla tentazione di rigirare come un calzino l’oggetto del suo amore. Fingeva di confondere il Chiaro di luna di Beethoven con Tanti auguri (anzi, fingeva di confondere molte celebri composizioni con Tanti auguri, e questo moltiplicava le risate); fingeva di accorgersi troppo tardi del fatto che la riduzione per pianoforte del Guglielmo Tell di Rossini era girata sottosopra; come in un cartone animato con Daffy Duck (o in una puntata del Muppet Show, che in effetti Borge ha frequentato), si ostinava sulla Rapsodia ungherese n. 2 di Liszt denudandone l’eloquenza esteriore, il virtuosismo compiaciuto (degli esecutori di Liszt, più che di Liszt stesso, forse).

Qualcosa disturbava sempre le sue esecuzioni: un voltapagine inetto, colpi di sonno improvvisi (durante il Chiaro di luna, naturalmente), un via vai di tecnici, il pianoforte messo nel punto sbagliato, l’ordine sbagliato nelle pagine dello spartito – e soprattutto la necessità di commentare, spiegare, intrattenere il pubblico con postille sempre sbagliate, errori dovuti a senescenza o a simulata ignoranza (con amabile compostezza Borge introduceva i brani citando i celebri compositori Fliszt o M. Ozart). Le sue gag avevano il sapore (e i ritmi, e l’innocenza anche) delle vecchie comiche di Laurel e Hardy: e funzionavano proprio perché il pubblico le aspettava, già pronto a ridere. Era una comicità fondata non sulla sorpresa, ma sull’affetto – e sulla premessa che anche il pubblico conosceva e amava quella musica che Borge sul palco o sugli schermi della NBC affabilmente strapazzava, il che ci intristisce un po’, se pensiamo che oggi nessun grosso pubblico di spettacoli popolari reagirebbe così, perché quella musica, oggi, è cosa per pochi, per pochissimi anzi.
Non era comicità “cattiva”, come quella di Dudley Moore, altro eccellente pianista e comico, le cui parodie musicali, insieme impeccabili e crudeli, facevano sbellicare il pubblico in sala (coltissimo, vista la complicità a quel livello) della BBC negli anni sessanta (ricordo la sua feroce, deliziosa “Little Miss Britten”, in cui i tic compositivi di Britten sono oggetto di una parodia che finisce per essere un apocrifo più britteniano dell’originale).
Me lo vedo allora, Victor Borge, nei panni di Franz Cristoph Graun, con la parrucca in testa, aggirarsi perplesso nel mondo immaginato da Joseph Mathias Mayer, farsi condurre da Aloisio Kleberson e rispondere alle bizzarrie del futuro con quei tempi di reazione sempre un po’ in ritardo, cercare con un breve sguardo la comprensione del pubblico, che intanto si sbellica. Ethan lo avrebbe adorato, davvero.

mercoledì 20 luglio 2011

Da "Letteratitudine": Paolo Terni, "Il respiro della musica"


Leggo “Il respiro della musica” di Paolo Terni (Bompiani 2011). Terni inizia affabilmente con la reminiscenza del primo concerto a cui ha assistito bambino. Indagare il senso della musica, per Terni, è spesso indagare la complessità dell’esperienza dell’ascolto: “La musica, implacabile, respira in noi dalle segrete dei nostri ascolti”.
(Be’, il vero inizio del libro sarebbe costituito da una “Lettera” di Ludovico Einaudi, che però nulla aggiunge e qualcosa toglie alla dimensione musicologica e filosofica dell’opera di Terni. Ma in effetti, lo ammetto, è difficile rendere la straordinaria densità teorica e la pregnanza poetica delle riflessioni di questo piccolo libro.)
La musica, per Terni, è immagine di un mondo “misterioso” (il termine ritorna diverse volte, e sembrerebbe caricarsi di una valenza spirituale, se non mistica – di certo filosofica): è linguaggio, sì, ma enigmatico (“La musica, come sfinge, dipana il suo mito, procede nel mistero del proprio labirinto, elabora enigmi, propone domande senza risposta”). Si intreccia, nel profondo della nostra interiorità, con le mille voci della memoria.
La natura urla con la voce potente della musica (la musica delle sfere, del cosmo, dell’immensamente grande e dell’immensamente piccolo) – una voce che cogliamo in parte, a sprazzi, in rari momenti di epifania, perché essa eccede di troppo la limitata capacità di percezione dei nostri sensi. Terni, con uno stile spesso oracolare, sempre poetico (quante sinestesie per rendere accessibile un concetto!), insiste sul carattere di “rivelazione” che ha l’ascolto della musica, l’intuizione di un ordine e una complessità incommensurabili di cui la musica è voce, riflesso e metafora. La musica si fa nelle sue pagine immensità cosmica ma anche profondità insondabile, cielo e abisso; è insieme modello di struttura, “geometria dinamica di idee platoniche… intrinsecamente imprendibile”, e “imago mundi”, cioè immagine autentica della “fluttuante architettura” dell’universo – ma è anche immane organismo, che vive e “respira” (e attorno a cui si affannano le “chiacchiere insensate” del “pensiero musicale corrente”, incapace di coglierne l’essenza).

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica

Da "Letteratitudine": Jean-François Robin, “Johann Sebastian Bach in disgrazia”


Leggo “Johann Sebastian Bach in disgrazia”, ovvero “La disgrâce de Jean-Sébastien Bach” di Jean-François Robin, che Nottetempo ha pubblicato nel 2007 nella traduzione di Laura Barile. A colpirmi è la levità della narrazione, ottenuta grazie al ricorso alla pacata voce narrante del giovane Lucas Traum; Traum, militare non ignaro di musica, è incaricato di fare la guardia a un Bach trentenne, imprigionato (dapprima senza strumenti, poi in compagnia di una spinetta) in una stanza del castello di Weimar dal Principe di Sassonia-Weimar, che non vuole concedere al musicista di trasferirsi presso la Corte di Köthen.
Di Bach è resa bene la vitalità inarrestabile: all’epoca è un giovane fisicamente imponente, dotato di energia e resistenza non comuni, amante del fumo della pipa, del buon cibo e del bere, e innamoratissimo della moglie Maria Barbara, da cui è tenuto separato ma che riuscirà a incontrare. In tutto questo, nelle gioie del palato come nel fascino femminile, Bach vede dolci doni di Dio, da delibare con moderazione, sì, certo non da rifiutare. Anche la musica rientra in questa visione appassionata, vorace, della vita: ogni nota è scritta a maggior gloria di Dio, di cui solo la musica può esaltare la grandezza e la misericordia. Bach compone inarrestabile, dopo aver disegnato prima una pedaliera d’organo sul pavimento della nuda stanza in cui è stato rinchiuso, poi una tastiera su un vecchio tavolo. Non c’è bisogno di uno strumento vero, quando c’è la voce umana a cantare (in quel periodo Bach compone i corali del “Piccolo libro d’organo”, ma anche Cantate sacre e profane). E non c’è bisogno di ascoltare la musica, quando le pagine fittamente riempite di grappoli di note risuonano alla sola lettura. Passione e pazienza (artigianale dedizione, pratica continua) sono i due princìpi a cui Bach si attiene.
Ai figli ancora piccoli Bach pensa con commozione: ne farà dei musicisti, perché il musicista, nella sua visione (in quella di Robin, se non altro), è un uomo davvero libero, non un cortigiano, né un soldato. Il musicista, dice Bach, ha solo Dio come autorità superiore. E qui si torna a uno dei temi che questo forum di "Letteratitudine" ha trattato spesso, il rapporto tra espressione e potere, tra arte e autorità. Bach prigioniero non si umilia, non si abbassa: quanto più gli si consiglia prudenza e sottomissione, tanto più egli si intestardisce, programma il suo futuro di musicista libero (libero cioè, visto il contesto storico, di scegliersi il signore che più gli aggrada, quello che più mostra di apprezzarlo).

Altro tema che ritorna, almeno da “Amadeus” in su (no, mi correggo: da “Mozart e Salieri” di Puškin in su, visto che tutto della leggenda salieriana nasce tra i versi di quella “piccola tragedia”), e che ritrovo in “Johann Sebastian Bach in disgrazia” di Jean-François Robin, è il confronto tra la grandezza del genio (Bach, in questo caso) e la mediocrità senza speranza (qui il giovane Drese, rimasto musicista di corte, o meglio Kapellmeister, a seguito appunto della reclusione di Bach). Ma più che la mediocrità di Drese, spiccano la meschinità e la sordità del Principe, che cocciutamente rifiuta la musica di Bach, anzi la mette al bando, e condanna il musicista a una sorta di damnatio memoriae presso la corte. Bach ha osato comportarsi da uomo libero, cioè da professionista della musica, rifiutando di adattarsi al rango di servo.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica

domenica 17 luglio 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione di Claudio Baroni

Sabato 16 luglio, sul Giornale di Brescia, il vice direttore Claudio Baroni ha dedicato al mio "Il sangue del tiranno" una bella recensione dal titolo "Decadenze accademiche da espiare versando il «sangue del tiranno»".

Il tiranno è lui, il vecchio rettore La Sansa, che dopo lunghi mesi di malattia, proprio quando tutti si aspettano che finalmente lasci, torna al suo posto, al vertice di un'anonima università di recente costituzione. L'intero corpo docente va nel panico: la professoressa Marecchia Forbis, che sperava di veder confermata la sua reggenza; e il prof. Calandrone, che teme il vecchio rettore più della peste e non vorrebbe finire come Cravetto, costretto a lasciare la cattedra e a ritirarsi in campagna tra verdure e cani randagi. Calandrone arriva addirittura a pensare di organizzare un agguato al vecchio tiranno, di assoldare un killer...
Eppure, un tempo, Calandrone era un intellettuale brillante, un docente che avrebbe potuto mirare a ben altro che non a quell'ateneo di provincia. Questa università pretenziosa mostra anche nelle strutture usurate il suo volto vero: voluta dai «grandi progetti» dei politici e della Regione in tempi di spesa pubblica ridondante, ora langue tra un'emorragia lenta di iscritti e un'accidiosa depressione di docenti. Il vecchio rettore, più abile a muoversi nel sottobosco politico che tra le eccellenze accademiche, ha modellato l'ateneo a sua immagine e somiglianza e ora trascina nella sua decadenza l'intero sistema. Bisogna liberarsene, dice Calandrone, cercando solidarietà fra i colleghi e complicità in Martino Villani, l'io narrante di questa storia, emblema dei nuovi cattedrattici, troppo deboli per essere «baroni», troppo cinici per sottrarsi al sistema, più abili nel conquistare le grazie di qualche accondiscendente borsista che distinguersi per reali meriti scientifici.
Una mattina il vecchio rettore viene trovato nel suo studio, in fin di vita. Qualcuno l'ha aggredito. E l'inchiesta dell'ispettore Maderna mette in luce debolezze e meschinità di un sistema alla fine: i tagli ministeriali piombano su una struttura già consunta.
Claudio Morandini con questo «finto» giallo dà una descrizione impietosa della situazione universitaria italiana, la colloca nella dimensione teatrale dell'assurdo, ma ne coglie un nucleo di verità che dovrebbe inquietare.

Claudio Baroni
http://www.giornaledibrescia.it/pagine-settimanali/libri/decadenze-accademiche-da-espiare-versando-il-sangue-del-tiranno-1.820289

giovedì 14 luglio 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione di Giovanna Repetto

Su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1058, Giovanna Repetto legge oggi con acutezza "Il sangue del tiranno" (ne approfitto per ringraziarla). Nella sua recensione si legge tra l'altro:

Il registro dell’ironia e dell’assurdo è il più adatto a trattare il tema, e purtroppo anche il più realistico. E’ la nostra quotidianità: la strategia dello sfascio tenacemente perseguita in Italia in questi sciagurati anni. E’ questo il vero delitto di cui si parla. D’accordo, c’è un’aggressione , c’è del sangue, e c’è notizia di altre persone misteriosamente assassinate. C’è perfino un poliziotto che diligentemente indaga. Ma i veri assassini sono altrove, e il vero delitto non è il singolo gesto violento, ma una prassi, non meno violenta, capillarmente diffusa.
Così questa storia, i cui personaggi sono nello stesso tempo tipici e unici, si fa leggere come un apologo senza perdere la sua valenza narrativa.
Il tiranno di cui si tratta è un vecchio rettore, malato e inetto, ma deciso a non abbandonare la poltrona. Personaggio emblematico, intorno al quale ruotano i docenti dell’ateneo, ormai ridotti a figure caricaturali, perché se è vero che il sonno della ragione genera mostri, è anche vero che il sonno delle istituzioni genera una massa di frustrati e malati di mente.
Ognuno ha cercato una sua personale via di fuga: c’è il “cincinnato” che si è ritirato in campagna ad accudire cani randagi, c’è la bigotta che difende i crocifissi, c’è il professore che se la spassa con le giovani allieve, e c’è quello che si dedica in modo maniacale a ideare piani per l’eliminazione fisica del rettore.
(...)
La scrittura è brillante, veloce, come il testo di una commedia, e infatti se si volesse farne una rappresentazione non ci sarebbe molto da cambiare. Tanto più che a un certo punto Morandini esce dallo schema del romanzo per entrare nel teatro dell’assurdo, e in questo salto si racchiude, a seconda dei punti di vista, la genialità e il limite di questo libro.

Cercate e leggete il resto su http://www.paradisodegliorchi.com.

giovedì 7 luglio 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione di Angelo Ricci

Angelo Ricci sul suo blog http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com (en passant, uno dei migliori blog letterari) pubblica oggi una sua personale e pertinentissima lettura del mio "Il sangue del tiranno". Ne riprendo l'essenziale, e ne approfitto per ringraziare Angelo e per consigliare il suo romanzo "Notte di nebbia in pianura" (Manni).

Quando si leggono le opere di Morandini non ci si deve semplicemente fermare al dispiegarsi dell'intreccio. Molte sono le metaletture e tanti gli elementi sottotraccia che questo Autore riesce sapientemente a celare sotto la superficie delle sue storie. E Il sangue del tiranno non fa eccezione. Il noir, la suspense, il mistero, presenti in questo romanzo, sono, per Morandini, dei pretesti, degli strumenti, quasi degli escamotages per mezzo dei quali far passare un messaggio più profondo. Strutture architettoniche apparentemente indistruttibili che nascondono un lento e inesorabile collasso degli elementi. Corridoi e uffici che lasciano trasparire, nel loro irrimediabile decadimento, l’avvento terribile di una inevitabile desertificazione. Desertificazione che, a partire dagli elementi, dalle strutture, si estende, come una metastasi, fino alle anime. Docenti e ricercatori universitari preda delle meschinità più oscure. Studenti che vagano come spettri svuotati, spinti dal nulla o, nel migliore dei casi, dalla violenza gratuita. Uomini politici che rappresentano un'Italietta senza rimedio. In una università di provincia che, come una cattedrale costruita nel deserto, si staglia al di sopra di una cittadina dalla quale non proviene nessuna voce, nessuna vitalità. (...) Claudio Morandini ha saputo descrivere un universo dickiano, un universo che collassa e cade a pezzi. Un universo che si staglia come paradigma ammonitore di una preoccupante deriva sociale. Speriamo rimanga almeno qualcuno in grado di poter lanciare l'ubikiano grido d'allarme: “Io sono vivo, voi siete morti".

Angelo Ricci, http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2011/07/il-sangue-del-tiranno-di-claudio.html