sabato 30 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 7

Per “Il sangue del tiranno” mi serviva un ambiente chiuso e regolato da norme e gerarchie sfuggenti – un ospedale, una caserma, una scuola superiore sono state le prime immagini che mi sono venute in mente, scartate poi una alla volta per diversi motivi. Ho ripiegato infine sull’università, anzi sul piccolo ateneo di provincia, che mi è subito sembrato la scelta migliore perché il mondo universitario da qualche anno è fatto oggetto di attacchi dissennati, di tagli di fondi, di incomprensione, di derisione, di leggi umilianti. Questo essere sotto assedio mi ha immediatamente colpito – l’ho subito visto come una lotta tra poteri, tra gerarchie, in cui il discorso culturale finiva per passare in secondo piano, se non scomparire. Luogo chiuso, autoreferenziale, minacciato dall’esterno – e tutto rovina, tracima, sparisce, si squaglia, nell’indifferenza di tutti.

Un altro modello letterario sta alla base de “Il sangue del tiranno”, quel dramma estenuante e irritante che è “Le Roi se meurt” di Eugène Ionesco. Estenuante, irritante, esasperante capolavoro, lungo il quale l’agonia di Bérenger I si dilata, confondendosi con la morte e con il sogno della morte. Agonia generale: è l’intero regno a andare alla deriva, la reggia è degradata a ripostiglio o – peggio – a palcoscenico, i personaggi si agitano insensati, la solennità ha un che di morboso e di sciamannato, niente funziona più, nemmeno il riscaldamento (e siamo appena agli inizi), la ritualità diventa compulsiva e inceppata, le trombe di corte risuonano a vuoto. Questi i miei ricordi, non so se dovuti alla lettura del dramma o alla visione di qualche messa in scena – in ogni caso meglio la prima, direi, dopo una veloce scorsa a youtube, in cui si profilano frammenti di realizzazioni frenetiche oppure inerti, troppo concentrate sul lato farsesco per dar conto del senso di morte (e della riflessione sulla morte) che promana dal testo.

venerdì 29 aprile 2011

Sintonie: Guido Conterio, "Incanto e guarigione"

È bello vedere l’ultimo romanzo di Guido Conterio, “Incanto e guarigione – un apologo civile” in mezzo ai titoli della collana Pretesti di Manni: perché si respira, nelle pagine di questo romanzo, un amore intenso per la galassia di modelli letterari “alti” che in quella collana sono ben rappresentati – la cara letteratura di una volta, che non aveva paura di scavare con comodo nelle profondità, di porre domande vaste, di chiedere molto alla lingua e allo stile, e si nutriva a sua volta di altra letteratura oltre che di vita. Quanto Conterio si senta interno alla linea che da una tendenza letteraria oggi minoritaria conduce a ritroso alla solenne inquietudine della letteratura del passato, all’illustre classicità dei moderni e dei novecenteschi, lo si coglie anche dalla pluralità di echi di cui risuona il suo “Incanto e guarigione”: e non parlo tanto del Buzzati del “Deserto”, o del Mann della “Montagna”, rimandi fin facili e d’altro canto dichiarati dallo stesso autore, come nel precedente “Fosca bis” la rilettura (una riscrittura, anzi) di Tarchetti. No, gli echi “interni” al romanzo sono tanti, diversi, si annidano ovunque, nei nomi, desunti da melodrammi, correnti musicali e letterarie (Luno Cavaradossi è il protagonista; abbiamo poi il capitano Javert, frate Borodin, il geometra Albéniz, e via via gli altri); risuonano nelle situazioni, nelle battute, negli atteggiamenti.

Il presente è disgustoso, sembra dire Conterio, si colora di volgarità minacciosa, di malattia e di morte: la letteratura offre un rifugio valido agli orrori di un presente declinante – la letteratura, ma anche l’amicizia vissuta come rasserenante abitudine, l’auscultazione dei propri mali, l’esorcizzazione delle proprie angosce nella conversazione sempre un po’ cavillosa (scoprire che le proprie angosce sono comuni è consolante come condividere gioie, o quasi), i piaceri carnali (anche solo pensati, vagheggiati, lasciati in una dimensione ipotetica), l’aggrapparsi alle piccole cose (le lettere di e a un amico, la buona educazione, la bellezza vaga di certi lontani ricordi...). I personaggi dei romanzi di Conterio, chi più chi meno, appartengono alla medesima categoria antropologica: per non soccombere (subito) all'insensatezza del vivere, alla bassezza del mondo, tendono a socializzare, a formare consessi solidali, a misurarsi in discussioni che offrono il conforto della condivisione di un medesimo linguaggio. Sono inetti: gli inetti novecenteschi, alla Svevo o alla Pirandello, riflessivi, anzi contemplativi della propria inettitudine e dell’affannarsi dissennato del resto del mondo. Luno Cavaradossi appare da subito nei pensieri, nei rapporti con gli altri, come cultore di humanitas in un mondo che ne è ormai privo, e alla ricerca inquieta di consimili. Il suo – anzi, il loro pessimismo spiega la loro inazione: se tutto rotola inevitabilmente verso il peggio, a che serve agire? Si lasciano agire, piuttosto, si lasciano maneggiare, manipolare, spostare, curare, palpare, piegare, raddrizzare, dirigere. Detto tra noi, dipendesse solo da loro, la trama non avanzerebbe, si adagerebbe in una elegante palude di galanterie afflizioni cerimoniali e qualche inquietudine sempre molto per bene – come è quasi sempre la vita, quella vera, inerte declinazione di momenti molto simili. Al di sopra delle loro volontà, però, si agita la storia, quella vera, incombe l’imprevedibilità di forze capricciose per quanto parche di colpi di scena: la guerra, la peste, la morte, l’invasione degli Uguali… Dalla reazione dei personaggi a questi traumi esterni arrivano i movimenti della trama, il procedere degli eventi, i cambiamenti di prospettiva, qualche volta i gesti isolati di ribellione, mai urlati e sempre educati.
Ritroviamo declinati in due modi diversi e complementari i luoghi chiusi che i personaggi di tutti i precedenti romanzi di Conterio hanno abitato: in “Città caffè” era questa città sognata, questo limbo rinfrancante di provincia urbana; in “Fosca Bis” era già una caserma, ma abitata come un albergo; in “Incanto e guarigione” entriamo prima nella variante angosciante dell’avamposto militare senza nome, poi in quella piacevolmente ottundente del Soggiorno Climatico e Curativo “Guardiani del Lago”. Luoghi chiusi, comunque, benché minacciati entrambi dall’esterno, e abitati da subito da un senso di abbandono e di resa. Gli Uguali, che premono ai confini e che alla fine prevarranno, non sono comunque i Tartari di Buzzati (chissà come se li immaginava, Buzzati, i Tartari, a proposito); e pure la Peste da cui ci si difende con lunghe e complesse terapie nella clinica-rifugio si presenta come un morbo di rara discrezione, che dosa gli orrori dandone effetti quasi simbolici, contiene al massimo il numero di vittime (irrisorio), e sin dal nome (“Peste Sottile”) sembra giocare con l’understatement.
Non sono chiusi solo questi luoghi: il mondo, tutto assieme, è una prigione ben chiusa, assiepata di uomini, puzzolente di corpi. Hai voglia a rifugiarti sul lago, a fingere di risiedere in un luogo ameno da cartolina: il pensiero che tutto il mondo sia la cloaca in cui si è svolto il corso di Allievi Ufficiali non ti abbandona, se non per essere sostituito dall’altro pensiero, ancora più soffocante, che non vi sia mondo attorno, e che tutto sia un’illusione dei nostri sensi. In questo mondo opprimente, ingrigito, fermo - si direbbe - a un perenne autunno, non aiutano Luno condannato alla promiscuità il non voluto acuirsi dei sensi (olfatto soprattutto), l’ipocondria eletta a stile di vita (come già in “Fosca bis”, ma ora in modo più cupo, meno ilare).

L’ironia che Conterio dissemina nelle sue pagine non sa (non vuole) nascondere stavolta una malinconia accentuata, una sorta di contemplazione disperata (si può essere disperati e insieme mantenere il pieno controllo di questa disperazione e dei suoi effetti collaterali? Conterio può farlo, con uno stile sempre sopraffino, teso tra la “lentezza” della prosa d’arte e un’impazienza narrativa, anche insofferente).
I sintomi della fine sono dappertutto, vanno cercati, individuati, studiati sotto la lente d’ingrandimento di una lingua precisa e capricciosa e infaticabile; i germi della sofferenza si annidano ovunque, principalmente nei meccanismi corrosi e difettosi dei corpi, poi nelle cocciute stupidità degli altri, poi (ed è un poi complessivo, più che conclusivo) nell’ossessiva ricerca di quei germi, nell’occhiuta determinazione a sentirsi e vedersi soffrire in ogni caso, anche quando si sta benino, anzi soprattutto quando si ritiene di stare benino. Il pessimismo di Guido Conterio si dilata, più che in altre occasioni, nella prima sezione del romanzo, “Il confine”: qui l’insensatezza delle convenzioni umane e la scoraggiante vanità del tutto prendono alla gola, e condurrebbero alla disperazione più nera i personaggi se non si intuisse una possibile (non certa, si badi, solo possibile, magari soltanto auspicabile) soluzione escatologica. Il modello buzzatiano alla base di questa sezione è senza dubbio degradato, in un tripudio capriccioso di puzze, seghe, fighe, cazzi, ecc., e privato di ogni solennità; allo stesso tempo Conterio ne estende (verso gli estremi, l'alto e il basso) la varietà linguistica, la forza espressiva (Buzzati, poveretto, nemmeno da giovane è sembrato sensibile alla ricerca linguistica, alla temperatura letteraria).

Conterio conclude questo digradare verso la sconfitta non con la tragicità della capitolazione o della morte, ma con una sorta di malinconico lieto fine, che è un po’ resa per sfinimento un po’ accettazione un po’ scoperta di un altro angolo nascosto, inaspettato, in cui rifugiarsi ancora, riprendere fiato – in questo caso, le rotondità di Sybil, che è pur sempre una degli Uguali, e infine la terra e la casa di quest’ultima. Qui Luno Cavaradossi può tornare a sperare in una dilazione, in un precario miglioramento, in un rallentare del suo cammino verso l’ineluttabile. Ci riconosciamo in questo bisogno di Luno – e di Conterio, e di tutti, contemplativi e attivi – e ci commuoviamo quasi dinanzi alla concessione di questo sfocato happy end.

giovedì 28 aprile 2011

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 3

Si conclude così, su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/, la piacevolissima conversazione con Rita Charbonnier. Ho amato il suo "La sorella di Mozart" per sapienza di costruzione e ricostruzione, nitidezza di stile e dettagli, insomma per passione e precisione, e mi aspetto grandi cose anche dal suo prossimo romanzo storico, "Le due vite di Elsa".

6 - Che cosa ha dato a te scrittrice la formazione da pianista? Io ho sentito una sensibilità da musicista per esempio nelle scene dei concerti: l’atmosfera di attesa, l’eccitazione impaziente e la sensibilità esasperata di chi si sta preparando all’esecuzione, i dettagli, le mani, le dita, le unghie addirittura, la postura nel corso dell’esecuzione; oppure nella resa “sonora” degli ambienti…
Grazie di queste affermazioni, per me molto lusinghiere. Partirò dalle unghie e dalle dita: mi ha sempre colpita il fatto che il suonare uno strumento giunga a modificare, almeno temporaneamente, il corpo del suonatore. Mi rivedo a osservare con stupore, fascinazione e anche un certo disgusto il pollice sinistro di un amico contrabbassista, che aveva due enormi corpi callosi sui lati; e chi suona il pianoforte sa che è fortemente necessario avere le unghie corte, cortissime (con le unghie lunghe si titillano i tasti, non si può suonare). Per questo Nannerl, la protagonista del mio romanzo, quando smette di suonare si lascia crescere le unghie: è un segno e una conseguenza. Si tratta quindi di “dettagli” che ho vissuto, che mi appartengono, e non solo sul piano musicale, ma anche perché ho fatto molto teatro.
Riguardo alla relazione tra il suonare e lo scrivere, probabilmente ho sviluppato un certo orecchio per il “fraseggio” che riguarda (non a caso la parola è la stessa) anche la costruzione delle frasi in lingua italiana. Mi rendo conto sempre più chiaramente che il mio modo di scrivere è influenzato da una certa ritmica, da una percezione immaginaria di come quelle frasi “suonerebbero” se dette, anziché lette. Ma non è detto che sia un bene…

7 - Perché secondo te il discorso del confronto tra genio riconosciuto (Wolfgang, Felix, Robert) e genio in penombra o non riconosciuto (Nannerl, Fanny, Clara…), o, per citare altre opere, tra genio e mediocrità, viene fuori così bene nell’ambito della musica?
Forse, semplicemente, perché attorno al musicista c’è un’aura romantica che attorno ad altri generi di artisti è meno evidente. Mi torna in mente un atto unico di Frank Wedekind, “Il cantante da camera”. Il protagonista (un musicista, quindi – sempre che i cantanti possano essere considerati musicisti, cosa sulla quale non tutti sono d’accordo…) definisce se stesso, e gli artisti in genere, come “articoli di lusso della borghesia che fa a gara per pagarci”. E afferma poi, con lo stesso cinismo, che “non esiste il genio misconosciuto”. Chissà, forse quello del genio incompreso è, perlomeno almeno in parte, un mito romantico. Mettersi dalla parte del perdente ha un fascino: conforta il perdente che è in ognuno di noi. Ma questo è un altro discorso…

mercoledì 27 aprile 2011

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 2

Prosegue, su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/, l'intervista a Rita Charbonnier su letteratura e musica. Ne riporto la seconda parte.

4 - Il mondo della musica (se lo prendiamo come una sorta di paradigma del mondo tout court) ha ancora, secondo te, qualcosa dell’epoca raccontata nel romanzo, per quanto riguarda il ruolo e la presenza delle donne?
Ahimè, basta guardarsi intorno… ci sono poche compositrici, e le direttrici d’orchestra sono mosche bianche. Quando una donna dirige un’orchestra, fa notizia! Le nostre menti (quelle degli uomini e anche quelle delle donne) sono così invase da stereotipi e pregiudizi vecchi di millenni che tuttora, e non di rado, si sente parlare di una presunta “naturale”, “congenita” incapacità delle donne a comporre e dirigere. Cioè, si considera il dato come una prova di se stesso, con un procedimento francamente illogico. Come a dire: nessuna persona di colore ha vinto il Nobel per la fisica, quindi dobbiamo concludere che i neri sono inadatti a contribuire al processo scientifico (o magari meno intelligenti dei bianchi!). E’ esattamente lo stesso tipo di sciocchezza, per non dire di assurdità offensiva e gravemente discriminatoria. Eppure me lo sono sentito dire diverse volte, durante le presentazioni del mio romanzo. Ogni tanto si alzava qualcuno in piedi e osservava con un’aria arguta: “Nella storia ci sono state diverse poetesse, diverse pittrici, ma pochissime compositrici. Questo dimostra che la mente femminile ha una qualche specificità che la rende meno adatta alla composizione di musica della mente maschile. Non lo crede anche lei?” E per quanto io potessi rispondere: “No, non lo credo”, e tentare di argomentare, vedevo che queste persone non erano contente; anche perché, probabilmente, avevano bisogno di identificare quel che l’essere umano diventa e realizza con quel che è “destinato” a diventare e realizzare, per via delle sue caratteristiche innate, in maniera pressoché indipendente dalle circostanze. Io credo invece che noi ci formiamo interagendo con il mondo che ci circonda, e se quel mondo non fa che ripeterci che un Mozart donna non potrà mai esistere, finiremo per crederci anche noi.

Chissà, Rita, forse un romanzo come il tuo può aiutare a spazzare via anche certi pregiudizi duri a morire. O almeno - a me sembrerebbe già molto importante - può far venire qualche dubbio ai sapientoni della domenica, può incrinare le loro comode certezze.
A me, a proposito di figure femminili fondamentali nella musica, è venuto subito in mente il nome di Nadia Boulanger: senza di lei e il suo insegnamento e la sua visione estetica, mezza musica del Novecento non ci sarebbe (di sicuro tutta o quasi la musica nordamericana, da Copland a Glass a Quincy Jones, per dire).
A proposito, Rita: la sua vita finisce per assomigliare a quella della tua Nannerl. Dopo una giovanile attività di compositrice (poca roba, ma preziosa) si dà all’insegnamento, oltre che alla diffusione e valorizzazione dell’opera della sorella Lili. Ha tracciato la via della modernità (una delle vie, d’accordo, in ogni caso quella più duratura, frequentata e varia). Ma torniamo all’intervista.
5 - Su che cosa si incentra secondo te il rapporto tra letteratura e musica? O, per essere più precisi: come può secondo te il linguaggio della narrativa avvicinarsi a quello della musica? Come può renderlo senza tradirlo?

Non sono sicura di saper rispondere. Quello che mi interessa, personalmente, non è tanto un possibile avvicinarsi del linguaggio della narrativa a quello della musica, quanto una linea di ricerca che porti i due linguaggi a interagire e magari fondersi. Quindi non parlerei di tradimento: non mi sembra possibile. Sono due mondi espressivi troppo diversi. Sarebbe come dire che un elefante viene portato ad assomigliare a una gazzella senza tradire l’essenza della gazzella. Chissà che invece l’uno e l’altra non possano correre insieme… Per fare un esempio: diverse persone mi hanno detto di aver gustato meglio l’ascolto della musica di Mozart dopo aver letto il mio romanzo; o che, nel leggerlo, provavano un desiderio fortissimo di ascoltare il brano al quale, in quel momento, il romanzo faceva riferimento. “Bisognerebbe che il CD fosse in vendita insieme al libro!” mi dicevano. Ecco, questa è una delle possibilità di interazione. Oppure, qualche tempo fa ho presentato “La sorella di Mozart” in un locale dove c’è un pianoforte, e ho suonato la Fantasia in re minore K 397 recitando, nel contempo, il brano del romanzo nel quale Nannerl la suona per suo marito. Tutti mi hanno detto di aver gustato triplamente l’ascolto della musica – poiché accompagnato da una descrizione verbale forte sul piano emotivo (non da un’analisi musicale). Esiste quindi la possibilità che letteratura e musica si fondano senza tradirsi, ma integrandosi; che divengano un unico veicolo.

martedì 26 aprile 2011

Da "Malicuvata": conversazione con Luca Dipierro

Su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2011-/334-conversazione-con-luca-dipierro.html, l'amico Simone Olla ha pubblicato una conversazione tra Luca Dipierro e me in occasione dell'uscita del libro di racconti (o "finzioni") di Luca, "Biscotti neri", pubblicato da Madcap Collective. "Biscotti neri" è un libro piccolo, che nell’impaginazione e nella grafica ricorda piuttosto un volume di poesia – effetto voluto, perché la lingua di queste pagine ha una densità che appartiene più alla ricerca poetica che agli inevitabili compromessi della narrativa. Riporto qui le nostre battute.


Claudio Morandini | Luca, nei tuoi racconti raccolti in Biscotti neri colpisce il lavoro di sottrazione di cui si avvertono tracce praticamente ad ogni parola. Sono parole “ritagliate”, come ho già detto in un’altra occasione, denudate di ogni orpello, e proprio per questo sono caricate di una forza espressiva particolare. Sono pensate, e molto, prima di essere scritte. Sono il frutto di una selezione che si intuisce drastica, impietosa. Ora, mi trovo anch’io in sintonia con te – la letteratura, quella vera, è fatta soprattutto di sottrazione, di rinunce, anche dolorose, sempre in nome di un’esaltazione dell’espressione (non sto parlando dei tagli e delle sforbiciate tipiche dell’editoria che vuole “normalizzare” e ridurre a prodotto un’opera letteraria). A volte, però, mi capita di sentire il fascino (pericoloso, rischioso) dell’eccesso, della ripetizione, dell’iperbole, dello sbrodolamento – un’ansia totalizzante in cui niente deve essere sottinteso, molto ottocentesca a pensarci bene. Frasi interminabili, ipotassi rigonfia, lessico dopato, gesti enfatici… Da Webern a Villa-Lobos, insomma, o da Cage a Liberace, per cambiare di contesto. A te non capita mai?

Luca Dipierro | Capita anche a me di sentire il fascino dell'ipertrofia, eccome. Uno dei miei scrittori preferiti è William Gass, autore di un romanzo, The Tunnell, che è un vero inno all'ipertrofia letteraria, in tutti i sensi, linguistico, stilistico, anche tipografico. Gass ci ha impiegato ventisei anni a scriverlo, e non conosco nessuno che lo abbia letto tutto pagina per pagina. Mi piace pensare che per leggerlo ci si debbia impiegare almeno lo stesso tempo, ventisei anni, o forse anche di più.
La mia riduzione all'osso nasce anche dalla mia fascinazione per l'eccesso. Sono facce della stessa medaglia. Il fatto che tolga parole su parole dai miei racconti non significa che non siano lì. L'arte di scrivere per me è nel far succedere cose senza metterle sulla pagina.
Come scrittore, quello che voglio fare è scrivere parole che facciano comparire altre parole, e cose, nella mente del lettore. Come lettore e come scrittore mi interessa l'eccesso, in un senso o nell'altro. Anche gli scrittori ipertrofici fanno qualcosa con la mente nel lettore. Più scrivono e più cose fanno sparire.
Non scriverei nemmeno una riga se non ci fosse una continua sfida con le parole. La scrittura, per avere senso, deve essere estrema. Ho cominciato a trovare la mia voce credo cinque anni fa, quando mi sono trasferito negli States e ho cominciato a scrivere e a pubblicare storie in inglese. Ho sentito il bisogno di scrivere in una lingua non mia, in cui avessi una scelta limitata di parole, di unità da combinare. Sono ritornato all'italiano con un senso di estraneità ed è allora che ho imparato a usare la lingua invece che esserne usato.
E tu, quando hai trovato la tua lingua?

Claudio Morandini | Quello che racconti del tuo rapporto con la parola è estremamente interessante, soprattutto oggi, in cui ogni discorso legato a uno stile viene visto con diffidenza (oggi contano i fatti, diamine, altro che le parole, e poco importa se i fatti sono sempre gli stessi e la consapevolezza linguistica è sempre più approssimativa). La tua posizione mi ricorda quella di certi scrittori di frontiera che hanno conquistato l’italiano parola per parola e per finire si sono fatti un italiano che è solo loro (sono autori che mi sono molto cari, e che ho studiato a lungo, soprattutto i piemontesi come Pavese e Fenoglio).
Quanto a me, non so bene di cosa sia fatta la mia lingua. Dentro ci sento risuonare molto della tradizione letteraria (immagino che sia inevitabile diventare manzoniani dopo venticinque anni di insegnamento di Promessi sposi…), ma molto meno di una volta, quando mi lasciavo andare a omaggiare i classici in un gioco un tantino postmoderno di rimandi e ammiccamenti. So però abbastanza bene che cosa non ci voglio, che cosa cerco di evitare: l’intrusione della corrività contemporanea, il cliché giornalistico o televisivo, la soluzione da dialogo cinematografico, la velocità denotativa a tutti i costi. Sono cose che non fanno bene all’espressione letteraria, e che anche virgolettate, parodiate, ormai mi danno fastidio. D’altro canto, cerco anche di indulgere assai meno di un tempo all’uso di un linguaggio figurato fatto di metafore e soprattutto similitudini. Quello che mi resta e mi interessa, insomma, è una lingua che sia insieme precisa e allusiva, complessa quel tanto che basti a suggerire le contorsioni della realtà o della nostra percezione di essa. È curioso: più di una volta sono stato trattato come uno scrittore sperimentale solo perché cerco di scrivere bene. È un segno dei tempi, non trovi?
Tornando a te: leggendoti, ho trovato da subito un forte collegamento tra la tua scrittura, le tue parole “ritagliate”, come si diceva all’inizio, e il tuo lavoro di artista e regista. Vuoi approfondire questo aspetto?

Luca Dipierro | Claudio, per me tra scrittura e arti vive c'è un rapporto strettissimo. Ad esempio, mi hanno sempre interessato tutte le forme ibride: calligrammi, alfabeti figurativi, illustrazioni, ex-voto, fumetti eccetera. La storia di queste forme è ricchissima e intricata, e in un certo senso sotterranea. Il sistema normativo (mondo, società o sistema delle arti, chiamalo come vuoi) ha sempre avuto difficoltà a maneggiare artefatti in cui comparissero parole e immagini fianco a fianco. è stato eretto un muro tra le due. Michel Butor, in un bellissimo libro intitolato Les mots dans la peinture, scrive che "le parole sono anche qualcosa che guardiamo, le immagini sono anche qualcosa che leggiamo". Mi ha sempre interessato questa dinamica tra il leggere e il guardare. Ecco, forse il problema della società con le forme ibride è il fatto che rendono l'oggetto artistico sfuggente: non è più un oggetto statico, non ha più confini delimitabili una volta per tutte, ma si forma mano a mano che lo guardiamo/leggiamo.
Non riesco mai a dimenticare che le lettere dell’alfabeto sono essenzialmente disegni. In questo senso gli alfabeti figurativi, lettere fatte di pesci o aquile o corpi aggrovigliati, sono emblematici: quando smettiamo di guardarli e quando cominciamo a leggerli?
Io mi sono sempre trovato diviso tra questi due mondi, tra le cose che si guardano e le cose che si leggono, e mi ha sempre interessato lavorare con entrambe.
Nel costruire un'illustrazione o un film animato, disegno e dipingo un certo numero di figure, poi le ritaglio (e il ritagliarle è l'atto fondamentale per me, che le trasforma in unità, come lettere di un alfabeto visivo) e le muovo sulla superficie della tavola (che è sempre il rovescio della copertina di un vecchio libro, tanto per ribadire l'appartenere delle mie immagini al mondo delle parole) per farle interagire, per costruire dinamiche narrative. Allo stesso modo lavoro con le parole: uso un numero limitato, estremamente selettivo di unità per costruire le mie storie. Spesso ho cominciato un racconto con solo tre parole (per esempio "mosche", "albero e "nano" nel racconto Buco), e poi ho esplorato tutte le possibili combinazioni. Non è pura combinatoria, perché le parole che scelgo, le combinazioni obbediscono a un criterio preciso, quasi musicale, stilistico. Deve suonare "giusto". Quello che mi interessa è raggiungere una verità emozionale. E lo stile, come scrive Roland Barthes, è verticale, affonda e sue radici nel vissuto, nella persona.
Claudio, che mi dici invece del tuo rapporto con il visivo? C'è qualcosa nella tua scrittura che mi fa pensare a certi pittori ad olio, in particolare a un pittore figurativo norvegese, Odd Nerdrum. Lo conosci? In lui come in te c'è una densità della rappresentazione che disturba, che diffonde "unheimlich". Vedo male io? So che sei o sei stato un disegnatore anche tu...

Claudio Morandini | Non conoscevo Nerdrum, ma una breve ricerca mi ha permesso di colmare la lacuna. Davvero impressionante – meglio, “perturbante”. A colpirmi non sono tanto le figure tra Bruegel e Géricault, quanto la minuzia con cui è descritta la nudità dei paesaggi che fanno da sfondo. Ti dirò, il mio rapporto con il visivo è strano, e me ne rendo conto sempre più. Per esempio, in pittura amo soprattutto il ritratto – ma ora, quando scrivo, non descrivo quasi mai volti o fattezze. Amo anche i paesaggi naturali, ma da scrittore non sento il bisogno di soffermarmi sui paesaggi – giusto un dettaglio o due, sparso nella pagina, e in questo sì mi sento simile a Nerdrum. Lo stesso potrei dire degli interni – un paio di dettagli, i primi che mi vengono in mente, e per il resto ombra, o vaghezza, a meno che non ci siano corridoi. Certo, ai tempi de Le larve mi sono concesso ampie pagine descrittive, di gusto tra il preromantico e il decadente, ma anche in quelle pagine mi rendo conto di aver privilegiato l’accumulo di dettagli, non di aver voluto dare un quadro l’assieme. Da questa visione giocata sull’accumulo (ma sto cambiando, come dicevo, sono sempre più stringato, sempre più impaziente) nasce quella specie di perturbazione della percezione a cui ti riferisci.
I miei disegni a china di una volta (stiamo parlando degli anni novanta) sono un’esperienza passata, anche a causa del calo della vista. Erano lavori di pazienza, tratto su tratto, talvolta maniacali e dominati da una sorta di horror vacui, in cui per effetto della particolare tecnica a china tutto finiva per assomigliare a contorsioni di radici o di arti o di interiora. Se ho smesso è anche perché cominciavo a sentirmi un manierista, e soprattutto perché nel frattempo avevo scoperto i piaceri dell’invenzione di storie attraverso la scrittura.
Ma torniamo a te, Luca: il tuo ultimo intervento mi ha fatto venire voglia di porti una domanda. Qual è il tuo rapporto con la memoria (la tua memoria, intendo: ad esempio, la tua infanzia, i luoghi da cui provieni, la lingua che hai parlato…)?

Luca Dipierro | Nella scrittura mi interessa l'invenzione. Il mio libro ha per sottotitolo "finzioni", perché volevo ribadire il fatto che quando si scrive si inventa tutto. Il passato creda sia per chiunque, scrittori e no, la base di ogni processo cognitivo, un'accumularsi di informazioni che poi uno usa in diversi modi. Nel mio caso non è certo la costruzione delle psicologie, perché non ne costruisco nessuna, né i pensieri dell'io narrante, perché cerco di inventare, anzi, di far parlare sempre personaggi diversi da me, ma, più di ogni altra cosa è una topografia. In ogni cosa che scrivo c'è uno spazio in cui i personaggi si muovono. Lo spazio è importantissimo. Il fuori e il dentro: stanze, scale, porte, strade, finestre, palazzi, campi, alberi. Visto che non ho nessun interesse nel descrivere questo spazio, e che invece voglio si crei, tramite movimenti e voce dei personaggi, nella mente del lettore, devo avere questo spazio già pronto, in ogni dettaglio, come in una cartina geografica. Per fare questo, chiudo gli occhi e uso il mio vissuto, stanze in cui ho abitato, quartieri in cui ho camminato ecc. Faccio aderire la voce dei personaggi a contorni che conosco a memoria. Questo non ha importanza per il libro, per il lettore, ma è una tecnica per me.
Per quanto riguarda la lingua invece, il fatto che non debba più usare l'italiano nella vita di tutti i giorni mi ha permesso di trattarlo come un oggetto, di impiegarlo come lingua letteraria, come artificio, e di usarlo in modi estranianti.

lunedì 25 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 5c: echi

Proseguo, per sfizio, nelle citazioni dei frammenti letterari (oggi nella maggior parte dei casi si tratta di storici e memorialisti e cronisti minori, minimi anzi) che contengano l'espressione "sangue del tiranno".

“Il Carbonaro, dopoché aveva bevuto un liquor rosso, che dovea figurare il sangue del tiranno sparso, fuori da un teschio che si supponeva esser quello del tiranno, prestava il seguente giuramento…” (Cesare Cantù, “Il Conciliatore e i carbonari”)

“Un macellaio famoso, uno dei trucidatori della Glacière… si era già messo in capo a dugento di quella bruzzaglia, compri come lui, i quali correvano le contrade urlando e gridando insieme: « Che volevano bevere il sangue del tiranno, e divorare il mostro della Corsica».” (Emilio Marco di St. Hilaire, “Storia popolare aneddotica e pittoresca di Napoleone”)

“Mentre Pisa uscito appena, gli si ribellava al grido di : popolo, popolo, e libertà, il quale, comecché più spesso che non dovrebbe essere, bugiardo, tuttavolta serbò e serba sempre virtù di agghiacciare il sangue del tiranno” (Francesco Domenico Guerrazzi, “Vite degli uomini illustri d’Italia”).


“Soldati, se amate mettere sul trono il sangue di Settimio Severo, proclamate l’unico rampollo di sua famiglia, e vendicatelo col sangue del tiranno.” (Giacinto Sigismondo Gerdil, “Quadro historico degl’imperatori romani”)

“Allora l' estremo timore suscitò la disperazione, la vendetta quindi e la voglia del congiurare; s'agognò il sangue del tiranno.” (V. C., “Un periodo interessante della storia del regno delle Due Sicilie: opera postuma”)

“L'affronto pare così atroce al vanaglorioso poeta (Lucano, ndr), che delibera lavarlo nel sangue del tiranno”(Tullio Dandolo, “Reminiscenze e fantasie”)

“Un popolo, spinto all'eccesso dalla barbara insolenza dell'oppressore, dà con disperato furore di piglio alle armi e vendica col sangue del tiranno l'onta del patito servaggio” (Ferdinando Augusto Pinelli, “Storia militare del Piemonte in continuazione di quella del Saluzzo”)

“Mio caro Bruto, prestami per un momento il tuo pugnale grondante ancora del sangue del tiranno, onde scriver possa sulle pareti di questa sala, sotto gli occhi del governo provvisorio i nomi santi di libertà e d’eguaglianza” (Lorenzo Foresti, “Compendio della storia di Genova per uso della gioventù”)

“E dobbiamo lavarci di codesta macchia col sangue del tiranno: impugniamo le armi contro di lui e se ci verranno meno le forze, il che avvenir non può, suicidiamoci” (Eugenio Floritta, “Fatti storici e contemporanei”)

domenica 24 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 6

Del noir ho accolto alcune convenzioni, che mi sembravano funzionali alla mia storia e compatibili con il mio modo di intendere la scrittura. Per esempio, e per semplificare, mi è piaciuto occuparmi del “perché” è accaduto il crimine, più che del “chi” secondo i dettami del poliziesco classico. Ma anche qui, per evitare di rimestare troppo in convenzioni già logorate da troppi autori, ecco che il “perché” non è rivelato, non è ricostruito per intero, ma solo supposto, a frammenti.
Un altro cliché è quello della figura di chi indaga: non un esperto, o un ficcanaso, certo non un professionista dell’indagine, ma - nel caso del mio "Sangue del tiranno" - un accademico caratterizzato da un dongiovannismo un po’ di maniera, pieno di dubbi e di noia, che la perdita di senso della sua professione ha reso cinico (sto prendendo spunti dalla quarta di copertina). Diciamo che avrei scelto un personaggio così in ogni caso, e che la natura di Villani non è tale in ossequio al noir, e aggiungiamo pure che non possiede certe peculiarità che invece affliggono tanti investigatori improvvisati del noir di consumo.

A proposito de "Il sangue del tiranno", 5b: echi


Il “sangue del tiranno” ricorre nell’opera di Vittorio Alfieri con una certa frequenza. Credo che proprio dai suoi versi l’espressione si sia poi sparsa nella letteratura patriottica ottocentesca. Va bene, il modello primo, lontano ma ancora risuonante, è in Lucano (ma dove? Ora non trovo più quei versi, scusate, lo farò più tardi). Ma Alfieri ha contribuito a fare del “sangue del tiranno” una locuzione ossessiva, nemmeno tanto metaforica. Ecco qualche esempio suo, e di altri minori e minimi (ma non è finita).

“Mira, lo impugno ad ambe mani, e giuro / Quel che sopra vi sta sangue rappreso / Terger col sangue del tiranno” (Vittorio Alfieri, “L’Etruria vendicata”)

“Andiamo, andiamo intrepidi ad affrontare la morte: non restaranno inulte tante morti e il sangue del Tiranno si verserà pur anco una volta” (Vittorio Alfieri, “Oreste”)

“Io, che nel sangue del tiranno il primo / Dovrei bagnarmi, ahi ria vergogna!” (Vittorio Alfieri, “Timoleone”)

“Oh se una voce uscisse / da questa spada che gustò la prima / il sangue del tiranno!” (G. B. Niccolini, “Filippo Strozzi”)

“Già vendicati / Nel sangue del Tiranno ho i miei fratelli: / tu nel mio sangue vendica il Tiranno” (Girolamo Pompei, “Ipermestra”)

sabato 23 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 5: echi



Mi sono divertito (un divertimento un po' ozioso, d'accordo) a cercare "il sangue del tiranno" nella tradizione letteraria (quella almeno dei testi disponibili su google books). Ne è venuto fuori un piccolo repertorio di citazioni combattive, solenni, stentoree, sudate e spettinate, che non sfigurerebbero accanto a quella alfieriana apposta sul frontespizio del mio romanzo targato Agenzia X. Eccone una prima parte.

“Bisogna spiantare il sangue del Tiranno tutto.” (Traiano Boccalini, “Commentarii sopra Cornelio Tacito”)

“Io l’ho veduto, mi disse, slanciarsi rapidamente sul palco, cogli occhi di bragia, col viso infiammato; l’ho veduto snudarsi un braccio, ed immergerlo nell’ancora fumante sangue del re, ritrarnelo tutto sgocciolante,e s scuoterlo tre volte sulla moltitudine spaventata, gridando, ci è stato detto, che il sangue del tiranno ricadrebbe sulle nostre teste.” (Jean J. Regnault-Warin, “Il cimitero della Maddalena”)

“Li animi appetivano la vendetta, e spezialmente coloro de'quali lui aveva morti i consorti e congiunti , e non stimavano potere satisfare alla occisione de' loro senza il sangue del tiranno.” (Leonardo Aretino, “Historia Fiorentina”)

“Niuna (secondoché Seneca tragedo scrive in alcuna delle sue tragedie) è più accetta ostia a Dio che il sangue del tiranno.” (Giovanni Boccaccio, “Comento sopra la Commedia”)

“Allora l’estremo timore suscitò la disperazione, la vendetta quindi e la voglia del congiurare; s’agognò il sangue del tiranno.” (Domenico Tomacelli, “Storia del Reame di Napoli”)

venerdì 22 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 4


Che cosa c’è alla base de “Il sangue del tiranno”? Da dove è nata l’idea iniziale, quella del vecchio tiranno (appunto) che torna e getta scompiglio nel mondo chiuso che dopo la sua partenza sperava di andare placidamente alla deriva? All’origine del mio romanzo breve c’è (lo ammetto) il ricordo di un film per me fondamentale, “Les diaboliques” di Henri-Georges Clouzot, del 1954. Là c’è un collegio, cadente e pretenzioso, qui un’università nelle medesime condizioni; là tre o quattro insegnanti ridotti a caricature, qui accademici vittime di alienazione professionale e di perdita di senso culturale; là un direttore dispotico, lascivo, ambiguo e imprevedibile, un’autorità insomma che non si può non desiderare di vedere eliminata, qui lo stesso tipo di autorità – ma invecchiata, piegata dalla malattia, e ancora più sfuggente – nella figura del rettore La Sansa.

Trovo nel film (l’ho rivisto in questi giorni, con i consueti brividi) quello sparire e riapparire dei personaggi, quel negarsi della trama a una spiegazione razionale; trovo l’ostilità dei sottoposti (là moglie e amante del direttore) mutarsi in ossessivo desiderio di morte – di omicidio, meglio. Quel film aspro e essenziale, tesissimo nel procedere con calma, nudo di musiche, pieno di angoli bui e di corridoi e di stanze, era lì, da qualche parte nella mia memoria, e aspettava solo di suggerirmi lembi di una storia sull’esercizio del potere – un’altra, dirà qualcuno.

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 1

Su "Letteratitudine", Rita Charbonnier, l'autrice di "La sorella di Mozart", "La strana giornata di Alexandre Dumas" e del prossimo "Le due vte di Elsa", sta rispondendo ad alcune mie domande a proposito della natura musicale del suo romanzo su Nannerl Mozart. Ne riporto la prima parte.

1 - Di Nannerl Mozart come compositrice non è rimasto nulla. Questo ti ha consentito di lavorare attorno alle sue composizioni con una maggiore libertà?
RITA Sì, senz'altro. Mi sono chiesta quale fosse la natura della sua musica - che in più di un'occasione ebbe il plauso di suo fratello: ci sono delle lettere nelle quali Mozart loda la bellezza e la "correttezza" delle sue composizioni, e la esorta a cimentarsi ancora. Peraltro il fatto che la musica di Nannerl non sia giunta fino a noi mi è sembrato potenzialmente fortissimo sul piano drammatico: dovevo senz'altro raccontare il momento nel quale le sue composizioni venivano distrutte. E nel romanzo questo avviene più di una volta e in modi e momenti diversi; d'altra parte, la musica di Nannerl si disperde sempre in un elemento naturale: fuoco, acqua, aria.


2 - “Quando faceva musica, la piccola Nannerl non aveva nulla di umano; sembrava ci fosse in lei una divinità primitiva, che aspettava di accostarsi a uno strumento per debordare e lasciare stupefatti. Le sue mani srotolavano suoni limpidi e velocissimi, obbedivano a un istinto armonico ineguagliabile e il risultato era insieme sicuro e disordinato”. È una descrizione suggestiva e perfino inquietante dell’ispirazione e del talento musicale. Quanto di questa visione ti appartiene e quanto invece è legato alla visione che se ne aveva all’epoca di Wolfgang e di Nannerl?
RITA Ho avuto un’insegnante di pianoforte che ha rappresentato molto per me (e che ringrazio alla fine del romanzo). Si chiama Lucia Lusvardi ed era una bambina prodigio. Fu lei a parlarmi delle sensazioni che provava nel suonare, da piccola. Era per lei un fatto assolutamente naturale, un gioco al quale dava un’importanza persino relativa e che negli altri destava stupore e anche un certo timore - lo stesso che si prova di fronte a una manifestazione potente della natura. Credo quindi che alla base della descrizione che tu citi ci sia questo ricordo. E poi, l’idea del disordine: poiché genio è anche rompere le regole e creare un nuovo ordine (”troppe note, caro Mozart”…)

3 - La facilità con cui Nannerl pensa e scrive musica (e la vive come una parte di se stessa) si sposa spesso con una concezione invece legata alla pazienza della ricopiatura, all’attesa del risultato migliore, all’alta artigianalità della costruzione. “Passione” e “disciplina”, come dirà anche Johann Christian Bach: la seconda serve ad esprimere la prima. Ti riconosci anche tu, come musicista ma anche come scrittrice, in questo equilibrio tra l’una e l’altra?
RITA Sì, senz’altro. Credo che ogni creazione artistica sia frutto di una complessa mediazione tra una parte di sé che urla, che vuole a ogni costo esprimersi, e una parte che invece comprime, imbriglia e reprime. La seconda di solito dice “così non va bene, non è così che si fa” ma può arrivare addirittura a dire “non ce la farai mai, non sei capace!”. Come affermo nei seminari di scrittura che di quando in quando mi trovo a tenere, l’ostilità nei confronti della “tecnica” che manifestano molte persone, soprattutto quando si tratta di tecnica di scrittura, non è altro che un tentativo (infruttuoso) di gettare lontano da sé quella parte soffocante. Che invece andrebbe integrata e utilizzata, perché può essere molto utile.

giovedì 21 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 3

Non mi sono prefissato di scrivere un noir. Avevo un’idea in mente, quella di un vecchio “tiranno” che torna, inaspettato, al suo posto, sempre più malato e confuso, gettando nello scompiglio i dipendenti che credevano di essersi sbarazzati di lui. La collocazione in un’università è venuta dopo – avrebbe potuto essere un ospedale, una caserma, che so, una fabbrica, uno di quei luoghi chiusi e regolati da norme che all’esterno sembrano assurde. Quando Matteo Di Giulio, a cui era stata affidata la cura della nuova collana “Inchiostro Rosso” di Agenzia X, mi ha proposto di scrivere un romanzo breve, ho avanzato la mia idea, che è suonata compatibile e su cui ho cominciato a lavorare. Ripeto, non avevo in mente di scrivere un noir, genere per il quale oltretutto nutro una certa diffidenza. Ma insomma, la proposta della collana mi sembrava interessante: un noir, sì, ma “politico”. E la libertà di movimento che mi è stata consentita (dentro il genere e fuori e di traverso) mi ha convinto.

Di mio ne "Il sangue del tiranno" ci sono diversi elementi. Per esempio, il fattaccio, l’omicidio, o meglio il tentato omicidio, non avviene subito, ma dopo nove capitoli. All’inizio i capitoli della prima parte erano un paio di più, e più densi, ma mi sono reso conto che non era il caso di giocare troppo con il senso dell’attesa e la pratica dell’indugio. Tutta la prima parte comunque è una lunga preparazione al delitto, costellata di un certo numero di false piste e tentativi falliti o progetti di delitto.
Un altro aspetto che sento mio è stata l’incertezza con cui si muovono i personaggi. Nessuno di loro ha assistito al crimine, o ne ha viste le conseguenze sul corpo della vittima. Ne parlano, ossessivamente, e dai loro discorsi il delitto emerge sfumato, indeterminato. Chissà com’è davvero andata – non lo sapremo mai, nemmeno dalla voce dell’ispettore chiamato a indagare, che sa ascoltare e si mostra affabile ma certo non ha intenzione di raccontare ciò che sa o condividere le sue conclusioni.
Altri elementi che amo ho inserito nel romanzo: una certa atmosfera declinante e crepuscolare, da fine di un’epoca, da disfatta imminente, e la consapevolezza che certi personaggi hanno di questo declino; certe ossessioni, certi tic che ho attribuito in particolare a un personaggio, il professor Calandrone; una voce ironica e un tantino cinica che narra, uno sguardo attento ai dettagli ma forse un po’ miope sull’insieme (il professor Martino Villani); un procedere che è quasi un divagare, scena dopo scena, senza troppa fretta, con l’aria di occuparsi d’altro.

venerdì 15 aprile 2011

Sintonie: Rita Charbonnier, "La sorella di Mozart" (da "Letteratitudine")



La storia della musica ci ha consegnato alcune figure femminili forti e ispirate, che con passione e determinazione hanno combattuto contro le convenzioni sociali del loro tempo, i pregiudizi nei confronti delle donne, le oppressioni familiari: Fanny Mendelssohn, Nannerl Mozart, Clara Schumann. Non stupisce che siano state rese protagoniste di romanzi che, al di là del carattere più propriamente “storico”, si rivelano come indagini sul gusto, sulla sensibilità, sull’estetica, soprattutto se queste donne sono vissute in epoche di passaggio. L’ambiente musicale descritto in “La sorella di Mozart” di Rita Charbonnier (ora ristampato da Piemme) è appunto colto in un momento di evoluzione dal vecchio al nuovo. È un mondo in cui vecchie figure al tramonto, i senatori della musica come J. C. Bach, Farinelli, Salieri (l’incontro finale al cimitero sulla ossa comune in cui è stato gettato Mozart ha il sapore di una commovente riabilitazione), osservano con stupore l’emergere di un gusto nuovo, di giovani esponenti di un nuovo linguaggio. Mozart sembra essere (con Nannerl, forse) il trait d’union tra un’epoca e l’altra.

“La sorella di Mozart” gioca con grande discrezione con i rimandi al linguaggio musicale (“Ouverture”, “Amaro interludio”, “Finale. Scherzo”…). Anche le lettere di Nannerl e del suo amato Armand sembrano alternarsi e intrecciarsi nel romanzo come due temi di una forma-sonata (non a caso la prima lettera è di Armand, così come nella forma-sonata spesso il primo tema ha un carattere “virile”). La musica nel romanzo di Rita Charbonnier è spesso descritta come qualcosa di organico, di leggero ma non etereo: “La voce del violino s’insinuò tra le pieghe della tenda e discese sulle tavole del pavimento per rimontare fino alle volte del tetto, colmando lo spazio di un velluto sottile e lucente”. È un’arte dal potere incantatorio, una forza rapinosa. È un linguaggio misterioso che incanta chi non sa davvero capirlo ma non può resistere ad esso (un recente esempio analogo ho trovato ne “La nota segreta” di Marta Morazzoni) .
Come parlare di questo linguaggio, come “raccontarlo”? Trovo una possibile soluzione nella bella descrizione della Fantasia per pianoforte di Mozart (quella in Re minore?) che “La sorella di Mozart” ci concede verso la fine: la pagina gioca con metafore, atmosfere, attese e seduzioni, colpi di scena, improvvise accelerazioni e abbandoni stuporosi. Rendere a parole un brano musicale vuol dire davvero, più che descriverlo, scovarne una dimensione narrativa, farne una storia (che forse è la storia del rapporto tra chi ha composto, chi sta eseguendo e chi ascolta).


La natura squisitamente musicale della Nannerl di Rita Charbonnier emerge bene anche dalla sua capacità di cogliere il mondo attraverso i suoni, di leggere suoni e rumori come una sorta di partitura, sin dalla più tenera età: “Ma poi (il grido della madre durante il parto, ndr) riemerse dalla sua memoria nella forma di un ritornello amplificato, distorto, disumano”. E più avanti: “Ogni azione aveva un suono e ogni suono aveva un senso per Wolfgang e Nannerl”. In questo senso sono particolarmente significativi molti episodi di vita familiare, e tra i primi quello della nascita di Wolfgang, tutto giocato su gridi, urla, poi vagiti… Il mondo tesse una gigantesca partitura a cui per gioco le voci e i suoni di Nannerl e di Wolfgang si sommano (“Correvano le loro note improvvisate e anarchiche, selvagge e spassose, da una porta all’altra; s’inseguivano, si ghermivano, s’intrecciavano e si scioglievano; uscivano dalla finestra, si posavano sul trono del sovrano, soffiavano sui cappelli dei passanti, si mischiavano con il fracasso di una carrozza in corsa”). La natura di Nannerl è insomma portata alla sinestesia. “Vede” la musica, “sente” o “ascolta” tutto il resto. Il “vedere” la musica si traduce in una capacità istantanea di immaginare la scrittura musicale, di trasformare i suoni in piccole macchie di inchiostro sul foglio pentagrammato. Forse è proprio così che un musicista sensibile si rapporta con la realtà. E forse è in questo approccio sinestetico la soluzione per mettere in relazione la musica e la letteratura.
La giovane Nannerl è musicista, nonostante l’ostilità paterna, e, insoddisfatta dei libretti altrui, anche poetessa. Nel lavorare alle musiche e ai versi della sua opera “Il Militar Galante” ha già operato per conto suo una sintesi tra le due arti, e superato una convenzione a cui il fratello è ancora legato. Nannerl è aperta, curiosa, assai più del padre, piuttosto diffidente nei confronti delle novità (non ama ad esempio il pianoforte, lo giudica privo di vero futuro); e, rispetto al fratello Wolfgang, sembra più consapevole, più riflessiva, meno istintiva, meno “impudente”.

Da didatta, Nannerl riconoscerà il talento autentico in figure come Victoria, e lo difenderà a ogni costo, misurando ogni volta quanto l’ottusità dei padri e dei suoi tempi reprima il talento musicale nelle donne, rovinando l’anima “nel silenzio, nel livore, nelle imposizioni accettate senza discutere”. Nell’impossibilità di esprimere pienamente se stessa, Nannerl troverà modo di esprimersi attraverso la formazione di Victoria, la sua allieva prediletta.
Ma, forse anche per queste sue qualità, Nannerl Mozart resta una creatura dell’ombra, e ne è cosciente. “Ho sempre preferito il ruolo di chi, nell’ombra, inventa, poi, nell’ombra, ascolta il risultato”. A relegarla in questa posizione, oltre all’essere una fanciulla, è la preferenza data dal padre Leopold alla carriera del figlio Wolfgang. Nannerl sembra però fare di questa condizione periferica un punto di forza: “Non potevo suonare (avrei svegliato tutto il vicinato!) ma per comporre mi bastava ascoltare l’orecchio interno e sfiorare la tastiera, senza affondare le dita; le mie cognizioni di contrappunto si limitavano a quanto riuscivo a origliare delle lezioni che mio padre dava a Wolfgang ma questo era per me, più che un limite, uno stimolo”.
Secondo Wolfgang la sorella è prigioniera della perfezione, della tecnica. Le consiglierà di scrivere “in modo più sciocco; o più furbo, se vuoi, ma imperfetto”. Le dirà: “Io qui vedo solo tecnica, Nannerl. La tua passione non c’è”. Questo appunto di Mozart ci dice molto di lui, della sua visione estetica; ma allo stesso tempo ci suona ingiusto nei confronti di Nannerl e di una musica che immaginiamo assai più bella e libera (e “appassionata”) di quanto lo stesso Wolfgang voglia ammettere.
Alla fine del romanzo, la sua vita lontano da Wolfgang e dalla sua musica le apparirà come all’interno di una “pausa” musicale (e una pausa, come sa bene chi è musicista, è sempre un silenzio carico di senso quanto le note che precedono e seguono). La riconciliazione e la ritrovata armonia con il ricordo del fratello nel frattempo morto si traducono in scrittura, cioè in trascrizione, edizione critica, cura meticolosa, inchiostro e inchiostro versato con dedizione per salvare musiche che altrimenti andrebbero perdute. Anche con Wolfgang, insomma, Nannerl si realizza come aveva fatto attraverso Victoria. La musica, in questo senso, sembra superare le vite e le volontà dei musicisti, e usare gli uomini come strumenti, passare dagli uni agli altri.

mercoledì 13 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 2: dedica

La dedica a Stéphanie Hochet è prima di tutto l’omaggio a una cara amica e a una scrittrice profonda e brillante, che mi ha onorato di una affettuosa dédicace sul suo ultimo romanzo, “La distribution des lumières” (Flammarion). Altri due clin d’oeil a Stéphanie sono nascosti nel testo: il mio protagonista si chiama Martino Villani (allusione al suo Pasquale Villano); e anche questi finisce esule in Francia (ma il suo esilio ha il sapore della parodia, della commedia amara più che del dramma del disancoramento). I riferimenti allo Ionesco de “Le Roi se meurt”, a Jarry, a Gide e anche a Milhaud sono altre piccole spie che rimandano a momenti di nostre conversazioni (esattamente come le sfuriate, le nostalgie e le letture del suo Pasquale Villano).
Questi ammiccamenti al mondo narrativo della Hochet hanno un senso particolare: la lettura del suo settimo romanzo mi ha indicato una possibile via “colta” al noir, e mi ha mostrato come colorare di un senso “politico” l’adeguamento (parziale, divagante, capriccioso anche, depistante) a un genere in voga.

martedì 12 aprile 2011

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Liberi di scrivere"

Dalla lunga e acuta recensione di Giulietta Iannone apparsa sulla rivista online "Liberi di scrivere", http://liberidiscrivere.splinder.com, riporto la parte che affronta la figura di Dvoinikov.

"Le luci e le ombre di questo scontro impari (tra espressione artistica e potere, ndr)non disdegnano compromessi e ambiguità, per sopravvivere si accettano espedienti poco nobili a volte abbietti ma ritagliarsi scampoli di libertà diventa pressante e vitale anche sotto i regimi più repressivi e liberticidi.
Il compositore russo Rafail Dvoinikov, personaggio fittizio ma nello stesso tempo più che realistico nato come riflesso dal confluire delle vite di tanti grandi compositori del Novecento come Stravinsky e Shostakovich, vero e ingombrante protagonista di questo romanzo strutturato come un trattato di musicologia, figura quasi mitica e carismatica pur nel suo canto declinante di vecchio prossimo alla morte, incarna con la sua cupa risolutezza di prescelto, di sacerdote di un culto per adepti difficili da accontentare, di sopravvissuto, queste luci e queste ombre.
Nello stesso tempo diventa l’emblema dell’artista che si scontra contro il potere, in questo caso rappresentato dalle sanguinarie vesti dell’oppressione stalinista, e nella fattispecie duella con Vladimir Galavamov, l’antagonista, il capo della Commissione dei Musicisti di Stato, organo che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’ortodossia socialista e sul controllo degli artisti visti come possibili voci critiche e sovversive, il servo del regime, a sua volta compositore mediocre e invidioso del genio e del talento altrui, che non disdegna il ricatto anche il più infimo e spregevole, basti pensare a quando minaccia Dvoinikov di volergli togliere la patria potestà della figlia Vasilisa, o mezzi che rasentano il ridicolo e il grottesco come quando utilizza nani fatti passare per bambini come informatori, o quando durante gli interrogatori a cui sottopone i musicisti reprobi si fa sostituire da improbabili sosia seguendo le orme e l’esempio di Stalin.
Certo Dvoinikov non è l’eroe romantico che si erge titanicamente contro le imposizioni del regime, resistendo invitto e irriducibile utilizzando unicamente le armi invincibili della bellezza, del talento e della passione artistica. Dvoinikov visse anche sulla sua pelle la lunga stagione della sottomissione, accettò adeguamenti umilianti, si piegò ad opportunismi e rinunce ma questo non ne fece un meschino e mediocre creatore di opere caricate e propagandistiche, anche nelle ore più buie, anche quando si ritrasse in se stesso domandandosi impotente “A che serve scrivere musica?” anche allora la musica in modo anarchico e misterioso trovò il modo di conservare la sua voce più autentica e più pura."

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/24323216/recensione-di-rapsodia-su-un-solo-tema-colloqui-con-rafail-dvoinikov-di-claudio-morandini

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di Sakura87 su "La stamberga dei lettori"

Su "La stamberga dei lettori", già "Ghetto dei lettori", alla recensione di Polyphilo si aggiunge quella di Sakura87. Ne estraggo la parte finale.

"Con una pluralità di linguaggi sapientemente dosati, Morandini alterna in questo romanzo diaristica, narrativa, saggistica, verbali, epistolari: la vita di Ethan, da lui stesso raccontata nelle pagine del suo diario; la vita di Dvoinikov, ricostruita attraverso conversazioni, vecchi documenti, colloqui con la sua assistente; e, infine, un bizzarro racconto epistolare dal taglio voltairiano che immagina la corrispondenza tra un musicista settecentesco e uno, coevo, in viaggio nel futuro. Le storie s'intrecciano con naturalezza, la ricostruzione storica della Russia del primo Novecento è impressionante, così come pure la proprietà di linguaggio dell'autore che dimostra di sapersi districare tra i più diversi registri linguistici.
Un romanzo decisamente non mainstream, in special modo per le frequenti e puntualissime divagazioni estetiche che chi s'intende di musica saprà apprezzare più che degnamente (...). Senza dubbio un libro d'alto livello, che si distacca da buona parte della compagine di scrittori italiani, esordienti o affermati che siano."

http://www.lastambergadeilettori.com/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-claudio.html

A proposito de "Il sangue del tiranno", 1: titoli


In attesa che "Il sangue del tiranno" (Agenzia X, Milano, 2011) esca in libreria (tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio), comincio a riflettere (o rimuginare) su alcuni aspetti di questo romanzo breve.

Partiamo proprio dal titolo, da questo titolo trucido e anche un po’ convenzionale, “Il sangue del tiranno”: a riscattarlo, spero, c’è la citazione in esergo dei versi di una tragedia poco conosciuta di Vittorio Alfieri, “La congiura de’ Pazzi”. Mi piace l’effetto spiazzante che dà quella citazione dotta subito dopo un titolaccio da saga fantasy o da videogame. Il titolo precedente era anche più splatter, “Slay the Tyrant!” – il nome di un videogioco dalla violenza terapeutica a cui si dedicano talvolta gli accademici protagonisti del romanzo. In tal caso, l’effetto di spiazzamento sarebbe sorto tra l’effettismo del titolaccio e l’ambiente appunto accademico, le atmosfere tutt’altro che sanguinarie dell’insieme.
Altri titoli mi erano venuti in mente al tempo delle prime stesure: il primo, il più bello, era “Il tiranno malato” – peccato che fosse già il titolo di un racconto di Buzzati, che mi sono contentato di citare.

venerdì 8 aprile 2011

Sintonie: Marcella Papeschi, Adriana Mascoli


Marcella Papeschi e Adriana Mascoli, le autrici di “Fanny Mendelssohn - Note a margine” (Manni, 2006), hanno accettato di rispondere ad alcune mie domande sul loro romanzo. Avevo già scritto tempo fa, su "Letteratitudine", di “Fanny Mendelssohn”, dell’attenta ricostruzione degli atteggiamenti e delle emozioni del primo Ottocento, del mondo fatto di gerarchie familiari, dell’intreccio tra passioni trattenute, ossequio alle convenzioni sociali e ribellioni interiori che le autrici hanno saputo ricreare.
Il romanzo gioca sin dal sottotitolo (“Note a margine”) con il tema attorno a cui stiamo girando da mesi nel forum di “Letteratitudine”, il rapporto anche linguistico tra musica e letteratura. Si potrebbe aggiungere che anche scrivere un romanzo “a quattro mani” è ammiccare alla letteratura musicale e alla pratica musicale. Le risposte di Adriana e Marcella sono un contributo significativo alla nostra discussione.

IO - Come siete arrivate a scegliere Fanny Mendelssohn?
ADRIANA - Fanny Mendelssohn è una figura storica che ci ha affascinato sia per la qualità della sua musica sia per la sua storia di donna inquieta. È stato quasi immediato il desiderio di fare un viaggio letterario insieme a lei, il percorso è stato così coinvolgente che la distanza tra i nostri mondi si è annullata.
In Fanny la ricerca ha determinato un profondo conflitto con il padre e il fratello che non consideravano possibile una sua carriera da musicista. Fanny non si riconosceva chiusa nel ruolo di madre dedita alla famiglia e sentiva il bisogno di uscire dai confini della propria casa, pur illuminata da tanta cultura e da tanta musica. La vita di Fanny Mendelssohn è una storia di autoaffermazione.
Uno snodo essenziale del suo percorso è stato il viaggio nella amatissima Italia. Tra il 1840 e il 1841 col marito e il figlio ha soggiornato a Venezia, a Roma e a Napoli: la cerchia di amicizie che la ha accolta come musicista ha creato lo sfondo per una nuova consapevolezza di sé e per la determinazione nel seguire i propri desideri. Fanny sapeva che era l’arte a dare sostanza alla sua vita: la collaborazione col marito pittore l’ha sostenuta anche nei momenti in cui la distanza dalle aspettative della famiglia sembrava insostenibile.

IO - Come avete lavorato insieme?
MARCELLA - Io e Adriana abbiamo dato vita a questo progetto a partire dalle nostre passioni comuni: la scrittura, la musica e le biografie di donne esemplari, ma anche per una nostra predisposizione alla comunicazione e al percorso cooperativo, non a caso tutte e due insegniamo e siamo appassionate del nostro lavoro. Scrivere in due è stato bello e importante: la condivisione delle fatiche e delle responsabilità è sempre stata accompagnata dalla ricerca della consonanza tra i nostri modi di sentire e di interloquire col personaggio.

IO - Come avete lavorato sui documenti d’epoca? Come avete integrato diari, lettere e altre testimonianze nel lavoro di ricostruzione romanzesca?
MARCELLA - Abbiamo proceduto a partire dalla musica. Adriana, come pianista, aveva nelle mani e nel cuore parte del repertorio di Fanny. La sua musica parlava di lei. Per un anno abbiamo ascoltato, letto e tradotto le fonti: in italiano non esistevano testi, se non alcuni articoli su riviste specializzate; abbiamo cercato e recuperato saggi stranieri, alcuni attraverso ricerche in librerie antiquarie. Non essendo traduttrici di professione ci siamo via via confrontate sulle pagine più complesse.
È stato un anno di intenso lavoro. Le parti più interessanti per il nostro progetto ci sono apparse il diario e le lettere spedite alla famiglia e al fratello. Abbiamo poi studiato i testi che ci riconducevano alle vicende della vita di Fanny: i diari di viaggio di Goethe, la storia della vita quotidiana dell’Ottocento europeo e tanti altri. Piano piano il profilo biografico di Fanny ha preso vita.

IO - Che tipo di scrittura avete scelto?
ADRIANA - È stato chiaro fin dall’inizio che non volevamo produrre un saggio e abbiamo seguito il nostro desiderio di scrivere un romanzo.
La scrittura è articolata su tre piani narrativi: il diario, una voce narrante esterna, le lettere scritte e ricevute da Fanny. L’alternanza di questi tre piani ci ha consentito di dare movimento allo svolgimento delle vicende e di lasciare emergere con discrezione il carattere della protagonista.
Obiettivo essenziale della nostra scelta narrativa è stato quello di veicolare ciò che abbiamo considerato l’elemento più prezioso nella storia di Fanny Mendelssohn: il divenire della forza di un desiderio.

giovedì 7 aprile 2011

Un frammento

«Facciamo così, caro. Ci metta un morto» mi dice Pallanza. «Un bel morto ammazzato, verso pagina trenta.»
«Un morto.»
«Un morto, sì. Rendiamo più oscura questa storia. Non che sia male, tutt’altro. Ma diamole mordente. Facciamo fare un salto sulla sedia ai nostri lettori.»
«Non pensavo a un morto» dico. «Cioè, sì, prima o poi qualcuno muore, muore sempre qualcuno, nelle mie pagine, è vero, ma si tratta per lo più di malattie, lunghe malattie, lunghissime anzi, o di incidenti per disattenzione, o per incredibile sprovvedutezza. Non mi viene mai in mente di farli uccidere i miei personaggi.»
«E invece dovrebbe, caro. Il mondo è pieno di omicidi.»
«Non è mica tanto vero, sa.»
«Il mondo della provincia» continua Pallanza, senza ascoltarmi. «Le sonnolente, ambigue, ipocrite città della provincia. Ha idea di quanto omicidi avvengono?»
«No, ma occhio e croce non direi quanti quelli scritti.»
Pallanza, per contraddirmi, e mostrare che la realtà è così, piena di assassini, anzi di assassini seriali, invece di citare le pagine della cronaca nera, come mi aspetterei, attacca con una serie di riferimenti cinematografici. Ecco qual è la sua realtà, penso sconfortato.
Obietto ancora. E lui, per confutarmi, tira in ballo i telefilm.
«Tutti uccidono, vede, caro. Mica solo i personaggi di carta. Tutti. Anche quelli di celluloide.»
«Io no che non uccido» obietto.
«Lei ne scriva, è più che sufficiente.»

Dieci buone ragioni per non leggere Claudio Morandini

Una volta, la mia amica scrittrice Stéphanie Hochet ha risposto a un'intervista scherzosa in cui le si chiedevano dieci buoni motivi per non leggere Stéphanie Hochet. Le sue risposte argute e insieme sincere delineavano dieci caratteristiche sue proprie, che potevano essere lette come argomenti sia a favore sia contrari – o meglio, solo un fesso avrebbe potuto scambiarli davvero per ragioni per “non” leggere i romanzi della Hochet. L’idea mi è sembrata divertente, così mi ci sono messo anch’io. Un po’ pateticamente, lo riconosco: giacché a me nessuno ha chiesto questi dieci motivi per non leggermi.

1) I finali dei suoi romanzi non concludono davvero.
2) Per lui noir è solo un colore, non un genere.
3) È uno snob: cerca di scrivere bene. E usa termini desueti.
4) Non ha mai frequentato scuole di scrittura. E, come se non bastasse, insegna lettere, ma non ama che lo si dica.
5) Si sente l’eco di troppi libri letti tra le sue pagine. E i suoi modelli letterari sono tutti morti da un pezzo.
6) I suoi personaggi sono sfuggenti, non sai nemmeno che faccia abbiano.
7) Ha un’opinione troppo alta del lettore.
8) Cambia sempre casa editrice.
9) È un perfezionista distratto.
10) Mette sempre troppa roba nei suoi romanzi.