giovedì 24 febbraio 2011

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Cool Club"

Maria Grazia Piemontese, che già aveva scritto su "Libri consigliati" un'analisi acuta del mio "Rapsodia su un solo tema", firma un'altra recensione sulla rivista "Cool Club"(http://www.coolclub.it/).

"Rapsodia su un solo tema è un viaggio dall'America alla Russia che si delinea come un cammino dentro se stessi, anche attraverso i moti interiori che hanno plasmato la figura del compositore Rafail Dvoinikov. Il musicista e professore americano Ethan Prescott vuole tenere desto il ricordo del maestro Dvoinikov, consapevole del fatto che presto le sue sinfonie potrebbero sbiadire dalla memoria degli studenti. È riduttivo definire questo libro come un semplice romanzo. Morandini ci dona un connubio di saggio, biografia, intervista, storia della musica, pamphlet politico. E se il pretesto iniziale è il confronto tra due compositori di nazionalità, età, tendenze sessuali, formazione, cultura diversi, la scrittura si apre a ritmi, colpi di scena e situazioni care a fiction e sit-com. L'autore ha il merito di essere riuscito a rendere reale, vibrante ed emozionante un'esperienza uditiva, come dimostra la lodevole descrizione del componimento musicale che dà nome al romanzo."

http://www.coolclub.it/recensioni/recensioni-libri/item/libri/claudio-morandini.html

mercoledì 23 febbraio 2011

A proposito di "nero".

A poche settimane dall’uscita de “Il sangue del tiranno” nella collana “Inchiostro rosso” di Agenzia X, provo a riordinare le idee sul mio rapporto con il nero (non scrivo “noir” apposta, e già questo dovrebbe significare qualcosa, no?). Matteo di Giulio, che mi ha voluto nella collana dopo avere letto e apprezzato “Rapsodia su un solo tema”, conversando con me ha sottolineato più volte la forte connotazione politica della collana, di cui è il curatore – e questo soprattutto mi ha convinto, perché insomma, una componente di denuncia “politica” in quello che scrivo la sento, la coltivo anche, e i lettori più attenti la colgono.
Anche altri aspetti hanno vinto la mia diffidenza: la libertà del genere (a saperla vedere), i confini indefiniti, la sospensione del giudizio, la possibilità di non concludere, la fluidità dell’architettura. Io almeno lo intendo così. So bene che molti autori del noir ormai lavorano sui cliché, sulla ricomposizione di schemi fissi, perché è quello che vuole il grosso pubblico, o che almeno vuole l’industria editoriale; so anche che il genere, su questa strada, sta correndo verso la saturazione e il logoramento – un cupio dissolvi davvero imbarazzante. Ma voglio coltivare una mia idea di “nero”, libera e aperta, che sia “nero” più per colore e atteggiamento che per ossequio ai codici o ai soliti modelli più o meno nobili che autori e esegeti del genere tirano in ballo. L’ho già fatto, in diversi capitoli de “Le larve”, con grande piacere e curiosità (la facilità con cui si immagina il male affascina e inquieta chi non lo commetterebbe mai); e l’ho rifatto con uguale piacere in “Fosca”.
Ma togliamoci qualche sassolino dalle scarpe, già che ci siamo. Detesto quattro o cinque cose del noir, o del mondo che gravita attorno al noir:
- cercare a tutti i costi dei padri nobili e tirare in ballo Gadda, e poi magari confondere i livelli e mettergli alla pari, che so, Scerbanenco;
- ritenere che solo la letteratura di genere, e in particolare il noir, sappia raccontare la realtà, come se il resto della letteratura si limitasse a variazioni sul tema dell’osservarsi l’ombelico;
- ragionare per incasellamenti, per cliché, al punto di coniare l’espressione fastidiosissima di “letteratura bianca” per definire tutto ciò che non rientra nelle categorie del noir, o di altri colori;
- esprimersi con un linguaggio piattamente paratattico, che spesso suona come la traduzione frettolosa di un qualunque autore americano di cassetta;
- sentirsi in debito nei confronti del cinema (l’ho già scritto più volte, dovrebbe essere il cinema a sentirsi in debito eterno nei confronti della letteratura, e che diamine).

venerdì 11 febbraio 2011

Intervista a Naif Hérin



Naif Hérin è una delle voci e delle firme più fresche e ispirate della canzone italiana. La sua notorietà è cresciuta anno dopo anno, grazie all’impegno suo e dei suoi collaboratori (tra cui il complice di sempre, Simone “Momo” Riva, musicista e confondatore del marchio “TdEproductionZ”), e grazie a una serie fittissima di concerti e di registrazioni che la vedono sempre in movimento, tra Italia e Francia.
In questi giorni sta ultimando un nuovo album (il quarto ufficiale, dopo “Naif”, 2005, “...è tempo di raccolto!”, 2009, e “Faites du bruit”, 2010, il suo disco “francese”), ma ha trovato il tempo di rispondere ad alcune mie domande sul comporre e sul rapporto tra parola e musica nell’ambito della forma-canzone.
Le belle foto che accompagnano questa conversazione sono di Marzio Fachin.


1 – Come nasce una canzone? Da che cosa parti?
NAIF – Nel cervello ho una specie di ufficio che lavora 24 ore su 24. Raccolgo continuamente immagini, frasi, descrizioni, atteggiamenti, melodie, passaggi armonici, ritmi e me li appunto. Negli ultimi anni ho affiancato alla mia tecnica di “raccolta-sovrappensiero” la “rielaborazione notturna”. Durante la notte una parte di me continua a fabbricare e assemblare idee; capita spesso che in piena notte prenda l’iphone e registri delle idee, per la felicità di chi condivide il letto con me. È una specie di dormiveglia da cui esco solo nel caso che l’idea prodotta sembri sufficientemente interessante al mio subconscio; allora afferro l’iphone e tento di emettere dei suoni a un volume bassissimo, ma a volte mi tocca alzarmi e andare in bagno a registrare. La parte divertente sta nel tentare poi di decifrare le registrazioni… Non sempre ci riesco: una volta ho registrato un motivetto che mi pareva meraviglioso… peccato che fosse una canzone dei Beatles!

2 – Per te è più importante il suono delle parole o il senso?
NAIF – Questa sì che è una lotta feroce! Il suono e il senso, rivali o amanti? Forse quando ho cominciato a scrivere canzoni badavo più al suono, ma con gli anni il senso ha preso piede, e su alcuni brani è diventato la cosa più importante. L’operazione che trovo più difficile è decisamente trovare l’equilibrio tra questi due mondi, ci sono brani in cui la melodia è limitata a poche battute… Il senso ha bisogno a volte di più spazio per “raccontarsi”, in quei casi il suono prende il sopravvento. La sensazione di completezza si raggiunge quando suono e senso viaggiano paralleli, quando il suono descrive proprio il senso delle parole, aggiunge informazioni, e con la precisione di un bisturi va a lavorare nel punto giusto enfatizzando sfumature emotive che sarebbe difficile descrivere usando solo uno dei due mezzi a disposizione. Miscelando il suono e il senso un autore ha una bella gamma di possibilità; ma a questo punto emerge un altro bel quesito: cosa si vuole comunicare e a chi.

3 – Esiste la canzone pop perfetta? Quali sono gli ingredienti alchemici che fanno di una canzone una canzone ideale?
NAIF – Ogni persona credo abbia la sua canzone perfetta, io ne ho un sacchetto pieno. Per un motivo o per l’altro ci sono canzoni che mi emozionano ogni volta che le ascolto e che trovo perfette, che siano pop o meno. La canzone perfetta credo sia per definizione una canzone capace di creare un collegamento con l’ascoltatore, diventa “pop” nel momento in cui riesce a parlare a un pubblico vasto.
Esiste anche “la canzone pop ideale” come una specie di pacchetto offerta salvadanaio messa a punto dall’industria discografica commerciale. Ogni autore, anche quello alle prime armi, ne conosce le regole; si tratta di codici che possono variare un pochino a seconda dell’epoca e delle mode del momento, ma che bene o male seguono degli standard: strofa, inciso, ritornello, seconda strofa, secondo inciso, ritornello, special e ritornello un tono più su, il tutto in tre minuti, con melodia semplice, testo non troppo complesso e concetti alla portata di tutti, arrangiamenti già codificati dalle masse, passaggi armonici senza troppi fronzoli e chiusure vocali prevedibili – insomma una canzone capace di essere canticchiata al secondo ascolto anche dal vicino di casa meno intonato. Anche io a volte faccio i conti con questi codici, sono strumenti che bisogna conoscere, in alcuni casi seguire, in altri evitare. In fondo credo che ogni autore vorrebbe riuscire a scrivere almeno “una canzone pop perfetta e allo stesso tempo di qualità” nella propria carriera.
Esistono anche altri aspetti che incidono profondamente nella buona riuscita di una canzone pop: l’interpretazione, la promozione, il contesto culturale, ecc. In definitiva, credo sia davvero difficile scrivere una canzone perfetta e fare in modo che sia riconosciuta come tale.

4 – Quanto cambiano le tue canzoni nel tempo? Ti piace trasformarle, adattarle alle circostanze e agli organici?
NAIF – La cosa bella delle canzoni è proprio questa. Sono creature mobili, soggette a variare in base all’interprete, al tempo, all’arrangiamento e via dicendo. Col passare del tempo possono essere cambiate, rivisitate, aggiustate, limate, scardinate, distrutte!

5 – E quanto sei cambiata tu?
NAIF – Io credo di essere sempre in metamorfosi, nel bene e nel male, e in questo sono simile alle mie canzoni. Mi piace allontanarmi, perdermi e poi ritornare. Sono una zingara della composizione e credo che il mio continuo vagare mi abbia reso in esperienza e forse meno in “praticità”.
(E qui Naif sorride).



6 – Qual è il contributo degli altri musicisti alla creazione di una tua canzone?
NAIF – Il contributo alla scrittura è variabile. In passato ho firmato brani assieme ai miei collaboratori più stretti; si trattava di un suggerimento iniziale, un’idea di riff, un passaggio armonico, la condivisione di un’emozione che si traduceva in musica e su cui poi lavoravo per conto mio. Negli anni ho coltivato di più la scrittura solitaria, forse per necessità, forse per casualità, o perché nel luogo in cui sono cresciuta non esistono molti veri autori. Ultimamente invece sto lavorando a stretto contatto con altri artisti. La condivisione mi piace, mi diverte, mi rasserena e inoltre permette di raggiungere ottimi risultati, ma certamente richiede voglia di capirsi, qualche rinuncia, stima e rispetto reciproci.

7 – Quando scrivi una canzone per un altro artista, da che cosa parti?
NAIF – Dall’idea di un vestito. Dico sempre agli artisti per i quali scrivo di pensare a me come a una sarta. Inizialmente studio la loro vocalità, il loro repertorio, tento di capire il loro “colore”, tento di interpretare una richiesta oppure propongo un’idea… «Secondo me staresti bene con questo vestito, provalo!». Una canzone è una porta che un artista può aprire e decidere di varcare o di chiudere, l’importante è che la senta sua, che ci si riconosca, che sia credibile. O, per tornare all’immagine del vestito, che calzi il meglio possibile; può anche essere rosso e vistoso, inusuale, ma ideale per una serata, oppure un abito con uno stile da riempire un armadio. Le canzoni vanno sistemate, un po’ come si usava fare negli anni ‘60 e ‘70, quando l’autore partecipava alla produzione del disco attivamente, e se c’era da aggiustare, da modificare qualcosa era lì a disposizione, pronto a fare il suo dovere. Io tento di seguire questa strada, lavoro a stretto contatto con gli artisti, non esiste ora, non esiste luogo, esiste solo la precisione del taglio e la serena consapevolezza del lavoro ben fatto.

8 – E quando ti appropri di una canzone altrui, che cosa cerchi?
NAIF – Anche qui mi piace ricercarne il senso. Ci sono brani apparentemente semplici e “pop” che pensati nell’epoca di pubblicazione portano con sé delle rivelazioni, altri che reinterpretati oggi sembrano dirci che in fondo non è cambiato niente, oppure ci suggeriscono nuove visioni di ciò che li ha ispirati. Mi approprio di una canzone altrui principalmente perché mi piace, stimo l’autore o l’artista che l’ha resa conosciuta. Le “cover” plasmate a dovere aiutano l’economia dei progetti artistici originali, nel disco come nei live… a patto di non esagerare.

9 – Ti piace infrangere le regole, cambiare le carte in tavola, sperimentare nuove soluzioni, stupire?
NAIF – Oh, sì! È il mio peggior difetto! Ma ha volte alcuni miei esperimenti hanno dato frutti inaspettati, quindi non me ne preoccupo più di tanto, mi concentro sulla creazione, sulla ricerca di un’emozione, studio soluzioni, cerco immagini, imbastisco, registro, vado in adorazione per qualche giorno, dopodiché con leggerezza penso: “È solo una canzone!”

Il sito ufficiale: http://www.naifherin.com/
L’articolo su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Na%C3%AFf_H%C3%A9rin
Per i video delle canzoni: http://www.youtube.com/user/naiffia

martedì 1 febbraio 2011

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Libri in Circolo"

Su http://www.librincircolo.it Anna Ragosta ha scritto una bella recensione del mio "Rapsodia su un solo tema".

"La musica come Leitmotiv di esistenze diverse, di amori che – in fondo – hanno un po' la stessa faccia, non importa quante rughe la solchino. La musica come causa prima e causa ultima; motore, acceleratore e freno.
1996. Il compositore statunitense Ethan Prescott si avventura nella fredda Russia, per incontrare il venerando maestro Rafail Dvoinikov. Motivo della sua partenza è il sogno di dar vita ad un saggio monumentale sulla vita e le opere dell'artista sovietico, quasi sconosciuto agli aspiranti musicisti americani.
Rapsodia su un solo tema - che allude ad una delle più rappresentative partiture del vecchio Dvoinikov - oscilla fra pagine di diario, stralci di conversazioni, appunti personali, scritti settecenteschi, biografie di altri autori. Questa varietà di generi si coniuga con la varietà della trama, che intreccia motivi differenti: al di sotto dei dialoghi fra il giovane compositore e il grande maestro - che, nella loro ricchezza contenutistica, spaziano dalla vita di Dvoinikov al panorama musicale sovietico degli anni '50, fortemente influenzato dalle pressioni del regime staliniano – trovano posto finestre personalissime della vita di Ethan Prescott.
Un romanzo non-romanzo scritto come una suonata per pianoforte, da un compositore esperto.
Un testo che, nonostante i numerosi tecnicismi musicali, si lascia scorrere e saggiare in tutte le sue note, quasi come se una costante melodia - ora dolce, ora più aspra - cullasse la lettura.
Un gioco di scatole cinesi, con storie di storie dentro altre storie che, alla fine, ci lasciano il senso di una attesa irrisolta."

http://www.librincircolo.it/Recensione%20Rapsodia%20su%20un%20solo%20tema.htm