venerdì 30 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Giorgio Bàrberi Squarotti

Ho ricevuto i primi di maggio per lettera le impressioni su "Rapsodia" di un lettore di eccezione, il professor Giorgio Bàrberi Squarotti. Ne riporto l'essenziale.

"Caro Morandini, ho letto con molto interesse il suo originalissimo e fervido romanzo, vario come impostazione e così ricco quanto a vicende, personaggi, riflessioni. Splendida è la finzione della biografia con la prospettiva critica e storiografica, che mi ha fatto pensare alla sezione musicologica del Doctor Faustus di Thomas Mann".

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Loris Biazzetti

Tempo fa Loris Biazzetti, vecchio amico e autorevole "minologo", mi ha scritto questa mail dopo aver letto "Rapsodia su un solo tema".

"Stavolta - a differenza di quanto feci per Nora e per Larve - non ho avuto tempo e modo di immergermi in un'unica sessione di lettura nel tuo nuovo bellissimo romanzo, che pertanto mi sono goduto a più riprese nei rari momenti tranquilli. Ma ancora una volta, a dispetto di una trama e di uno svolgimento narrativo che ad un primissimo impatto mi erano apparsi meno coinvolgenti rispetto alle due opere precedenti, il miracolo si è ripetuto: ti dico subito, anzi, che questa RAPSODIA mi ha regalato - citando la scontatezza e povertà gergale di certi "diggèi" da te amabilmente sbeffeggiati nel libro - "emozioni", "vibrazioni" e "suggestioni" ancora più forti del solito.
L'elenco delle cose che ho amato di questa tua nuova fatica è lungo: gli irresistibili - nella loro grottesca tragicità - verbali degli interrogatori dei vari Galamov al povero Rafail; le dotte digressioni musicologiche dispensate, però, con una leggerezza e un'autoironia che strizzano l'occhio anche al lettore culturalmente più sprovveduto; lo sviluppo intrigante del rapporto di Ethan con Polina, il cui ruolo di semplice e trasparente "tramite linguistico" nei dialoghi tra il musicista americano e il suo collega russo si complica e si arricchisce pagina dopo pagina man mano che cresce il suo inappagato trasporto amoroso per il giovane ospite; il gustoso inserimento delle notarelle a pie' di pagina che da una parte snelliscono il flusso del racconto vero e proprio (pur facendone parte integrante) e dall'altra servono a Claudio Morandini per lanciare al lettore qualche manciata di farina del proprio sacco che egli non si sognerebbe mai di mettere in bocca all'io narrante della storia, e questo per scongiurare fuorvianti e fin troppo facili identificazioni tra autore e personaggio.
Ma ciò che ho trovato a dir poco sconvolgente del tuo romanzo sono le tre pagine della postfazione. Un colpo di scena (e di genio) narrativo che scombina pirandellianamente le presunte certezze che avevano caratterizzato fin lì l'evolversi della storia e gli identikit dei personaggi. Proprio quando il sipario sta per calare, a impadronirsi totalmente della scena è - a sorpresa - quella che era parsa fin dalle prime pagine una figura secondaria e quasi marginale: l'incolore cinquantenne Carl con cui Ethan trascina pigramente (al contrario del partner di cui egli sopporta a fatica l'ostinata gelosia e l'appiccicosa affettività da mogliettina premurosa) una relazione omoerotica usurata dal tempo: "Conosco a memoria i suoi peli pubici imbiancati" è uno degli epitaffi più crudeli con cui si possa suggellare la fine di una passione, ed è solo una delle tante osservazioni ingenerose sul conto di Carl che Ethan annota nel suo diario. E fino alla terz'ultima pagina, il lettore del libro non può nemmeno lontanamente sospettare che colui che egli crede la vittima ignara di quelle cattiverie è in realtà il vero deus ex machina di tutta la vicenda, colui che ne ha rimesso insieme le fila nel tentativo di portare a termine e rendere pubblici - in un estremo atto d'amore - il lavoro, i sogni, i progetti del suo Ethan. Non dovrei dirtelo, Claudio, per non sembrarti svenevole e patetico come il povero Carl, ma quelle tre pagine finali mi hanno davvero commosso fino alle lacrime".

giovedì 29 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Marta Raviglia

Marta Raviglia, la straordinaria vocalist di "Vocione", di "Morfeo", del M. R. Quartet, del Trio con Balducci e Brunod, ha scritto queste righe dopo aver letto "Rapsodia su un solo tema". La sua è una lettura da dentro la musica, e per questo è particolarmente importante. Non solo: è la lettura di una musicista che pratica e ama il jazz, anche se non si ferma al jazz: e visto che nel mio romanzo la figura di Carl Thalberg sembra rappresentare certi difetti del jazz contemporaneo, ecco che il placet di Marta mi conforta.

"Dovevo portare a termine la missione. L’ho letto in poche ore, completamente assoggettata alla rovinosa dipendenza che quella scrittura mi provoca. Questo accade sempre con i romanzi di Claudio Morandini. Mentre scrivo non posso neppure ascoltare musica. Mi distrae. Strano. Questo è un romanzo sulla musica, è un romanzo che suona con quel versificare brillantemente colloquiale, asciutto ed elegantissimo e con quell’intrecciarsi di eventi intimo e truce al tempo stesso.
Ci sono moltissimi spunti di riflessione per il lettore, soprattutto se digiuno di musica: 'Rapsodia su un solo tema' fa venire voglia di saperne di più, di capire. Tutti i personaggi vengono trattati con discrezione, con rispetto del mistero del loro essere. Le loro personalità sono appena abbozzate e si potrebbe dire quasi che questa sia una caratteristica di Morandini: gli piace suggerire, piuttosto che svelare. Tutto ciò rende estremamente seducente il testo che fa l'effetto di una potentissima droga: ne vuoi sempre di più perché non puoi tollerare la privazione del piacere che ti procura.
Rispetto al trattamento del materiale musicale, nella 'Rapsodia' di Morandini non c’è proprio nulla di banale: tutti gli esempi, le opere e i compositori citati denotano una grande conoscenza e curiosità da parte dell’autore. E, dal punto di vista di una musicista del ventunesimo secolo, c’è una profonda condivisione e sintonia rispetto a tutto quello che Morandini scrive su certi musicisti di jazz e non trovo affatto offensivo il modo in cui affronta l'argomento: è tutto tristemente vero ma, in fondo, non possiamo farci nulla. Si tratta pur sempre di una scelta: molti preferiscono dedicarsi ad una musica che non li rappresenta fino in fondo e che vorrebbero confinare entro tutta una serie di stilemi. Se il fiume ha degli argini efficaci, si ha l'impressione di non poter mai cadere ed essere trasportati dalle sue acque: ogni tanto però, gettarcisi di spontanea volontà fa scoprire delle cose interessanti. Questo è vero in modi e proporzioni diversi per Ethan, Carl e Rafail, che plasmano la musica sulla loro indole, la loro storia e sugli eventi che li travolgono.
Grazie a Claudio Morandini per essere uno scrittore così intenso: tutto è necessario, nulla si potrebbe eliminare nell'economia del romanzo ed io, in fondo, gliene sono grata".

mercoledì 28 luglio 2010

Sintonie: Luca Dipierro, 2


Ho avuto occasione di leggere in anteprima alcuni dei racconti (ma l'autore li chiama "finzioni") di Luca Dipierro che saranno pubblicati con il titolo "Biscotti neri" da Madcap agli inizi del 2011.
"Sono testi splendidi", gli ho scritto per ringraziarlo della fiducia. "Monologhi secchi, scabri, bucherellati. Voci che trattengono, per volontà o per difetto. Dietro, vite misteriose: ne intravediamo solo i gesti, le piccole crudeltà, ne ascoltiamo i rimuginii e le urla".
"Biscotti neri" sono frutto di un'attenzione accanita per il linguaggio, da parte di un autore che lavora sulle parole e sulle frasi come sulle immagini, ritagliandole e muovendole su sfondi nudi. Dietro a ogni parola c'è una sensibilità acuita dalla particolare condizione di italiano all'estero. No, detta così è banale: dietro c'è piuttosto il confronto continuo, vissuto in prima persona, tutti i giorni, tra modelli culturali (e linguistici) diversi, tra la scoperta e la memoria, tra nuovo e antico. Il risultato arriva per sottrazione, per scavo, per asciugatura, alla ricerca di una disarmonia che suoni l'unica giusta.
Si veda anche http://biscottineri.blogspot.com/.

venerdì 23 luglio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 10: Ken Russell



Chissà che impressione mi farebbero oggi i film di Ken Russell che mi entusiasmavano quand’ero ragazzo. Pensavo allora che le biografie di artisti e musicisti a cui il regista inglese amava dedicarsi fossero l’unico modo, quello più vero proprio perché il meno filologico, di raccontare l’arte e la musica. Erano film frutto di grande documentazione allegramente buttata all’aria e filtrata e deformata da una fantasia prepotente. Russell mescolava melodramma, estetismi, musical, eccessi e freddezze, farsa e sublimità di tragedia, splendide originalità e convenzionalità corrive – e degli artisti raccontava la dedizione all’arte come un’ossessione totale, come una sublimazione autodistruttiva. C’era sudore, fatica in quelle vite, c’erano risate di scherno, incomprensioni, esaltazioni – e una discreta dose di sesso. L’artista era un uomo di fortissime pulsioni, dalla vita arruffata, dal pensiero veloce, dallo sguardo lungo, circondato da omarini mediocri o volenterosi quando andava bene, da ammiratori (ammiratrici) senza senno e detrattori illividiti. Così è per il Mahler de “La perdizione” (Mahler, 1974), per il Tchaikovsky de “L’altra faccia dell’amore” (“The Music Lovers”, 1971), per il Gaudier di “Messia selvaggio” (“Savage Messiah”, 1972) e, all’eccesso, per il Liszt di “Lisztomania” (1975). Mettiamo nel gruppo anche Tommy e Valentino, e, soprattutto, quegli altri musicisti e artisti a cui Russell ha dedicato sin dai primi anni sessanta telefilm e documentari (Elgar, Delius, Bax, Gaudi, Debussy…).
Non credo che “Rapsodia su un solo tema” abbia qualcosa di russelliano. Ma il ricordo di quei film intasati di dettagli e recitati con una mimica da pellicola dei tempi del muto deve avere interferito qua e là, in particolare su certe pagine della vita passata di Dvoinikov.

giovedì 22 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Letteratitudine"

Riporto parte dell'intervista a cura di Massimo Maugeri apparsa su letteratitudine.blog.kataweb.it il 29/06/2010


Cosa (o chi) ti ha ispirato (o spinto) a scrivere “Rapsodia su un solo tema”?
Il riferimento iniziale sta nei “Colloqui con Stravinsky”, che possiedo nell’edizione Einaudi del 1977: un testo su cui ho fantasticato a lungo, e che mi è sempre sembrato il modello per eccellenza dell’intervista culturale. Robert Craft riesce, senza darlo a vedere, a tirar fuori dal vecchio maestro russo ricordi sorprendenti, divagazioni teoriche, affetti, tenerezze, ammissioni e una discreta dose di malignità, e Stravinsky sta al gioco. Un’arte, quella dell’intervista culturale, che en passant ritrovo oggi nei libri di Paolo Di Paolo e di Sergio Sozi (o in questo blog, caro Massimo!), che hanno un alto potere rievocativo.
Ma prima ancora ci sono stati altri piccoli fatti: la scoperta della “Sinfonia di Salmi” di Stravinsky tra i dischi di mio padre; la visione, divenuta con gli anni un’ossessione, di “Fantasia” di Disney; la collana della Fratelli Fabbri di lp dedicati alla Musica Moderna (colta!); “C’è musica e musica” di Berio in prima serata in RAI; il terzo canale radio, che ho imposto tirannicamente per anni a tutta la famiglia; l’approccio, ahimè tardivo e svogliato, allo studio del pianoforte; le lezioni sulla musica (storia, filologia, filosofia) all’Università di Torino, con Fubini, Pestelli, Tammaro; la tesi su “Stravinsky trascrittore e revisore di se stesso”; il collezionismo musicale, vissuto in certe fasi in modo compulsivo e ossessivo; un tentativo di accostarmi al jazz suonato; la riscoperta del piacere di suonare con amici che benevolmente sorvolavano sulle mie magagne tecniche (Naif, il duo di funk sperimentale con Momò Riva “The Commandmentz”). Tutto questo ha alimentato il libro, in un certo senso ha premuto perché trovassi le parole per raccontarlo.
Ho citato più volte Stravinsky (con diverse traslitterazioni, oltretutto), ma il mio Dvoinikov non gli assomiglia quasi per niente. il primo era un compositore di successo incline al cosmopolitismo, il secondo è uno scorbutico e isolato musicista che ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni drammatiche della storia dell’Unione Sovietica.
La musica è insomma una parte importante della mia vita, alimenta pensieri, accompagna azioni, impone concentrazione, ispira (l’ho detto!), commuove anche (le forme contrappuntistiche mi commuovono. Reazione di abbandono smarrito e fiducioso dinanzi alle grandezze dell’ingegno umano, quando ci si mette. Il caro vecchio senso del sublime, temo). E ho voluto provare a condividere un po’ di tutto questo, scrivendo “Rapsodia”. Poi ho sentito il bisogno di allontanare un po’ lo sguardo, parlando sì di musica, ma attraverso personaggi che non fossero me e storie che non fossero la mia, se non in qualche dettaglio.

Come è nata l’idea?
Il tema che scorre lungo tutto il romanzo (i condizionamenti della musica da parte di diverse forme di potere) si è formato un po’ alla volta. All’inizio non era certo una tesi, era una sorta di intuizione di Prescott: le musiche di Broadway e quelle di un’opera del realismo socialista suonano intercambiabili. Da premesse diverse, si arriva a risultati compatibili: “un desiderio di piacere e di professarsi ottimista, un sentimentalismo aperto e plateale, un dinamismo tutto saltelli e piroette e passo di marcia”. Sto citando Ethan Prescott, che più avanti scrive con una certa enfasi: “Mette i brividi pensarlo – fa sentire di colpo meno liberi sapere che il mondo del libero mercato vuole da noi, sia pure attraverso metodi assai meno inquisitori delle censure e delle purghe sovietiche, i medesimi risultati: ottimismo, sentimento, afflato eroico, marcette e valzer. È ciò che Dvoinikov, con un’allegra perfidia, mi ha suggerito”.
Ora, questa non è una tesi – non amo i romanzi a tesi, e a dire il vero non saprei sostenere una tesi così – ma certo è il collante che mi ha permesso di mettere insieme gli spunti fornitimi dalle fonti che ho citato prima in una storia che è anche la storia di una presa di coscienza (di Prescott).
A questo punto, mettere a confronto due personaggi molto diversi all’inizio (il giovane brillante americano, il vecchio scontroso affaticato russo) e via via più vicini, e fingere che ciò avvenga in una sorta di saggio in progress, mi è sembrata la forma più adatta.

Questo tuo romanzo è piuttosto corposo… quanto tempo hai impiegato a scriverlo?
Ho cominciato a raccogliere pagine attorno al 2005, ai tempi degli ultimi ritocchi su “Le larve”: e qualcosa di quell’altro romanzo deve essere rimasto in “Rapsodia” – sto pensando alle pagine in cui Dvoinikov rievoca la sua infanzia nel grande palazzo signorile in campagna e l’adolescenza da inquieto dongiovanni a Mosca…
Poi ho preso gusto a immaginare le pagine di analisi di composizioni immaginarie (di Dvoinikov e di Prescott): lo so, altri illustri autori, immensi anzi, lo hanno già fatto (li abbiamo ricordati a più riprese in questo forum), ma ho cercato di non lasciarmi intimidire da loro, e di conservare il piacere di comporre musiche con le parole.
Poi ho lasciato che i personaggi prendessero corpo, e si muovessero, e si incontrassero. Sono cose che richiedono tempo e spazio.
Poi è toccato al pamphlet settecentesco, in cui si immagina un viaggio del tempo in un Novecento musicale folle ma anche profetico: puro divertimento (a cui è seguito un paziente lavoro di asciugatura, viste le prime reazioni degli amici che si sono prestati alla lettura).
Infine, è arrivata l’esasperante fase della sistemazione, della combinazione, dell’amalgama, della ricerca del tono giusto, del controllo, del ricontrollo. Alla fine del 2008 il libro poteva dirsi concluso, nelle linee generali.

lunedì 19 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": una recensione

Claudio Baroni ha dedicato al mio "Rapsodia" questo bell'articolo a pag. 38 deel “Giornale di Brescia” del 17-7-2010.

RAPSODIA SULL’ARTE IMPRIGIONATA
Claudio Morandini dedica un romanzo-matrioska alla musica e ai musicisti

Un saggio, un diario, un documento… un romanzo. Lo stesso autore offre la chiave di lettura: questo è un libro-matrioska. Come le bambole della tradizione russa racchiude al suo interno repliche, che paiono identiche ma che portano al cuore della questione. E il nocciolo centrale è la libertà creativa dell’artista, l’essenza stessa dell’arte. Scegliendo la musica come emblema universale della geniale originalità umana.
Coinvolge, stupisce, spiazza e inquieta l’ultimo romanzo di Claudio Morandini. Il protagonista è Ethan Prescott, musicista e musicologo di Philadelphia attratto dalla sorte di Rafail Dvoinikov, compositore russo che ebbe forza creativa rivoluzionaria agli inizi del secolo, ma che poi venne costretto da solerti funzionari invidiosi e meschini ad adeguarsi alla retorica di regime. Prescott riesce a convincere il suo editore e la sua università a finanziare la ricerca. E parte per la Russia.
Siamo nel 1996, Rafail Dvoinikov, ora che il regime è crollato, vive appartato in una casa di campagna, accudito da Polina, segretaria devota fino al sacrificio. In una lunga intervista racconta come ha cercato di far fronte all’ottusa censura sovietica. Verbali di interrogatori, confidenze personali, silenziose sofferenze dicono di quanto opprimente fosse il regime con gli artisti.
Tra un viaggio e l’altro, tra America e Russia, il lettore scopre anche le più subdole ma non meno forti pressioni che la logica del mercato impone al musicista occidentale. Prescott è indotto dal suo editore a mettere le sue partiture a disposizione di DJ Kosmo, ignorante e supponente star della musica techno. Sarà un’operazione commerciale, frutterà denaro e fama. Basta solo essere disposti a fare qualche piega… Prescott convive con Carl, paranoico suonatore di jazz. Questi, come quasi tutti gli strumentisti del genere, è convinto di coltivare la sua inventiva nell’improvvisazione, ma si esercita ripetendo le improvvisazioni dei grandi e ne resta indelebilmente influenzato. Quasi a spiegazione delle sue scelte, Dvoinikov mostra a Prescott un saggio: l’autore è un musico di corte del Settecento e l’argomento è la musica del Ventesimo secolo…
Come dire che solo forma e contesto sono cambiati, ma la sostanza resta immutata: piaggeria cortigiana, devozione per i grandi, repressione di regime o logiche di mercato mettono in catene la libertà della creatività artistica.
Il romanzo termina con un colpo di scena, omaggio finale al piacere della lettura, che ovviamente non vi sveleremo.
Claudio Morandini, docente di lettere in un liceo di Aosta, ha al suo attivo testi per teatro e radio, e altri due romanzi. Ma questa “Rapsodia su un solo tema” è di rara fascinazione. Raffinata architettura e profondità della riflessione contribuiscono a rendere ancor più piacevole il testo. L’autore mette la sua cultura musicale al servizio della limpidezza del racconto. E non è poco.

domenica 18 luglio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 9: Rorem, Corigliano



Dietro alla genesi del personaggio di Ethan Prescott stanno alcune figure recenti di compositori statunitensi dall’ispirazione libera e prolifica, naturalmente eclettica, divagante senza remore tra scuole e generi. Il primo è senza dubbio Ned Rorem. Da qualche parte ho letto del suo comporre come di una sorta di diario interiore: l’idea mi è sembrata calzare alla perfezione per il mio Prescott, che, pur giovane, tuttavia usa la musica come un flusso di coscienza (lo fa, se non altro, nei “Childish Howls” la composizione di cui fa sentire qualche assaggio in casa di Dvoinikov). In Rorem si sente costante un piacere del comporre – quasi un’operazione fisiologica, temperata da un alto senso artigianale – e un altrettanto forte desiderio di condivisione. È musica libera, brillante, dicevo: lontana dalla meccanicità sghemba e dal tonalismo piatto dei minimalisti, aliena anche dagli stridori dei più sperimentali. Non ha paura del linguaggio più avanzato, ma, come dire, se ne tiene discosta, per non strafare, per garbo congenito. Fluttua nella memoria a lungo, e lascia un piacevole senso di déjà-vu, perché vi si sente echeggiare altra musica, secoli di bella ed eccitante musica (capita soprattutto nell’elegante musica da camera, come il “Book of Hours”, o “End of Summer”, o nei cicli di songs) . Talvolta si vela di una mestizia beneducata, che non sai se prendere per ironica, e forse è solo l’espressione di un innato understatement.



John Corigliano pesca nello stesso mondo di reminiscenze musicali, colte o popolari. Rispetto a Rorem, suona più incline alla citazione esplicita, al travestimento, al gioco parodistico. La sua opera a cui ho pensato più spesso, nel corso della stesura di “Rapsodia” è “The Ghosts of Versailles”, del 1991, ascoltata a spizzichi una sera su Radio 3 e poi recuperata su CD: vi si mescolano Rossini, Mozart, Wagner, in un intrico citazionistico che fa pensare allo Stravinskij dei “Jeux de Cartes” (con minore spigolosità, con un senso del flou che forse viene da “Rendering” di Berio, altro citazionista non per snobismo ma per affetto). Corigliano è anche autore di colonne sonore opulente e colte: la sua musica per “Altered States” (1980) di Ken Russell (to’, che si ritrova) è un capolavoro di atmosfere che regge benissimo anche l’ascolto puro.
Dietro a Rorem, a Corigliano, allo stesso Prescott, c’è il vero pioniere americano, il progenitore di ogni sperimentatore libero e curioso, serenamente in anticipo sui tempi. Ma di Charles Ives parlerò un’altra volta.

sabato 17 luglio 2010

Letture: Giuseppe Mazzaglia

Leggo in questi giorni “Ricordo di Anna Paola Spadoni”, di Giuseppe Mazzaglia. Il volume, nell’edizione Rizzoli del 1969, costava all’epoca 1800 lire. Reca sulla prima pagina una dedica autografa, “A Sergio Pautasso, con viva simpatia”, del 26 maggio dello stesso anno. Giulio Cappa si è procurato, credo su Maremagnum, il libro, che poi mi ha prestato.
Curioso, vertiginoso romanzo, a modo suo grandioso, epico nell’enfatizzare le pulsioni e le ossessioni e le piccinerie provinciali. Narra iperbolicamente la passione (erotica, molto intrisa di uno spirito anni sessanta) di un insegnante per una sua alunna di bellezza altera (e già maggiorenne, va aggiunto), la Spadoni del titolo. Giorgio Caproni ne dà in quarta di copertina una lettura acuta, che pone l’accento sulla corporalità, sul grottesco, sulla tendenza a dilatare e enfiare mostruosamente ogni oggetto delle attenzioni sessuali, spasmodicamente il tempo. Letto oggi, il romanzo di Mazzaglia suscita ammirazione per una lingua naturalmente ricca, come poteva essere ancora allora l’italiano letterario, e non è più – e mette tristezza per l’oblio in cui ogni libro di un narratore di razza come Mazzaglia scivola dopo qualche anno dall’uscita. Niente di suo è più reperibile in catalogo, per ora nemmeno presso editori dediti al ripescaggio di rarità. Stringata la voce che gli dedica Wikipedia (qui scopro che l’ultimo pubblicato, “Principi generali”, è del 1993), in cui Mazzaglia è descritto come vicino a Brancati, ma linguisticamente più sperimentale e slegato da sicilianità e moralismi – ma è di più, è un sincero visionario barocco.
Ancora più tristezza (diciamo una tristezza che ha del metafisico) viene a leggere i titoli degli ultimi volumi pubblicati della collana “Narratori moderni” della Rizzoli. Riconosco un classico Bonaviri, “La divina foresta”. Un Crovi, “Il franco tiratore”. Ma “Le notti giganti” di Vanni Ronsisvalle? “Il finimondo” di Sanavìo (con l’accento)? Opere da cercare nelle bancarelle, nei magazzini delle biblioteche, o da contendere in aste telematiche a oscuri amateur. Mi colpiscono due intricati titoli di (Francesco) Burdin, “Scomparsa di Eros Sermoneta” e “Eclisse di un vice Direttore Generale”. E ancora, “Il fiume fedele” di (Enzo) Morpurgo. “L’aquila impagliata” di (Gennaro) Manna. “Storia di una notte” di (Mario) Picchi. E altri ancora, che fatico a trascrivere.
Quante storie perdute, mi dico. Quante altre di cui non saprò mai nulla, e che contengono segreti bellissimi. Quante ancora che forse potrò scovare, ma non farò in tempo a leggere. Intanto mi contento di questo bellissimo “Ricordo di Anna Paola Spadoni”, che leggo con lentezza per non lasciarlo troppo presto.

giovedì 15 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Pulp"



Sul numero 86 (luglio-agosto) di "Pulp" compare una bella recensione del mio "Rapsodia" firmata da Umberto Rossi.
Rossi parla, a proposito dei personaggi, di "un immenso amore per la musica contemporanea, quella che, purtroppo, non ascolta quasi nessuno". E prosegue: "Morandini invece quella musica la conosce bene, e si sente da come ne parla e da come fa rivivere l’ambiente dei grani musicisti russi del ‘900, mescolando i veri artisti (...) con quelli evocati dalla sua immaginazione – che, va detto, è quella di un romanziere storico di razza. Che oltre tutto ha dalla sua una lingua curata, che mai cede alla tentazione di strafare.
Il risultato è un romanzo che ho finito in una giornata; non capita spesso. Un romanzo che costruisce sapientemente tensione e curiosità e sentore di segreti non rivelati".

Ecco. L'invito è naturalmente quello di procurarsi il numero di "Pulp" in edicola e di gustarselo tutto, dalla prima all'ultima pagina. Umberto Rossi firma tra l'altro anche un'intervista a Michele Mari, documentatissima e incalzante, su "Rosso Floyd".

mercoledì 14 luglio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 8: Henze



Il ponderoso (e mi riferisco con questo "ponderoso" esclusivamente al numero di pagine, non alla leggibilità, che è cristallina) “Canti di viaggio” di Hans Werner Henze, pubblicato da Il Saggiatore nel 2005 a cura di Lidia Bramani, è un’autobiografia esuberante, dettagliatissima, scritta con lo spirito del poligrafo d’altri tempi, del viaggiatore da Grand Tour, dell’esploratore (di luoghi e di sé), del moralista (nel senso classico) e dell’ironista, oltre che del compositore. Musicista insieme eclettico e rigoroso, Henze rinuncia ben presto all’edificazione di una torre d’avorio attorno a sé e scende nel mondo a vivere e condividere e “combattere”.
“Imparai a rinunciare a tutto ciò che era superfluo e a portare rigore e purezza nella mia vita. Tra me e la mia musica non vi era più difficoltà di identificazione. Avevo ben chiaro, ormai, come per tutta la vita avrei perseguito un ideale di bellezza in qualche modo legato a un principio di verità: una verità personale, interiore, che non avrebbe obbedito a nessun altro pensiero se non il mio e che avrebbe quindi abbracciato anche la disobbedienza sociale - che io rivendico per me stesso.”
Nella quotidiana pratica della scrittura, nella precisione con cui il memorialista Henze parla di sé, della sua musica, delle amicizie, dei progetti, degli amori, delle idee, ho trovato qualcosa di quello che stava diventando Ethan Prescott negli anni della stesura di "Rapsodia".

martedì 13 luglio 2010

"Il punto interrogativo": aggiornamenti

Il mio racconto "Il punto interrogativo", già apparso sul numero 3 della rivista online "Colla", è stato scelto da Alessandro Milanese e Alessandro Romeo per http://www.quintadicopertina.com ed è scaricabile da oggi su http://www.quintadicopertina.com/jukebooks/ assieme ad altri testi brevi di altri autori ("i migliori giovani scrittori che si agitano nella rete e fuori", leggo nella presentazione del progetto. Mi è caro quel "giovani", che leggo per forza di cose in senso non anagrafico).
"Il Jukebooks di quintadicopertina" si legge ancora "funziona nello stesso modo (dei jukebox di una volta, nota mia), si entra nel nostro bar virtuale, si guardano i racconti presenti e si scelgono quelli che si vogliono leggere. Si scaricano sul proprio e-reader e si crea un proprio libro di racconti, fatto solo con quelli che piacciono a noi".

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Nottedinebbiainpianura"

Riporto la prima parte dell'intervista che mi ha fatto Angelo Ricci per il suo blog http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com (un blog che rivela vera passione per la letteratura, e in cui capito spesso).

Claudio, affrontiamo subito il tuo Rapsodia su un solo tema. È un romanzo che si stacca nettamente da molta letteratura contemporanea. Quanto c’è di passione letteraria e quanto, permettimi, di provocazione?

Non avevo l’intenzione di provocare, ti assicuro, e nemmeno di contrappormi polemicamente alle mode correnti. Volevo soprattutto condividere una passione personale (per la musica, in particolare per il mondo musicale del Novecento) che negli anni si è nutrita di ascolti e letture, raccontandola attraverso le vicende di alcuni personaggi. Volevo misurarmi con il racconto della musica. Poi, certo, volevo prendere alcune distanze: da certe atmosfere dei romanzi precedenti, da alcuni cliché con cui anch’io avevo giocato e che oggi dilagano.
Ho corso (consapevolmente) qualche rischio, in questo: la musica colta del Novecento non attrae folle isteriche di fan; la struttura del romanzo, che fin dalla copertina finge di essere un saggio, o almeno una raccolta di pagine anche saggistiche, invita il lettore a stare al gioco in un modo che oggi non è più praticato; nel mondo interiore e nelle vicende dei personaggi si entra un po’ alla volta, e ci vuole un po’ di pazienza, lo so. Ma (e questo è un grosso ma) credo di avere lasciato al romanzo una certa leggerezza, di averlo colorato di ironia sorridente; e assicuro di non avere calcato troppo la mano con la componente analitica della musica.
Ripeto, la mia non era un’operazione snobistica, o élitaria, e sono felice che un editore come Manni lo abbia capito e abbia voluto credere in Rapsodia.

Mi pare che tu sia riuscito, con grande maestria, a creare un vero a proprio mondo parallelo. Tuttavia, non è per nulla un mondo algido e artefatto, bensì un mondo che ci lancia come un atto di accusa. E questo atto di accusa è che l’umanità non apprezza l’Arte, il Bello, ma anzi fa di tutto per eliminarli o ammaestrarli. Secondo te, l’amore, la passione, direi anche la dedizione per l’arte possono essere ancore di salvezza o sono solo illusioni?

Dedizione per l’arte, dici bene. Nel mio romanzo la composizione della musica viene raccontata proprio così, come un esercizio paziente, un lavorare costante sul proprio stile, un confronto continuo con la tradizione alla ricerca di una propria voce nuova. In un’arte concepita così, come lavoro umile ma consapevole (da artigiano, da orafo), vedo una possibile salvezza al degrado e l’imbarbarimento dei nostri tempi. Forse Rapsodia su un solo tema vuole suggerire anche questo: esiste un mondo di bellezze, di suoni, di parole e di colori che pochi conoscono, ma che appunto esiste, e può restituire gratificazioni ed emozioni in abbondanza, può insegnare una tensione alla libertà oltre che un’attenzione alle regole (a quelle che noi stessi ci siamo dati), e ci aiuta a scavare dentro di noi e dà voce a ciò che siamo e non sappiamo di essere.
Il libro racconta dei condizionamenti che la musica può subire da diverse forme di potere. Ma racconta soprattutto di come la musica (e l’arte in genere) possa sfuggire a questi condizionamenti, possa depistare i censori, persuadere i committenti (senza committenza, o senza un pubblico, l’arte muore), forzare le direttive, o almeno, accettato qualche compromesso, possa rimanere fedele a se stessa.
Quanto all’oggi, all’Italia di oggi intendo, assisto con preoccupazione all’indifferenza generalizzata, alla diffusa sordità all’arte, frutto di un lavoro pluridecennale di diseducazione. Alla grandezza perturbante e non ingabbiabile dell’arte i grandi mezzi di informazione hanno sostituito prodottini edulcorati, rassicuranti, divertenti, di facile consumo, kitsch, magari dotati di un carattere subdolamente celebrativo. Rapsodia racconta anche di questa forzatura, anche se riferendosi a periodi e contesti diversi.
Al potere, paradossalmente, sembra più pericoloso il lavoro paziente dell’artista che esercita un suo magistero che unisce libertà e disciplina, e insegna a dominare il caos attraverso l’esercizio del controllo – piuttosto che il gesto dell’artista invasato, del vate ispirato, che si può sempre far passare per un innocuo picchiatello.

lunedì 12 luglio 2010

Giulio Cappa legge "Fosca - Una novella valdostana"

Mi ha scritto Giulio Cappa, dopo aver letto il mio "Fosca - Una novella valostana" nella raccolta "Nero Piemonte e Valle d'Aosta" (Perrone, 2010):

"Anche se apparentemente non mancano elementi di atmosfera gotica - dalla bruttezza della protagonista alla sua mostruosità morale, dal parto orrendo alle sculture informi che lo rievocano - si tratta in realtà di un racconto verista, ma più che al Verga rusticano, direi piuttosto consentaneo al d'Annunzio delle Novelle della Pescara: l'intreccio che non si scosta dalla fabula, le descrizioni oggettive scolpite in luce e ombra, Morandini ha dipinto un Italo Mus come sarebbe stato se Italo Mus avesse avuto l'acutezza e la curiosità. E il nome della protagonista è stato scelto a causa o a malgrado della Fosca bis di Conterio? Questo ragazzo, penseranno i conservatori dell'identità montana, insinua il sospetto che una mucca possa essere non solo non buona (bastansa brava) ma addirittura malvagia o malefica: la sconfessione della civilisation alpestre è a un passo, sono queste piccole opere di negazione che le fanno più male."



Ho rispondo più o meno così: che il titolo "Fosca" è stato scelto prima di sapere della "Fosca Bis" di Conterio; e che, anche sapendolo, non lo avrei cambiato, perché Fosca mi pareva e mi pare il nome più adatto, per una vacca malvagia, oltre che un modo per rimescolare tra titolo e sottotitolo Tarchetti e (ironicamente) Giacosa...

Al che Giulio ha argutamente risposto:
"Giacosa... dimenticavo che oltre all'aristocratico medioevale e al borghese teatrale c'era anche il narratore popolare - e tralascio le cose che gli hanno fruttato di più, cercar che giova, vissi d'arte... Ma quante cose era costui: pur non essendo valdostano era presidente, vicepresidente, tesoriere e proboviro di rispettivamente quattro diverse cooperative! E' il santo protettore delle sale polivalenti e dei teatri-cinema!
Verga-d'Annunzio, più feroci, meno sentimentali, ti convengono meglio.

(E il Tozzi delle novelle, aggiungo ora.)

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 7: Eisenstein



Vidi tutti i film di Eisenstein alla Mole Antonelliana di Torino, ossessivamente, agli inizi degli anni ottanta, in occasione di una mostra. Allora la Mole non era il pirotecnico Museo del Cinema di oggi, ma ospitava esposizioni monografiche al piano terra. Quasi ogni giorno, ossessivamente, nel tardo pomeriggio, mi recavo a vedere i due Ivan, Ottobre, Sciopero!, la Corazzata, il Nevskij. Pellicole di qualità non impeccabile, ronzio del proiettore come bordone, il sonoro oscillante tra stridori e silenzi – ma ho amato quei film monumentali e retorici, quei nasi affilati, quelle sopracciglia ombrose, quelle dentature imperfette, quelle pellicce e quei barboni. Uscivo di lì stranito, camminavo lento come un boiardo imbacuccato nell’inverno torinese, e non parlavo per ore, imitandomi ad esprimermi tramite il levare e l’abbassare di sopracciglia.
A volte condividevo quelle visioni estenuate con un amico o un’amica: e aspettavamo le scene clou, i gesti più enfatici, le esplosioni orchestrali più esaltanti, o i momenti di commozione indignata, dandoci di gomito qualche secondo prima che la pellicola li mostrasse. Sapere a memoria quei film li rendeva ancora più maestosi, ne espandeva le dimensioni, ne dilatava a dismisura i tempi.

A proposito delle interviste ai Grandi

La formula dell'intervista letteraria è una delle più fertili e appassionanti: perché è un divagare solo apparente, e in realtà unisce e mescola aneddoto e riflessione, e soprattutto fa "reagire" l'intervistato. Così ha fatto Robert Craft con il vecchio Stravinsky. Così fa, ad esempio, Paolo Di Paolo nei suoi libri-intervista. Paolo è bravissimo a lasciar divincolare l'intervistato, a lasciargli la prerogativa della reticenza, e pian piano a ricondurlo là dove gli preme che si vada. "Piccolo grande Novecento" (Manni, 2005) mi ha commosso quasi, perché raccontava quel mondo di grandi uomini con lo stupore e l'avventatezza anche del giovane Debenedetti. Grandi uomini su cui uno come me si forma leggendoli, sentendoli parlare sulle pagine, e contentandosi di questo (incontrarli di persona dev'essere un'altra faccenda, e sapeste come invidio Di Paolo per questo!).
Lo stesso fertile divagare l’ho trovato nell’esile ma denso dialogo con La Capria pubblicato da quella raffinata casa editrice che è Liaison. A me è capitata la stessa cosa con i compositori colti del Novecento: ragazzino, li elessi a miei eroi dopo aver visto le puntate di "C'è musica e musica" di Luciano Berio.

giovedì 8 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": una recensione

Angelo Ricci, nel suo blog http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com, fa queste considerazioni sul mio "Rapsodia su un solo tema".

Possono un romanzo, una storia, rappresentare un universo? Leggendo questo romanzo la risposta non può che essere una sola: sì. Può un romanziere essere un costruttore di vite, di eventi, di mondi? Anche in questo caso la risposta non può che essere la stessa: sì. Come Borges, Claudio Morandini non si limita a raccontare, non si ferma a descrivere. Claudio Morandini costruisce un vero e proprio mondo, un vero e proprio universo che prende vita dalla parola. Il linguaggio sorvegliato, i differenti piani di lettura, la stessa alternanza degli strumenti espressivi (il diario, il verbale di interrogatorio, il dialogo) hanno la funzione di dilatare il tempo, in una autentica lezione di tecnica del romanzo. C'è molto dentro a questo libro, ma c'è molto anche dietro a questo libro. Non voglio assumere concetti altrui, ma mi pare che a Rapsodia su un solo tema bene si attagli la definizione di oggetto narrativo. Questo non è solo un romanzo. E' uno strumento di comprensione e di rappresentazione di un ben più ampio discorso. Un discorso sulla libertà dell'arte, sulla libertà dell'uomo, un discorso forse anche sulla sopraffazione. Su quella sopraffazione che è sempre presente nelle nostre vite e che solo l'arte può sconfiggere. La libertà dell'arte. Ecco il fine ultimo di questa storia. Una libertà che può essere la via di salvezza per ogni essere umano che abbia la volontà di seguirla. Una libertà e una salvezza che nemmeno la morte può riuscire a sconfiggere.
Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, osservava, negli anni Settanta, come vi fosse una fortissima similitudine tra gli striscioni della propaganda di regime nei paesi del blocco sovietico e i cartelloni pubblicitari e le insegne luminose dei paesi capitalisti. Le due cose, a prescindere dalle differenze ideologiche, erano elementi comuni di un medesimo indottrinamento.
Claudio Morandini ha fatto sua questa lezione. E la rappresenta magistralmente, attraverso un fortissimo filtro narrativo.
Questo è un libro che spiazza. Che spiazza noi, lettori e scrittori, abituati ad una narrativa che, a volte, si appiattisce su se stessa e che cerca soltanto di creare una serie di effetti pirotecnici, per affascinare i lettori. Dimenticandosi poi completamente dei contenuti.
Rapsodia su un solo tema è uno dei rari romanzi italiani che potrebbe benissimo essere tradotto per i lettori di qualsiasi paese europeo. Credo si debba ringraziare Claudio Morandini per averlo scritto e Manni per averlo pubblicato.
Un libro.
Rapsodia su un solo tema, di Claudio Morandini (Manni).

mercoledì 7 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Claudia Fabrizio

Mi ha scritto Claudia Fabrizio, che già aveva letto con acutezza e sensibilità i miei precedenti romanzi:
"...Ho da pochi giorni terminato la lettura della tua "Rapsodia", e ho atteso qualche tempo perché si completasse in me l'immagine del tuo libro. Il mio giudizio è ottimo: come al solito, la tua scrittura risplende per forza espressiva, per carattere, per tempra. Questa volta hai mostrato, se mai ve ne fosse bisogno, che tu sai essere uno scrittore con infinite idee narrative. Non ti accontenti mai, e si vede. Tu sei davvero un grande tessitore di trame e di personaggi. Confesso che avrei voluto conoscere di più la musica per cogliere i molti riferimenti che riesci ad inserire tra le righe, e per godere della sapienza tecnica che sai sparpagliare qua e là, nei commenti, nelle note, nei dialoghi. I dialoghi, in particolare - specialmente quelli assurdi ma verosimili degli interrogatori, che ho voluto rileggere più volte - sono forse il terreno sul quale in questo ultimo libro ti muovi con maggior maestria; e del resto di un dialogo si tratta, dall'inizio alla fine: del protagonista con sé stesso, del protagonista con il suo alter ego, di Rafail con l'inquisitore, di Ethan con il suo irrisolto lato femminile, e così via. Ti faccio i miei complimenti, di cuore, e ti ringrazio per questo nuovo bellissimo libro che ci hai regalato."

Da "Letteratitudine": intervista su letteratura e musica, 2

E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

Mi vengono subito in mente le collaborazioni tra Berio e Calvino (“La vera storia” e “Un re in ascolto”), Sanguineti (“Laborintus II”, “Passaggio”, “a-ronne”), Eco (“Epifanie”). Musica e parola si indagano a vicenda, si smontano e rimontano, in un gioco complesso di cooperazione e contaminazione alla pari.

Poi mi viene in mente la ricerca di un amico compositore, Alessio Elia, che da anni si dedica a dar forma musicale in un progetto ambizioso ai racconti dell’ungherese Géza Csáth. Tra parentesi, Alessio mi ha fatto conoscere i gioielli torbidi di quel grande autore, che in Italia è quasi introvabile.

Se poi posso buttar lì una annotazione relativa al mio romanzo, ecco che verso la fine di “Rapsodia” l’americano, Ethan Prescott, comincia a progettare un’opera (che contamini il linguaggio sofisticato della musica colta con gli stereotipi bassi della sit-com) su un (immaginario) libello settecentesco, il “Viaggio musicale nel secolo ventesimo”; in questo Joseph Mathias Mayer, un compositore tedesco antenato di Dvoinikov, immagina un viaggio nel tempo (alla Swift, alla Bergerac) nel mondo musicale del Novecento, di cui dà una immagine paradossale, caricaturale ma anche profetica.
(È curioso scoprire che tutti i musicisti del mio romanzo nutrono una propensione per la scrittura: Prescott è praticamente un grafomane, Dvoinikov progetta trattati e edizioni critiche sul suo antenato musicista, Mayer si dedica a operette fantastiche, Thalberg è a metà di un saggio sull’accordo di settima di dominante… Come a dire che quando si tratta di fare il punto su qualcosa, di comunicare qualcosa, è la parola a tornare utile, più che la musica…)
Ma la domanda di Massimo era un’altra, lo so: e io ho divagato senza ritegno allontanandomi dal punto. Dovrò tornarci su...

Concludo la risposta alla domanda di Massimo su come la musica abbia “rappresentato” la letteratura. Anche a me, come a G. Franca Graziani, viene innanzitutto in mente l’opera, che ha posto sulla scena il letterato, il poeta spesso, e lo ha fatto agire contro forze più grandi (la Storia, l’Amore, la Perdita dell’ispirazione, la Morte…).
Il primo titolo che voglio citare è “Death in Venice” di Britten (da Mann, ovviamente): lo scrittore, il disfacimento, le illusioni, l’agonia di un mondo… C’è tutto (e Ethan Prescott sarebbe d’accordo con me).
Poi, alla rinfusa: “Hyperion” di Maderna (da Hölderlin, il Poeta è rappresentato da un flauto), l’”Elegia per giovani amanti” di Henze, l’Allen Ginsberg che compare nel “Marilyn” di Ferrero, l’Hoffmann che fa da padrone di casa ne “Les contes d’Hoffmann” di Offenbach…
E l’”Andrea Chénier” di Giordano. Poesia, Storia, Libertà, Martirio…

Da "Letteratitudine": intervista su letteratura e musica, 1

Su "Letteratitudine" di Massimo Maugeri è in corso una discussione sul rapporto tra musica e letteratura. Massimo ha fatto agli autori invitati (oltre a me, Marta Morazzoni, Achille Maccapani, ai quali si è aggiunto Francesco Marchetti)alcune domande in proposito. Ecco le mie risposte.

Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
Il “mestiere” del musicista (del compositore, soprattutto) e quello dello scrittore hanno molti punti in comune: il primo è la scrittura (l’alto artigianato della scrittura, potremmo dire); poi ci sono il rapporto con la committenza, con il pubblico, con il gusto, e il brulichio di tutto quel mondo che vive attorno alla e di musica (o attorno alla e di letteratura).
Direi anche che musica e letteratura possono essere accostate, con una certa dose di approssimazione, a livello di costruzione. Qui tiro in ballo la mia piccola esperienza: ci sono forme musicali alle quali riconosco di essermi ispirato: il tema con variazioni, per esempio; la rapsodia (naturalmente).
Ma c’è dell’altro: se uno prende una struttura di classica, cristallina perfezione come la forma-sonata, e legge, o sente, i temi come caratteri (o come personaggi) e l’intreccio e lo sviluppo dei temi come relazioni tra personaggi, ecco che ci trova una potenzialità narrativa, quasi romanzesca. Ogni compositore classico sembra aver raccontato in mille modi diversi la stessa storia. Ah, quante cose da dire ci sarebbero!


In cosa si differenziano nettamente?
Io credo che la musica rimandi a se stessa, e che i suoni non siano nient’altro che suoni (mi riconosco nella linea Hanslick-Stravinskij, e direi che il mio Dvoinikov la pensa come me, mentre Ethan Prescott, il giovane americano che lo intervista, sembra più possibilista sul fatto che la musica possa esprimere qualcosa di più che pure forme sonore). Siamo noi, nell’ascolto, a sovrapporre a quelle aggregazioni di suoni dei significati che sono in realtà nostri, e che fanno parte del nostro vissuto, pescano nelle nostre esperienze, sono insomma incrostazioni soggettive, che diranno molto di noi, poco della musica.
Poi c’è un altro aspetto: la musica vive nelle mani (o con il fiato) di mediatori, di esecutori, o meglio di interpreti, che danno vita alle partiture e le trasmettono al pubblico, con un ruolo quasi pari al compositore. È una forma di intermediazione che manca nel mondo della letteratura.

In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
Me la cavo rimandando agli studi di Roberto Russi, che si occupa da una vita del rapporto tra musica e letteratura. Un suo libretto, densissimo di riferimenti, come “Letteratura e musica” (Carocci, 2005), mi ha dato suggerimenti preziosi sui mille modi in cui la narrativa ha potuto narrare la musica.

Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?
Ne cito due, per ora. Il primo, ingombrante e ineludibile, è il “Doktor Faustus” di Mann. Chiunque scriva di musica e di compositori con gli strumenti anche dell’analisi musicologica (applicata a composizioni immaginarie) deve fare i conti con Mann. È un romanzo-monstre, che disorienta, spaventa, schiaccia, ma è anche un incredibile capolavoro che forse oggi nessuno scriverebbe più, e soprattutto nessuno pubblicherebbe.
L’altro è quel gioiellino (così mi era apparso anni fa: dovrei verificare se mi suona ancora così) che è “Il soccombente” di Bernhard, che in Italia è stato pubblicato da Adelphi. Eccolo, il tema (che in musica viene così bene, pensate a Mozart e Salieri) del confronto tra bravura e genio – nel caso de “Il soccombente”, un talentuoso pianista crolla dinanzi al modello irraggiungibile di Glenn Gould. Irraggiungibile nel romanzo di Bernhard, è ovvio.
Però per me, per la stesura del mio “Rapsodia su un solo tema”, sono state importanti anche altre fonti scritte non letterarie: i Colloqui di Stravinskij con Robert Craft, innanzitutto (che possiedo in una vecchia edizione Einaudi), le “Cronache della mia vita” dello stesso Stravinskij, o i saggi di Luciano Berio (“Lezioni americane”, e “Intervista sulla musica”).
Ho già citato altrove “Le giornate di un compositore” di Vittorio Zago: prezioso libretto, che ci permette di entrare nel processo compositivo e creativo. E quel fondamentale saggio che è “Il resto è rumore” di Alex Ross (Bompiani), sulla musica e la vita musicale del Novecento. “Rapsodia” era già in bozze, quando il saggio di Ross è uscito in Italia, ed è stato confortante per me trovare sintonie con quell’opera oltretutto accattivante e divertente.

venerdì 2 luglio 2010

Sintonie: Lino Di Vinci



La sera del 22 giugno, quando a Genova Marco Codebò ed io ci siamo confrontati sui nostri “Appuntamento” e “Rapsodia su un solo tema”, eravamo ospiti della nuova galleria di Lino Di Vinci (Lifeforms Art Studio), circondati dalle sue opere.



Lino Di Vinci, oltre ad essere uno squisito padrone di casa, è un artista visionario e scrupoloso, cioè uno scrupoloso rielaboratore di visioni. Le sue opere sono aperture su mondi brulicanti di organismi animali e vegetali, esplorazioni di spazi e di profondità vibranti. I colori suonano, le forme sembrano in ascolto. C’è, insomma, una forte componente sinestetica, non perseguita come artificio retorico ma vissuta, sin dai momenti iniziali della creazione, come necessario potenziamento espressivo.



Lino Di Vinci lascia che il gesto pittorico segua i suggerimenti della musica, e che vaghi nello spazio vuoto, ne tracci degli embrioni di forme o dei flussi. Il gesto ha un suo respiro, la traccia che lascia è già una presenza organica – sta vivendo una sua storia, ha cioè in sé un che di narrativo. Ancora una volta, come in certa musica o in certa letteratura, tutto si gioca nel rapporto oscillante tra caos e controllo – rapporto fertile, fertilissimo anzi, a patto che sia gestito con la pazienza artigianale che esercita Lino Di Vinci.