giovedì 31 marzo 2011

Sintonie: Naif Hérin, “Le civette sul comò” (2011)


Naif Hérin è un’artista ironica, sottile, diretta. Nelle dodici canzoni del suo album del 2011, “Le civette sul comò”, le malinconie non durano molto, c’è un’impazienza anche un po’ aggressiva dietro l’angolo, la tenerezza dei sentimenti è sempre corretta da una giusta dose di giocosità. Nei suoi testi si legge un desiderio di mollare gli ormeggi, un’orgogliosa rivendicazione di libertà e di stile. Sono le parole di chi non ha mai dato niente per scontato, e ha dovuto lottare per ottenere attenzione e veder riconosciuti i propri meriti. Sono anche le parole di chi non si è accontentata di una piccola fama locale e, partendo da un luogo sperduto e culturalmente angusto come la Valle d’Aosta, ha avuto il coraggio di misurarsi con spazi assai più vasti. I riconoscimenti sono arrivati – e continuano ad arrivare, da parte del pubblico più attento e anche degli artisti più avvertiti, in Francia e in Italia.
Naif Hérin, senza nulla perdere in precisione, è essenziale, inquieta, a volte anche impulsiva se vogliamo. Ma non c’è mai niente di approssimativo nella sua musica, di vago, di tirato via. Il pop, nelle sue mani di Naif, è una cosa seria – Naif sa bene che la semplicità, non la facilità, è una conquista tutt’altro che facile. Le formule, i cliché dell’industria della pop music non aiutano molto in questa operazione: piuttosto ci vogliono sensibilità, gusto, pazienza, cocciutaggine anche, e un mix difficilmente quantificabile di orgoglio e umiltà. È una cosa seria, appunto.
Come i migliori artisti, Naif è giunta alla maturità artistica attraverso un paziente lavoro di cesello e di sottrazione. Via i fronzoli, insomma, le esuberanze orchestrali, i protagonismi degli strumentisti, i compiacimenti ritmici e sovraeccitati del funk, gli effetti che riempiono ma rischiano di distrarre – ora bastano pochi tocchi a suggerire, ad alludere a una dimensione più ampia di quella della canzone da camera. Sono sufficienti gli accordi della chitarra, gli appoggi del basso, una percussione discreta e sapiente. Resta, in quest’album, una generale attitudine al folk, un’aria leggera e rétro da festa campestre, allusioni a organetti e pianini, a sezioni di fiati di bande di paese. Via anche molti dei virtuosismi vocali e delle sovraincisioni corali che impreziosivano le sue prime prove: ora si sente una voce che canta, talvolta canticchia come si fa quando ci si risveglia, e che saprebbe lanciarsi in virtuosismi ma non lo vuole fare perché quello che davvero conta è altro. In generale c’è, nell’idea del pop di Naif, una componente fatta di immediatezza controllata, in cui tutto deve suonare spontaneo ma non improvvisato.
“Le civette sul comò” è un album sapiente, sincero e generoso. Merita di essere ascoltato con attenzione e goduto con un sorriso.

giovedì 17 marzo 2011

Sintonie: Elena Salibra, "Il martirio di Ortigia"


Il primo aspetto che mi ha colpito, nella raccolta di liriche “Il martirio di Ortigia” di Elena Salibra (Manni, 2010, con un’attenta introduzione di Maria Cristina Cabani) è la ricchezza metrica. Dietro a questa c’è non solo la sapienza metricologica della Salibra, ma anche una finissima sensibilità ritmica, che gioca instancabilmente con accenti cesure metri enjambement e soprattutto, direi, con quel particolare attrito che si produce tra le esigenze del verso e le esigenze della sintassi – anche questa franta, prodiga di ellissi, incisi, trattini e parentesi. Maurizio Cucchi ha parlato a questo proposito di “non comune destrezza brillante”, di “capacità di gestire i materiali efficace e originale”. A leggerle, le sue poesie assomigliano a quelle piccole partiture stravinskiane regolate dall’irregolarità del ritmo:

tutto spostato d’un tanto
nei miei versi
d’un tempo d’un senso d’un dove


[d’una sillaba d’un accento] grafo
Di quel movimento – ci sei –
cerchio semicerchio ellissi
– lo spostamento

Così scrive Elena Salibra in quel movimento.

Perciò, quando, tra tanti versi – endecasillabi soprattutto – rotti e sminuzzati oppure espansi e ipermetri, ci si imbatte in un endecasillabo meno dissimulato, più apertamente cantabile di altri, si stupisce (“e piombo sul lungarno gambacorti”, per esempio, o “il dolce inferno della conceria”, o “la botola s’aprì di nuovo a lato”, e si noti come la cadenza del verso illustre si adatti a un linguaggio che non disdegna la contaminazione con il quotidiano). La tradizione poetica (i versi, addirittura la forma del sonetto) viene ripercorsa e modulata con la libertà di chi la sente parte della propria lingua, e ne attinge per scelta e per gusto.
Da un punto di vista visivo, invece, i versi della Salibra sembrano rimandare alla frammentarietà di antiche liriche sopravvissute a brandelli dentro a rotoli e codici (ecco, da qui, forse, le lettere isolate, le sigle, le parentesi quadre, i puntini di sospensione, l’uso degli spazi bianchi).
La sensibilità di cui sto parlando, assieme a un lessico sempre “dentro” le cose e allo stesso tempo “fuori” da esse, calibratissimo anche quando lascia i toni incliti e scende a pigliare dalla contemporaneità, sensatissimo anche quando si incanta a giocare con i suoni, danno a questi versi un colore di tenue distacco, forse di sorridente ironia (e dico “forse” perché la migliore ironia non si palesa mai troppo, e non rinuncia a un minimo di ambiguità), sul modello montaliano. Daniele Piccini, che ha visto questo rimando a Montale, parla di “parola spigolosa, irta e insieme ricca di accordi”. Emerge non di rado, quando i versi raccontano di viaggi o di città, o indugiano sulla quotidianità, sugli affetti, o alludono all’esercizio della poesia e all’arte – emerge, dicevo, un sottinteso diaristico, confidenziale (quel tu che compare così spesso, e che non sai se prendere per un interlocutore anche questo alla Montale o per un se stesso allo specchio).

Piccola glossa a quanto appena scritto: ho letto con ammirata attenzione le liriche di Elena Salibra anche perché sento, da narratore, di averne un gran bisogno. Chi racconta storie ha bisogno cioè di riflettere sulla densità e la ricchezza della parola, per non ridursi a un mero cronista di fatti – e questo la poesia lo concede con generosità. È un vecchio discorso, e non sono il primo a farlo – di recente ne ho parlato con Stéphanie Hochet, che ha espresso, da autrice di eccellenti romanzi, la stessa esigenza, che era già di Calvino, di Landolfi... Ma è un discorso su cui vale da pena di continuare a insistere.

mercoledì 16 marzo 2011

Dall'intervista su "Il divano muccato"

Riporto le ultime tre risposte della piacevole intervista pubblucata su "Il divano muccato. Dove gli scrittori si raccontano", di Luca Artioli, http://ildivanomuccato.wordpress.com/?page_id=144&preview=true.


8 ) UN VIAGGIO
Ogni tanto mi impongo di far viaggiare i miei personaggi. Una certa tendenza agorafobica mi spingerebbe a tenerli reclusi in interni piuttosto soffocanti, anche poco illuminati. Per correggere questa tendenza, via, aria!, li sbatto fuori di casa e li conduco in peregrinazioni di cui talvolta a essi stessi sfugge il senso.
Per ora, il mio personaggio che ha viaggiato di più è di sicuro Ethan Prescott, in “Rapsodia su un solo tema”; il suo è un viaggio iniziatico, in un certo senso, a ritroso nel tempo (aereo, treno, a piedi…), fatto per rimuginare, prendere tempo, contemplare o immaginare.
Ma i veri picari devono ancora arrivare – in “A gran giornate”, ancora inedito, è tutto un via vai verso luoghi sempre più improbabili – e chissà se arriveranno mai.
Ma forse mi chiedevi dei miei viaggi. Non sono avventuroso, no. Viaggiare mi piace, ma solo se posso contare su un’accurata programmazione di ogni aspetto – in questo mia moglie è preziosa. Negli ultimi anni abbiamo visitato grandi città europee, per abbuffarci di cultura e bellezza.

9) UN MOTTO
Ti confesso che questa è la domanda più difficile…
Scarto subito l’autocitazione, un po’ per pudore un po’ perché non sono un sentenzioso. La prima idea è di buttarmi sul tolle-lege alla Sant’Agostino (ci provo, infatti, con i libri che mi sono più cari: ma non ne ricavo niente di buono, o almeno niente di citabile qui).
Potrei cavarmela con qualche colta citazione coerente con le mie risposte precedenti (che so, il “Siamo tutti nani sulle spalle di giganti” di Alberto Magno, molto carino ma di recente piuttosto abusato, o il montaliano “La vita oscilla tra il sublime e l’immondo/ con qualche propensione per il secondo”).
Ripiego alla fine sul folgorante “Davvero?”
È l’ultima parola del libro che sto leggendo ora, “Sangue in sala da pranzo” di Gertrude Stein (nella traduzione di Benedetta Bini). Veramente la Stein, che detestava i punti interrogativi, ha scritto “Are they.” in risposta alla frase precedente (“No one is amiss after servants are changed.”). Ma in quel “Davvero?” della Bini io leggo tutto un mondo di curiosità e di dubbi, di petulanze, di rovelli, che in fondo è la letteratura.

10) PROGETTI
Continuare a scrivere, naturalmente, e continuare a lavorare sulla scrittura. Praticare ancora i racconti e i romanzi brevi, che amo per la loro consolante leggerezza, e intanto mettere da parte pagine e spunti per romanzoni più ambiziosi.
Un romanzo breve è in uscita a marzo per la collana “Inchiostro rosso” di Agenzia X: mi sono divertito, ne “Il sangue del tiranno”, a sparigliare le carte in un genere che non pratico spesso. Un paio di racconti sarà invece disponibile a giorni sul “Jukebooks” di Quinta di copertina. Poi c’è il progetto con Marta Raviglia, una splendida cantante non solo jazz, e Simone Sbarzella, le “Dodici variazioni sul sangue” (il nostro “Pierrot lunaire”, diciamo; io sarei l’Albert Giraud della situazione), di cui ad aprile si dovrebbe già ascoltare qualche brano in concerto.

martedì 15 marzo 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Il divano muccato"

“A che serve la musica? La musica più bella di questo mondo a che serve davvero? Non sa resuscitare i morti innocenti, non lava le colpe, non sa nemmeno dare sollievo se non a chi già è sollevato. A che serve la musica? A che serve?“

Sono le riflessioni di Rafail Dvoinikov, il protagonista dell’ultimo romanzo di Claudio Morandini e non sono state scelte a caso, per iniziare questa nuova intervista.
Claudio e la musica sono legati a doppio filo. Un po’ perché il nostro autore avrebbe voluto fare “da grande” il musicista e un po’ perché, avendo poi seguito altre strade, ha deciso di dedicare comunque alla musica stessa gran parte della propria passione e del proprio tempo libero.
“Rapsodia su un solo tema” (Manni, 2010) finisce così per essere una sintesi tanto lucida quanto affascinante di questa sua profonda dedizione.
E non solo. Perché alla domanda che tanto ossessiona Dvoinikov questo libro dà già una risposta palusibile e convincente: la musica può servire per… scriverne!

Inizia così l'arguta intervista che Luca Artioli, poeta e narratore, pubblica sul suo sito http://ildivanomuccato.wordpress.com/. "Il divano muccato" - il nome lo dichiara senza reticenze - è un luogo di confronto piacevole e ironico, in cui gli scrittori invitati si accomodano per rispondere a dieci domande che sono in realtà dieci parole (parole-chiave, scelte non a caso): il tono prevalente è un sorridente understatement, il che non eslude riflessioni di qualche spessore. Insomma, un blog in cui tornare a curiosare spesso.

http://ildivanomuccato.wordpress.com/?page_id=144&preview=true

lunedì 14 marzo 2011

"La distribution des lumières": narrazione e contrappunto

L’amica scrittrice francese Stéphanie Hochet in questi giorni si trovava in Valle d’Aosta per una breve vacanza. Incontrarla e conversare con lei, portarla a visitare i luoghi (Aosta, Torino) in cui ha vissuto Pasquale Villano, uno dei suoi personaggi di “La distribution des lumières”, è stato estremamente interessante. Ho avuto anche il piacere di presentarla nel corso di due incontri, il 9 marzo alla Biblioteca Regionale di Aosta e l’11 presso la Libreria Minerva, e di approfondire con lei temi e aspetti del suo ultimo libro, edito da Flammarion nel 2010, e dei sei precedenti. Ho trovato in lei (ma questo non mi ha stupito) una scrittrice profondamente consapevole, attenta agli equilibri che regolano la struttura di un’opera, legata a modelli letterari classicamente “alti”, e insieme disposta a sperimentare e a rischiare. Alla ricerca di possibili sinestesie tra letteratura e altre arti, abbiamo parlato di architettura, soprattutto di suggestioni pittoriche. Il titolo del suo ultimo romanzo rimanda in effetti alla tecnica pittorica della distribuzione delle luci e delle ombre: ogni volta che parla uno dei tre personaggi principali (Aurèle, Jérôme, Pasquale), la luce per così dire lo isola dagli altri, e lascia in ombra gli altri. Ma è anche vero che le tre voci tessono un sistema complesso di ricostruzione dei fatti attorno al quarto personaggio, Anna, l’oggetto del desiderio, che voce non ha, o che ne ha una che risuona per simpatia nelle voci altrui. Ed ecco che accanto ad architettura e a pittura come possibili riferimenti per la particolare tecnica narrativa scelta dalla Hochet in questo suo settimo romanzo, compare, visto che si parla di voci, la musica.

La musica, dicevo, e in particolare il contrappunto. Il termine contrappunto, nella trama del romanzo, è prima di tutto l’elemento che fa avvicinare il personaggio italiano, Pasquale Villano (esule a Lione per il disgusto di fronte alla degenerazione politica del suo paese) e Anna Lussing, insegnante di musica nella banlieue lionese. Pasquale, che lavora alla traduzione di un romanzo in lingua inglese (come fecero Pavese o Vittorini, precisa la Hochet), ha bisogno di dettagli sul contrappunto, e, dopo aver cercato invano informazioni troppo tecniche, trova in Anna l’interlocutrice giusta.
Una prima suggestione contrappuntistica appare in questo breve dialogo tra Pasquale e Anna (la prima battuta della citazione è di quest’ultima):
«- Je peux vous conseiller quelqu’un si vous voulez prendre des cours de musique.
- Non. Je ne cherche que des précisions sur le punctus contra puntum.
- L’harmonie, l’horizontalité, la verticalité, ça ne vous dit rien ? (…)»
E più avanti, dopo qualche confidenza sulle origini valdostane di Pasquale :
«- Connaitre deux langues, c’est un bon début pour comprendre le contrepoint, le principe est le même.»
Qui Pasquale sembra portatore lui stesso di un contrappunto interiore a tre voci, in quanto bilingue, anzi trilingue (l’italiano della memoria, l’inglese delle traduzioni, il francese della comunicazione nel presente); ma potremmo dire lo stesso anche di Aurèle, l’adolescente «ossessionata dal linguaggio» secondo il giudizio della stessa autrice, uno di quei personaggi potenti e devastanti che portano scompiglio nei romanzi di Stéphanie Hochet (in Aurèle, grande affabulatrice, la parola scardina la realtà, la manipola, la ricostruisce).

Ma un’idea di contrappunto è anche e soprattutto – lo si scopre un po’ alla volta, senza che questo procedimento sinestetico sia troppo ostentato – alla base della costruzione “polifonica” del romanzo. Essa permette di esprimere la molteplicità e insieme di cercare un equilibrio, una sintesi. Ha scritto la stessa Hochet rispondendo a un’intervista: «Les personnages qui ont la parole (Aurèle, Jérôme, Pasquale) sont les amoureux d’Anna. C’est leur seul point commun, en dehors de ça, ils sont à l’opposé les uns et des autres. L’objet aimé (qui finit par devenir vraiment un objet) est ce qui les réunit. A l’image du contrepoint en musique, leurs styles discordants s’unissent autour d’un thème. » Cioè, insomma : i personaggi che prendono di volta in volta la parola sono innamorati di Anna. Questo è il solo punto in comune tra loro, a parte questo i tre sono in forte contrapposizione l’uno con l’altro. L’oggetto amato (che davvero finirà per diventare oggetto) è ciò che li riunisce. Come nel contrappunto fondato sul procedimento imitativo, i loro stili contrastanti si uniscono attorno a un tema (Anna).
Che Anna sia il personaggio ossessivamente presente nei pensieri dei tre, ma allo stesso tempo sia silente, è un aspetto che può sorprendere. Ma se si ascoltassero tutte le voci, si rischierebbe la cacofonia, ha riconosciuto l’autrice. Senza contare che anche di questo è fatto il contrappunto, di silenzio, di voci che tacciono, di parti implicite che risuonano per simpatia, nascoste tre le pieghe della tessitura complessiva.

Stéphanie ha citato opportunamente una frase della Yourcenar, «Un roman est le portrait d’une voix», il romanzo è il ritratto di un voce. Qui, nella “Distribution des lumières”, le esigenze polifoniche spingono, come si diceva, a un trio di voci. «Écrit à la troisième personne ce texte aurait été trop descriptif, trop analytique» : raccontato in terza persona il testo sarebbe risultato troppo analitico, descrittivo, insomma freddo. Troppo comodo il narratore esterno onnisciente, che consente un distacco quasi confortevole dalla materia brulicante del romanzo (comparirà alla fine, a raffreddare l’incandescenza della trama, in un ambiguo happy end: e qualcuno ha visto in questa una quarta voce, del tutto differente dalle altre). Un narratore in prima persona, poi un altro, poi un altro ancora, non solo costringono il lettore di entrare profondamente nella storia, ma lo coinvolgono fino a sballottarlo in una persistente condizione di disagio.
Ogni voce è il ritratto di una diversa forma di attrazione (d’«amour», scrive assai più nettamente la Hochet). Le tre voci sono così diametralmente opposte che era necessario favorire la comprensione del lettore (l’ascolto, anzi, verrebbe da dire) attraverso una differenziazione delle tre : Pasquale è una voce classica, sofisticata, precisa, molto “scritta” se vogliamo, anche quando l’indignatio verso la degenerazione del suo paese (il nostro) lo spinge verso toni duri alla Giovenale; Aurèle è « violenta e cerebrale » allo stesso tempo, il suo lessico rimanda continuamente alla fisicità dei corpi attraverso un continuo giocare con le parole; la lingua di Jérôme, paratattica, spesso alogica, esprime soltanto emozioni, sensazioni, pulsioni, ossessioni.

Il romanzo di Stéphanie Hochet non vuole riprodurre nella sostanza una tecnica contrappuntistica, ma trova nel linguaggio musicale il fecondo suggerimento di una struttura polifonica e imitativa; esso allude insomma al contrappunto, restando saldamente ancorato a una natura narrativa. Certo, se vogliamo stare al gioco e trovare nell’ambito musicale un equivalente della tecnica della Hochet, non è in Palestrina o Marenzio che bisognerebbe cercarlo, ma piuttosto in certi ripiegamenti tormentati verso il contrappunto che hanno caratterizzato il Novecento – un contrappunto in cui il sovrapporsi delle linee melodiche non sfocia verso l’armonia del tutto, ma verso asperità dissonanti, attraverso uno strisciante conflitto di voci – oppure negli omaggi di Stravinsky o Sciarrino a quel complesso genio che fu Gesualdo da Venosa.

venerdì 4 marzo 2011

"Il sangue del tiranno": il disegno in copertina


Mi piace molto l’illustrazione che Maurizio Rosenzweig ha realizzato per la copertina de “Il sangue del tiranno”. Mi piacciono la figura di spalle, la mano in tasca, il vestito spiegazzato, l’altra mano a reggere una cartelletta che sembra vuota. Anzi, adoro quella cartella – ha un’aria mesta, forse ironicamente mesta, perché ad essere mesti così e a sopportarlo ci vuole un po’ di ironia, o si soccombe. Mi piacciono le piastrelle sconnesse in primo piano, l’ombra netta sotto il porticato, le crepe che si allargano sull’ala dell’edificio di fronte. Mi piace l’idea del porticato, anche se nel romanzo non si parla di portici – quei portici fanno subito quartiere universitario. Mi piace intravedere il cortile deserto – l’ateneo del romanzo è davvero così, pieno di vuoto, per così dire. Mi piace l’allusione a un teschio che scorgo nel porticato e nelle finestre di fronte, e mi piace che sia appunto solo un’allusione, che ci si arrivi dopo un po’, se ci si arriva. Mi piace infine che non ci sia una goccia di sangue – bastano e avanzano il fondo rosso della copertina e il sangue citato del titolo. In questo senso il disegno, così silenzioso, produce un interessante contrasto con il titolo, ne smorza e corregge il tono (volutamente) strillato e (parodisticamente) enfatico (Sangue! Tiranno!).

mercoledì 2 marzo 2011

"Il sangue del tiranno"

Ci siamo quasi. Se dovessi presentare il nuovo romanzo, in uscita a fine marzo nella collana "Inchiostro rosso" di Agenzia X, scriverei così:

Rieccolo, il vecchio rettore La Sansa. Rieccolo, ancora più malato e irascibile, proprio quando tutti speravano di essersene liberati. Non tutti i docenti della modesta università di provincia ch’egli ha condotto al declino reagiscono bene al suo ritorno: il professor Calandrone, ad esempio, dà di matto, e comincia a architettare agguati ai danni dell’anziano tiranno, cercando di coinvolgere colleghi e studenti. Il suo amico professor Villani, invece, preferisce rifugiarsi in un dongiovannismo un po’ di maniera.
A complicare le cose, mentre diversi fatti insoliti stanno accadendo in altri atenei italiani, una mattina La Sansa viene trovato morente nel suo ufficio, colpito da numerose coltellate. E Calandrone è sparito.
In un palazzone pretenzioso ma già cadente, quasi deserto, pieno di crepe e privo di finanziamenti, si aggirano accademici nervosi che sognano di espatriare, studenti aggressivi, un ispettore perplesso, un giornalista senza tessera, un cane che ha imparato ad apprezzare il sangue umano. “Il sangue del tiranno” è un apologo noir che, attraverso l’ironia e il grottesco, racconta la dolorosa deriva dell’università in anni di insensata ottusità culturale – i nostri.