venerdì 27 maggio 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 6: attriti

“Il sangue del tiranno”, in fondo, è il risultato (fertile, mi sembra) di un attrito tra due esigenze diverse (non dico opposte, perché non lo sono davvero): da una parte la linea della collana “Inchiostro rosso” (che è anche alla base dell’intera casa editrice), l’idea cioè di una narrativa di denuncia forte ed esplicita, la rivendicazione da parte della letteratura di genere del pieno diritto di analizzare le storture del reale di più e meglio di, che so, un saggio; dall’altra, la mia idea di una letteratura (una narrativa) che allude, sfuma, divaga, pian piano costruisce una realtà altra, mica si butta a scavare nella cronaca, anzi se ne tiene lontana se può. Ecco, il mio romanzo sembra vivere di questo attrito, nel senso che ci sento respirare sia lo spirito combattivo della collana (e del genere) sia una mia riluttanza a combattere. Forse è per questo che, nonostante tutta la mia buona volontà di adeguarmi, ne è venuto fuori un noir sì, ma “atipico”, “eccentrico”, “stravagante”, come è stato definito dai primi lettori. Riconoscibile come appartenente al genere ma allo stesso tempo ansioso di starne fuori almeno con un piede (ecco dove sta la “fertilità” di quell’attrito di cui parlavo poco fa). Si può denunciare una stortura (sociale, politica) e allo stesso tempo non rinunciare all’allusione, a un certo margine di ambiguità, a un approccio indiretto, di sbieco? Si può (be’, credo di esserci riuscito) grazie alla coloritura ironica e al ricorso al registro grottesco. La denuncia c’è (ed è sincera) ma allo stesso tempo sembra non esserci. L’indignazione appare, ma il muso lungo o l’urlo si stemperano in un sorrisetto costante, in un sogghigno che non risparmia niente, nemmeno l’indignazione, nemmeno la fiducia nella possibilità di agire nella realtà attraverso la scrittura narrativa. I riferimenti espliciti ci sono, disseminati lungo tutto il romanzo, ma in realtà dissimulano, mescolano i dati, spostano l’esattezza del dato verso un’altra direzione (di poco, di quel tanto che basta).

giovedì 26 maggio 2011

"Il sangue del tiranno": la lettura di Giulio Cappa

Quello che segue è il testo che accompagna il servizio televisivo di Giulio Cappa andato in onda stamattina su RAI Tre a Buongiorno Regione e previsto in serata al TG Regione Valle d'Aosta. Come sempre, la lettura di Giulio è acuta e arguta.

"Il sangue del tiranno" è ambientato in una cittadina di provincia, dentro e intorno alla sua gigantesca inutile università sorta dalla riconversione di una struttura in passato adibita ad altri scopi. Inutile perché frequentata da pochissimi studenti per la cui attenzione concorrono disperatamente docenti frustrati e logorati da carriere difficili e precarie. Il tiranno è il vecchio temuto rettore che i sottoposti speravano definitivamente a riposo e che invece ritorna a farli tremare con gesti e silenzi forse minacciosi. Non vorremmo rovinare al lettore il piacere di scoprire da sé la spiegazione del fatto letteralmente di sangue che dà il titolo al racconto. Basti dire che "Il sangue del tiranno" è pubblicato dall'editore Agenzia X di Milano nella collana noir "Inchiostro rosso" orientata a presentare indagini mosse più da un'idea di giustizia sociale che dall'esigenza di ristabilire un ordine turbato. Claudio Morandini impiega qui la sua scrittura misurata ed efficace a tessere un racconto giallo-nero in cui, com'è sua consuetudine, tutti i personaggi sono visti dalla parte delle loro debolezze. Umorismo quindi, ma anche mistero da svelare, e, ancora, perché no, una punta di indignazione civile - si chiamavano una volta sassolini nella scarpa: uno riguarda, lo abbiamo visto, le cattedrali - pardon - le università - nel deserto; l'altro il sistema nostrano di trasmissione del sapere, caratterizzato anche ai suoi più alti livelli da camarille, tirannie, cooptazioni, cognatismi.

mercoledì 18 maggio 2011

Sconfinamenti

Mi chiedo talvolta che cosa significhi essere “di frontiera”. Me lo chiedo perché vivo in Valle d’Aosta, una regione di confine in cui, almeno a parole, di questo essere di confine si mena vanto. Ora, nella difesa della marginalità che la cultura ufficiale delle mie parti porta avanti, mi pare di cogliere i sintomi di un arroccamento sulla difensiva, più che la volontà di un’apertura verso l’esterno – o gli esterni. Quanto si sta bene, quassù, intravedo tra le righe; quanto si sta bene con le finestre chiuse, lontano dalle correnti d’aria; quanto si sta bene a guardarsi non attorno, ma alle spalle, all’indietro, con nostalgia per il bel tempo andato. Quanto è rassicurante (qui penso invece a chi tra noi scrive senza sentire il bisogno di misurarsi con realtà più vaste, nazionali o sovranazionali) rimanere tra amici e parenti, tra facce conosciute, tra gente che ti porta in palmo di mano, e ti fa sentire bene, ti coccola, ti fa sentire importante. Siamo pochi, ma che importa? sembrano dirsi. Piccolo è bello (e qui si scivola verso i luoghi comuni, scusate).
Questa marginalità, rassicurante, affettuosa, protettiva, sa più del rifugio in un cantuccio del più chiuso provincialismo, e non ha nulla del confine che porta verso l’altro, verso il nuovo. È una marginalità angusta che non ama le sorprese, non ama le novità. Conservatrice per natura, detesta essere messa in discussione.
Un’altra idea di “frontiera” mi viene in mente, e condivido. Potrebbe essere riassunta nella parola “sconfinamento”, che esprime un’inquietudine, un sentirsi sempre un po’ a disagio, un desiderio di muoversi e di curiosare. Una letteratura di sconfinamento (perché soprattutto di letteratura stavo parlando, in effetti) allunga lo sguardo, e sale in alto per guardare più lontano; là dove non riesce ad arrivare con lo sguardo, lavora di immaginazione; oppure piglia e parte; tradisce sempre un certo grado di insoddisfazione, si nutre di scontentezza. Una volta di là (dal confine) vorrebbe tornare indietro, a vedere se non si sia persa qualcosa, o spinge in una terza direzione, o in una quarta. Esprime un sentimento di inappartenenza (a un solo luogo), ma allo stesso tempo si trova un po’ a disagio con la visione ottimistica del cosmopolitismo. È alla ricerca, è in continua migrazione. Dei muri non cerca gli angoli protettivi, ma cerca passaggi. Rischia, d’accordo, ma sconfinare è sempre un rischio.
(Ho trovato una conferma, anche lessicale, nella linea editoriale di una eccellente casa editrice “di confine”, la Zandonai di Rovereto, che nella sua “mission” – pardon – si dice “animata dall’idea di sconfinamento e attenta a coniugare culture e discipline differenti”. Zandonai è spinta all’esplorazione – eccola, un’altra parola che mi è cara – e all’intreccio di saperi e di spazi in “nuove mappe interpretative” che diano conto della “complessità” – di nuovo, ci siamo – del mondo e dei flussi della storia. Ma potrei trovare lo stesso atteggiamento nel catalogo splendido di un editore come il ticinese Casagrande.)

martedì 17 maggio 2011

"Il sangue del tiranno": letture, 2

Matteo Di Giulio, il curatore della collana "Inchiostro rosso", mi fa avere le impressioni di una lettrice de "Il sangue del tiranno", Bettina:
"L'ho letto. La seconda parte due volte.
Lentamente, attraverso la quotidianità di un ateneo in declino - a tratti anche noiosa -, mi sono ritrovata con grande stupore invischiata in un marciume nero, di quelli che più ti dibatti per uscirne fuori e più ci rimani dentro, di quelli che non lasciano scampo.
Calandrone, mi affascina, coi suoi tic, le sue debolezze, ma con una vena geniale che me lo fa amare. Bravo davvero Morandini! Mi è piaciuto tanto.
La copertina: ho immaginato, senza leggere il romanzo, che l'uomo nella copertina di Rosenzweig fosse il tiranno, mi stava un po' sulle scatole; ora ci vedo uno sprovveduto pronto per essere inghiottito nell'assassinio pianificato della cultura e provo solo pena."
Ringrazio a mia volta Bettina della sua bella lettura.

"Il sangue del tiranno": letture

Primi riscontri su “Il sangue del tiranno”.
“Un’università di provincia nata con grandi ambizioni e mai decollata e un rettore tirannico pronto a sopprimere ogni forma di scontro tra studenti e professori. Sono questi alcuni degli ingredienti che danno vita all’ultimo romanzo di Claudio Morandini” si riassume in http://www.corriereuniv.it.
Alessandra Buccheri scrive nel suo http://angolonero.blogosfere.it: “Sotto le mentite spoglie del noir, si parla dello scempio perpetrato ai danni delle Università italiane, un tempo rinomate nel mondo per l'alta qualità dei laureati e adesso ridotte ai minimi termini.”
Mi è particolarmente caro ciò che scrive Barbara Baraldi nel suo blog http://hotmag.me/barbariche: “Ancora una volta Claudio Morandini mi ha sorpreso. Il suo ultimo romanzo, Il sangue del tiranno, uscito per i tipi di Agenzia X, è un noir stravagante tra l’ironico e il grottesco, ma anche una fotografia spietata della realtà universitaria italiana. La voce narrante è quella di un professore con il vizio di farsi storie con colleghe e studentesse: “io mi tolgo la malinconia così”, si giustifica Martino Villani. Ci sono accademici depressi che passano il tempo e reprimono le frustrazioni giocando a Slay the Tyrant, un vecchio videogioco in cui si deve far fuori, nel modo più sanguinolento possibile, il tiranno di turno. Ma poi succede che il tiranno vero, ovvero il vecchio e malato rettore La Sansa, viene aggredito, picchiato e pugnalato per davvero. Come se non bastasse viene utilizzato anche un cane che ha imparato ad apprezzare il sangue umano per ridurlo in fin di vita. E così assistiamo all’indagine dell’ispettore Maderna che punta subito su Calandrone, un professore un tempo sognatore reso cinico dalle brutture del sistema scolastico e “casualmente” scomparso dopo l’aggressione al rettore. Lo stile di Morandini è impeccabile, e ti porta lentamente verso l’epilogo. Ma torniamo al professor Calandrone: sarà davvero lui il colpevole? Lo scoprirete solo leggendo.”

domenica 8 maggio 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Il Paradiso degli Orchi", 2

L'intervista che mi ha fatto Giovanna Repetto per "Il Paradiso degli orchi" è così bella che ne voglio ricopiare un altro po'. La consersazione integrale si trova su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chiave=167.

C’è un rapporto fra il tuo modo di sentire la musica e la tua creatività letteraria?
Rifletto spesso sul senso che ha la musica per me, o sul mio approccio alla musica. Essenzialmente la “sento” come una struttura, come un complesso sistema di relazioni e di contrasti, come un’articolazione di rimandi interni ed esterni, come una sintesi tra controllo e caso. Tendo a sentire allo stesso modo anche un’opera letteraria; o meglio, quando scrivo tendo a organizzarmi seguendo un’idea di sviluppo che potrebbe assomigliare a quella di una composizione. Se non altro, mi piace pensarlo.

Nella mia ingenua ricerca su Dvoinikov ho seguito tracce che mi hanno riportata a te. Ho trovato addirittura un commento a una sonata di Dvoinikov, tratto dalle carte inedite di Prescott. Mi sembra che per te sia diventato una specie di gioco.
Mi sono affezionato a Dvoinikov e alla sua musica immaginaria, e soprattutto a Prescott e al suo sguardo analitico e insieme ammirato sulle composizioni del vecchio russo. Così ho cominciato a disseminare qua e là sul web pagine che non erano entrate nel romanzo per motivi di equilibrio e di spazio, o che mi sono venute in seguito. Detto tra noi, mi piacerebbe farlo ancora, ho pronte altre due o tre paginette su composizioni immaginarie. È un gioco, sì, in cui alimento l’equivoco sull’esistenza di Prescott e Dvoinikov attribuendo al primo pagine che sono mie. La mia voce e quella di Prescott in fondo si assomigliano molto. E la natura frammentaria e incompiuta del romanzo si presta a questo tipo di proliferazione.

E il personaggio di Galavamov? Certamente Dvoinikov e Galavamov sono due prototipi, ma potrebbero corrispondere a persone precise su cui ti sei documentato.
Ti dirò, nell’immaginare Galavamov mi sono mosso con un’irresponsabile libertà. All’inizio avevo in mente soltanto una figura di cattivo, un persecutore cocciuto e mediocre. Le storie, è banale dirlo, hanno bisogno di cattivi. La particolare ambientazione storica mi ha spinto a far vestire a Galavamov i panni del burocrate, e ne ho fatto il capo di una di quelle commissioni che affliggono con i loro diktat gli artisti in ogni regime da sempre. Man mano che andavo avanti nell’immaginarlo, e nel dotarlo di una biografia, mi sono reso conto che ne stavo facendo una specie di “doppio” malvagio, al centro di un gioco di specchi che duplicava quella che era stata la storia dell’Unione Sovietica. La sua Commissione dei Musicisti è un doppio immaginario della vera Unione dei Compositori. Lui stesso è un duplicato (e insieme una caricatura) di figure come Zhdanov e Khrennikov – di quest’ultimo soprattutto, con la differenza che Khrennikov era un compositore non spregevole, mentre Galavamov è proprio dozzinale, se non peggio. Proprio per questi motivi, qualcuno mi ha fatto notare che Galavamov è una figura di persecutore a modo suo “gotica”.

Anche i verbali degli interrogatori hanno l’aria di documenti veri.
Li ho scritti di getto, basandomi su reminiscenze di quanto avevo letto molti anni fa. Sono state le pagine più facili di tutto il romanzo. Galavamov in fondo era già lì, pronto, rappresentava tutto quello che mi spaventa di più in una persona che ha del potere. Mettermi nei suoi panni e scoprire quanto sia facile infierire su un innocente, quanto sia facile e anche divertente accanirsi nell’esercitare un potere coercitivo anche in assenza di reali motivazioni, mi ha inquietato. D’altra parte la storia, quella vera, da sempre è prodiga di esempi di questa tenace dedizione alla crudeltà. Solo con le stesure successive ho integrato i miei interrogatori con dettagli desunti da testimonianze vere, come le lettere di Shostakovich o gli scritti del pianista Heinrich Neuhaus. Ma non ho dovuto cambiare gran che: sia perché mi interessava mantenere una colorazione grottesca, tra farsa e tragedia imminente, sia perché gli interrogatori sono davvero più o meno così, se non peggio.

mercoledì 4 maggio 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Il Paradiso degli Orchi"

Su "Il Paradiso degli Orchi", http://www.paradisodegliorchi.com, Giovanna Repetto, a conclusione della eccellente recensione di cui ho appena parlato, mi ha voluto intervistare. Ne è nata una conversazione a distanza particolarmente piacevole, che inizia così:

Cominciamo dunque con la domanda più assillante: è mai esistito un musicista a nome Dvoinikov, o comunque un personaggio reale nascosto dietro quel nome?
Rafail Dvoinikov non è mai esistito. La sua è una biografia immaginaria, come immaginari sono tutti gli altri personaggi maggiori del romanzo, da Prescott a Galavamov a Klyuev… Le vere personalità storiche rimangono defilate, sono citate qua e là, magari nelle note a piè di pagina, ma non entrano mai da personaggi nel romanzo.

E io che l’ho perfino cercato su internet…
Se qualche lettore ha pensato a Dvoinikov come a una figura reale e ha cercato informazioni su di lui, e magari le sue musiche, non può che farmi piacere. Vuol dire che il personaggio è vivo, è verosimile. Anche a me piacerebbe ascoltare le sue composizioni – mi accontento di quelle dei compositori a cui mi sono rifatto.

Qualche esempio?
Innanzitutto Shostakovich e la scuola che si è formata attorno a lui, in particolare Galina Ustvolskaya (il suo “Concerto per pianoforte, archi e timpani” del 1947 avrebbe potuto essere opera di Dvoinikov, e la sua vita nell’isolamento fino a una tardiva riscoperta sembra proprio quella del mio personaggio). Citerei ancora l’ultimo Stravinsky, quello che si accosta un po’ legnosamente alla serialità. E poi tutti quei minori e minimi del Novecento sovietico che si sono barcamenati tra esigenze celebrative e prudente espressione di uno stile personale: Dvoinikov (che in fondo per sua natura è un minore, nonostante Prescott cerchi di dimostrare il contrario) è tutto lì, in quelle tirate retoriche in cui talvolta, quasi per caso, esplode l’imprevisto, sfuggono nuclei di irriducibile personalità.

L'intervista completa a cura di Giovanna Repetto, che ringrazio ancora una volta, si può leggere in http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chiave=167.

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di Giovanna Repetto

Giovanna Repetto pubblica sulla rivista letteraria online "Il Paradiso degli Orchi", una delle migliori e più libere del web, un lusinghiero articolo sul mio "Rapsodia su un solo tema".
Così inizia la recensione: "La caratteristica più impressionante di questo romanzo è la verosimiglianza. La scrittura efficace ma discreta (proprio come l’eleganza vera, che quando c’è non si fa notare) funziona come un vetro pulito, la cui trasparenza lascia credere che non vi siano barriere fra lo spettatore e la scena. Finisce che il lettore si strugge nello sforzo di discernere il vero dall’invenzione, perché se sulla copertina c’è scritto romanzo, c’è anche il sottotitolo Colloqui con Rafail Dvoinikov, che fa comunque pensare a un riferimento preciso. E’ dunque la storia romanzata di un musicista vero? O la storia vera, perché emblematica, di un personaggio inventato?"
Dopo un'attenta sintesi di caratteri e trama, Giovanna passa alle "note": "Direi che la forza di questo libro sono le note, e lo dico nel doppio senso della parola. Le note che l’intervistatore Prescott mette al margine dei suoi appunti e del suo diario ravvivano continuamente il testo con commenti estemporanei, tecnici o attinenti alla sfera privata, conferendo un senso di immediatezza, di sincerità a volte irriverente, e comunque dando veridicità a quella dimensione transitoria che ci si aspetta da appunti elaborati in corso d’opera. Mi viene in mente che se Morandini fosse un pittore sarebbe forse un esperto nel trompe-l’oeil".
Quanto alle altre note, quelle musicali, Giovanna Repetto scrive che "Morandini ha una rara capacità di descrivere (o forse bisognerebbe dire riprodurre) la musica con le parole".
"Davvero questo libro," conclude Giovanna Repetto, "giustamente paragonato a una matrioska, è una specie di scrigno delle meraviglie, da cui vengono fuori storie e frammenti di storie, fra cui perfino un racconto di fantascienza scritto da un musicista del Settecento (...) Alla fine, dopo un’appagante lettura, restano due impulsi urgenti da soddisfare: cercare a qualunque costo notizie di Dvoinikov, per sapere se esiste, e subito dopo, fallita la ricerca, domandarlo direttamente all’Autore".

Il mio invito, naturalmente, è di leggere per intero l'ottima recensione in
http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1013, e di tenere d'occhio questa eccellente rivista.

domenica 1 maggio 2011

Sintonie: intervista a Marta Raviglia

Su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/ sono apparse oggi le risposte di Marta Raviglia alla mie domande. Il tema generale, naturalmente, è il rapporto tra parola e suono, tra letteratura e musica. Trascrivo qui le belle riflessioni di Marta, e ne approfitto per ringraziarla.


A te che sei musicista, cantante, che componi, voglio chiedere qual è il tuo rapporto con la parola. O meglio:
da autrice di song, che cosa cerchi nella parola? Nei tuoi progetti più sperimentali (“Vocione” con Tony Cattano, “Morfeo” con Manuel Attanasio, ma anche certi momenti più “aperti” del trio con Brunod e Balducci), spesso la tua voce parte libera, esplora le potenzialità dei suoni senza ancorarsi a un testo di cui sembra non avere più bisogno…

MARTA Sono affascinata dalle parole, dal loro suono e dai significati che veicolano, ma non ne sono schiava. Non sono mai stata una cacciatrice di parole e da esse, se ho la fortuna di imbattermici, non voglio nulla in cambio. Amo raccontare storie e ogni volta, a seconda delle circostanze, lo faccio in modo diverso: con i testi irregolari delle mie canzoni strampalate, con tutte le possibilità espressive dello strumento voce (canto, respiro, verso, rumore), con declamazioni pompose (ultimamente Omero, San Juan de la Cruz e un manuale sui fiori di Bach mi sono di grande aiuto a tal fine), oppure abbandonandomi al fluire-defluire-rifluire della coscienza, pratica che mi mette a stretto contatto col mio io più profondo e che spesso genera, con mia grande sorpresa, racconti di senso compiuto in lingua italiana e, più raramente, inglese. Dunque, non cerco la parola ma tutte le volte che la incontro, l’accolgo a braccia aperte: oltre la voce e il movimento, è per me un canale espressivo privilegiato, ma certamente non è l’unico.

Che cosa può dare la parola letteraria alla musica? A che cosa deve rinunciare la musica che si adatta alla parola? In questo senso il jazz vocale presenta delle differenze rispetto alla musica cosiddetta colta?
MARTA La parola letteraria costituisce un grande arricchimento per la musica che trae da essa nutrimento. Adattandosi alla parola, la musica rinuncia all’imprevisto che, però, può essere reintegrato nella composizione in altre forme e modalità. Nel jazz vocale e, più in generale, nella pratica improvvisativa, a differenza che nella musica colta in cui vi sono maggiori vincoli, il cantante è libero di gestire il testo e di trasformarlo, adattandolo alle esigenze del momento, fondando, dunque, quella che definirei un’estetica dell’imprevisto e dell’imprevedibile.

In musica, come in letteratura, vige una certa tendenza a etichettare, a incasellare in generi e tendenze. Tu, che come musicista sei incline non tanto all’eclettismo quanto a un’apertura curiosa e sperimentale verso molte direzioni, come vivi questo etichettare?
MARTA Le etichette vorrebbero facilitare e velocizzare la fruizione dell’opera d’arte, ma le vie dell’arte sono infinite e, soprattutto, rispondono a modalità di percezione, interiorizzazione e comprensione del tutto legate all’esperienza e al carattere del fruitore: per questo, ritengo che etichettare, qualcosa o qualcuno, non abbia utilità alcuna. In questo senso, mi trovo d’accordo con Miles Davis per il quale la musica era buona o cattiva e credo che lo stesso si possa dire della letteratura: tutto dipende dall’onestà del creatore e dalla forza del suo desiderio di espressione.

Ritorna talvolta in questo forum (almeno, ritorna nei miei interventi) l’idea che l’atto creativo, sia in letteratura sia in musica, sia fondato su un equilibrio tra “caso” e “controllo”, o almeno su un’oscillazione tra questi due poli. Ti ci riconosci?
Profondamente. Spesso l’ispirazione sopraggiunge nei momenti e nei luoghi più impensati (solitamente mentre aspetto). Ho sempre un taccuino con me sul quale annoto versi, melodie, combinazioni di accordi. Alle volte passano mesi interi prima che questo materiale trovi un suo impiego e venga raffinato, ma questa lentezza nell’elaborazione del momento creativo mi permette di approcciarlo con maggiore distacco, come se non fossi stata io a produrlo: solo in questo modo posso stabilire il suo effettivo valore.

Che cosa ami leggere? E che cosa non ti piace?
Sono una lettrice accanita e morbosa e amo confrontarmi sia con la poesia che con testi in prosa (romanzi, saggi, ecc.). Nonostante ciò, non riesco a leggere tutto. Come nella musica e nelle altre arti, infatti, anche nella letteratura ho bisogno di opere che mi scuotano dal di dentro. Sono felice quando, dopo una lettura, sento che qualcosa in me è cambiato o diviene consapevole della necessità di un cambiamento.

Che cosa pensi della letteratura che racconta la musica o si ispira alla musica?
Credo ci sia un legame profondo e indissolubile tra letteratura e musica. La parola è musica. Un poeta e un narratore sono padroni del tempo e del ritmo proprio come i musicisti. Personalmente per capire il valore di un testo, ho bisogno di leggerne interi passaggi a voce alta: questo mi rende consapevole dei rapporti tra le parole, del loro movimento interno e della loro proiezione verso l’esterno. Credo, quindi, che la letteratura raccontando la musica, o ispirandosi ad essa, rifletta sulla sua natura, sui meccanismi che la regolano e così divenga arte plastica. In quest’ottica suono, parola, gesto e colore tornano ad essere un’entità unica e inscindibile e, proprio come nel teatro greco, costituiscono il fondamento dell’arte totale.

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di su "Kathodik"

Da qualche giorno su una pagina della rivista online "Kathodik" (http://www.kathodik.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3940), dedicata in particolare alla musica di ricerca, appare una interessante recensione (non priva di appunti critici) del mio "Rapsodia su un solo tema" scritta da Alessandro Colò. Da ciò che ha scritto Colò traggo alcuni stralci.

"Bisogna riconoscerlo, raramente ci si imbatte in romanzi di scrittori italiani dal respiro così internazionale" esordisce il recensore. L'autore ha quindi il merito di rischiare molto, puntando sulla scelta di suddividere la storia in molti stili narrativi diversi alla stregua di sequenze cinematografiche d'avanguardia. Scorrono davanti agli occhi i fotogrammi concatenati della vita e delle opere di Rafail Dvoinikov e del suo giovane intervistatore Ethan Prescott; il primo, geniale compositore russo perseguitato dalla cupa mediocrità del regime, che racconta il suo passato; il secondo, dotto insegnante americano anch'egli compositore, con il sogno di poter ascoltare e palesare al mondo le gesta del suo "Maestro ideale". Sullo sfondo di queste due figure di spicco ruotano altri pochi e azzeccati attori non protagonisti come il perfido Galavamov, gerarca vendicativo privo di talento con il potere di vita o di morte sugli artisti del panorama musicale russo, Carl, geloso e scrupoloso compagno del professor Prescott alle prese con i primi segni del decadimento fisico, e Polina, eterea e imperscrutabile giovane traduttrice e assistente del Maestro russo che meriterebbe di continuare la propria esistenza in un romanzo a sé."
E più avanti: "I melomani saranno certamente rapiti da quest'opera densa di citazioni da collezionisti di musica classica e ricca di aneddoti da antologia dei compositori, e anche chi non mangia pane e Rachmaninov riuscirà comunque a coglierne l'eleganza letteraria magari non comprendendo pienamente qualche passaggio."
Mi diverte (e condivido) il sollievo con cui Colò scrive "Grazie a Dio non vi si incontrano investigatori burberi, la trama non si dipana tra i vicoli di una Bologna che rimpiange di essere stata e di non essere più, non c'è un lucchetto e una chiave buttata nel Tevere, l’intreccio non sembra ciclostilato da Hornby o da Palahniuk e non c'è nemmeno l'onnipresente nonna anarcoinsurrezionalista".

"Romanzo importante, maneggiare con cura" conclude Colò. Io lo ringrazio (anche delle riserve, sempre utili) e invito a leggere http://www.kathodik.it.