sabato 31 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 5

Dioniso
Un divo che reclama i vostri affetti
vi si presenta, e per primiera fiata
in spoglia d'immortal vi si rivela,
e non celato sotto basse forme:
Dioniso sono, della vita patre,
degl'istinti signore e de' piaceri,
dio della gioia, del male inimico.
Ritengo che sie tempo di strappare
quel vel che veritade asconde oscuro,
perciò son qui. Io che, ancora fanciullo,
sbranato venni da' Titani ingordi,
e dal mio salvo cor rinacqui novo,
comprendo vostre ambasce; ma i concetti
che vi dirò oblitereranno i guai.
(A Pasifae)
Il toro, mia regina, che impregnovvi
celava sotto il vello di selvaggio
figlio de' prati e furor delle mandre
uno spirto divino. Er’io quel toro:
io Dioniso, io Bacco, io Lisio,
dalle vostre grazie agitato, volli
approfittarmi dell'umana spezie
come noi dei usiamo, ritrasformato
in bestia insospettata; ma gl’eventi
subirono una falla: e ingravidata,
voi preferiste parturire il mostro,
di cui pur sono il patre.
(A Minotauro) Figliolino,
spesso te presi sotto protezione,
sin da quando impedii che l'adirato
Minosse t'accidesse come aborto
o segno di sventura e d'abbominio.

Minotauro
Perch'allor consentire che Teseo
mi combattesse, e su me riportasse
vittoria? E perché mai lasciar partire
con lui Arianna, e uccidere Minosse?

Dioniso
Abbi pazienza, et io dimostrerotti
che si tramuta il mal sovente in quello
ch'è suo contraro, e solo con l'attesa
se n'ha contezza. Errore
grave fu d'invocar solo quel divo
che già con preci e per la parentela
il tuo nemico avea dal lato dritto:
però ti lasciai fare, e le tue forze,
minori nel confronto al gran vigore
d'un eroe e del suo tutor, cadder presto.
Ma nel disegno mio tutto filava.
Quanto ad Arianna, l'incostante uomo
l'ha abbandonata a Nasso, già sfiancato
da' suoi capricci. Ora là dorme, e penso
di rivelarmi a lei come con voi,
et impalmarla, tant'è sua grazia:
sarà meco felice, et io fedele
a lei sarò, facendola regina
di crapule, d'eccessi, e mal di capi.
(A Pasifae)
Lo sposo tuo, Pasifae, tenuto
in stima per la sua giustizia pure
sovra l'Olimpo, ora guardia superna
è degl'Inferni, dove attribuisce
a questi, a quei, secondo loro colpe
o lor meriti il loco ad essi proprio.
(A Minotauro)
A te, mio seme, donerò qualcosa
che questi altri favori ben sorpassa:
verrai meco, sanato, et io per te
ricostruirò una sede rutilante,
presso Elicona, ove potrai godere
in esplicitazione piena e sana
dei tuoi istinti, tutti satisfatti.

Minotauro
Padre, non ho parole…

Dioniso
Lascia stare,
non faticarti invano: io comprendo
dagli occhi tuoi che la tua mente è grata.
Vorrai schiere d'amici che in abbracci
imman stritolerai, che in carezze
scorticherai giù fino all'osso et oltre?
Avrai tu questo. Nella tua dimora
verrò io stesso, e le Menadi spesso
al grido d'evoè compagneranno
le tue stragi d'amor. Vivrai nel lusso
immenso, e quando morte il tuo sospiro
invida sottrarrà, sarai chiamato
tra noi, divi d'Olimpo,
con noi in eterno, e divo sarai eletto.

Minotauro
Solo un pensier m'angustia, et è che l'uomo
che causa fu dei miei trascorsi guai
possa vivere gaio et impunito.

Dioniso
Teseo più turpe cercherà la gloria:
il padre getterà da un'erta rupe
al suo ritorno, per averne il trono,
come fece col brigante Schirone;
combatterà i Centauri, popol giusto,
scordando ch'un di loro, Chiron savio,
gli dié, fanciullo, onesta educazione;
sposo ad Antiope, la regina ratta,
genereranne Ippolito, che tante
disgrazie su di sé per fosche tresche
tollererà da Fedra sua matrigna.

Minotauro
La ripudiata figlia!

Dioniso
E non è tutto:
Ippolito da un toro sarà ucciso
da Posidon aizzato, e il padre ingiusto,
dal trono spodestato grazie a l'ira
di Meneceo, di Castore e Polluce,
invan riparerà, sconfitto e stracco,
a Sciro: Licomede l'invasato
lo scannerà d'un tratto, sì compiendo
quella vendetta che chiedesti tanto.

Minotauro
Or vedo com'è ingiusto disperare:
padre divino, tutto sembra un sogno.

Così, con un convenzionale deus ex machina, finisce la tragedia "Il Laberinto ovvero Il Cnosside Rigetto" di Clodoveo Moro, di cui in questi giorni ho dato qualche assaggio. Mi ero proposto di aggiungere una postilla in cui annotare le curiose analogie tra la goffa opera moriana e la più recente (e assai più degna) rielaborazione borgesiana, ma ho capito poi che il Moro non merita queste attenzioni. Vi basti perciò questo.

venerdì 30 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 4

Eccoci alla scena madre della tragedia "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, che per noia vado trascrivendo in questi ultimi giorni - scena madre anche perché vi compare Pasifae, nel ruolo appunto di madre, e in una situazione che si allontana dal mito. Siamo agli inizi dell'atto quarto: Arianna, per vendicarsi del rifiuto del fratello di sottostare alle sue voglie insane (sbircio le note dei curatori dell'antologia, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli), ha deciso di favorire Teseo; il quale entra nel Labirinto, sconfigge il mostro, crede di ucciderlo ma lo lascia solo ferito ed esanime. Pasifae lo trova, lo porta via dai recessi (come? il Moro non lo dice) e lascia che a curarlo sia una vecchia guaritrice. Qui siamo appunto: nella povera capanna della vecchia, con buona pace dell'unità aristotelica di luogo, che il Moro trascura o forse ignora.

Pasifae
Povero figliol mio, unico figlio
cui sento di dover nutrire amore…
(Alla vecchia che è con lei)
A voi confesso d'esser grata assai:
salvaste Minotauro con manteche
degne d'Asclepio, e me rifocillaste,
dopo che il re Minòs dalle milizie
venne sconfitto crude di sorpresa
d'Egeo e di Megara. Crosso amata
da' fondamenti fu deleta, e il rege
sul trono suo da un dardo venne occiso.
Quivi fuggii, portando meco il corpo
di Minotauro, e qui, vecchina cara,
seppi con le tue cure continuare
a viver, discordando. Unico affetto
che ancor mi resta è questo strano figlio:
ultima speme a lui ancor mi lega.
Morì Androgeo per il crudele fato,
Minòs morì in battaglia, e Arianna stolta
fuggir con l'oste volle. Sciocca, insana!
Con chi tradì per l'ospiti il rispetto,
con chi d'arma ferì non mai permessa,
et insultò con turpi fingimenti,
speme non v'è più d'esser beata:
Teseo, che ride degli dei superni,
che nulla ferma, o ver fa rinculare,
l'astuto prence sanza cuore, lascia
le sue ben tosto vittime all'oblio,
cacciandole, maligno, dalla soglia,
dopo che in ogne guisa le spremette.

Minotauro
O madre, cara madre, udii i tuoi motti:
è ver ciò che dicesti? È ver ch'Arianna,
per un capriccio degno di farfalla,
abbandonò i suoi limi, al fianco andando
del vile?

Pasifae
Figlio, è vero. Ella, invaghita
del giovin sol da poco giunto a Crosso,
aitarlo volle, e gli donò un stiletto,
gomitolo di spago, et il suo amore.
Quei con sica ti vinse, e il filo tenne
che lo teneva unito col chiarore:
ma nella fretta della sua alterigia,
più non s'avvide ch’eri sol feruto:
partì, beffando Cnosso, e raggiugnendo
le caravelle al largo, l'empia flotta
con cui di poi ei s'abbatté su Creta:
Minosse uccise.

Minotauro
Dici il vero, madre?

Pasifae
Il rege uccise, depredò le case,
costrinse a schiavi i sudditi valenti,
scannò gl'inetti, bestemmiò gli dei.
Scampai mia vita in Dedalo celata,
ove trovai te inerme. E quando fine
ebbe la guerra, teco mi fuggii
su l’alte giogaie. Questa vecchia
il suo pan diede e i suoi medicamenti
per te, per me, serbandoci la vita.

Vecchia
Tanto scomposti vi vidi e infelici
che avria donato il cor, pur ignorando
chi sète.

Minotauro
Ma il duolo sì trabocca
che non mi basta ques'ostello umìle:
la morte vidi, come un rosso manto
che gl'occhi mi coprì, vidi beffata
da un profanator la mia famiglia,
la mia sorella secolui fuggire
per vendicarsi del pudore mio,
e Posidone tacito osservare
la mia sconfitta, invano ohimè impetrato.

Pasifae
Come potesti creder che la mano
di Posidòn ti fosse protettrice?
Fu il dio del mar che per alta bassezza
mie voglie spinse verso soglia insana,
le brame indirizzando appresso a quello
che tra le bestie è vigoroso sire,
per gittare in gastigo
al re Minosse un figlio sì difforme
da non reggerne il guardo.

Minotauro
Madre, parli
di me, e il tono crudele mi rimembra
ch'io sono mostro, et ignominia umana.

Pasifae
Perdona me, non volli addolorarti,
non ti rimprovero per quel che sei:
un dito superior di certo impose
codesta tresca.

Minotauro
Molto meglio invero
se chi mi trasse allor dal ventre tuo
m'avesse ucciso, in acqua di bacile
annecando il neonato disgustoso.
Or sono stanco, madre, il poco sangue
Che m'è rimaso implora alcun riposo.

Pasifae
T'addormi, figlio, e scorda d'ogne doglia
La fitta amara e il groppo dei rimorsi.

Vecchia
Regina, un senso novo di regale
presenza amica e pur celata provo.
Come se un divo, in inveduta veste,
fosse tra noi in trasparente larva,
e ci ascoltasse, pronto a rivelarsi.

Pasifae
Sèntolo anch'io, arcano movimento,
sento uno sguardo che, come carezza,
mi tange, e come adamantino lume
in me penètra.

Minotauro
Madre,
quand'ero in Laberinto, ebbi l'istessa
vostra impression, ch'ora m'è ben più forte.

giovedì 29 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 3

Insisto con gli stralci dalla tragedia "Il Laberinto o vero il Cnosside Rigetto" di Clodoveo Moro. Tocca oggi al celebre (celebre? Così comunque lo definiscono i curatori del florilegio da cui traggo il tutto, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli) monologo iniziale dell'atto terzo.


Minotauro
Oh, che m'accade? Dove ora mi trovo?
Una capanna umìle e disadorna
veggomi attorno, ma certo nessuno
mi sta da presso… Come son qui giunto?
Doglia terribil repentina abbranca
il braccio, e brucia il sen! Quai patimenti
mi sfiancano, come dopo battaglia…
Ma mi rammento, ecco, e or so spiegarmi
il mio presente stato: or mi sovvengo,
dopo il deliquio, e veggo
ciò che condusse me a cotesto male.
Venne al mio covo il figlio di re Egeo,
in compagnia degl'altri, e inaspettato
pria di quanto imponesse la scadenza
venne: la cosa insospettir potea,
ma non badai al periglio, e sol contento
l'alma di ritemprar, ver' lor mi mossi,
verso coloro che sonmi donati.
Due, tre raggiunsi, e nel gratularmi
pel buon traversamento, ahimè, nol nego,
li sfracellai contro il soffitto nero.
Con l'altri presi a scusarmi della foga,
e l'inseguiva, e di loro tremori
sorrideva e dicea ch'era un errore…
tragico error, d'accordo, che m'accade spesso…
ma allor vidi tra quei fermo Teseo,
sprezzante la paura, farsi incontro:
lama brandiva che pria era rimasa
celata ai miei guardiani, e urla gittando
terribili si fece a me dappresso.
Sovr'esso mi scagliai, come infuriato
da' fumi di vendetta, ma il suo braccio
avvince il dorso mio, e l'altra mano
nel braccio mio profonda, in mar di sangue,
mentre sua bocca già invocava il divo
ch'io di pregar bramavo: "O Posidone,
mio padre" urlava "aiutami e proteggi
la vita mia dal mostro!" Et io più forte,
con più fervore Posidon chiamava,
lanciava suppliche con carca voce
ch'ei con le sue di coprir tentava,
pria che le sue con le mie l' facessi.
E il sangue tutto il braccio imporporava.
Ferale era la doglia, e indebolito
dall'ulcera, et incerto su le gambe,
fui facil preda dell'Egeide malo.
Tre pugnalate n'ebbi allo stomàco,
brucianti staffilate di tortura:
tre artigli d'avvoltoio penetraro
nelle viscere mie, e traballai
dal dolore annebbiato: un quinto colpo
di striscio squarcia il cranio sotto i corni,
donde fiottò con spasmo spesso sangue:
da questo fui ciecato, e brancolando
cercavo il vile che m'avea umiliato;
tastando intorno le note pareti,
scovai persone, le scannai d'un colpo,
ma non tra loro s'ascondeva il cane:
di lungi sghignazzare lo sentiva,
alle mie spalle sempre, e là dov'era
il suon de la sua voce invan voltato
giungeva: più veloce
Teseo fuggiva, e poi con motti atroci
m'apostrofava, non lasso e ridente.
"Degn'è Minosse d'essere nomato
solo cornuto" quel vil motteggiava,
"ché un ruminante gli donò sua capa,
la sua sposa chiavando, donna infetta,
madre d'aborti come tu dimostri!"
"Taci, insolente!" Inutili parole,
le mie contro sua lingua velenosa.
"Mostro repugnante,
fesse squarciasti a le giovenche in estro,
con quello di cui ora vo' privarti!"
Allor senza più speme
caracollavo da una roccia a l'altra,
temendo altre ferite, ma nessuna
più ricevendo dalla rossa lama.
"Sai che ti dico, toro? Son contento
ch' Androgeo femminella sie perito
pria di gittar nel fango a Maratona
quell'animal ch'io giustamente vinsi.
A massacrar tuo frate fecer bene,
con traditora mossa, e certo meglio
fia stato se tutta l'aprica Creta
fusse caduta nelle man d'Egeo!"
Così dicendo, il feritor fuggiva
e quinci e quindi, e vano inseguimento
compieva io seguendo la sua voce.
Solo sperava che il vil poco esperto
dei miei meandri tosto si perdesse
la via per il ritorno, e s'io pur fossi
occiso, ei pure nelle ignote grotte
morto sarebbe, per l'inedia e il freddo.
Così, quando crollai stremato e vinto,
sicuro di morir, solo il pensiero
di ritrovare nell'inferno, dopo
alcun tempo, quel mio nemico odiato,
mi rinfrancava. Svenni. Le ferite
inferte dal malnato non bastaro
dall'umano consorzio a cancellarmi.
Or quivi mi ritrovo, in loco ignoto,
e per la prima volta veggo luce
ch'è natural, che non da tede in fiamma
ma dall'astro benigno molle viene…

mercoledì 28 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 2

Va bene, andiamo avanti con la trascrizione delle scene dalla goffa tragedia "Il Laberinto" di Clodoveo Moro fortunosamente sopravvissuta all'oblio tra le pagine del secondo volume del "Centone Aureo de la Poesia Tragica e Comica" compilato da Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli (Mondovì, 1879). Di seguito, la seconda scena dall'atto primo.


Arianna
Salve o fratello, solitaria bestia.
Nuova molestia vengo a consegnarti,
s'è vero: che d'Atene n'è partita,
quivi giungendo per spia fedele,
e, detta, pria che avvegna, può recarti
del giovamento.

Minotauro
Dimmi, bianca Arianna,
parla di questa nuova
ch'al sol tuo dir non poco m'inquieta.

Arianna
Sai tu di quel nipote di Pacione,
d'Egeo figlio e d'Etra Posidonia,
vittor del turpe Schiro e di Procuste?

Minotauro
Conosco il seme di quel re sconfitto
che m'offre sette e sette premi all'anno.

Arianna
Seppi, da detta spia, ch'egli intende
di mescolarsi alla piagnente schiera
di vergini da tue brame pretesi.

Minotauro
E che? Fors'io non sono da squartarlo
possente a sufficienza? Fors'è un divo?
Se vuol lasciar la vita crudamente,
o se in sorteggio cadde tra i fanciulli,
in ogni caso un trattamento eguale
gli garantisco a quello dell'altre ostie.

Arianna
In ciò tu falli: molte già il rapsodo
imprese canta e già l'aedo intona.
Ei fusi ad ammaliar Schiron demonio,
et a gittarlo in bocca a la Tartuga
dopo ferale scontro; e in Maratona,
Teseo domò quel tauro che l'istesso
Androgeo non poté calcare al tello.

Minotauro
Tu dici il vero, Ariana, ma il ricordo
del frate mio straziato in vile mossa
rinfocola vendetta e in me le forze
centuplica. Ma adunque vegna,
ch'i' ben l'annego nel suo istesso siero.

Arianna
Ah, che Medea, la maga colchidigna
col tossico fallì ch'al giovinetto
avea recato! Ah, se le forze ancora
permesso non avesser al fanciullo
di sollevar il gran macigno posto
del gladio a guardia che il re Egeo volle!

Minotauro
A nulla val cotesto querelarsi:
se, come tu dicesti, una ventura
grande più di sue forze vol tentare,
che tenti, et io la noja scaccieronne,
d'una pugna più nobile ben lieto.

Arianna
Tacciam di questi, se tu vuoi, argomenti.
Altro motivo m'ha condotta quivi:
sai tu qual è, fratel.

Minotauro
Arianna, bada,
sailo: non voglio, tu sei a me sorella.

Arianna
Allor? Tal pudicizia non m'aggrada,
vediam se questo bruno coacervo
di nervi e sangue e oscure pulsazioni
saprà più del tuo cranio comandarne.

Minotauro
Via dal mio corpo, suora, e trai diretro
le mani tue: se di carnale amore
se' sitibonda tanto et imbibita
d'effrenate foje, in un lupanare
che tu le spenga fia mestieri, credo,
con genti strane e pur di lingua ignota,
sì che nota alle genti poi non te ne renda,
tu di re figlia, il lor vanto sconciato -
ma non con me: t'arretra.

Arianna
Un eremita
ligio all'illibatezza t'ha condotto
ad esser questo loco? Tu che nato
dal seme fosti viscido e urlante
d'un toro? Tu che in grembo a donna humana
venisti, traforata dal priapo
di bestia, e amata e amante, et anco umana?
Parmi ben strano, e fors'è un tuo capriccio:
sai tu che per giugner al coito ibrìdo
Dedalo stesso costruì una vacca
lignea, entro la qual la nostra madre
Pasifae giaceva, in guisa tale
da aver d'amor pertugio ad arte posto
là dove divarcavasi di vacca
il buco, ove il taurin vomere in grandi
mosse nell'imo arando, a grandi getti
rimescolò coll'ova l'empio seme?
Con tali esempi insigni e a noi vicini,
ci è licita ogni cosa.

Minotauro
Non sei saggia,
a dir così; e se sei perfida maga
colle parole, pur non m'hai sedotto.
Menzogne vai dicendo tu alla corte
quando ch'io smembro corpi suggerisci:
ma non mi tange il fatto. Ora tu vuoi
cose false mostrami et elogiarmi
per soddisfar tue brame, e non è bene.

Arianna
Perché così pudico, o vitellone?
Tu preferisci a me le calde carni
degli sdentati redi o gl'incarnati
de' tuoi prigioni? O forse ti delizia
di più il sudor del solitario sforzo,
nell'ombra fatto, e nella schiena curvo?

Minotauro
Sciocca, mala: s'ancor con le tediose
Frasi m'umìli, viva non usciranne!

Arianna
Per te peggio, caprone! A un altro, un fiero,
saprò donare quello
che tu mi neghi. Patetico mostro,
rimani a vezzeggiar, nel marcio resta!

martedì 27 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 1

Ho già pubblicato in questo blog, per sfizio, assaggi dalla "Sonettaja Massima" di Clodoveo Moro. Si trattava per lo più di mediocri e bislacchi sonetti tratti dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923 - una lettura che può segnare un'intera esistenza. Credevo di avere visto abbastanza: ma di recente mi è capitato di scovare, tra le sordidezze di un bouquiniste (a Parigi, ça va sans dire), un'altra antologia, il secondo volume del "Centone Aureo de la Poesia Tragica e Comica" compilato da tali Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli, e pubblicato a Mondovì nel 1879. Vi ho scoperto un'opera del Moro che non conoscevo, la tragedia "Il Laberinto", in endecasillabi sciolti (con qualche settenario qua e là, chissà se per sbaglio o cosa). In essa, il Minotauro è presentato come una sorta di eroe prigioniero della propria natura, rispondente a una propria morale un po' giocherellona e un po' lamentosa; se ho ben capito, tra lui (o esso, fate voi) e Arianna (la sorella) è nata un'attrazione incestuosa che non porterà a nulla di buono. Resta da capire se Clodoveo Moro, nel dipingere la vita quotidiana del mostro nel Labirinto, abbia tentato una via anticonformistica al genere e al mito o semplicemente abbia peccato di insipienza controriformistica. Temo che nei prossimi giorni vi affliggerò con la trascrizione di alcune scene della tragedia moriana, finché non me ne stancherò io pure.

"Il Laberinto" - Atto primo, Scena prima
Minotauro
Attendere m'è male. Non v'è un altro
motivo di distrarmi, e solo un giorno
su trenta d'ogne luna porta gioie
in questo laberinto.
Attendere che un legno quivi rechi
il ben dovuto pegno ch'al mio padre
pur spetta m'è destin: contorta e fosca
la mia dimora attende i novi arrivi.
Androgeo, fratel mio, che fu occiso
da Atene con l'inganno e da Megara,
di vendicar Minòs pose il cimento:
fu dura guerra. Alfin, spenta la pugna,
Creta vittrice come scotto amaro
alle cittadi impose il rilasciare
ogn'anno sette e sette d'ogne sesso
fanciulli, per combattere il mio tedio.
Tanto sensibil sonmi le paterne
cure che oppongon a la solitudo
la società con giovin d'età pari.
Ciò mi compiacque, e già due fiate giunse
l'attesa prora con il giovin carco.
E già due fiate ristorai le membra
quelle stringendo tenere dei trepidi
prigioni miei: in lunghi girotondi
per fosse, anfratti, e per meati oscuri
li rincorreva, folle pel diletto,
ma quei fuggivan inspiegabilmente,
finché, preso un martìre, nol rendeva
alla terra, gravandolo co' calci,
crudo ma necessario atto d'arresto,
oppure sollevato, nol gittava
col cranio alle pareti, o, con le grinfie,
per trattenerlo alfin, non lo sbranava
in filamenti negri.
Pur anco è lungo un anno, e un tal diletto
un giorno dura, massimo due dì:
di tanto frale d'oggi è giovinezza;
né posso conservare in un serraglio
que' doni respiranti, l'occasione
buona attendendo di novelli spassi:
la brama di sbracciar m'è troppo forte,
perch'io, quando li veda, riesca solo
di risparmiarne alcun: perdo la testa,
allora, e non ragiono, e sol del sangue
a la vista m'arresto, non mai prima.
E duolmi già che il buon padre Minosse
con umana imponesse di pagare
carne non in eterno la sconfitta,
ma in soli nove anni: qual destino
mi tocchi dopo ciò, bene non so, ma
sarà credo agonia, e decadimento
di spirto e corpo fino a dura morte.
Già languo per un anno
finché non mi rinfranchino gli arrivi,
però qual presta acuta e orrida fine
si manifesterà, a tempo scaduto,
m'è facile pensarlo. Et io mi cruccio
già adesso. E non mi bastan le giovenche
mandate in Laberinto per oblio,
a tacitare il mio animo amaro,
ché non v'è gusto, non v'è gusto alcuno
nell'inseguir luride vacche e urlanti,
e ancor vive sciuparle fino a farne
brani, fino a ciecarle, o strangolarle
inerti: sempre bestie inespressive
sono, stupide, ottuse, et il lor muso
non sa mostrar di gioie e di dolori
l'aspetto o almen la traccia,
né la lor rude pelle, in stringimento,
fa quell'effetto ai diti ch'è pur grande
se umana pelle ho tra le man: ché il volto
d'un uomo nel dolore appare bello
et in pavore et in trepidazione
come maschera tragica, e commuove.
Pur non è vero quel che ne' crocicchi
di me si soffia: io carni non mangio,
né di que' fanti l'ossi vo' succiare:
ho in uggia il crasso gusto e sanguinoso
de' muscoli, dolciastro e umido gusto;
sol nutriscomi d'erbe, e ceste intiere
di fieni, di carrube e di fiorame
ogni giorno divoro. S'io propendo
allo squartar corpami è non capriccio,
ma termine fatal del mio desio;
ameni conversari sotto il foco
d'una teda amerei, e lunghe conte
di ciò che fuor avvien, ma purtroppo
anco non m'è accaduto d'incontrare
alcun che a' miei affetti survivesse.
E s'è mio istinto, vo di questo fiero,
e grato son del dono che annualmente
Minòs mi fa; certo che come casa,
queste budella in pietra son meschine:
buio per sempre, freddo e umidi venti,
e gocciolar di sotterranei fiumi:
ma gran sollazzo e lungo mi concede
quando rincorro e a rimpiattino giuoco
con un mio capro tra le volte e l'ombre,
centellinando quel supremo istante
in cui, presolo, mi divien l'oggetto
da dismontare e rimontar in mille
guise, secondo l'estro.
Ma sento alcuni passi, e peste tenui,
che già rintronan nella tana immensa:
parmi di riconoscere quel passo:
Arianna, mia sorella, la venusta
beltà di Cnosso, avanza a questo trono:
la spinge un gran motivo a questo rischio.

mercoledì 21 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno" sul "Paradiso degli orchi"

Scopro con grande piacere che "Il sangue del tiranno" è segnalato nella rubrica "Sinagoga degli iconoclasti" dell'ottima rivista "Il paradiso degli orchi" tra i migliori libri del 2011. Diciamo meglio: è entrato nella cinquina dei titoli segnalati dalla Orchessa Giovanna, o se volete Giovanna Repetto, che del mio romanzetto pubblicato da Agenzia X ha già parlato bene in uno dei numeri precedenti della rivista online.

Per curiosare tra gli altri titoli proposti dai redattori del "Paradiso", andate su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiave=253.

sabato 17 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno": la lettura di Umberto Rossi

Umberto Rossi ha scritto oggi sulla pagine del gruppo fb "VIL - Vita in Lettere", https://www.facebook.com/groups/VitainLettere/:

Mi sto leggendo il compattissimo Il sangue del tiranno di Claudio Morandini. Amaro come il fiele. Vero come un referto medico. Ma soprattutto, mentre lo leggo vedo il film. Pagina dopo pagina. E' già una sceneggiatura. Riesco quasi a vedere gli attori. Servillo nella parte del protagonista. Vi risparmio il resto del cast. Claudio ha scritto un capolavoro della commedia all'italiana quella vera, che ridi ma ti lascia l'amaro in bocca per due giorni. Solo un problema: ma chi diavolo lo fa, il film?

Non mi resta che ringraziare Umberto, che su "Pulp" aveva già scritto cose egregie di "Rapsodia" e de "Le larve", e aspettare che finisca la lettura.

domenica 11 dicembre 2011

"Il sangue del tiranno" su "Visibilia"

Sul numero di dicembre di "Visibilia", la rivista dell'Assessorato all'Istruzione e alla Cultura della Valle d'Aosta, in mezzo ai consigli natalizi del Fondo Valdostano della Biblioteca regionale di Aosta, tra le "lectures à déguster au coni du feu", trovo una invitante scheda sul mio "Il sangue del tiranno".

"Una serie di delitti e misteriose sparizioni turba la sonnolenta routine delle piccole università di provincia. Un professore ironico e disincantato troverà una soluzione, tanto personale quanto inquietante. Questo (ed altro) in un breve e avvincente romanzo, da leggere tutto d'un fiato grazie alla maestria narrativa dell'autore".

Conversando con Fabio Ciriachi, 3

Condivido qui le sacrosante riflessioni che Fabio Ciriachi mi ha inviato qualche giorno fa sul tema letterario del "maestro" (e su altro).

Caro Claudio,
provo a riprendere gli spunti offerti dalla sua risposta alle mie note di lettura di Rapsodia. Fa bene, commentando l'ipotesi da me abbozzata della “solitudine” come intimo punto focale del suo romanzo, a distinguerla dall'isolamento (“indotto o volontario” che sia) perché tale distinzione – e in particolare la dinamica tra i vari gradi di responsabilità connessi alle scelte di vita che “solitudine” e “isolamento” determinano – apre l'accesso a quella unica via di scampo possibile (almeno per chi, come lei e me, non ha soluzioni metafisiche) da lei chiaramente enunciata quando scrive “Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.”.
Le nostre risposte alle avversità, dunque, contano. Il modo in cui le affrontiamo, le tracce pubbliche lasciate dalle tenzoni solitarie cui ci costringono (che abbiano luogo in metropoli epiche o in “una farsetta paesana”): di questo si tratta. Vede l'importanza della letteratura? Si scava alla ricerca delle ragioni profonde di un romanzo e ci si ritrova faccia a faccia col tema delle scelte, delle responsabilità. Per sfiducia rischiamo di credere che il timone della nostra esistenza stia saldo in mano alla Storia (sempre più pericolosamente capace di confondersi col destino) e quando già potrebbero derivarne scoramento e rinuncia, ecco che la lettura problematica di un romanzo favorisce l'apertura a possibili soluzioni; ci ricorda quello che già, forse, sapevamo ma che per vizio di stanchezza, magari, avevamo finito per ritenere sconosciuto.
È in un simile virtuoso contesto che colloco il tema del “maestro” da lei evidenziato. È vero che Ethan Prescott cerca in Dvoinikov quasi il maestro totale; di vita, quindi, e anche e soprattutto di musica. Come è vero che non c'è personaggio, in Rapsodia, che non segua questo impulso. Ma cosa diversifica le modalità comportamentali di Ethan (alle prese con Dvoinikov) da quelle di Carl, di Polina, di Dvoinikov stesso? Azzardo un'ipotesi fragile cui riconosco solo l'energia con cui mi è parsa credibile: mentre Ethan, al cospetto di Dvoinikov, rischia di rimanere nella dinamica classica, dove esiste appunto un maestro che insegna e un allievo che impara (le distanze anagrafica, storica, politica, hanno il loro peso), in tutti gli altri rapporti mi sembra presente l'accezione più fertile della maestria; ovvero, non solo esisterebbe una sorta di reciprocità fra le parti che rende meno scontati i ruoli (si sarebbe di volta in volta, per scarti impercettibili, maestro e allievo) ma, ed è l'aspetto che più m'interessa, riscontro la possibilità che chiunque stia svolgendo il ruolo di maestro, chiunque, insomma, stia insegnando qualcosa a qualcuno, per quanto imperfettamente e goffamente lo faccia, da quell'insegnamento finisca per apprendere, sempre, anche qualcosa per sé, finisca, in buona sostanza, per insegnare anche a se stesso.
Fabio Ciriachi

giovedì 8 dicembre 2011

Un accenno a "Rapsodia su un solo tema"

L'altro giorno ho avuto una piacevole scoperta. Intervistato da Gregorio Enrico per http://www.youthlessfanzine.com, Mattia Filippini mi include tra gli autori da tenere d’occhio, e mi fa trovare in ottima compagnia. Riporto le sue parole: A bruciapelo mi vengono in mente Claudio Morandini con “Rapsodia su un solo tema“, in cui si parla con una tale sicumera delle opere e della vita di un compositore russo che ho dovuto chiedergli di persona se fosse esistito o no (no, se l’è inventato).... Lo ringrazio anche qui per la citazione e attendo con curiosità di leggere il suo “Qualcuno era un po’ grasso”, appena pubblicato da Senzapatria Edizioni.

http://www.youthlessfanzine.com/mattia-filippini
http://rivistatupolev.wordpress.com/2011/12/05/intervista-a-mattia-filippini/

lunedì 5 dicembre 2011

Postilla al post precedente (Conversando con Fabio Ciriachi)

Vorrei tornare su Ivan (l’Ivan di “Soprassotto”, il romanzo di Fabio Ciriachi pubblicato da Palomar nel 2008). Ne ho parlato come di un “maestro” e vorrei precisare come mi pare di poter intendere questo termine in riferimento a lui. Ivan lo è nell’osservazione delle cose, nella percezione del mondo, nello studio attraverso tutti i sensi della complessità (meravigliosa, ma anche dolorosa, comunque straripante) della vita. Insomma, nell’intensità delle sue esperienze sensoriali prima, e nella sua successiva capacità di riflessione. I più giovani (Alessandro, ecc.) mancano di questa apertura sul mondo, ritorti come sono su se stessi; Ivan rivela loro un approccio più attento (più scrupoloso, e insieme più aperto), fatto di manualità, curiosità dei sensi, pazienza dei gesti, ascolto, e in definitiva di quell’atteggiamento che si fonda sulla condivisione (dei propri pensieri, della propria memoria, dei propri piaceri): tutto questo mi suona come una sorta di disegno pedagogico – anzi, no, piuttosto come la manifestazione di una libera, spontanea vocazione pedagogica.
Ad esempio, ad esempio: lo “sballarsi” di Alessandro e dei suoi amici (amici?) è un chiudersi, un rattrappirsi dei corpi, un ammutolirsi dei sensi e della coscienza; le lontane esperienze con le droghe di Ivan erano invece sentite come parte di un progetto di apertura totale della percezione, che invece di oblio produceva un ripopolarsi degli spazi, un acuirsi degli stimoli, un moltiplicarsi delle cose – e sembrava non poter fare a meno della traduzione in parole, le più precise, le più giuste.

Conversando con Fabio Ciriachi, 2

L'attentissima analisi di Fabio Ciriachi (v. il post precedente) mi ha invitato a una riflessione su quanto ho scritto e vado scrivendo. Trascrivo di seguito buona parte della mia risposta alle osservazioni di Fabio.

Il nucleo che lei ha individuato – il tema sotterraneo della solitudine – lo sento mio, da sempre, ma stemperato, per così dire, da connotazioni che mostrino una possibile via di uscita. Provo a rispondere, senza riordinare troppo le idee. In “Rapsodia” (particolarmente nella figura di Dvoinikov) la solitudine diventa isolamento, esilio indotto o volontario: è la reazione alle offese del potere coercitivo, ma anche all’indifferenza del mondo che ha dimenticato in fretta, o che non ha voglia di distinguere, di capire. È una sensazione che, mutate le circostanze, talvolta provo anch’io, a vivere quassù, lontano da tutto, in una quieta e ottundente bambagia. Ripeto, parlo di circostanze infinitamente diverse, quanto a gravità, pericolosità, e anche tragica grandezza, perché Dvoinikov è vissuto in un’epica grandiosa, io in una commediola paesana.

Un altro aspetto derivante dalla solitudine è il desiderio di un legame, anche ideale. Per la verità, io avevo individuato in questo il tema profondo di “Rapsodia” – individuato dopo anni di stesura e riletture e rimuginii, intendo. Tutti in quel romanzo sembrano alla ricerca di una figura autorevole a cui appoggiarsi, di un maestro reale o ideale. Ed è il lato di Ethan che mi intenerisce, e che rende la sua attenzione nei confronti di Dvoinikov qualcosa di molto più vero e intenso del semplice desiderio opportunistico di fare uno scoop musicologico o di fare del bene a un vecchio dimenticato. Credo sia uno dei temi più belli da affrontare in letteratura, la ricerca di un maestro. Anche per questo ho amato il suo “L’eroe del giorno”, che presenta almeno due intense figure di maestro, il padre di Ivan e soprattutto il principale, Sauro, e per questo sto amando “Soprassotto”, che è tutto incentrato su un maestro naturalmente dotato, Ivan – un Ivan sessantenne che ha preservato una dimensione "storica" in un mondo tutto appiattito su un presente semplificato. Parliamo di “maestri” la cui intensità non è priva di una buona dose di difetti, di errori o di approssimazioni, ma che proprio per questo sono modelli vivi, reali. Non sono guru, appunto. Il tema della ricerca di un maestro è così interessante, mi sento di aggiungere, che funziona egregiamente anche quando il maestro è così così, quando rivela debolezze, quando incespica nei suoi errori.

Prescott, dicevo, è alla ricerca di questo maestro, che per lui rappresenta non solo la resistenza alle imposizioni grottesche del potere, ma anche un esempio di dedizione paziente a un’idea superiormente artigianale di arte: Dvoinikov diventerà in realtà maestro, in modo imprevisto per Prescott, nel rivelargli qualcosa di lui, dei suoi rapporti con il mondo, che Prescott ancora non ha scoperto. Gli insegna pazienza e parsimonia – nei mezzi espressivi innanzitutto. Gli istilla dubbi, gli smonta certezze, gli addita tortuosità e contraddizioni, anche a volte con una certa crudeltà. Dal mio punto di vista, si tratta della cosa migliore che possa fare un maestro – è una pratica che, relativizzandoci, ci rende meno soli.
Credo che il tema della solitudine, o dell’isolamento, possa anche essere letto in senso più genericamente filosofico, come il tema della solitudine dell’uomo. Non c’è metafisica, in “Rapsodia”, come non c’è in niente di quello che scrivo – almeno, a me pare che non ci sia, se non per essere smentita. Siamo soli, leopardianamente soli – a questo punto, sempre leopardianamente, non possiamo che rispondere attraverso forme di solidarietà, di aggregazione, che non sono meno importanti per il fatto che spesso si impannano.

domenica 4 dicembre 2011

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Fabio Ciriachi

Tengo molto a queste osservazioni di Fabio Ciriachi sul mio "Rapsodia su un solo tema". Di Ciriachi, poeta, narratore, recensore (per "la Repubblica", "il Manifesto" e "l'Unità"), ho letto con ammirazione (e una buona dose di emozione) il romanzo "L'eroe del giorno" (Gaffi, 2010); in questi giorni mi sto dedicando, con l'attenzione che merita, alla lettura del suo precedente romanzo, "Soprassotto" (Palomar, 2008).

Caro Claudio,
le dicevo, su fb, di come circa venti giorni fa avessi di colpo percepito il centro nascosto del suo Rapsodia su un solo tema.
Certo, al termine della lettura, diversi mesi or sono, mi erano subito parse evidenti tutte le sue qualità: lingua, montaggio dei vari elementi, personaggi, ritmo. Trama e ordito apparivano inappuntabili e curati, e però, nel piacere (barthesiano) della loro fruizione, non riuscivo a portare a termine quello che da un po' di tempo, per me, costituisce l'ultimo atto del leggere, ovvero la messa a fuoco della filigrana, di quel luogo dove nascostamente abita, mi perdoni il termine, l'anima dell'opera; e anche dove, io lettore, riesco a riflettere in modo più approfondito la mia anima.
Da qualche anno nel leggere i libri perseguo questo fine attraverso una sorta d'indagine che, per le procedure e le interrogazioni con cui si sviluppa, sta a metà strada fra quella poliziesca e la psicologica. Credo, ormai, che un romanzo, o una raccolta di racconti o di poesie contenga sempre, nascoste fra le righe, forme del sé dell'autore la cui intelligenza, per una sorta di patto implicito tra chi legge e chi scrive, non deve essere di immediata percezione. Come a dire che certi livelli di apertura allo sguardo altrui sarebbero frequentabili soltanto da chi ne sente la necessità, quasi che la natura sensibile del mostrarsi, e del vedere, oltre una certa soglia richiedesse, per una decodifica che nel migliore dei casi può anche essere reciproca, una precisa motivazione. Capisco che, detta così, può sembrare che io voglia istituire una sorta di legame elitario fra scrittore e lettore, ma è solo che in realtà, mancandomi gli strumenti propri della critica, mi appoggio ai risultati di questa indagine per soddisfare al meglio quel principio, per me definitivo, secondo cui è il lettore che perfeziona di volta in volta – per quanto in forme diverse, se non addirittura tra loro opposte – il lavoro iniziato dallo scrittore.
Le confesso che inizialmente l'ambito musicale, dove le mie competenze rasentano l'ignoranza, mi era parso un limite invalicabile; ma procedendo nella lettura mi sono presto reso conto che quelle stesse regole di grammatica e di civiltà creative evocate, e non di rado invocate, ora da un personaggio, ora da un altro potevano essere facilmente traducibili in principi generali buoni per ogni campo espressivo e milieu artistico.
Riflettendo a posteriori su quali siano gli elementi di mobilità della sua Rapsodia, potrei ridurre il tutto a un moto di pura conoscenza. Ethan Prescott, musicista di sani e fermi principi, vuole conoscere direttamente il grande e dimenticato compositore Rafail Dvoinikov prima che vecchiaia e morte lo privino della possibilità di interloquire direttamente con lui. A tal fine intraprende molti viaggi e si affida alla inevitabile mediazione di Polina, che gestisce, con una cura che ha del filiale, le molte infermità del vecchio Maestro. Questa pratica di conoscenza, dopo aver disegnato per il lettore inedite cartografie sia in campo musicale che storico-politico (impressionanti le forme inquisitorie del Torquemada di turno, esilaranti certi verbali d'interrogatorio e l'uso maldestro dei sosia) s'interrompe bruscamente per la morte, nel corso di uno di questi viaggi, di Ethan, l'eroe il cui lavoro, per fortuna, viene ripreso e mantenuto vivo da Carl, suo apprensivo compagno di vita. Conoscere costa ed è rischioso: potrebbe essere, allora, una brutale sintesi del tutto, o quello che da molte parti ci si ostina ancora a definire il messaggio? No, certo, anche se è vero che conoscere costa e mette in discussione alcune certezze di partenza (per Ethan soprattutto personali, a causa del perturbante – per lui, omosessuale – incontro con Polina), ma ne rafforza altre (per Ethan tutte relative alla eticità della sua visione musicale), come è altrettanto vero che al processo di conoscenza nessuno spirito vivo può sottrarsi, giacché è un processo che paradossalmente, nel momento in cui sembra espressione della massima libertà, di fatto non lascia scelta.
Ecco, è su questa pluralità di soggetti protagonisti, e nelle forme ora discontinue ora ricorrenti in cui il suo abile montaggio ne organizza l'iter evolutivo (con le sorprendenti, per me, parti in corsivo, prima, e morte di Ethan, poi) che ha indugiato a lungo il mio sguardo “indagatore”, così distratto dalla corposità dei dettagli da non riuscire a immergersi oltre il piano terra della vicenda per gettare all'insieme uno sguardo dal di sotto che consentisse di coglierne, come accennavo prima, la filigrana.
Poi, quando ormai il pensiero attorno a Rapsodia sembrava essersi asciugato del tutto, eccolo, forte della sua natura carsica, zampillare di nuovo in superficie, nel caos di una metro che si affollava fermata dopo fermata, offrendomi la certezza di conclusioni con le quali, fin da subito, non ho potuto fare altro che convenire.
Rapsodia su un solo tema è un libro sulla coscienza della inevitabile solitudine (si spenda pure tutta la lucida severità del pessimismo leopardiano, in questo caso). È un libro, quindi, sulle innumerevoli forme fallimentari con cui gli esseri umani della nostra cultura di appartenenza cercano, senza tuttavia riuscirvi, di ricorrere all'amore per difendersi dalla solitudine.

Devo confessare, e qui parlo come indagatore poliziesco, che a mettermi su questo avviso è stata l'omosessualità di Ethan, dettaglio altrimenti non necessario e che però è servito a inscrivere in una sorta di rigido ordine naturale, quindi non culturale e modificabile, l'impossibilità, per lui, di costruire un legame amoroso con Polina. Fallisce l'amore con Polina, dunque; fallisce l'amore di Ethan per Dvoinikov, messo di fronte alle intraducibili vicende che nel momento stesso in cui fanno luce sulla sua dolorosa vita la rendono al contempo più opaca, e comunque priva di quegli elementi di fascino che, attraverso la musica, avevano spinto Ethan sul cammino, a tratti impervio, della conoscenza diretta col Maestro. Fallisce con la morte (ma era già male in arnese nel suo normale svolgimento per il conflitto tra passione e gelosia) l'amore tra Ethan e Carl. Abbiamo echi del fallimento di un precedente amore di Polina, emergono le dure circostanze che hanno portato al fallimento sia del matrimonio di Dvoinikov sia del conseguente progetto genitoriale conclusosi con la tragica morte della figlia (l'assenza di figli, di eredi, di continuatori, anche in campo musicale, conferma il pessimismo dell'insieme). Fallisce la speranza nel futuro della musica, ben resa dalla visione immaginifica dell'avo di Dvoinikov che fotografa le molte anomalie del presente.
Ma a fronte di tanto pessimismo aleggia – e forse è il risultato vivificante dell'atto di scrivere che sta per una dichiarazione di non resa – un senso di affidabile possibilità, come se comunque, dietro tanti fallimenti premesse un'energia non rinunciataria, una sorta di suggerimento a non demordere nella ricerca dei modi capaci di vincere l'impasse.
Fabio Ciriachi

Fabio Ciriachi mi invita anche a ulteriori confronti; accolgo volentieri il suo suggerimento, e spero che questo scambio (per me assai proficuo, oltre che piacevole) si concretizzi in altri interventi su questo blog.
Per ora, lo ringrazio di cuore.

martedì 22 novembre 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione su "Lettera.com"

Compare da oggi sulla rivista letteraria online "Lettera.com", http://www.lettera.com, un'attenta recensione del mio "Il sangue del tiranno" firmata da Roberto Barzi. Ne riporto qui l'inizio e la fine.

Un breve romanzo allegorico, una specie di parabola moderna, un racconto surreale, ma con un substrato di realtà: ecco come si potrebbe definire Il sangue del tiranno di Claudio Morandini. Un testo metaforico, giacché nell'invenzione letteraria appaiono molte delle problematiche relative al sistema scolastico, in particolare a quello d'ambito universitario. E proprio nell'ambiente di una piccola, quanto sconosciuta università di provincia, posta al centro d'Italia, si svolgono i raccapriccianti fatti narrati in questo libro. (...)
Fin qui il romanzo, una creazione letteraria suffragata però da moltissimi fatti concreti: l'invidia che rode il corpo docente con le sue piccole ripicche accademiche, i testi dei ricercatori accatastati in qualche maniera nei sotterranei universitari, le guerre politico-esistenziali degli studenti, i rapporti che intercorrono tra insegnanti, borsisti e ricercatori, la decadenza fisica dei suoi vari istituti e il malessere - reale - del sistema accademico. Questi, purtroppo, sono fatti con i quali devono convivere ogni giorno migliaia di studenti, in un apparato, quello scolastico, che ha raggiunto in Italia aspetti surreali e che rende perciò Il sangue del tiranno assai meno irreale di ciò che non sia in realtà.

Roberto Barzi, su http://www.lettera.com/libro.do?id=7840.

mercoledì 9 novembre 2011

Da "Letteratitudine": Zanzotto e la musica

Piccolo contributo dell'8 novembre su Zanzotto, apparso su Letteratitudine:
Questa mattina ho finito di vedere con i miei allievi il bel film di Carlo Mazzacurati dedicato ad Andrea Zanzotto. C’è un punto in cui Zanzotto, stimolato da una domanda di Marco Paolini, “parla” di musica (già Franco Marcoaldi nell’introduzione al libretto che accompagna il DVD suggerisce che non di semplice conversazione si tratti, ma, nel caso di Zanzotto, di un “canto”). Non a caso, Zanzotto tocca il tema della musica dopo avere divagato sulla nascita della sua lingua poetica come di un viaggio “molto accidentato”, compiuto attraverso la fantasia, fatto di “incroci” e “impasti” tra il fondo tradizionale, “monocorde, fermo del paese” e “le acquisizioni” tratte dalle esplorazioni letterarie. Anche la musica per Zanzotto è un aprirsi verso un altrove più lontano, un rivelarsi di vite e paesaggi inaspettati.
Racconta ad esempio il poeta del repertorio folklorico ormai dimenticato e scomparso che ancora quand’era giovane era tenuto in vita dai contadini al ritorno dai campi, magari un po’ brilli. “Taran ta… tin tin e tin ton… l’è la figlia del caro papà” cantavano, “con centomila variazioni” proprio sul ritornello del “caro papà”. L’approccio di Zanzotto, nel ricordo, è sicuramente leopardiano (la “sera del dì di festa” è nell’aria), ma anche, verrebbe da dire, bartokiano o kodaliano, nell’attenzione “scientifica” dell’ascolto, nella consapevolezza della ricchezza di quel materiale atemporale e arcaico, e nella volontà di farsi per così dire testimone (attraverso la musica dei versi) di quella ricchezza poi contaminata e perduta.
Altri ricordi rimandano a esperienze ironicamente sentimentali, come le arie d’opera cantate “perfino dai preti… stanchi di preghiere” e litanie, che “si sfogavano” intonando “Che gelida manina” con un certo trasporto per la strada; o come le lezioni di pianoforte (fatte di “Sonatine di Clementi: tan tiritan tan tan”) del maestro Fontebasso, vicino di casa, le quali iniziavano alle cinque del mattino. Aperture sonore verso altri mondi al di là del familiare quadrilatero, e insieme colori familiari di un paesaggio che anno dopo anno si andava formando attorno a lui e dentro di lui.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

venerdì 4 novembre 2011

Letteratura romancia

Grazie all’editore Casagrande di Bellinzona ho conosciuto le opere di alcuni autori in lingua romancia. Il romancio è una lingua di montagna, parlata solo in alcune zone dei Grigioni, la quale nel corso dei secoli si è divaricata in alcune varietà che, per ora, non sembrano aver trovato una sintesi. In Svizzera è una lingua ufficiale, ma è poco parlata, ancor meno scritta; nutrita nell’isolamento dei luoghi alpini, legata alla vita dei contadini e dei pastori, conserva una forte espressività, un’asprezza scorbutica (ma anche una sua visionarietà spiccia) che si trasmettono anche alle traduzioni in italiano.
Scegliere il romancio per fare letteratura e raccontare storie non è diverso dallo scavare nei dialetti più pericolanti per cavarne una nuova lingua poetica. È una scelta di stile che proprio nei limiti di una lingua sa trovare nuovi strumenti espressivi, nella povertà una diversa ricchezza. Mi pare che nei romanzi che ho letto sia proprio la lingua a dettare la forma, sia la grammatica (la fonologia, la sintassi, il lessico) del romancio a costruire l’architettura narrativa.

In “Sez Ner” di Arno Camenisch la vita di un gruppo di uomini costretti a vivere in un alpeggio (il casaro, l’aiuto casaro, il bovaio, il porcaio, più altre figure minori) è raccontata per frammenti che enunciano in un irremovibile presente la ripetitività dei gesti e delle situazioni, il ricorrere dei pensieri e delle fissazioni, e che poco alla volta compongono un mosaico di amara coerenza (la stagione in alpeggio). È la lingua più adatta alla rappresentazione di una vita dura ripetitiva e chiusa, è il borbottio che talora esplode in urlo, più spesso si spegne in silenzio ostinato. Nelle pagine di “Giacumbert Nau” di Leo Tuor (l’anno della traduzione presso Casagrande è il 2008) il frammento si alterna agli spazi bianchi, in un omaggio sconnesso (nervoso e suscettibile, ma anche lirico, a modo suo) al solitario personaggio che dà titolo al libro e che un po’ rappresenta il montanaro dei Grigioni (o l’abitante delle montagne tout court, verrebbe da dire). Il mondo descritto in questi romanzi è duro e chiuso (e questo lo abbiamo detto), bigotto e diffidente (verso gli stranieri, i turisti, i soldati dell’esercito in addestramento, verso ogni forma di eccentricità o originalità); la fatica del vivere ha reso crudeli gli uomini (verso gli altri uomini, verso gli animali, verso se stessi). Siamo lontanissimi dalle tentazioni arcadiche di molta letteratura di montagna.

Ritrovo la figura del solitario di poche parole nel Simon de “Il ritorno” di Oscar Peer, che per la verità è precedente ai due già citati e ormai si è ritagliato un ruolo di piccolo classico romancio del Novecento. “Il ritorno” è un romanzo di fattura più classica, ed è avvicinabile nell’impianto alla migliore narrativa di montagna (a Ramuz, che so). Ma certo l’asciuttezza, la rocciosità del romancio ne innerva le pagine, spazzandone via indugi e lirismi, e riducendo tutto all’essenziale, alle cose, agli aspetti tangibili, alla nudità delle azioni.

(Nota a piè di pagina: in appendice all’edizione italiana di “Sez Ner” è pubblicata una conversazione illuminante tra l’autore, Arno Camenisch, e la traduttrice, Roberta Gado Wiener.)

giovedì 27 ottobre 2011

Racconto e supporto digitale

Con un amico che ha letto i miei racconti (due, anzi tre, contando “Il punto interrogativo”) sul Jukebooks di Quintadicopertina (http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/), parlavo giusto quest’oggi. L’amico notava che in quei racconti sembrava che io avessi a bella posta cercato un tono il più possibile lontano dalla contemporaneità, dunque dalla natura del supporto, come in una sfida con i mezzi di comunicazione del presente. Diceva, l’amico, che pareva che avessi voluto situare in una zona stilistica tra gli anni cinquanta e i primi sessanta quei racconti – forse per provocarmi, tirava in ballo improbabili ascendenze bassaniane. Io assicuravo che non avevo pensato quelle pagine per il web o il download, e che nello scriverle ero rimasto vicino agli autori che mi piace leggere e che mi sono rimasti appicciati alle dita, senza voler lanciare sfide o tentare accostamenti inusuali – ai curatori del Jukebooks erano piaciuti così, immagino, come piacciono certi oggetti di modernariato. La piacevole conversazione mi ha lasciato uno strascico di rimuginio. Regge in digitale un racconto stilisticamente fuori dal tempo come “La conca buia” o soprattutto “Attesa”? Riformulo la domanda (come direbbe Matlock): bisogna per forza scrivere seguendo i dettami della contemporaneità per pubblicare con una casa editrice digitale come Quintadicopertina? La risposta a questa seconda domanda, secondo me, è no. Credo che i nuovi supporti possano prestarsi egregiamente anche alla diffusione di testi non concepiti per forza per il formato digitale. In fondo, il modo migliore per procurarsi oggi molti racconti o romanzi dell’Ottocento minore è proprio in rete, su Liberliber o altrove: testi che nessun editore oggi pubblicherebbe mai, a parte quelli sintonizzati sui repêchages. Se voglio gustarmi uno scapigliato, un post-scapigliato o un pre-scapigliato o un anti-scapigliato, o un minimo tra i minori, o i sonnellini di Omero dei grandi classici, e mi manca la voglia o il tempo di andare a spulciare tra i rimasugli polverosi delle bancarelle (attività per altri versi gradevolissima, compresi la polvere e l’untume), ecco che le biblioteche o le librerie telematiche vengono in mio aiuto. Tutto questo, e scusatemi le banalità, per dire che l’accostamento tra il repertorio più desueto o lo stile più classicamente capriccioso e il digitale funziona: l’uno sembra arricchire l’altro di un sovrappiù di senso – quale senso esattamente, lo direi un’altra volta, perché ci sto ancora pensando. Per ora, noto con soddisfazione (e sollievo) che si può scrivere per il web senza venir meno alle proprie convinzioni – o ossessioni – stilistiche.

lunedì 24 ottobre 2011

Su "Verso il lago"

Il racconto “Verso il lago” (ora recuperabile nell’archivio di http://www.cinquecapitoli.it/) è nato come pagina di un romanzo (di “A gran giornate”, o come diamine si intitolerà). Questo romanzo, la cui stesura si è protratta per quattro anni, si prestava, per la sua natura divagante e apparentemente frammentaria, ad accogliere il materiale più disparato, purché ascrivibile al genere “avventuroso”. Non proprio tutto il materiale, però, come ho notato dopo un po’: così “Verso il lago” è rimasto fuori, assieme a poco altro, visto che la situazione che descriveva non si addiceva a nessun personaggio.
Rimasta sola, la paginetta originaria – un bagno avventato in un lago troppo freddo durante una gita in montagna – si è alimentata ben presto di un prima e di un dopo. Si è delineata la figura della vecchia madre malata del protagonista maschile; si sono aggiunte digressioni e dettagli (il prete che sopprime i gattini chiusi nel sacchetto, i girini che si divorano, i sogni) e soprattutto si è definita una generale atmosfera di inquietudine che via via si fa minacciosa. Una situazione soltanto imbarazzante – il bagno nell’acqua gelida, i testicoli che si ritirano – si è trasformata nella stazione principale di una via crucis per niente sacra, molto terragna – la solita, cara deriva verso il peggio, che per ora non mi sono stancato di raccontare.

domenica 23 ottobre 2011

Il gusto del racconto

Tre racconti risalenti agli ultimi tre anni ma usciti contemporaneamente (su http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/ e su http://www.cinquecapitoli.it) mi fanno venir voglia di tornare sul tema della scrittura del racconto. Ho preso gusto per il racconto, vivendolo – ma qui forse un filino esagero – come una sorta di vacanza dalle fatiche combinatorie del romanzo. Direi che ho provato per la prima volta questa sensazione di leggerezza con “Le dita fredde”, scritto per l’antologia “Santi” della Black Arrow di Luca Dipierro. Molti racconti mi sono venuti fuori con naturalezza, nel giro di pochi giorni, storie minime che poi, con calma, lasciavo espandersi di quel tanto nei mesi successivi. Pochi personaggi, pochi cambi di scena, pochi colori dominanti – episodi, teatro da camera, per così dire.
Alcuni li ho concepiti (meglio: li ho sentiti) come capitoli singoli di un romanzo assai più ampio. In questi casi si aprono e si chiudono squarci pensosi su vite compresse, destinate a rimanere nell’ombra per gran parte. Altre volte, li ho sentiti come grossi frammenti sopravvissuti alla perdita di un’opera assai più vasta. Non importa, insomma, che abbiano una loro rotondità, un inizio e soprattutto una fine, che concludano tutto ciò che hanno aperto, che tirino tutte le somme.
Taluni racconti, per una loro contiguità emersa in seguito, si stanno davvero trasformando con comodo in un romanzo – di cui non è il caso di parlare troppo presto. Si tratta nel mio caso di racconti mai troppo brevi, è vero, di storie che hanno bisogno di diverse pagine per svilupparsi. Può capitare anche l’inverso: pagine che sembravano pronte a divenire parte di un romanzo si sono assestate nella forma breve del racconto, come è accaduto con “La conca buia” che si può scaricare da http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/. In fondo il romanzo è sempre il rimescolio di più racconti, almeno per me.
Questo per dire che non sento differenze sostanziali tra racconto e romanzo. Quando leggo che un racconto deve avere una sua specificità, che deve esprimere una visione sintetica, e che ha una purezza che manca al romanzo, contaminato, questo, e tracimante e labirintico, io non mi ci ritrovo. Non mi ritrovo nemmeno nell’idea che scrivere racconti sia un’arte più difficile (temo che dietro questa visione, ormai dominante, ci sia un’idea del romanzo mutuata da troppi esempi di cattiva narrativa).
Scrivere racconti per me (e per quel che può contare) non è diverso dallo scrivere romanzi, a parte le differenze di dimensioni e di struttura. La voce, che è la cosa più importante, non cambia. Nel racconto smette solo di cantare (o di stonare, o mormorare, o strillare, o borbottare) prima.

lunedì 17 ottobre 2011

"Verso il lago" su cinquecapitoli.it

Su http://www.cinquecapitoli.it/ compare oggi la prima puntata del mio racconto “Verso il lago”. È stata preceduta nelle scorse settimane dalle belle prove di Ilaria Giannini (“Quanto è lontano il mare”), Andrea Consonni (“Epilettici”), Mauro Evangelisti (“Le foto di Sara”). Il progetto di cinquecapitoli è semplice: in tempi in cui chi lavora riesce a leggere solo nei ritagli di tempo, presentare un racconto per esteso finirebbe per essere inefficace. La redazione, ispirandosi al progetto Fivechapters di David Daley, propone perciò ogni settimana, dal lunedì al venerdì, un racconto diviso in cinque brevi capitoli. Ne vengono piccole pagine concentratissime, pillole di storie che a mio parere finiscono per valorizzare ancora di più i gesti, le azioni anche trascurabili, gli sguardi e le parole di cui è fatto un racconto. Non solo: un buon racconto sopravvive benone alla suddivisione in capitoli minimi, si fa miniromanzo, o meglio rivela proprio una sua natura di miniromanzo.
Il mio “Verso il lago” sembra cercare questa parcellizzazione: è una storia fatta di piccole sequenze, di frammenti alternati, di rimuginii, pensieri improvvisi, atti inaspettati e incomprensibili, tremori e inquietudini, e vi si respira quel senso generale di sospensione esitante e di deriva verso il peggio che altri hanno già notato in quello che scrivo – e che evidentemente non so togliermi di dosso.
Il racconto – l’ho già detto – era già apparso su “Castelli di cultura”, supplemento al n. 1 di “Mélange”, del febbraio 2009, rivista della Biblioteca di Saint-Pierre. Ma per questa nuova occasione è stato rivisto, integrato e rinterzato.
Buona lettura.
http://www.cinquecapitoli.it/

mercoledì 12 ottobre 2011

Due nuovi racconti su "Quintadicopertina"

Tempo di racconti! Da oggi è possibile scaricare due miei racconti dal Jukebooks 2011 della casa editrice digitale “Quintadicopertina”, assieme ad altri testi di altri autori selezionati da Alessandro Milanese e Alessandro Romeo (andate su http://www.quintadicopertina.com/iljukebooks/ e preparate gli spiccioli). Nel comunicato stampa noi autori siamo definiti tra l’altro “giovani scrittori” e “i migliori… della narrativa underground italiana”. Vada per l’underground (concetto e contesto in cui, a modo mio, mi riconosco); sulla patente di “giovane”, invece, glisso, ringraziando dei troppi anni toltimi.

Non è la prima volta che un mio racconto finisce nel Jukebook di Quintadicopertina; nel 2010, “Il punto interrogativo”, che già era stato pubblicato sul numero 3 di "Colla – Una rivista letteraria in crisi”, è stato selezionato assieme ad altri racconti apparsi in diverse riviste online. “Attesa” e “La conca buia”, i miei pezzi per quest’anno, sono invece del tutto inediti. Di seguito un assaggio di entrambi:

“Mio padre la scacciava quasi subito dal letto, e la buttava fuori dalla camera, a calci e spintoni. Quando questo accadeva, mamma poteva dirsi fortunata. Perché altre volte l’ira di mio padre, invece di sbollire a menar colpi, rimaneva insaziata: allora la mamma veniva trascinata fino alla porta di casa, e respinta nell’aia, anche nel gelo del pieno inverno, e lasciata lì, raggomitolata a terra, nella neve o nel fango gelato, a tremare. Mio padre a quel punto afferrava la prima creatura che gli capitava a tiro, e se non trovava anima viva andava a cercarsela nella stalla o nei recinti. Il più delle volte ne veniva via con una capra, che conduceva a strattoni in casa e si portava a letto, al posto della mamma, come segno di grandissimo spregio.
Una volta che era corso invano dietro a capre mal disposte a finire sotto le coperte, entrò in stalla e ne tirò fuori una vacca, nemmeno tra le più giovani e piccole. La vacca, stupidamente docile, si lasciò guidare in casa e portare in camera, dove mio padre la spinse fin sul letto, bestemmiando. La vacca prima tentò di rimanere in equilibrio sul materasso, poi capì ch’era meglio accucciarsi, e tronfia si lasciò cadere proprio al centro del letto, accanto a mio padre che con ostinazione cieca si stava mettendo a dormire. Il tonfo fece tracollare l’intelaiatura del letto, che si sfracellò con uno schianto orribile e provocò altre bestemmie di mio padre, ululati di spavento della vacca, e la fuga di questa per tutta la casa, dove rovesciò ogni cosa e smerdò ogni angolo per la paura, prima di imboccare la porta aperta a cornate.”
(da “La conca buia”)

“Mai più avventure in cortile, mi dicevo intanto, stringendo i pugni come a render più solenne quel giuramento, mai più cadute, corse, sfide, botte, salti di steccati, esplorazioni di siepi. Se ero lì, ad agonizzare tra le passamanerie di quella bottega, era perché a mia madre servivano ago, filo e pezze per ricucire certi strappi che io stesso, con la mia solita avventatezza, mi ero procurato nei campi attorno a casa. D’ora in poi, mi promettevo scandendo il pensiero come se pronunciassi una formula dinanzi a un consesso di sacerdoti, d’ora in poi camminerò composto, eviterò i rovi e le buche, mi terrò lontano dalle risse. Anzi, rimarrò sempre in casa, nello studiolo in penombra, a studiare e leggere, ma senza appoggiare i gomiti al tavolo, perché le maniche lise richiedono toppe, e altro ago e altro filo, e ci si può sbrindellare anche in casa, con un gesto improvviso, una postura malaccorta. Dunque nello studiolo, come un vecchietto ammodo, con il libro ben aperto davanti, le mani sul tavolo, le gambe non incrociate, mentre fuori, nel cortile prima e poi nei prati attorno, fino al confine invalicabile della ferrovia e forse anche più in là, verso altri campi che non conosco, i miei amici, ma ormai non più amici, complici piuttosto di schiamazzi e gazzarre, si rotolano come animali bradi.”
(da “Attesa”)

Doverosa postilla: tra le mie “influenze” a cui si fa riferimento nella pagina di Quintadicopertina ci sono Michele Mari, Chessex, Ramuz, Palazzeschi, Tozzi. Forse questi nomi meriterebbero qualche riga di spiegazione. In generale volevo suggerire prima di tutto una concezione complessa e stratificata del passato, una rivisitazione della memoria – una rielaborazione non nostalgica dell’infanzia, insomma; poi una visione sofferta e affaticata del vivere, priva di indulgenze, indurita da un pessimismo aspro; poi un riso amarognolo, uno sguardo disincantato prima di tutto verso se stessi; infine un ricorso a una lingua “lenta”, ponderata. Ramuz, ma soprattutto Chessex, stanno lì a ricordare, in particolare per “La conca buia”, quel perenne stato di dolore del vivere dell’uomo di montagna, isolato e schiacciato, lontano da ogni tentazione epica o arcadica.

Ma non è tutto qui: dalla prossima settimana un altro mio racconto, “Verso il lago”, comparirà a puntate su http://www.cinquecapitoli.it/ in una veste nuova e più completa rispetto a un paio di anni fa, quando era stato pubblicato su “Castelli di cultura”, supplemento al n. 1 di “Mélange”, del febbraio 2009. Ma di questo parleremo più avanti.

lunedì 3 ottobre 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'analisi di Marco Codebò, 2

Riporto ancora parte della lucidissima analisi che Marco Codebò dedica al mio "Rapsodia su un solo tema" sulle pagine della rivista "Reti di Dedalus".

"La complessità tematica del romanzo è ripresa da quella strutturale. Rapsodia su un solo tema è un archivio di generi e scritture diverse. Per quanto riguarda i primi, nel romanzo si ritrovano aree riconducibili al saggio, al diario, al racconto storico, al romanzo sentimentale e a quello epistolare. Per le seconde invece, si va dagli appunti alle note a piè di pagina in stile accademico, passando per la scrittura burocratica (i verbali degli interrogatori ai quali è sottoposto Dvoinikov) e quella autobiografica.
La lettura del romanzo di Morandini assomiglia ad una passeggiata in una casa degli specchi. La complessa architettura del testo si regge infatti su una fitta trama di corrispondenze interne. La carriera artistica di Dvoinikov richiama quella di Prescott, la tecnica musicale del compositore russo (basata sull’ironia, la dissimulazione, lo spiazzamento) si rispecchia nel tessuto narrativo e linguistico del romanzo, mentre l’esperienza musicale dei due personaggi chiave è la traduzione in un altro linguaggio di quella letteraria del loro autore; il Settecento, infine, è già il Novecento in nuce e così via.
Valga come esempio di questo gioco di rifrazioni la visione dell’opera d’arte come un tessuto continuo di citazioni. Quest’idea (postmoderno d.o.c.) è implicita nella consapevolezza da parte di Dvoinikov della definitiva “impossibilità di scrivere qualcosa che non sia già stato scritto” (...). Ma il metodo in questione vale soprattutto per lo stesso romanzo di Morandini, che non si finge testo originale ma si presenta appunto come un coacervo di materiali opportunamente riciclati. Nessuna meraviglia quindi che leggendo Rapsodia su un solo tema si finisca per provare un senso di leggera vertigine, come ad inoltrarsi in un paesaggio soggetto ad impercettibile e tuttavia costante mutazione, realizzata però non attraverso la differenza, ma la somiglianza fra i vari luoghi che lo compongono."

La recensione integrale su http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LETTURE/4_morandini.htm.

sabato 1 ottobre 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'analisi di Marco Codebò

Su "Reti di Dedalus", la bella rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori, Marco Codebò (docente universitario negli Stati Uniti e autore tra l'altro degli eccellenti romanzi "Via dei Serragli" e "Appuntamento", pubblicati entrambi da Manni) dedica un'analisi finissima al mio "Rapsodia su un solo tema". Codebò individua tre livelli nel romanzo: il primo, più evidente, è quello della narrazione delle vicende personali dei due protagonisti; il secondo livello sta nella dimensione saggistica e musicologica; il terzo riguarda la riflessione del rapporto tra arte e potere.
A proposito di quest'ultimo, Marco Codebò scrive: "Qui la dimensione narrativa torna a dominare la scena così da recuperare quella saggistica e rivestirne lo scheletro con la carne dei personaggi e delle loro storie. Sono infatti le vicende personali di Rafail Dvoinikov e Ethan Prescott a guidare il lettore in una doppia indagine che si appunta prima sulla relazione fra avanguardie artistiche e potere politico nell’Unione Sovietica e in seguito si sposta su quella fra arte e mercato nelle società capitalistiche. Se il parallelo fra le due esperienze è sconvolgente ‒ accanto ad un Rafail Dvoinikov che compone un Poema a Stalin viene a trovarsi un Ethan Prescott autore del Te Deum pro the Desert Storm ‒ le conclusioni appaiono inquietanti: “Mette i brividi pensarlo ‒ fa sentire di colpo meno liberi sapere che il mondo del libero mercato vuole da noi, sia pure attraverso metodi assai meno inquisitori delle censure e delle purghe sovietiche, i medesimi risultati: ottimismo, sentimento, afflato eroico, marcette e valzer” (p. 182). Discutere dell’artista e del principe, sia quest’ultimo un despota o un tycoon, rappresenta in ultima analisi la preoccupazione principale del testo (senz’altro l’autentico tema del romanzo, in ciò monotematico come la composizione da cui prende il titolo).
Non a caso al problema viene dedicato un apposito e delizioso inserto, il “Viaggio musicale nel ventesimo secolo”, un pamphlet settecentesco opera di un presunto antenato di Dvoinikov. Le riflessioni contenute nel “Viaggio musicale” hanno il merito di situare la questione della (in)dipendenza dell’artista nel contesto del suo primo storico manifestarsi durante la Modernità, al tempo del crollo dell’Ancien Régime e del sorgere dell’egemonia borghese."
Non mi resta che ringraziare di cuore Marco Codebò e invitarvi alla lettura della recensione integrale alla pagina http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LETTURE/4_morandini.htm.

lunedì 26 settembre 2011

"Il sangue del tiranno": la recensione di Stefania Celesia su "Gazzetta Matin"

Oggi, 26 settembre 2011, nella rubrica “Fruscio di pagine”, che periodicamente compare tra le pagine culturali del settimanale valdostano “Gazzetta Matin”, Stefania Celesia dedica al mio “Il sangue del tiranno”alcune osservazioni garbate e acute.
“La poliedricità di Claudio Morandini scrittore è la capacità di appoggiare parole in un mosaico di generi diversi senza perdere la propria identità” scrive Stefania Celesia. In un ateneo “decadente, cupo, malsano e invischiante come i suoi personaggi e la vicenda che lo anima” avvengono “sparizioni e inquietanti riapparizioni, segreti, indagini, morti, un ispettore, un vecchio rettore tiranno e personaggi che manifestano l’anima attraverso il corpo: è infatti l’alito del professor Calandrone a rivelarne il tormento interiore così come la psoriasi ne tradisce lo stato di agitazione perenne. Un noir rivisitato dove non manca la denuncia sociale ma dove, ancora una volta, al centro della sua analisi l’autore mette le pulsioni, quelle più morbose dell’animo umano e la vicenda diventa potente struttura, sottosuolo, microcosmo, impietoso specchio della decadenza delle anime e della svalutazione delle menti. Il finale rimane aperto. Non è un cerchio. Non rassicura. Lo stile è incalzante, agile e brillante. Sconfina nell’ironia e nell’assurdo e magistralmente si ferma sulla soglia del teatro. La sfiora ma non la oltrepassa. Si tinge di grottesco, inquieta il giusto e porta con sé il pesante respiro del reale.”

domenica 25 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa, 2


s. d. - Quando le parlo di Sergey Slonismsky e di quanto sia difficile tener ferme le gambe ascoltando le sue musiche, Claire sorride paziente e non dice nulla – temo abbia ascritto automaticamente queste mie parole alle iperboli entusiastiche, e stia solo aspettando che mi passi.
Invece, il giorno dopo, eccola arrivare con una cartellina da cui estrae due fotocopie di fotografie. Me le mostra, fiera. In entrambe due uomini di mezz’età ridono come matti. In una addirittura si avvolgono in una sorta di sciarpona musicale decorata di note. Siedono – ridere così stando in piedi è pericoloso per l’equilibrio. Ridono beati come due bambini – anche voi ridevate di nulla, magari di una parola che per accidente sentivate buffa, o di un’espressione dell’altro, o del nulla? Le nostre risate migliori, che difficilmente potremo goderci ancora, se non, forse, rimbecillendo da vecchi.
Uno dei due è quel cuorcontento di Slonimsky: ha quel sorriso buono di chi non si accorge del male del mondo, e vive in un mondo finalmente sicuro di cose tutte sue, eretto a fatica nel corso di decenni. L’altro è John (père John, John Cage, insomma, o uncle John, fate voi). Ignoravo che si conoscessero. Eppure Claire mi sta mostrando almeno due occasioni in cui i due si sono visti e scambiati non sorrisi di circostanza, ma risate a crepapelle. Chissà di che parlavano. Chissà che cosa hanno strimpellato. Magari parlavano di funghi – John era un esperto raccoglitore, lo sanno tutti. Magari hanno improvvisato al pianoforte. Le loro concezioni musicali erano così distanti, i loro mondi sonori incomunicabili – questo, a volte, permette una comunicazione a distanza, una gentilezza reciproca, certo, ma queste sono risate grasse.

«Chi è questo terzo signore? Mi pare di conoscerlo» chiedo a Claire, perché nella seconda fotografia un vecchio con un bel riporto bianco si unisce agli sghignazzi.
Claire mi guarda come io guardo gli studenti che a un esame non sanno rispondere a una domanda semplice. «Nikolaj Slonimsky, lo zio.»
«Ma certo, è Nicolas Slonismky, il musicologo!» preciso. «Qualche anno fa gli ho anche scritto, a proposito di Dvoinikov, ma non ho mai ricevuto risposta.»
«Forse era già malato, Ethan. È lui, comunque. Nicolas, o Nikolaj. Chiamalo come vuoi.»
«I due sono parenti?»
«Certo che lo sono.» Rieccolo, lo sguardo di disapprovazione. «Mi stai prendendo in giro?»
Per cambiare discorso, Claire tira fuori da una cartellina una terza foto: Slonimsky (Sergey) assieme a un barbuto con gli occhiali (è Penderecki, d’accordo): qui nessuno ride (Penderecki avrà mai riso in vita sua?), e anche Sergey si adatta alle circostanze, sfodera un sorrisetto quasi compunto di circostanza, tenendosi ben dietro al polacco, che di sicuro disapproverebbe anche quella mezza smorfia, e si vede che preferirebbe essere in compagnia di John, che almeno è un tipo ameno, non compone solo funeral music, e sa praticare come pochi l’understatement.

sabato 24 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa

s. d. - Sembra che il compositore dell’ex Unione Sovietica (e degli stati satelliti) conosca soprattutto due modi per affrancarsi dai dettami del realismo socialista (curiosamente, o forse no, non è contemplato lo sperimentalismo postdarmstadtiano). Il primo modo è quello della regressione a una musica genericamente situabile tra medioevo e romanticismo, tutta echi di chiesa e sospensioni tonali: è musica di misticismo burbero, che si cinge di cilici armonici e stringe, stringe fino al sangue; ama i digiuni, e ama tenere a digiuno anche chi ascolta. Ieratico, mistico, per evitare la magniloquenza rapsodica del realismo socialista il compositore nostalgico di vecchia Russia si impantana in una magniloquenza di segno opposto, pericolosamente retriva, di fronte alla quale anche i Vespri di Rachmaninov suonano così audaci. Ascoltare questa roba è come andare in visita da quei vecchi parenti bigotti che ti guardano subito storto perché ti giudicano un peccatore irredimibile, non sanno parlare d’altro che di morti e agonie e si recano a tutti i funerali. Pare che questa tendenza non sia tipica solo dei compositori sopravvissuti, ormai vecchi, ma abbia attecchito anche presso le generazioni più recenti, alimentando schiere di giovani integralisti dalla vena innologica e lo sguardo febbricitante dell’eletto.
L’altra maniera per ribellarsi alla solennità seriosa del sinfonismo zhdanoviano è il ricorso al pastiche. L’anima russa, per quel che ne so, ha sempre avuto questa propensione al pastiche, all’uso ironico dell’eteroclito, all’accostamento spiazzante, alla parodia un po’ grossière, alla satira che non va per il sottile (come noialtri americani, mi sussurra una vocina). Ecco, in tempi di relativa libertà, la musica torna con sollievo a fare le smorfie in ogni direzione, al patchwork dispettoso, allo sberleffo. Accosta alto e basso, o meglio molto-alto e molto-basso. Si scopre eclettica, ma di un eclettismo roboante, non proprio sobrio, anzi decisamente alticcio. Potrei citare molte composizioni come esempio. La prima che mi viene in mente è la Prima Sinfonia di Schnittke, che sembra superare l’eclettismo divenendone una pesante parodia, anche piuttosto cupa. Poi c’è la produzione di un simpaticissimo minore come Sergey Slonimsky (Polina me ne ha parlato sottovoce, un giorno in cui Rafail Nikolaevich era in un’altra stanza. E ha aggiunto subito di non accennare mai a Slonimsky in presenza di Dvoinikov, che detesta francamente tutta quella voglia di ridere e trova patetico quell’impulso a farsi gran risate e a fare “l’americano”).
Slonimsky è un eclettico costantemente bizzarro (e, come dire, prevedibilmente imprevedibile, quando cominci a conoscerlo). Spruzza jazz, pop music e robuste dosi di colonna sonora nelle sue composizioni, che si tratti di sinfonie o concerti. Non rinuncia alla forma illustre (Sinfonia, appunto, Concerto…), ma ne fa un ibrido. Musica da disegno animato, di quelli con Daffy Duck o Tom e Jerry al pianoforte, o da Silly Symphony. La sua composizione più divertente in questo senso è il Concerto per orchestra, tre chitarre elettriche e strumenti solisti, del 1973, una chicca che Polina mi fa avere su musicassetta, registrata da un LP discretamente rovinato – forse per ascolti ossessivi. In tre tempi, il Concerto alterna momenti di allegria epica da film western a sbrodolature che a Broadway farebbero un figurone, musica leggera balneare e fasi di rielaborazione più colta che sembrano condurre dalle parti di Bernstein (talvolta, ed è un sollievo, di Ives). Nel movimento centrale, una tromba solista canta come se a suonarla fosse Chuck Mangione in uno di quei suoi pomposi live con orchestra sinfonica coro e chissà che altro. Quali erano le intenzioni di Slonismky al momento di scrivere questa musica? mi chiedo. Struggente nostalgia per gli Stati Uniti, mai visitati eppure già parte del suo paesaggio mentale, o desiderio di appropriazione? O, che so, volontà dissacratoria? O ricorso a materiale già universale, già “russificato” attraverso le vie della pop music e del cinema? C’entrerà qualcosa Nicolas Slonimsky, l'omonimo musicologo che viveva e operava a Boston dagli anni venti? Devo riparlarne con Polina.

(Comunque, come si fa a rimanere impassibile di fronte a musica così? Io, stasera, ballavo nella mia stanza d’albergo, da solo, e ho messo su quattro volte di seguito questo Concerto, come farebbe un ragazzino degli anni settanta con il disco della sua band del cuore. Negli anni settanta lo avrei detestato – oggi lo adoro. E conosco amici che ucciderebbero per poter godere di musica così.)

lunedì 12 settembre 2011

Da "Letteratitudine": Verne e la musica


La visita al Musée Jules Verne di Nantes, quest’estate, oltre a farmi diventare (meglio, tornare) irriducibilmente verniano, mi ha permesso di scoprire l’eccellente “Revue Jules Verne”, pubblicata a cura di diverse associazioni culturali francesi sparse tra Nantes e Amiens. In particolare, non ho mancato di procurarmi il n. 24, dedicato ai rapporti tra Verne e la musica.
Prima osservazione: la cultura musicale faceva naturalmente parte del bagaglio di conoscenze di Verne, come di moltissimi scrittori suoi contemporanei – e questo ci fa invidia, visto che da un pezzo non è più così scontato. Di più: Verne è descritto come un buon melomane, aggiornato sulla produzione musicale dei suoi tempi come sulla grande tradizione classica. Secondo il gusto tipico dell’epoca, e suo in particolare, ama enumerare composizioni e compositori con la stessa precisa voluttà didascalica che lo spinge a fitte elencazioni in campo biologico, geografico, geologico. Alcuni personaggi fortemente caratterizzati sembrano riflettere questa sua passione: e qui viene subito in mente il capitano Nemo all’organo nel suo Nautilus, certo. Ma lo strumento per eccellenza di Verne è il più salottiero pianoforte, che nei suoi romanzi appare un po’ ovunque, là dove la trama lo consente; e dove non c’è posto per un pianoforte, e nemmeno per qualche strumento di ripiego, ecco che supplisce la voce umana, ed è il momento di canti di matrice colta o popolare.
La musica in Verne (sintetizzo quanto trovo nel bell’articolo di Mireille Pédaugé, “La musique dans l’oeuvre de Jules Verne”), innestata nello sviluppo dell’azione, diventa romanticamente “riflesso o messaggera di uno stato d’animo” (e aggiungerei che, in letteratura, l’approccio “romantico” al flusso delle idee musicali sembra essere il più fecondo, o il più funzionale agli intenti narrativi, fate voi). La Pédaugé riporta questo celebre esempio, da “20000 lieues sous les mers ”: “En ce moment, j’entendis les vagues accords de l’orgue, une harmonie triste sous un chant indéfinissable, véritables plaintes d’une âme qui veut briser ses liens terrestres. J’écoutai par tous mes sens à la fois, respirant à peine, plongé comme le capitaine Nemo dans ces extases musicales qui l’entraînaient hors des limites de ce monde.”
Ma il romanzo di Verne in cui la musica diventa protagonista è il poco conosciuto (da noi, se non altro) “Le Château des Carpathes”, un finto gotico di assunto tecnologico di cui parlerò un’altra volta. Per ora rimando al denso articolo di Bruno Bossis, “Le fil d’Ariane, au-delà de la vie”, e al romanzo stesso, di cui sto per concludere la lettura.

venerdì 9 settembre 2011

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di Carla Casazza

Carla Casazza, sul suo blog "Scrivere è vivere", http://www.carlacasazza.com, dedica al mio "Rapsodia su un solo tema" una lettura precisa e interessante.

"Attraverso i ricordi dell'uomo," cioè di Dvoinikov, scrive tra l'altro Carla, "...Ethan riesce a comprendere e compenetrare maggiormente la musica di Dvoinikov ma impara anche qualche cosa di più sulla Storia e sull'animo umano.
Il ritmo narrativo è assai vario, perché oltre alla consueta voce narrante vanno a comporre la storia stralci del saggio che Ethan sta scrivendo, pagine di diario, verbali di interrogatori, trascrizioni da un pamphlet settecentesco; è il ritmo della musica di cui si parla costantemente, musica jazz o d'avanguardia, hip hop o classica. Ma la scena non è tutta del maestro russo, c'è spazio anche per conoscere meglio Ethan, la sua evoluzione artistica e personale, la sua personale visione della musica e dell'amore. Il romanzo avrebbe già un notevole valore così, ricco com'è di una vicenda avvincente e di una scrittura coinvolgente. Perché mentre leggi ti dimentichi che è tutto inventato, mentre ti verrebbe da cercare su Wikipedia Rafail Dvoinikov per approfondire la conoscenza del compositore, e su Youtube i suoi brani più celebri per ascoltarli. Eh già, perché Claudio Morandini è stato maestro non solo a immaginare una vicenda e a raccontarla bene, ma anche a costruire un'invenzione talmente precisa e dettegliata da sembrare reale. Così alla Storia vera, documentata, si intrecciano la vicenda romanzesca e una dimensione parallela ma assolutamente plausibile andando a comporre, proprio come in uno spartito per orchestra, un'armoniosa sinfonia."

Leggete la recensione completa su http://www.carlacasazza.com/2011/09/rapsodia-su-un-solo-tema-di-claudio.html.

"Il sangue del tiranno": la recensione di Maria Grazia Piemontese su "Libri Consigliati"

Maria Grazia Piemontese, sulla bella rivista online "Libri Consigliati", http://www.libriconsigliati.it, pubblica alcune osservazioni acute (e lusinghiere) sul mio romanzo "Il sangue del tiranno".

"Come la paura," scrive tra l'altro Maria Grazia, "anche la decadenza del potere viene descritta nelle sue manifestazioni fisiche, ad esempio la lentezza esasperante dei gesti, il gonfiore delle membra, la flemma del parlare. Un declino tangibile che non compromette l’influenza del rettore-tiranno. D’altra parte il nome che Morandini gli attribuisce la dice lunga: La Sansa, ovvero la parte più pesante, maleodorante e indigesta di un elemento di per sé ricco come le olive.
L’inaspettata ricomparsa del tiranno scatena reazioni dettate dalla paura, come le ipotesi di complotto per “farlo fuori” spingendolo giù dalle scale, o grazie all’assalto da parte di cani inferociti. A temere il rettore e soffrirne terribilmente, come si è detto, è Calandrone, tanto schiavo del panico da vivere solo per fare fuori il nemico. Accanto al professore fifone c’è il collega Villani che, sebbene consapevole dei rischi derivanti dal ritorno di La Sansa, non approva i piani omicidi di Calandrone, e preferisce sfogare la tensione intessendo relazioni con colleghe e avvenenti studentesse (...).
Morandini costruisce la vicenda nello scenario, fisico e intellettuale, dell’apparato accademico e in primis dei suoi esponenti che, impegnati in improbabili ricerche e furtivi amori, assecondano il rilassamento della disciplina universitaria e assistono tristemente partecipi al conferimento spropositato di lauree honoris causa (...). Tra ansie, paure e sospetti, la scomparsa del rettore La Sansa condurrà a un epilogo inaspettato ma purtroppo aderente alla realtà in cui decine di cervelli in fuga danno lustro alle nazioni d’adozione.
Lo stile di Morandini è molto lineare e la scrittura fresca e immediata concorre a trasmettere la giusta carica di ironia e comicità a una situazione di per sé preoccupante."

Mi raccomando, leggete il resto su http://www.libriconsigliati.it/il-sangue-del-tiranno-claudio-morandini/. Non mi resta che ringraziare Maria Grazia Piemontese, che già aveva pubblicato un'analisi accurata del mio precedente "Rapsodia su un solo tema".

mercoledì 7 settembre 2011

"Dalla nonna": onirismi

Visto che ormai questi capitoli attorno al testo "Dalla nonna" fanno pensare a una sorta di officina del racconto (di quel racconto, se non altro), insisto (e concludo) con questa pagina, che riporta in corsivo alcuni frammenti "onirici" entrati a far parte in un primo tempo del racconto e poi espunti (non a torto, direte).

***

I denti mi ballano nelle chiostre, poi cadono. Per un po’ li mastico credendoli pezzetti di pane secco, e rischio pure di ingoiarli.

La sera, quando ancora non faceva buio, la nonna scioglieva il cignone e lasciava cadere sulle spalle sorprendenti ciocche grigie. Questa metamorfosi me la faceva apparire un’altra persona, una vecchia misteriosa abitatrice di caverne o di boschi. Vestita solo di una lunga vestaglia bianca e ruvida, mi si avvicinava, mi spogliava nudo, mi metteva addosso il pigiamino a gesti decisi, come se fossi stato un neonato o un infermo, e mi ficcava a letto, senza dire una parola – la sua eloquenza si esercitava solo in solitudine. Io rimanevo sotto le coperte, a sudare e a fare scorregge, immobile, all’erta, e la sentivo muoversi nella sua camera, spostare oggetti, ciabattare ancora, spegnere il televisore, uscire dal bagno, parlottare, recitare forse un rosario; sentivo poi il cigolio del suo letto – un letto matrimoniale, dal materasso altissimo e convesso come un dolce troppo lievitato, in cui mi sarebbe piaciuto buttarmi e rotolarmi, di giorno, se non avessi temuto che potesse accorgersene. Poi arrivava il silenzio, poi quel suo respirare oppresso, poi il suo vociare nel sonno. Anch’io aspettavo di addormentarmi. Sapevo per esperienza che le cene a cui mi sottoponevo scatenavano sogni tortuosi da cui mi era difficile svegliarmi – soprattutto se favorivo da subito l’effetto addormentandomi supino, la testa rialzata sul cuscino ispido. Aspettavo. E quei sogni arrivavano, così era la mia impressione, ancor prima che mi addormentassi del tutto.

La nonna mi si è seduta sul ventre, mentre dormivo, e ora mi fissa. È proprio il suo sguardo a scompigliarmi i capelli. La fisso a mia volta.
– Nonna, mi pesi.
– Hai sentito le begonie? – fa lei, con una voce non sua.
– Le begonie?
– C’erano begonie là fuori, ma io non ho mai piantato begonie. Odio le begonie.
Odiava le begonie, ma non le dispiaceva continuare a nominarle, noto.
– Nonna, mi pesi – ripeto.
– Ma va’, che son leggera. Ubaldo me lo diceva sempre.
– Perché non gli stavi seduta sulla pancia!
– E chi te lo dice? – insiste lei, assestandosi con le natiche, che non ricordavo così grosse. – Ma si parlava di begonie.

Talvolta, si arrampicava fino a me, mentre dormivo, uno degli animaletti che la nonna aveva catturato quel giorno, e che poi, approfittando di un momento di distrazione, era sfuggito al controllo della predatrice. Era una chiocciola che mi inumidiva di bava il braccio, risalendo lentissima, verso l’ascella, in cerca di un rifugio in cui farsi dimenticare, mentre di là le sue compagne spurgavano dentro un secchio da cui si sprigionava un inenarrabile tanfo. O una ranocchia tutta occhi o bocca, che giuntami sul naso mi fissava gli occhi con quei suoi occhi imploranti e allucinati – da qualche parte, lo sapevo, recava una ferita, procuratasi strappandosi via dal fil di ferro in cui la nonna infilava ancora vive le rane quando andava a caccia lungo le gore. Che potevo fare? Scivolavo giù dal letto, socchiudevo la finestra, lasciavo cadere la bestiola sperando che non si sfracellasse al suolo, o che la nonna l’indomani non la intercettasse, e magari la riconoscesse, e arrivasse così fino a me.
Quando a svegliarmi era un insetto, un maggiolino rimasto prigioniero della finestra o una vespa, o un maialino di sant’Antonio, non potevo esimermi dal pensare che anch’essi fossero in fuga da una retata della nonna. Che cosa mi diceva che non raccogliesse anche insetti, per farne sughi o composte per l’inverno? A volte, a tavola, mi capitava di masticare pezzetti di cartilagine che avrebbero potuto anche essere ritagli d’elitra o di mandibola, antenne o zampe. La sapienza culinaria della nonna veniva da un’età in cui non ero ancora nato, un’era remota fondata, per quel che ne sapevo, sul bisogno e su un’idea di predazione compatibilissima con il ricorso agli insetti come stuzzichino, in mancanza di animali di più grossi. Prendevo allora quegli animaletti e li allontanavo da me, depositandoli vicino a una parete, dove forse avrebbero individuato una crepa abbastanza grande per la fuga.

Dentro al muro, qualcuno lavora di gomiti e di becco per aprirsi una breccia e uscire. Provo a chiamare la nonna, ma non riesco. Provo ad alzarmi, ma non posso. Vedo uno spigolo di cartilagine uscire dal buco nella parete, e lavorarne i bordi per allargarli. Dentro – ne ho la netta percezione – c’è qualcuno che indossa un cappottone grigio. No, non è un gomito, è proprio un grosso becco a spatola.


***

"Dalla nonna", seppure non nella sua forma definitiva, è rintracciabile in http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf dove, per un vezzo non insensato, è sottotitolato "Appunti per un racconto".