domenica 28 novembre 2010

Un inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Carl Thalberg, che in “Rapsodia su un solo tema” (Manni, 2010) ha raccolto e pubblicato le numerose pagine di Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, ha continuato a scoprire, tra le carte del suo compagno, appunti e minute sul compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. Traduco per gli amici di Malicuvata un frammento inedito, uno dei tanti, incentrato su una Sonata di Dvoinikov creduta dispersa, mai incisa su disco e, per quel che ne so, mai eseguita in concerto. In questa pagina un tantino iperbolica Prescott torna su certi temi che gli sono cari, e sembra raccontare la musica come sede di profondi e misteriosi conflitti.

Ethan Prescott – La Sonata per viola sola di Rafail Dvoinikov, 1951


La Sonata per viola sola è senz’altro una delle opere più stravaganti di Dvoinikov. Scritta di getto per un violista che non l’avrebbe mai eseguita in pubblico, sembra perseguire un’idea di sgradevolezza: nudità della melodia, idee tematiche di corto respiro strapazzate con ferocia, interruzioni e silenzi più lunghi e frequenti del sopportabile. Chi applaudirebbe con convinzione alla fine di una esecuzione di queste pagine scostanti? Il virtuosismo, che pure è richiesto, sembra occultarsi, negarsi, e non cerca l’ammirazione, ma piuttosto lo sconcerto, o, se appena si è un po’ sensibili, il raccapriccio.
Il primo tempo, un Allegretto il cui unico tema è giocato sulla cocciuta alternanza di un intervallo di quarta eccedente e uno di seconda maggiore, suona come un abbozzo, buttato lì con insofferenza. Ci viene da pensare che non lo vorremmo riascoltare mai più – come ci capita spesso, pensiamo che sarà più piacevole parlarne, piuttosto che ascoltarlo di nuovo. Eppure tra quei ghirigori impacciati sentiamo nascondersi un nucleo fascinoso di dolore, un grumo di spaventata bellezza – lo percepiamo risuonare leggerissimo nei silenzi, nel gioco traslucido degli armonici. È quella, la musica sottintesa delle vibrazioni e degli ipertoni, che vorremmo sentire, perché la intuiamo assai più bella e dolce di questa, reale, che ci strazia le orecchie e ci fa sbuffare. Il professionista riesce a distinguere con una certa consapevolezza la musica nascosta nelle altezze degli armonici, e ne resta turbato; agli altri, giunge comunque una qualche oscura impressione di un mondo negato, e la sensazione bruciante di non poter accedere a quel mondo.

Dopo un Adagio che esplora le zone paludose del registro basso senza mai sollevarsi, il Presto finale è poco più di un raptus disperato, interrotto dalla fretta o dal disamore a metà di una frase: una trentina di secondi in tutto, in cui la melodia si contorce in spirali ascendenti di velocità spaventosa, che rendono impossibile a chiunque il mantenimento dell’intonazione.

Questa Sonata sta ben lontana dagli intendimenti della letteratura per viola sola, di solito concentrata su temi pensosi, malinconicamente severi, aristocraticamente sonnacchiosi – si pensi a Hindemith, a Vieuxtemps, a Reger, a Stravinsky, o a tutti quei minori sovietici che hanno fatto della viola la loro voce preferita. Quella di Dvoinikov non è una viola, ma un violino sgraziato o un violoncello scordato, che dal suo esilio urla e mugugna e protesta e di certo non si metterà mai a cantare.

http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/275-sonata-per-viola-sola-1951.html

venerdì 26 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Critica letteraria"

"Rafail Dvoinikov sorprende" scrive Michele Rainone, in un'originale recensione apparsa su http://criticaletteraria.blogspot.com: "Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso. La sua vita privata non conquista, si avverte l’esigenza di andare avanti, di correre furiosamente verso gli “incontri con Dvoinikov”, di assaporare i suoi consigli, di ascoltare le sue storie. È come se tutti i personaggi gli facessero da spalla (...).
Sin dall’inizio si avverte questa presenza funerea nell’aspetto ma non nello spirito. Il compositore non deve dar conto a nessuno di ciò che dice e confessa, non si preoccupa più di scrivere: davanti a sé ha soltanto la strada, già battuta, dell’anzianità. È una sorta di riscatto dagli anni del regime russo, dalle costrizioni di Vladimir Galavamov, dai suoi dettami, dalle sue assurde considerazioni.
C’è un macro-colloquio in tutta l’opera, a fronte del quale i micro-dibattiti vengono meno, o meglio, si fondono: un colloquio che è presentato come il racconto di “musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano di altri musicisti che immaginano la vita di altri musicisti ancora”. La poca dimestichezza col settore non deve far indietreggiare i più curiosi: la semplicità dello stile e degli intrecci è funzionale a questo grande dibattito, in cui ogni musicista ha una parte ben precisa e non meno importante dei suoi colleghi. Tutto è musica, insomma: anche il rapporto tra Carl ed Ethan, lo pseudo protagonista che compie una serie di viaggi in Russia per incontrare l’eterno compositore. (...)
Sono tre mondi, quelli che si intrecciano: quello del presente – Ethan, Carl, Claire, Polina – quello del passato – i racconti di Dvoinikov – quello del futuro, ossia il tuffo di Joseph nel Novecento. Tre mondi, tre cori, un unico obiettivo: quello di porgere al lettore una serie di volti del mondo della musica che appassionano, e non solo per la sfortuna che si abbatte sulle loro vite. Il lettore si appassiona perché è testimone di questo grande colloquio, è osservatore di questi volti, corre persino il rischio di affezionarsi a qualcuno".

Si legga l'articolo completo di Michele Rainone alla pagina http://criticaletteraria.blogspot.com/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-liberi-di.html, e si segua il blog, ne vale la pena.

"Rapsodia su un solo tema": la recensione sul "Ghetto dei lettori"

"Se fosse un testo classico sarebbe una satira menippea" scrive Polyfilo di "Rapsodia su un solo tema" su quell'interessantissimo blog che è http://ghettodeilettori.blogspot.com.
E più avanti: "Piccole o grandi storie sono frammiste alla Storia maiuscola sullo stesso livello narrativo: i turbamenti di Ethan, che inaspettatamente, anche per sè stesso, subisce il fascino della solitaria segretaria di Dvoinikov, Polina, tanto da esserne quasi sconvolto; la quotidianità più spicciola del suo rapporto con il compagno Carl e le sue fisime; le testimonianze del compositore russo nei suoi rapporti con l'ambiente culturale e musicale sovietico insieme a quelle spesso dissacranti sulle debolezze della sua vita coniugale e famigliare, impastate di piccinerie e memorie dolorose.
Impareggiabilmente ironiche le - finte - trascrizioni d'archivio sulle convocazioni che Dvoinikov subiva dal boiardo di partito e mediocre musicista Galavamov, con tanto di processi sommari, ridicole imposizioni, sosia costretti a dialoghi pirandellianamente senza senso.
Lo stile, anzi meglio gli stili, si fondono amalgamandosi armonicamente, le diverse forme di narrazione permettono di mettere in mostra le diverse situazioni con registri e punti di vista diversi, che riescono a far emergere tante sfaccettature del protagonista, a volte in contraddizione tra di loro, senza disturbare il racconto.
Un solo tema di fondo, la libertà e il suo esprimersi attraverso le note musicali, viene analizzato e cucito - questa è appunto una rapsodia: una cucitura di diversi canti - da un ensemble di personaggi variamente e ben assortiti.
Una breve perla da leggere, con tanti riflessi, lieve e toccante insieme, resa preziosa anche dall'incompiutezza del finale, che arriva improvviso e senza spiegazioni, come accade a volte nella vita".
Che desiderare di più?

http://ghettodeilettori.blogspot.com/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-claudio.html

martedì 23 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Paperstreet"

Sulla vivace rivista http://rivistapaperstreet.wordpress.com/, molto attenta alla musica, alla letteratura e al cinema, compare una interessante recensione di "Rapsodia su un solo tema" firmata da Giacomo Lamborizio.
"Quello che il lettore si trova di fronte" scrive tra l'altro Lamborizio, "non è... il prodotto finito incorniciato da un dialogo, come si potrebbe pensare di primo acchito. bensì un testo composito e frammentato. Morandini con grande perizia e padronanza dei registi stilistici nasconde la sua voce di autore in un pastiche di testi diversi: dalla trascrizione dei colloqui tra i due musicisti alle pagine del diario di Prescott; verbali di interrogatorio e recuperi da un oscuro conte settecentesco, senza tralasciare un documentato approfondimento musicale tutt’altro che abbozzato.
"Nella varietà dei documenti non si perde però mai il filo e l’interesse verso la storia personale dei due protagonisti, il giovane americano che si interroga sulla sua vita sentimentale e artistica e il novantenne compositore. Un figura quest’ultima passata attraverso la rivoluzionaria stagione delle avanguardie pietroburghesi degli anni ’10-’20 (spazio-tempo in cui, citando Le invasioni barbariche, l’intelligenza “c’era”: basti ricordare figure e movimenti da Šostakovič a Majakovskij passando per la scuola formalista in letteratura, le avanguardie cinematografiche, teatrali e pittoriche capeggiate da Ėjzenštejn, Stanislavskij e Malevič) agli anni bui del rappel à l’ordre di Stalin e Zdanov. La tragedia dell’arte schiacciata dalla sanguinosa Storia del Novecento segna la parte migliore del libro, che inscena il racconto terribile del terrore e delle abiure cui Dvoinikov fu costretto dai tribunali dell’ortodossia rivoluzionaria capeggiati dagli orrendi burocrati dello stalinismo".

http://rivistapaperstreet.wordpress.com/2010/11/21/rapsodia-su-un-solo-tema-%E2%80%93-claudio-morandini/

lunedì 15 novembre 2010

Da "Letteratitudine": sul silenzio, 2

Non posso non accennare, parlando di silenzio, al musicista che forse più di ogni altro lo ha esplorato, John Cage, e al suo brano più famoso, 4′33”. Su youtube si trovano alcune esecuzioni (non sono ironico, nell’usare questo termine) di 4′33”, estremamente significative. Quella che preferisco è http://www.youtube.com/watch?v=HypmW4Yd7SY&feature=related , con David Tudor al pianoforte. Guardate la lieve coreografia dei suoi gesti, come chiude, apre e richiude il coperchio della tastiera, come usa il cronometro, rendendolo strumento silente, come tocca e legge la partitura bianca.
Una interpretazione impeccabile, la sua (ripeto, non sono ironico). Ci invita all’ascolto del silenzio, alla percezione di una dilatazione del tempo.
Due esecuzioni strumentali degne di nota (dell’assenza di nota, va bene) si possono seguire in
http://www.youtube.com/watch?v=hUJagb7hL0E
e in http://www.youtube.com/watch?v=04F22C_u658&feature=related .
Il gruppo strumentale “amplifica e radicalizza” l’effetto (mi sto citando, scusate; chissà che ne avrebbe pensato, il vecchio Dvoinikov di questa “Rapsodia senza temi”). Certo, l’effetto straniante è più evidente. Nel secondo caso, l’ensemble si accorda, in attesa del direttore. Nel primo caso, il direttore dotato di bacchetta è inappuntabile, ma non rinuncia alla piccola gag del detergersi il sudore dalla fronte: il pubblico, grato, si lascia andare a una risata liberatoria. Tra un movimento e l’altro (4′33” si compone, classicamente, di tre movimenti) il pubblico tossisce (un po’ troppo, come se anch’esso volesse lasciare testimonianza di una gag); e gli applausi finali, scroscianti, assieme ai ringraziamenti dei musicisti, coronano un’esecuzione un tantino sopra le righe.
In ogni caso, un pubblico così, che sta al gioco, e applaude convinto, è espressione di una civiltà culturale che noi ci sogniamo.
Ho pescato anche una curiosa lettura in duo, con Keith Jarrett e Chick Corea: i due si muovono, dondolano, ammiccano come se davvero suonassero, scrutano immaginari intrichi di note sulle pagine bianche. Jarrett però, a differenza di quello che fa quando davvero suona, non mugola. Anche in questo caso siamo dalle parti di una elegante interpretazione parodistica (anche Daffy Duck o Tom & Jerry eseguirebbero così 4′33”, non credete?). Guardatela su
http://www.youtube.com/watch?v=i8IT0hSLkMI&feature=related .

Da "Letteratitudine": sul silenzio, 1

Tra il 22 e il 26 luglio, conversando con uno dei frequentatori di “Letteratitudine”, Paolo, che tesseva l’elogio della concentrazione e condannava l’uso banale della musica nei luoghi di incontro, mi sono imbarcato in una riflessione sul silenzio. Ne riporto qui alcuni estratti successivamente adattati.

Verissimo, la musica è ormai usata ovunque e a sproposito, come carta da parati, come complemento d’arredo. Nelle mani e nelle intenzioni di Satie, e più tardi di Cage, la musica che si fa da parte, che arreda, poteva avere un suo spessore anche teorico, un valore nella reazione a certo accademismo. Ma non credo che chi oggi usa la musica come sfondo sonoro negli ascensori, nei supermercati o nei negozi lo faccia in omaggio a Satie o a Cage (e nemmeno, che so, a Brian Eno). E mettiamoci pure anche i ristoranti (musica a volume troppo alto, musica che non ascolteresti mai, e che mette di malumore, e costringe a parlare a voce alta, o a tacere), le sale d’aspetto degli studi medici (dove però la musica “copre” parole e suoni che ci rimanderebbero alle intimità altrui) e i film (invasi da colonne sonore sempre più tronfie, rozze e indistinguibili le une dalle altre).
La “civiltà della distrazione” (l’efficace definizione non è mia) ha questa specie di paura del vuoto, o del silenzio. Horror vacui, appunto. Intasa di stimoli gli spazi visivi, uditivi, sensoriali in genere. Impedisce di soffermarsi sul dettaglio, di scendere a scandagliare in profondità, anche di avere una visione di insieme.
Il silenzio ci impressiona - e ci sgomenta. In montagna, se ci troviamo avvolti dal silenzio, cerchiamo di riempirlo subito concentrandoci su rumori lontani e familiari (passaggi di aerei, l’incessante brusio di auto e camion dalle strade del fondovalle…)
L’ascolto concentrato ce lo dobbiamo costruire attorno, con pazienza. La sala da concerto, certo. Ma quanti spazi nati per ospitare avvenimenti musicali in realtà sembrano fatti per distrarre dalla musica, per opprimere il suono con un’acustica mal studiata, ostacolare la postura, infastidire con rumori estranei… (Lo scrivo perché di recente mi sono trovato in uno spazio così, generatore di interferenze di ogni tipo, e la sofferenza di vedere la musica - un Mozart, uno Schubert - umiliata da ogni tipo di tonfo, boato, scroscio, schianto, mi ha fatto scappare - in punta di piedi - all’intervallo).
Piccola digressione non del tutto peregrina: ricordo di aver visto più di una volta, da ragazzo, il buon Massimo Mila a concerto; arrivava con le partiture dei brani in programma, soprattutto dei brani più recenti e meno familiari, e il suo sguardo guizzava dall’orchestra alle pagine, dai gesti del direttore alle note. Ho sempre ammirato quel suo scrupolo, e ho sempre pensato che quello fosse l’ascolto più profondo e ricco. Quando potevo, e riuscivo a procurarmi qualche partitura, provavo a imitarlo - girando le pagine pian piano, per non disturbare con il fruscio.
Però, è anche vero che accanto a questo tipo di ascolto, un ascolto che esclude ogni altra attività e reclama ogni attenzione, può esserci anche un uso meno esclusivo della musica.
La musica, quella che amiamo di più, che già conosciamo, ci erige attorno un paravento di bellezza dalle brutture (o più semplicemente dalle distrazioni). Se scriviamo, ci accompagna, ci suggerisce (sembra suggerirci, d’accordo), ci impedisce di volare troppo basso… Il nostro ascolto in tal caso non è del tutto cosciente, e chissà quanto ci perdiamo di quella musica che sembra guidarci la mano: ma è una forma di conforto e di soccorso a cui non vorrei rinunciare.
Siamo abituati a pensare la musica in relazione con il tempo (anche qui, soggettivo e oggettivo). Ma è un tema affascinante anche la musica (il suono pensato e organizzato) che interagisce con lo spazio (interiore o esterno), lo percorre, le saggia le dimensioni e le forme, lo dilata o lo restringe, lo organizza, lo abita come un organismo vivente. Le esperienze di Cage e Eno (e chissà quanti altri) meritano di trovare chi le racconti.
(Io raccomando sempre quel prezioso ma ormai datato saggio di R. Murray Shafer su “Il paesaggio sonoro”, denso di intuizioni e spunti - chissà però quanti contributi successivi esistono.)

domenica 14 novembre 2010

Ancora su musica, linguaggio, Dvoinikov, libertà

Si parlava con Lorenzo Mari della concezione della musica espressa da Dvoinikov: “Sono note, solo note” dice il 20 marzo a Prescott il quale, colto dall’ammirazione, ha cominciato a definire il Trio op. 58 in termini altamente emotivi. “Sono note, solo note, amico mio, non dimentichi. Ho scritto note, non meditazioni, che Dio me ne scampi, e che scampi anche lei dal pensarlo” dice più esattamente il vecchio russo. E più avanti, dopo l’esecuzione della prima versione del Trio e la reazione commossa di Ethan: “Sono solo note, ricordi… Altre note rispetto a quelle che ho eseguito prima,
d’accordo: ma sempre e solo note della scala temperata”.
Trovo sempre più interessante questa ostinazione di Dvoinikov nel rifiutare alla musica (non solo alla sua musica, ma alla musica in generale) un significato che non sia nelle note stesse – nel rifiutare in particolare che la musica possa essere ciò che noi pensiamo o sentiamo che sia, quel coacervo di emozioni sensazioni allusioni rimandi alla memoria che in noi (e in Prescott) la musica suscita, ma che la musica non è, non significa. Mentre per Prescott un certo grado di semanticità della musica è ammissibile, è veicolabile, per Dvoinikov sembra davvero che la musica non sia altro che suoni.
Va bene, dietro a questa concezione c’è l’esempio di Stravinsky, che già nelle “Cronache della mia vita” aveva affermato l’incapacità della musica di descrivere qualunque altra cosa, compresi moti dell’animo o che so io (Stravinsky scrive esattamente così: “…”): una concezione che poi lo stesso Stravinsky modulerà in termini meno apodittici negli scritti successivi. E c’è quella linea teorica che nell’Ottocento ha avuto in Hanslick il suo più rigoroso interprete.
Ma in Dvoinikov questa concezione sembra rivestire un altro significato. Nelle musiche “private”, quelle scritte per se stesso, rimaste talvolta nell’ambito della vita privata se non della clandestinità, Dvoinikov rivendica questa assenza di significato come un dato di libertà – dall’imposizione di una musica a programma pesantemente descrittiva, in cui la forma si adegua alle necessità celebrative del momento. Il realismo socialista ha voluto fare di certe forme musicali – la sinfonia, in particolare – affreschi storici, sociali, politici, in cui il ricorso a cliché descrittivi piegava e manipolava la struttura e l’assunto rievocativo o encomiastico gonfiava e stravolgeva dimensioni e relazioni interne. La monumentalità di molte opere sinfoniche anche dei massimi autori sovietici ci suona oggi come sovradimensionata, indigesta, sovraccarica: pazientiamo al cospetto delle lunghe tirate retoriche, in attesa degli sprazzi davvero interessanti, delle idee in cui riconosciamo lo stile dell’autore. Ecco, Dvoinikov, nel rivendicare la inespressività della musica, sembra voler reclamare un diritto all’inespressività, cercare uno spazio – limitato, privato, sfuggente – di libertà per la musica – la sua, ma non solo.

sabato 13 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata", seconda parte

Riporto la continuazione della conversazione con Lorenzo Mari, apparsa su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/268-a-domanda-risponde-claudio-morandini.html.

Lorenzo Mari: Pare, tuttavia, che non sia più possibile fare questo attenendosi alla meta-letteratura che è stata tipica del “postmoderno classico”, se mi passi quest’ultima definizione, un po’ paradossale. Dove sono finiti gli scrittori che parlano di scrittori che parlano di scrittori o i personaggi che parlano di altri personaggi che parlano etc.? Sono stati sommersi dalla quantità di narrazioni disponibili oggi (tanto che andremo incontro, secondo Douglas Coupland, alla de-narrazione)? Meglio rifugiarsi nelle note, e nel loro confronto con le parole? In altre parole, il testo meta-letterario è ormai da considerarsi come un oggetto d’antiquariato? Non serve più? C’è ancora qualche speranza nella riflessione interdisciplinare? Quale?

Claudio Morandini: Da questo punto di vista, anche “Rapsodia su un solo tema” appare come un oggetto di antiquariato – o meglio di modernariato. C’è sempre qualcuno che, dopo aver letto un mio romanzo, ne nota l’inattualità – il più delle volte, per fortuna, si tratta di un complimento. Non è un problema per me: come ho già detto altrove, mi sento appartenere al Novecento, per ragioni anagrafiche e sentimentali. Soprattutto appartengono al Novecento i miei personaggi, come Dvoinikov, che guarda con disincanto alla fine del mito dell’originalità (ma non è un problema così grave, visto che per lui la composizione è essenzialmente un lavoro di alto artigianato…), e Prescott, che vive invece con una certa spensieratezza in un ambiente postmoderno (ma la contaminazione con il basso, con la techno di DJ Kosmo, lo riempirà di angoscia e di stizza). Per loro la classica, classicissima struttura a matrioska (uno che racconta di un altro che racconta di un altro che…) è un modo accettabile di intendere non solo la loro arte, ma anche la loro vita.
Nessuno dei due corre il rischio di cadere nella de-narrazione; non ne possono sospettare nemmeno il futuro concepimento. Si comportano come “personaggi”, e tendono a leggere se stessi come figure di romanzo – be’, d’accordo, sono davvero personaggi da romanzo. Prescott anzi sembra vedersi come una figura da sit-com… In questo senso, il più compiaciuto dei due è Dvoinikov, che nel racconto della sua vita ritorna quasi proto-novecentesco, e scivola un paio di volte in un decadentismo fuori tempo massimo. Ma lo si perdona, perché per lui inventare la propria vita come la vita di un personaggio di letteratura è un modo per rivendicare un controllo su di sé e coltivare un orticello di libertà.
Tornando alla questione della meta-letterarietà: ho la netta sensazione che ogni testo sia un meta-testo – io, almeno, leggo così ogni cosa che mi capiti sotto gli occhi, al di là del contenuto, come una riflessione sul linguaggio. Non rinuncio al piacere di seguire le avventure corse dalle parole, di indagare la componente “narrativa” del linguaggio. Tu dici che oggi il modello ormai “classico” di meta-letteratura post-moderna è in crisi – e io ti credo, non frequento molto la contemporaneità, seguo di malavoglia i trend editoriali. Che sia sopravvenuto un effetto di saturazione? Troppi scrittori hanno scritto di se stessi o di altri scrittori? Troppi si sono interrogati sulla natura della scrittura? Troppi scrittori in crisi (ora volo più basso), ridotti a macchietta, troppi complessi da pagina bianca? Oppure la meta-letteratura è diventato un giochino superficiale, un ricorso ludico a stilemi, a comodi cliché? O infine nessuno si interroga più sulla scrittura perché nessuno (ora esagero) padroneggia più la scrittura? O nessuno ha più nulla da chiedere alla letteratura, se non placido svago e qualche salto sulla sedia al momento giusto?
Non posso rispondere a queste domande – ma è certo, per dirne una, che il Calvino che indagava le potenzialità combinatorie del narrare non sembra aver lasciato tracce tangibili oggi, tra gli scaffali delle librerie. Anzi, da qualche anno si diffida di quel modello, e lo si fa con uno strano sollievo, come se ci si fosse finalmente liberati da un gran peso. E non parlo da calviniano tutto d’un pezzo, bada, perché c’è ben poco di calviniano nel mio modo di procedere, di accumulare pagine nel corso di anni, lasciando che si creino connessioni e si sviluppino percorsi. Mi manca insomma quel suo senso progettuale della struttura – ma amo il mio modo arruffato di procedere a tentoni. Però sto divagando.
Mi chiedi se la musica possa soccorrere la letteratura nella riflessione su se stessa, attraverso il confronto tra le peculiarità e le differenze dei due linguaggi. Perché no, mi dico. A patto che con “musica” non si intenda semplicemente il mondo colorato di chi vive di musica, la ascolta, la produce, la esegue, la scrive – in tal caso la musica vale quanto, che so, l’architettura, il giardinaggio o qualunque altro microcosmo popolato di personaggi più o meno singolari. E a patto che non si parli di “musicalità” della lingua – questa è semplicemente la cara vecchia retorica dei classici, altro che musica. Ma una letteratura che si avvicina alla musica, ne “imita” le forme, ne esplora le strutture, e allo stesso tempo non si illude di trasformarsi in musica, perché procederà sempre con approssimazione, per analogie o per contrasti – ecco, una letteratura così può avere un qualche senso anche oggi, sarà una riflessione sui fondamenti e sui processi del linguaggio. La cosa può diventare intrigante se, come fanno certi compositori o teorici della musica, si mette in dubbio che la musica possa essere considerata un linguaggio.
Il bello è che non mi sono posto questi interrogativi mentre lavoravo a“Rapsodia su un solo tema”. Ho lasciato lievitare il romanzo, animato soprattutto dal piacere dell’invenzione, o della reinvenzione – anche se l’ho concluso oppresso da un senso crescente di angoscia. Soprattutto, ero spinto dal desiderio di condividere una appassionata familiarità con la musica. Le riflessioni teoriche sono venute dopo, e sono ancora in corso, come vedi.

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata"

Questa settimana il sito di "Malicuvata Casa lettrice", http://www.malicuvata.it, in preparazione all'incontro bolognese del 18 novembre presso lo Zammù, ha dedicato varie pagine a "Rapsodia su un solo tema". Dopo la recensione di Lorenzo Mari (e la mia risposta), ecco un dialogo, intitolato "La msucia è un linguaggio?". Ne riporto la prima parte.

Lorenzo Mari: Nel tuo romanzo “Rapsodia su un solo tema”, le riflessioni sulla musica e sulla letteratura s’intrecciano senza sosta, e sempre con estrema naturalezza. Danno luogo a incontri, scontri, contraddizioni, deviazioni, fusioni sinergiche, e, non ultimo, anche ad ampie considerazioni estetiche.

Claudio Morandini: È vero. Molti dei compositori di cui racconto la vita in “Rapsodia” praticano la scrittura, oltre alla musica. Carl Thalberg si ostina da anni dietro un trattato sull’accordo di settima di dominante (e va bene, qui siamo dalle parti dello scherzo) ed è il curatore del trattato rimasto incompiuto dal suo compagno Ethan Prescott; questi è poco meno che un grafomane, un trascrittore di tutto ciò che gli accade; Dvoinikov stesso ha accarezzato più volte in passato di scrivere su questo e su quello – essenzialmente sul suo antenato musicista e anch’egli poligrafo Joseph Mathias Mayer… Dietro a questa intrusione della scrittura c’è ovviamente una necessità, quella mia di ricondurre comunque alla forma del romanzo, alla narrazione, una materia che sembra appartenere ad altri ambiti. Ma non è solo questo. Prescott, e anche Dvoinikov, almeno nelle intenzioni, si affidano alla scrittura per dire ciò che non possono dire con la musica. Visto che la musica sembra parlare solo di se stessa, erigendo strutture di puri suoni, rifiutandosi a ogni contaminazione con la vita (Dvoinikov ne è convinto, Prescott sembra più possibilista riguardo a una semantica musicale), ecco che la scrittura, le parole vengono in soccorso. Danno a Prescott uno strumento con cui leggere la realtà, o almeno provare a metterci ordine; e a Dvoinikov, addirittura, garantiscono una libertà che la musica, più ossequiosa alle regole proprie e alle direttive altrui, sembra negare.
Entrambi, da musicisti che sanno bene cosa la musica è e cosa non è, tengono ben separati i due mondi. È il romanzo – sono io, cioè – che mescola le carte, e tenta di contaminare musica e scrittura, non solo ispirandosi con una certa libertà a una delle forme meno rigide della musica – la rapsodia –, o a una certa idea di musica a programma, ma anche ripercorrendo i diversi modi possibili con cui la parola può “raccontare”, o “analizzare”, o “parafrasare” la musica.

mercoledì 10 novembre 2010

Un'intervista per "Libri Consigliati"

Riporto una piccola parte della bella intervista a cura di Maria Grazia Piemontese per http://www.libriconsigliati.it. Leggete il resto della conversazione su http://www.libriconsigliati.it/2010/11/intervista-a-claudio-morandini/ e continuate a seguire il sito, ne vale davvero la pena.

Piemontese Rapsodia su un solo tema si struttura su un plot che si arricchisce di numerose storie altre che potremmo definire “parallele”. Penso, ad esempio, alla presunta relazione tra la moglie di Dvoinikov e Nikolai, il fratello del musicista russo. Pensa di dare un seguito, uno sviluppo a questi spunti narrativi?

Morandini Ma che ne sarà di questo o quel personaggio? mi sento chiedere spesso. è un buon segno, vuol dire che ci si è affezionati ai personaggi, che si vuole sapere di più di loro, della loro vita. Io stesso a volte sento il desiderio di tornare su di loro, di immaginare possibili sviluppi. Però secondo me un romanzo non deve dire tutto. E amo i personaggi che nascondono qualcosa di sé al loro stesso autore, ponendolo così nelle medesime condizioni di un lettore. Un personaggio che non si esaurisce nelle parole di un libro, ma sembra vivere anche altrove, o proseguire altrove la sua esistenza indipendente, mi pare dotato di una ricchezza e di una complessità che lo avvicinano alle vite vere delle persone con cui abbiamo a che fare e di cui non sapremo mai tutto.
Io vivo questo lasciare in sospeso le vicende, oltre che come un avvicinamento alla realtà, anche come un corollario di quel patto tra pari che chi scrive istituisce con il lettore – una forma di rispetto per il ruolo attivo di chi legge. Io scrittore ti racconterò molto, ma non tutto. Lascio a te lettore tirare le somme. Mi insospettiscono i romanzi perfettamente architettati, in cui tutto è ben sistemato, ogni curiosità soddisfatta, ogni tassello al giusto posto, ogni dubbio risolto, ogni centimetro coperto. Mi sembrano una semplificazione, una banalizzazione più che un’astrazione. A quel punto, trovo molto più interessante, divertente o spaventosa la realtà, per quel quid di inestricabile, misterioso, caotico, eccessivo che la caratterizza.

martedì 9 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": il giudizio di "Wellesz"

Antonio De La Rose, che su http://www.youtube.com/user/Wellesz coltiva con gusto, competenza e una sorta di ispirata ostinazione la passione per la musica del Novecento, anche e soprattutto quella meno frequentata, ha scritto sul mio "Rapsodia su un solo tema" queste parole. Tengo molto a questo giudizio - il mio romanzo si è nutrito delle stesse musiche, delle stesse facce.
"Un libro unico, profondo, bellissimo, capace di raccontare il rapporto di un uomo con la sua musica in modo raro e delicato. Un confronto intenso tra due compositori appartenenti a generazioni diverse ma legati dalla stessa irrinunciabile spinta creativa. Una storia raccontata in modo originale, avvincente, calata nello scenario storico della musica del '900, ricca di citazioni e riferimenti continui alle vicende musicali (e non) del secolo scorso. Un dedalo di emozioni costruite attraverso l'utilizzo efficace di diversi stili narrativi ma coese in un unico grandioso progetto. Come in una rapsodia, appunto.
Chiunque abbia a cuore le vicende della musica moderna troverà in questo libro non solo una storia avvincente da leggere ma anche molti spunti di riflessione sulla connessione stessa dell'Arte, e della musica in particolare, con la parte più profonda di noi".

lunedì 8 novembre 2010

Da "Letteratitudine": Stendhal e Mozart


Che godimento leggere le lievi pagine che Stendhal dedicò a Mozart in varie occasioni, e che vedo raccolte in un’edizione Passigli del 1998! Stendhal, è noto, nutriva per la musica una passione smisurata, e frequentava quanto più poteva e ovunque il bel mondo musicale, prendendo posizione con forza, esaltandosi per questo e per quello, polemizzando con quegli altri; certo, la sua passione non si reggeva su solide conoscenze teoriche o tecniche, ma appunto sul gusto, sull’intuito, e su una acuta capacità di cogliere la grandezza del genio e la novità di linguaggio – e di riconoscere in altri campi, insomma, dei fratelli o dei complici suoi pari.
La patria della musica era per Stendhal l’Italia, almeno dal punto di vista della melodia, del canto, del bel canto anzi – era l’Italia della Scala, e di figure come Cimarosa prima e Rossini poi. Ma dell’Italia Stendhal sa cogliere anche i difetti, il provincialismo, l’incapacità di adeguarsi alle novità di linguaggio provenienti dal continente ed espresse da Mozart, la sordità nel cogliere la grandezza di quest’ultimo. Le pagine dedicate a Mozart ed estratte dalla “Vita di Rossini” del 1823 sono deliziosamente crudeli, quando descrivono il sottobosco di musicisti e personaggi da salotto che non si accorgono del giovane austriaco o ne deridono lo stile, le orchestre che non sanno suonarlo, ne storpiano la musica riducendola a una specie di sinfonia di Haydn eseguita da un branco di dilettanti, il formarsi di partiti pro e contro (in minoranza i primi, in decisa e roboante maggioranza i secondi). E certo il breve resoconto delle prove segrete e prolungate (sei mesi per i soli orchestrali!) dei principali pezzi d’assieme del “Don Giovanni” nel palazzo di un nobile appassionato di musica “ma un po’ scriteriato”, culminate infine nella prima seria esecuzione italiana, rivelatrice di ciò che era davvero (o avrebbe potuto essere) la musica di Mozart, meriterebbe da sola di essere raccontata di nuovo, e con dovizia di dettagli, magari in un romanzo storico (ma forse qualcuno ci ha già pensato, e io non lo so).
Di Mozart Stendhal amava le avventure imprevedibili dello stile (lo stesso senso dell’“avventura” sonora che coglieva nelle improvvisazioni vocali del bel canto, negli equilibrismi delle arie di Rossini). A illuminare questo aspetto, e in generale la sensibilità stendhaliana, pensa la breve introduzione di Enzo Siciliano, intitolata, et pour cause, “Du côté de chez Stendhal”.

domenica 7 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di "Libri e Recensioni"

Su http://www.librierecensioni.com si legge una recensione molto piacevole di "Rapsodia su un solo tema". Ne riporto alcuni brani. Il testo integrale si trova in http://www.librierecensioni.com/libri/rapsodia-su-un-solo-tema-claudio-morandini.html.

"Con un'opera completamente diversa dalla precedente Le larve, Morandini si conferma un autore notevolissimo e capace di creare delle splendide trame, narrate con proprietà di linguaggio e stile, come già apprezzato nei suoi precedenti romanzi. Quest'ultimo libro ha però qualcosa in più rispetto agli altri, ma "cosa" è difficile da definire. Sarà forse la cura nelle descrizioni di protagonisti, ambientazioni e ricostruzioni storiche? Sarà la precisione (e la conoscenza) dimostrate quando parla dei componimenti musicali, che fanno intuire una reale passione da parte dell'autore per l'argomento trattato, o ancora i diversi stili letterari usati passando dal racconto alle interviste, dal diario alle udienze, senza dimenticare le note a fondo pagina che, ironiche e spiritose, forniscono una chiave di lettura in più a tutto l'insieme, alleggerendone lo spirito?" si chiede l'autrice del pezzo. Che poi confessa il suo stupore nello scoprire che i personaggi sono frutto di immaginazione.
"Non si tratta infatti di una biografia che va a rivedere l'intera vita di un compositore realmente esistito, basata quindi prevalentemente su un lavoro di ricerca delle fonti, ma di qualcosa di molto più laborioso: una sorta di esperimento letterario perfettamente riuscito con il quale l'autore ricrea, interamente e con grande precisione, uomini, luoghi, avvenimenti, musica e periodo storico.
Ethan Prescott, il giovane intervistatore omosessuale, e Rafail N. Dvoinikov, l'anziano compositore che col suo spirito ribelle dimostra come si può restare liberi nonostante tutto, si rivelano due protagonisti d'eccezione che, descritti dal bravissimo Morandini, entrano nel cuore del lettore e svegliano il desiderio di approfondire la loro conoscenza. Personalmente, ammetto di aver provato un po' di delusione nello scoprire di non poterlo fare e rendermi conto che è impossibile ascoltare le composizioni citate nell'opera, perchè inventate!"
La chiusa rassicura sulla fruibilità del romanzo (un aspetto a cui tengo molto, come si può immaginare): "Con Rapsodia su un solo tema l'autore ha costruito un intero mondo che si incastra però, con grande realismo, agli avvenimenti del Novecento, in un libro che attira fin dalle prime pagine e che, a differenza di quel che il titolo potrebbe far supporre, non è dedicato solo agli appassionati del genere, ma a chiunque abbia voglia di leggere un romanzo affascinante, profondo e a tratti malinconico, ironico e doloroso; un romanzo intenso sulla vita, i dubbi e le passioni di due grandi personaggi, cui la musica fa da splendido sottofondo".

venerdì 5 novembre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 15: Heinrich Neuhaus



Il volume “Riflessioni, memorie, diari” che raccoglie scritti di diversa natura del pianista russo Heinrich Neuhaus, e che in Italia è stato pubblicato da Sellerio nel 2002, è un esuberante autoritratto di una personalità di straordinaria ricchezza. Pianista finissimo, ma soprattutto didatta eccellente, divulgatore di piacevolissima verve, Neuhaus lascia in queste pagine – alcune occasionali, altre più corpose; alcune di chiara impronta autobiografica, altre, più specialistiche, incentrate sull’arte dell’interpretazione pianistica – molto di sé, con sincerità disarmante – la stessa sincerità che nel 1941 lo ha cacciato nei guai, lo ha costretto a una penosa autocritica dopo le accuse di comportamento antisovietico e lo ha consegnato a una detenzione e poi a un esilio di qualche anno.
Molte cose mi piacciono di queste pagine raccolte e curate da Valerij Voskoboinikov: il senso morale sempre all’erta, che spesso si esplica in una febbrile attività pedagogica oltre che didattica; la descrizione di una solidarietà profonda – e vitale – tra musicisti e artisti, in un periodo e in un contesto in cui si guardava con sospetto a ogni iniziativa individuale; la curiosità per le novità, i nuovi interpreti, la nuova musica, e una crescente insofferenza per gli accademismi, il conservatorismo; la totale assenza di boria.
L’edizione Sellerio nelle primissime pagine riporta anche la breve testimonianza della figlia di Neuhaus, Miliza, sull’arresto del padre e gli interrogatori a cui è stato sottoposto nel 1941. Gli ampi stralci dai protocolli di quegli interrogatori, in cui Neuhaus, trascritto e rimaneggiato dal giudice istruttore, si autoaccusa con frequenza ossessiva di ogni sorta di comportamento antisovietico, hanno costituito una fonte importantissima per le pagine di “Rapsodia” in cui si citano gli immaginari verbali di Golovamov. Ma tutto il testo è stato prezioso per capire come si potesse vivere, e suonare, creare arte senza perdere del tutto se stessi e mantenere amicizie e affetti negli anni più tetri della storia dell’Unione Sovietica.

giovedì 4 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di "Libri Consigliati"

Una bella e ricca recensione del mio "Rapsodia su un solo tema", firmata da Maria Grazia Piemontese, è apparsa su http://www.libriconsigliati.it. Ne estrapolo alcune considerazioni, che individuano nel percorso interiore dei personaggi uno degli aspetti cruciali del romanzo.

"Morandini invita con garbo a intraprendere un viaggio che porta dall’America alla Russia, e che una pagina dopo l’altra si delinea più nettamente come un cammino dentro se stessi, anche attraverso la scoperta dei moti interiori che hanno determinato la figura del grande compositore Rafail Dvoinikov. Il musicista americano, nonché professore universitario Ethan Prescott, vuole tenere desto il ricordo del maestro Dvoinikov, consapevole del fatto che presto non solo il suo corpo ma anche le sue sinfonie potrebbero sbiadire nella memoria degli studenti. Come fosse una missione più personale che didattica, Prescott vola più volte dal suo collega in Russia. A dispetto delle indicazioni chiare e incoraggianti, l’americano attraverserà chilometri di strade deserte, paesaggi brulli e duri, freddo, scoraggiamento, prima di raggiungere l’umile e silenziosa dimora di Dvoinikov. Salvo poi capire che l’asperità del luogo e la complessità del viaggio rispecchiano l’intricato e sofferto mondo che il mentore russo racchiude nel suo animo".

Il confronto con una figura così forte come Dvoinikov segna il giovane Prescott.
"Ethan" scrive Maria Grazia Piemontese "vuole intervistare il compositore russo, ma gli incontri tra i due si risolvono in lunghe chiacchierate, spesso affannate e dolorose, filtrate dalla traduzione della giovane Polina. Prescott, e con lui il lettore, si scopre impreparato ad accogliere tanta complessa vitalità, numerosi patimenti e altrettanto fitti racconti di slanci passionali e piaceri sessuali, pulsioni e vibrazioni che sono stati linfa per la musica del maestro".
E più avanti: "...è riduttivo definire Rapsodia su un solo tema semplicemente un romanzo. Morandini ci ha donato un riuscitissimo connubio fra saggio, biografia, lunga intervista, storia della musica, pamphlet politico. E se il pretesto iniziale è il confronto e l’incontro tra due compositori di nazionalità, età, tendenze sessuali, formazione, cultura e periodi storici diversi, la scrittura si apre a ritmi, colpi di scena e situazioni care alla struttura delle fiction e delle sit-com, i cui finti applausi sono spesso citati da Prescott per sottolineare la falsità di talune scontate riflessioni".

La conclusione della Piemontese mette in luce un sottinteso pedagogico a cui tengo molto.
"Questo viaggio è anche l’insegnamento di un padre al giovane figlio, un commovente passaggio di testimone da una generazione eclissata a quella nascente. Quel che resta alla fine è un misto di rispetto e malinconia per uomini grandi che hanno espresso in note le loro stesse vite, e la riconferma di una riflessione a cui mi aveva indotto la lettura de La musica ferma il tempo di D. Barenboim: il blocco che spesso si avverte nell’ascolto della musica classica potrebbe essere superato se solo si pensasse che tanta imperiosa intensità e solennità dei suoni deriva dalle emozioni di uomini come tutti noi".

http://www.libriconsigliati.it/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-di-claudio-morandini/

mercoledì 3 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le riflessioni di Lorenzo Mari

Lorenzo Mari, con cui avrò il piacere di confrontarmi giovedì 18 novembre nell'ambito della terza rassegna "Dalla A allo Zammù - Alfabeto letterario" allo Zammù di Bologna, ha dedicato a "Rapsodia su un solo tema" un'analisi densa e invitante sul suo blog http://langosciadellinfluenza.wordpress.com. La riporto nella sua interezza.

"In tutta la Rapsodia su un solo tema, Claudio Morandini pare dire una sola cosa: giocare con gli stilemi della scrittura postmoderna non vuol dire per forza di cose oscillare tra debole e forte. Semmai, significa lasciar scorrere le dita sulla tastiera di un piano/forte.
Leggiadra e certamente molto più aggraziata di questa battuta è la scrittura di Morandini, al suo terzo romanzo dopo Nora e le ombre (Palomar, 2006) e Le larve (Pendragon, 2008). È con grazia, infatti, prima che con altri mezzi, che lo scrittore aostano conduce per mano il lettore in questi Colloqui con Rafael Dvoinikov – sottotitolo del romanzo – facendolo passare attraverso una miriade di testualità differenti, un caleidoscopio di esperienze diverse: il diario di Ethan Prescott (nel ruolo dell’intervistatore, mentre Dvoinikov è l’intervistato; a volte, però, bouleversement: accade il contrario); il racconto in prima persona di Dvoinikov; la descrizione proto-saggistica delle opere di quest’ultimo; la trascrizione di un trattato del Settecento; una serie di note anarchiche e dissacranti…
E il lettore non si perde mai, in quest’opera riconoscibile a tutti gli effetti come post-moderna – dunque caotica, disseminata e multi-prospettica – potendo invece seguire fedelmente, e con passione, la storia, il plot. Brevemente: il musicista Ethan Prescott, imbarcatosi nell’impresa di scrivere una monografia sul compositore russo Rafael Dvoinikov, ritiratosi a vita privata, lo va a trovare più volte presso la sua dacia di campagna vicino a San Pietroburgo, traendone spunto per cambiare la propria vita. Il cambio avviene nello stesso modo in cui si riscrive un testo, in cui si torna a suonare una partitura…
Non sveliamo altro. Forte nel piano, si diceva. L’adesione, anche ideologica, all’estetica del postmoderno – reiterata la critica ai miti letterari dell’originalità e dell’autenticità (tanto complessi che risulta urgente, e allo stesso tempo, ridicolo cercare i Prescott e i Dvoinikov su Wikipedia) – non finisce, come spesso accade, per ostruire il libero flusso della narrazione. Non preclude, anzi riesce ad aumentare il piacere della lettura.
Ma sicuramente anche piano nel forte. Entrano dolcemente, con garbo, alcune note, che, uscendo dal frame del senso comune, acquistano il peso di una riflessione a tutto tondo, che non ha più bisogno di etichette – neanche di quella, assai ambigua, del “post-moderno”. Si tratta di alcune perle, come questa: È sempre sorprendente come i momenti cruciali della vita tendano ad assomigliare a scene madri da cattiva letteratura – ed è una scoperta altrettanto stupefacente che affrontare questi momenti razionalizzandoli attraverso il paragone letterario non faccia sentire per nulla meglio.
Naturalmente, quando la letteratura è buona, come in questo caso, arte e vita si fondono in modo esplosivo – non implosivo – dando vita a un’autentica rapsodia su un solo tema. E se anche la citazione logicamente non tiene, questo, nel mondo della letteratura, della musica, e non solo, non la squalifica, non la fa meno vera. Anzi."
http://langosciadellinfluenza.wordpress.com/2010/11/02/claudio-morandini-rapsodia-postmoderna-su-un-solo-tema-non-postmoderno/

Ho raccolto l'invito di Lorenzo a un confronto preliminare, e ho risposto così:
"Caro Lorenzo, la tua lettura di Rapsodia come di un testo post-moderno è convincente – lo è, post-moderno, anche se non era programmato che lo fosse. Credo che sia l’effetto – inevitabile, e da un certo punto in poi assecondato – di un modo di scrivere, il mio, che non segue un’architettura definita, e si fonda sull’accumulo per anni di pagine disparate attorno a un vaghissimo spunto iniziale (anche per Le larve è stato così). Ed è vero che molte di queste pagine sono travestimenti (diario, verbale, trattatello, pagina di saggio, sit-com…), o meglio appropriazioni, come lo è il punto di partenza (impadronirmi delle conversazioni tra Craft e Stravinsky come di un genere letterario e farci una storia insieme simile e diversa). Lavorare su materiale di provenienza esterna mi ha costretto in un certo senso a pormi il problema dell’originalità – a farlo porre ai miei personaggi, con una certa insistenza. Allo stesso tempo, credo che questo dell’originalità sia un tema non solo mio, ma di tutto il Novecento (secolo di cui mi sento ancora parte, per ragioni anagrafiche e sentimentali). A dirla tutta, e con un po’ di rossore, riconosco di essermi sentito stravinskiano in quest’operazione di attraversamento di epoche e generi e stili (lo Stravinsky manipolatore del Jeu de Cartes o insomma del neoclassicismo maturo). Procedere per tasselli, per piccoli passi, per scarti, con l’aria di divagare – e magari divagare davvero, e perdersi dietro a percorsi imprevisti, perché comunque anche tra pagine lontanissime si tessono fili, si colgono legami…
C’è un effetto che mi piace molto ottenere quando scrivo, ed è quel suono evocato per simpatia dall’attrito tra pagine tanto diverse, o quel silenzio improvviso che si apre tra una pagina l’altra – in attesa di cogliere un legame, un fil rouge, di ricondurre le parti a un insieme… Trovo che sia uno dei modi più “veri” della letteratura, o meglio uno dei punti di maggiore contatto tra la pagina scritta e la vita come la cogliamo noi – una posizione ingenua, è vero, e anche paradossale, perché comunque non esclude l’artificio letterario, anzi se ne appropria.
E hai ragione quando parli di “grazia”, di dolcezza o di garbo – a me, mentre scrivevo, veniva spesso in mente la “leggerezza”, quella calviniana (non sono tra quelli che oggi sbuffano a sentir parlare di Calvino), o una sorta di ideale di levità settecentesca (e al Settecento ho finito per arrivare davvero, con il libello di Mayer): un po’ per educazione mia (detesto alzare la voce), un po’ per il carattere dei miei personaggi, e per la struttura dialogica di gran parte del romanzo (conversare costringe ad ascoltarsi, a capirsi, a rispettarsi o almeno a fingere di farlo), un po’ infine per la materia del romanzo (la musica colta è materia ”pesante”, da bilanciare con un adeguato alleggerimento)."

L'appuntamento (e l'invito a continuare la conversazione) è per giovedì 18 novembre alle 21.30 alla Libreria Zammù, in via Saragozza 32/a a Bologna, per la Terza edizione della rassegna letteraria "Dalla A allo Zammù", curata da Casa Lettrice Malicuvata.
Introducono Lorenzo Mari, Marco Nardini e Bruno Fiorini. Illustrazioni live di Kain Malcovich.