martedì 28 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": il racconto di Bruno Fiorini (Kai Zen)

Su http://kaizenology.wordpress.com, Bruno Fiorini, uno degli autori del collettivo Kai Zen, mi fa dono di una bella recensione che è anche un racconto. Ne riporto la parte finale.

La ricerca filologica, l’uso di termini desueti, la creazione dei personaggi in “Rapsodia” hanno raggiunto un grado di intellegibilità ormai universale. Morandini, a differenza di quello che potrebbe far intuire il complesso titolo del suo ultimo romanzo, ormai è per tutti. Perché il racconto che è un susseguirsi di piccoli saggi, lezioni e diari di finzione che hanno per protagonista un giovane compositore americano, Ethan Prescott, e quello che Prescott considera un maestro, il russo Rafail Dvoinikov, più anziano di un paio di generazioni, il racconto, dicevo, è complesso senza essere complicato, appasionato senza essere passionale, e soprattutto si snoda con agilità attraversando le vite dei due musicisti, così diversi fra loro ma allo stesso tempo così simili, scivolando via fino all’ultima pagina con leggerezza nonostante l’impianto narrativo di fondo sia tutt’altro che leggero (la musica in generale e nel dettaglio quella che si sviluppò in Russia negli anni della rivoluzione bolscevica prima e del comunismo poi). E a ben guardare non è solo la musica a fare da sfondo a questo romanzo, c’è anche la storia del ventesimo secolo, c’è l’America del ventesimo secolo e c’è quella propensione alla rivoluzione dell’uomo del Novecento (dove per rivoluzione si intende anche rinascita del personale, riscrescita dei desideri sopiti ma anche rifiuto, allontanamento da tutto quello che è “sistema”, lo stato e il mercato in primis). Il tutto raccontato con ironia e freschezza, come sempre.

Leggete il resto su http://kaizenology.wordpress.com/2010/12/28/rapsodia-su-un-solo-tema-il-nuovo-romanzo-di-morandini/.

sabato 25 dicembre 2010

Un frammento per un racconto

Mio figlio mi sbircia perplesso, quando tiro fuori dallo scatolone i vecchi betamax per toccarli e pensare a quello che c’era registrato. Da anni non posso più guardarli, perché non ho più l’apparecchio con cui guardarli – nessuno lo ha più. Mi limito a tenerli in mano, li soppeso, metto insieme i ricordi. Questo era la recita di fine anno di cui avevo curato la regia. Questo era “Il servo” di Losey. Questo conteneva riprese da un orribile matrimonio di una cugina, e quando ero triste lo mettevo su, perché mi faceva tornare il buon umore. Questo era la seconda stagione di “Caro papà”, o, se preferite, “Father, dear Father”, che già a riguardarla la terza volta non faceva più ridere, ma non importa, era un mio piccolo culto personale. Questo era un collage di momenti televisivi registrati a caso – ma li aveva registrati per scherzo lei, una sera, per me, e quel caso aveva finito subito per assumere un senso fortissimo.
I betamax. Li ripongo nello scatolone. E intanto penso che presto dovrò procurarmi altri scatoloni per mettere via i vhs, che sono molti di più. Mio figlio ora sorride. Quando gli parlo di vhs sgrana gli occhi – dei betamax sembra addirittura dimenticarsi subito, e riscoprirli ogni volta che li tiro fuori, e ogni volta con un’espressione più attonita. Per lui sono già obsoleti i cd e i dvd, che considera ingombranti e scomodi. Finiscono subito, obietta quando decanto i vantaggi dei dvd. Era la stessa riserva che avevo io nei confronti degli lp, finiscono subito, è tutto un alzarsi a cambiare, dicevo a mio padre scandalizzato, e mi divertivo a vedere la sua faccia tesa, di chi a gran colpi si sente messo da parte.
Mio figlio non sembra assistere ai cambiamenti tecnologici come è capitato a me. Non vede i cambiamenti, perché per lui la vita è un incessante concatenarsi di cambiamenti. Non sente lo scarto, il passaggio brusco, il trauma: né prova l’angoscia dell’adattamento alle novità, la sospensione dell’attesa che calino i prezzi del nuovo ritrovato, o che si assesti la qualità, o che il mercato confermi la bontà dell’aggeggio. Tutto scorre, per lui, che è nato in un’epoca irrimediabilmente fluida. Lo spaventerebbero piuttosto la stasi, l’assestamento, la fase di ripensamento – è un’ipotesi, giacché non vediamo stalli da parecchi anni, ma solo un perpetuum di aggiornamenti. Sembra perfino immune dalla nostalgia – melensa, lo ammetto – che coglie me quando rovisto nei miei scatoloni del passato e ne riemergo con walkman, mangiacassette, registratori a quattro piste. E non arranca, come invece capita a me, a fatica dietro a un presente che si spiega in un linguaggio che non è più il mio: sembra anzi sempre in leggero anticipo, in attesa, dominato da una sorta di persistente languorino – che sa placare a modo suo, cioè con le mie finanze. Per dire: non ha scatoloni, si sbarazza senza rimpianti di ciò che considera obsoleto, fingendosi munifico regala agli amici meno abbienti i congegni superati da modelli più recenti, o li piazza in aste che pullulano di amateur del vecchio. Ho provato a curiosare in quelle aste: la loro idea di vecchio coincide con la mia di nuovo. Me ne sono ritratto non senza una turbata vertigine.
Per consolarmi e non sentirmi vecchio, vado da mio padre. Abita in un quartiere della periferia, in mezzo a certi cantieri che sembrano non dover finire mai. Lo trovo che armeggia con il telecomando, e impreca. Impreca perché Loro gli cambiano i canali della televisione, gli nascondono i programmi preferiti, gli rendono la vita impossibile con tutti quei pulsanti di cui non riesce – non sa, non vuole – memorizzare il significato. Loro, quelli che complottano a rendergli la vita impossibile, sono entità vagamente paurose, capziosamente petulanti. Mio padre non sa andare oltre nella definizione – sa che esistono, che si divertono alle sue spalle, e tanto gli basta. Sono gli stessi che gli erigono cantieri tutt’attorno, riempiendo l’aria di polvere e stridori infernali – li minaccia con il pugno chiuso, da dietro le tendine della finestra.
Lo allontano dalla finestra, cerco di attirare la sua attenzione su qualcosa di facile. Per l’ennesima volta gli spiego come funziona il telecomando, insisto sul fatto che è il più semplice e intuitivo in circolazione, gli ricordo che gliel’ho comprato apposta, gli chiedo dov’è finito il foglietto su cui avevo segnato tutte le istruzioni. Quale foglietto? mi significa il suo sguardo. Trattenendo un sospiro, riscrivo le istruzioni, gli illustro gli appunti parola per parola. No, non gli spiego come registrare, tanto meno come programmare una registrazione – la frustrazione che gli provocherebbe non capirmi lo offenderebbe, e poi mi toccherebbe lavorare sui suoi musi lunghi. Tento di esporgli soltanto come accendere e cambiare canale.
Non era così, una volta, papà. Si era costruito una radio, da giovane, e ne andava fiero, e ascoltava solo quella, anche se la ricezione era mediocre, il suono gracchiante, la sintonia precaria. Ogni tanto la tira fuori da una cassetta degli attrezzi e me la mostra, parlandomene come se non ne sapessi nulla. Gli si inumidiscono gli occhi, mentre ne accarezza le parti impolverate, le valvole annerite e i cavi. Per non vederlo commuoversi, volgo lo sguardo altrove, oltre le tendine, verso i cantieri da cui provengono ronzii e schianti – ma a momenti lo sbircio perplesso.

martedì 21 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": i consigli di Mattia Filippini

Su http://rivistatupolev.wordpress.com e su http://www.linsolito.net, Mattia Filippini consiglia, accanto a Il sosia laterale di Paolo Albani (Bonnard) e A Bologna le bici erano come i cani di Paolo Nori (Ediciclo), il mio Rapsodia su un solo tema. Ecco che cosa scrive: "Un giovane compositore americano decide di andare in Russia a intervistare il vecchio compositore Rafail Dvoinikov; ne salterà fuori un’intervista in cui si parla con una straordinaria competenza di musica e composizione, ma anche di amore e della terribile censura che il regime stalinista imponeva ai suoi artisti. Tra annotazioni, sbobinature e pezzi di diario ci si affeziona ai personaggi, fino ad arrivare a un finale che lascia a bocca aperta. Poi ci si sente ignoranti, a non conoscere il compositore Dvoinikov e la sua famosa composizione Rapsodia su un solo tema; allora si corre su Wikipedia a cercare informazioni. E si scopre che è tutta un’invenzione."

http://rivistatupolev.wordpress.com/2010/12/21/consigli-di-natale/
http://www.linsolito.net/index.php?option=com_content&view=article&id=349%3Aconsigli-di-natale-2010&catid=39%3Aapprofondimenti&Itemid=68

martedì 14 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le recensioni di Vittorio Caffè

Non conosco Vittorio Caffè. Vedo che è molto attivo su amazon e ibs, come lettore di libri e ascoltatore di musica. Non so nemmeno come raggiungerlo per ringraziarlo dei giudizi molto positivi che ha espresso sul mio "Rapsodia su un solo tema" prima su ibs.it poi sul neonato amazon.it; se cito qui le sue parole è anche per comunicargli la mia gratitudine.
Ha scritto dapprima su ibs: "Non capita spesso di leggere un romanzo italiano che ti tira dall'inizio alla fine, che è scritto bene, che ha idee profonde, che ha passione e maturità, che non corre appresso alle mode e non cerca di tenere in piedi la storia puntando sul giallo. Ma capita, e quando succede, come in questo caso, è una gran soddisfazione. Bravo Morandini! (Ma forse il mio giudizio è influenzato dal fatto che mi piace la musica contemporanea e detesto la techno-music, come l'autore...)".
Scopro oggi su amazon.it un'altra scheda a suo nome:
"Bravo non solo per aver scritto un romanzo non banale, e trattando un argomento tutt'altro che di moda. Non ha scritto un giallo con addentellati politici, né un libro sui rapper. Ha scritto un romanzo dalla struttura insolita sulla musica contemporanea, quella che quasi nessuno ascolta ma che Morandini dimostra di conoscere benissimo. E lo ha fatto, e qui sta la doppia bravura, con una tenuta di stile considerevole.
La storia ruota attorno a due musicisti: un vecchio compositore russo, sopravvissuto alle purghe staliniane e a mille umiliazioni, semidimenticato, prossimo alla morte; e un giovane musicista e musicologo americano, ammiratore del vecchio maestro, gay e anche lui alle prese con un mondo che della sua arte non sa che farsene. Questo l'elemento che accomuna i due, diversissimi; come Dvornikov non poteva far eseguire la sua musica perché disapprovata dal regime stalinista, il giovane compositore americano non riesce a far arrivare la sua musica che a pochi addetti ai lavori, in un'epoca in cui dominano il rap, l'hip hop e la techno da discoteca. Sembrano due situazioni diverse, ma si ripete il dramma dell'artista misconosciuto e incompreso.
Altro ancora c'è in questo romanzo scritto come un'intervista intervallata da pagine di un diario. Altro che trapela dalle risposte spesso evasive di Dvornikov; e così questo dialogo tra musicisti diventa anche ricerca di una verità dimenticata, imbarazzante, sepolta dalle macerie della storia.
Complimenti a Morandini per aver scritto questo libro; di italiani che hanno qualcosa da dire e lo sanno dire tanto bene non è che ce ne siano poi tantissimi".
Che dire? Grazie, Vittorio!

lunedì 13 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Criticaletteraria"

Riprendo parte della lunga intervista rilasciata a Michele Rainone per il blog "Critica letteraria". Per leggere il pezzo completo si vada su http://criticaletteraria.blogspot.com/2010/12/rapsodia-su-un-solo-tema-intervista.html.

3. Si è affezionato a qualche personaggio in particolare?
Sì, e senza troppi scrupoli. D’altra parte i miei personaggi li ho visti formarsi e crescere nel corso di anni, li ho sentiti pensare, anzi ho condiviso i loro pensieri, ho immaginato le loro emozioni, mi sono sorpreso dinanzi a certe loro scelte, ho rispettato certi loro silenzi e certe insensatezze. Ho sorriso delle loro debolezze, delle piccole crudeltà che si stavano infliggendo e delle incomprensioni che non riuscivano a dipanare. Talvolta mi sono arrabbiato con loro.
C’è un fondo sentimentale, nel romanzo, da commedia sentimentale, intendo, che è venuto su quasi per conto suo, facendosi strada in mezzo alla componente più propriamente musicale o storica. Bene, mi sono detto, assecondiamo questo aspetto, è piacevole, divertente, commovente anche, irritante talvolta. Quello che ci vuole per far sentire la vita.
A Prescott ho prestato molti miei pensieri in fatto di musica, e quella visione ironica talvolta un po’ spiazzante, rivolta a tutto, anche a ciò che ama. Anche Dvoinikov ha molto del mio modo di vedere le cose, e non solo nei suoi momenti migliori.

4. «Rafail Dvoinikov sorprende: Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso»: è d'accordo? Secondo lei, quale tra i protagonisti, non cede dinanzi a Rafail? Si rivede in qualcuno in particolare?
Mi sembra un’interpretazione convincente. Il vecchio Dvoinikov giganteggia, condiziona le vite di molti che gli sono devoti. È anche l’unico che abbia vissuto lungo l’arco di un secolo intero o quasi, e che abbia provato sulla propria pelle quello che gli altri conoscono soltanto per sentito dire. È un personaggio tragico, a modo suo, e non è un caso che si presenti come una sorta di Tiresia o Edipo. Prescott, in un certo senso, si reca presso di lui in pellegrinaggio, e vuole erigergli un monumento di carta.
Però è anche vero che quello che conosciamo in Rapsodia è il Rafail Dvoinikov ricostruito da Prescott. In questo senso lo sguardo di Prescott sembra prevaricare su ogni altro aspetto – è uno sguardo curioso e ironico, si diceva, sinceramente ammirato, ma anche irrimediabilmente accentratore, se non egocentrico. Si potrebbe sostenere, a questo punto, che il vero protagonista è Ethan Prescott, visto che tutto passa comunque attraverso il filtro del suo sguardo, del suo gusto, della sua “lettura”.

venerdì 10 dicembre 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Soulima Stravinsky, Quartetti per archi 1-3, 1982-1987

Ethan Prescott non si è solo dedicato all’esegesi delle opere di Dvoinikov (si veda per questo “Rapsodia su un solo tema”, Manni, 2010). Tra le sue carte ancora in via di catalogazione Carl Thalberg ha trovato abbozzi di articoli e saggi su musiche di molti altri compositori del Novecento. Prescott sembra attratto dalle composizioni meno note, dagli autori più trascurati, dalle figure che le circostanze, o una limitata ispirazione, hanno relegato nell’ombra. Così, invece di scrivere su Igor Stravinsky, il compianto musicologo di Philadelphia ha preferito soffermarsi sul figlio di questi, Soulima, pianista e compositore a sua volta: e per giunta non sui brani pianistici, che qualche volta capita di ascoltare,o sulla produzione didattica, ma proprio sui tardi e negletti quartetti per archi. In questa pagina capricciosa, che traduco alla bell’e meglio, Prescott contamina più del solito il linguaggio della musicologia con reminiscenze, impressioni, umori, perfidie: e ci lascia un doppio ritratto, di Stravinsky padre e Stravinsky figlio, amaro e sofferto.
C. M.


Nel suo primo quartetto, del 1982, Soulima sembra voler evitare tutto ciò che ha fatto il padre. Già la scelta dell’organico è significativa: Igor ha praticato poco e quasi di malavoglia il quartetto d’archi, e solo in pezzi d’occasione che preferirà ben presto orchestrare, e ha maltrattato gli strumenti ad arco con violenza, pretendendo da essi stridori, cigolii, colpi di tosse, ragli – in ogni caso mai lo sviluppo di un’idea. Soulima torna al quartetto tradizionale, ai tre tempi, a un’idea preromantica, cristallina e quasi ossequiosa di sviluppo tematico. Ogni strumento resta al suo posto, rispetta il proprio ruolo, sulla base di un accademismo così rigoroso che non può non significare altro. È un rimettere ordine negli scaffali della tradizione che il padre ha buttato all’aria. Vi sembrerà di sentirlo sbuffare, Soulima, il figlio, dinanzi al disordine lasciato da papà, di vederlo scuotere la testa.

Gli altri due quartetti (del 1983! del 1987!) non sono da meno, anche se si aprono a qualche imbronciata modernità ormai fuori tempo da un pezzo: soprattutto si negano a quello che il padre (le père Igor, alla lettera) ha sperimentato con maggiore ostinazione, l’irregolarità ritmica. Se è un 4/4, lo sia fino all’ultima battuta. E i temi siano squadrati, di 4, 8 battute. Soulima trattiene il fiato, si immerge in apnea, in un mondo musicale precedente a Stravinsky padre, precedente anche a Debussy, e scivola in un neo-neoclassicismo, privo di strizzatine d’occhio, di distacco ironico. È lì, trattiene il respiro, e intanto finge di essere orfano.

Ricordo di averli sentiti in antiche registrazioni, Igor e Soulima. Suonavano spesso a quattro mani – Igor aveva composto vari pezzi da concerto per loro due, su insistenza dello stesso Soulima. Più impacciato tecnicamente, il padre aveva riservato a se stesso la parte più facile, ma anche più accattivante e cantabile, e lasciato al figlio le tessiture più complesse, le rifiniture più ingrate. Ecco il più giovane sudare dietro agli intrichi irregolari in cui il più vecchio lo aveva infilato – sudare e imprecare sottovoce, curvo sulla tastiera, la lingua stretta tra i denti per la concentrazione, mai una battuta uguale all’altra, mai la rassicurante prevedibilità di uno sviluppo coerente, solo rotture, crasi, sincopi, fratture. E Igor, all’altro lato della tastiera, o all’altro pianoforte, a cincischiare le melodie, fintamente concentrato, in realtà soprappensiero, forse pure un po’ brillo.
Eccoli prendere gli applausi, in alcune foto. Soulima è bello, slanciato, elegante, e risalterebbe ben più del padre, se non fosse così compresso, e il suo sguardo non si fosse incupito. Per più di un’ora ha suonato musica che non ama, di cui certo non condivide nulla e che forse non capisce nemmeno. E ora riceve solo qualche applauso riflesso – il genio, in famiglia, è un altro.

Non stupiamoci se i suoi quartetti suonano così reazionari. Dal punto di vista di Soulima, l’unico modo per fare un passo avanti era farne due o tre indietro, prima di Debussy, Fauré, Borodin – sì, dalle parti di Borodin, perfetto, ci siamo, ma senza tutta quella gradevolezza, mi raccomando! Un Borodin riscritto da un Britten alzatosi di cattivo umore, immalinconito per una commissione accettata di malavoglia, o per un mezzo screzio con Peter Pears.

Ethan Prescott, su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/276-soulima-stravinsky-quartetti-per-archi-1-3-1982-1987.html

giovedì 9 dicembre 2010

Da "Letteratitudine": Mayra Montero e "Profondo Porpora"



Scovo e acquisto “Profondo Porpora” di Mayra Montero, che Vertigo ha appena pubblicato nella traduzione di Maria Cristina Secci (ma il titolo in inglese, "Deep Purple", suona assai più ilarmente incongruo). Vi si racconta di musica, ça va sans dire. Di musica e erotismo, per la precisione. Passione per la musica (per le musiciste, soprattutto, e anche taluni musicisti) e fervore erotico: curiosa accoppiata, che ogni tanto fa capolino nella letteratura ispirata alla musica (anche in Renzo Rosso, nel suo Ermanno Cornelis de “La dura spina”; anche, si parva licet con quel che segue, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, nel dongiovannismo disperato di Dvoinikov).
A una prima sfogliata i pruriti di Agustín Cabán, critico musicale in pensione, paiono frementi e umorosi quanto basta. Nel corso della lettura di "Profondo porpora" ho la conferma che l’esperienza della musica è ostinatamente paragonata all’esperienza del sesso: ma anche che, allo stesso modo, per una sorta di proprietà transitiva, il sesso è ostinatamente paragonato alla musica. L’uno è metafora dell’altro, a piacere, in questo inseguimento di un’idea totale di fisicità. L’io narrante, Agustín Cabán, confessa quasi subito: “Oltre ad ascoltare la loro musica, li annusavo, li ascoltavo parlare, auscultavo il rumore delle loro viscere. Forse può sembrare retorico, però l’anima musicale sta nelle interiora: ho potuto verificarlo attaccandoci l’orecchio e ascoltando con attenzione”. E poco più in là: “Guardo anche i polpacci e so che in qualche modo l’espressione nasce da lì, da un punto tra le caviglie e la parte posteriore delle ginocchia”. Viscere, o polpacci e ginocchia? Che importa se i due punti suonano poco coerenti, l’essenziale è che rimandino a una fisicità muscolare e umidosa, pure un po’ animalesca.
Per Agustín l’approccio musicale (musicologico, anzi) ha la stessa concretezza della conquista amorosa – e non stiamo parlando di amore platonico. L’ascolto della musica per lui equivale al possesso fisico del corpo che la esegue, e della mente che ne organizza l’interpretazione. O meglio: senza possesso fisico non c’è analisi della sapienza musicale. Tutto è iperbolico, in questo gioco: l’ascolto si colora di sensazioni, piaceri, dolori, e dolori dolci come piaceri, e piaceri urtanti come dolori; l’esecuzione è un insieme di atti di fisicità estrema, una performance di body art quasi, in cui il corpo dell’esecutore e lo strumento si uniscono in una liaison feticistica; e assistere all’esecuzione ha un quid di voyeuristico, ma è tutt’altro che un atto passivo, è un’impaziente premessa a un approccio più intenso e a ogni genere di compenetrazione.
Leggo, a proposito della relazione stretta tra musicista e il suo strumento: “Si stupirebbero molti appassionati se sapessero di certi termini carnali, o dovrei dire carnivori, con i quali si esprimono alcuni solisti rispetto ai loro strumenti, o rispetto alla musica che interpretano”.
Si aggiunga un altro elemento chiave: la memoria (il narrante è vecchio, le sue conquiste sono passate, rivivono nei ricordi ossessivi, in un rimuginio eccitato e allo stesso tempo disincantato). Se ne aggiunga un altro: la scrittura, o la parola – non solo perché Agustìn è un critico musicale, ma soprattutto perché questo suo dongiovannismo anteriore può concretarsi solo attraverso la confessione, deve farsi frase, paragrafo, capitolo (i capitoli, a proposito, portano come titoli i nomi delle sue conquiste, di quelle che più lo hanno segnato): il disordine dei sensi deve ricomporsi in uno stile memorialistico, esplicito quanto si vuole, ma comunque “educato” nella forma.