mercoledì 30 giugno 2010

Un concerto

Chi ha progettato la struttura in cui si tengono i concerti estivi presso il Teatro Romano di Aosta non deve amare la musica. In particolare, è sembrato indifferente alle necessità di un concerto di musica classica. Martedì 29 giugno Vladimir Ashkenazy alla testa dell’Orchestra dell’Accademia Europea di Musica di Erba, e Vovka Ashkenazy si sono esibiti in una struttura fatta di impalcature di ferro e legno (ma soprattutto di ferro, direi), non solo insensibile all’acustica, ma proprio rumorosa e cigolante. Le sottigliezze timbriche della piccola orchestra e del pianoforte erano già perdute in partenza, prima dell’arrivo della pioggia (i teloni tesi a coprire palco e pubblico hanno esaltato lo scroscio; e quando è spiovuto ci si è trovati d’improvviso accanto a un ruscello, o a una grondaia otturata). In più, i gradini per accedere ai posti più alti provocavano fragori ad ogni passo. La cosa sarebbe passata inosservata, se l’organizzazione non avesse consentito ai ritardatari o ai curiosi di entrare anche durante l’esecuzione, e se alcuni operatori della RAI con telecamera mobile non si fossero mossi avanti e indietro sulle scale, indifferenti alla musica e al pubblico.
Ma appunto, forse neanche alla RAI amano davvero la musica: uno dei motivi di fastidio che mi hanno tenuto lontano dalle sale da concerto di Aosta è proprio il via vai delle telecamere a concerto iniziato. In nessun altro luogo del mondo ho assistito a tali interferenze. D’accordo, si deve fissare l’evento, se ne deve parlare al TG. Ma ci sono le prove, per questo, ci sono i momenti precedenti l’esecuzione. E, se proprio si deve registrare tutto il concerto, lo si faccia nel rispetto del pubblico – come ho visto fare ovunque, ogni volta che sono andato a un concerto, a un balletto o a uno spettacolo teatrale.
Sempre che il pubblico si meriti questo rispetto, certo. Il pubblico di Aosta è storicamente refrattario alla puntualità. Da queste parti è normale che l’evento, se fissato per le 21.15, inizi dalle 21.30 in poi. I ritardatari vengono normalmente ammessi in sala. Non è solo questo, però. I cellulari non vengono spenti. Durante i film si parla, si risponde ai cellulari, ci si saluta da qui a lì, si commenta a voce alta – e non sto parlando di spettatori o ascoltatori rozzi, ma di numerosi esponenti della classe media locale, compresi insegnanti, funzionari amministrativi, uomini politici.
In realtà il discorso è più ampio: il pubblico di Aosta non è mai stato educato ad essere pubblico. Non sa come comportarsi. E non sa nemmeno che potrebbe pretendere di meglio, programmi più meditati, stagioni meno raccogliticce, eventi meno scioccamente celebrativi. Con gli anni, invece di crescere, sembra essersi imbarbarito – tendenza generale, d’accordo, globale forse, ma questo non toglie che.
Ed eccoci al punto. Se qualcuno ha progettato le brutte impalcature di “été au théâtre” (o gli spalti della sala da concerto della Cittadella dei Giovani, o i padiglioni torridi di giorno e gelidi la sera e incredibilmente instabili e rumorosi di “Babel”), qualcun altro le ha volute, ha approvato il progetto, ha messo i soldi. Il vero problema sta qui. L’evento culturale non sembra avere, in Valle d’Aosta, uno scopo davvero formativo, non nasce come un’offerta culturale: non è davvero importante che sia musica classica, rassegna di libri, concerto rock o blues, stagione teatrale, restituzione di monumenti restaurati. Il vero scopo dell’evento è prettamente celebrativo. Autocelebrativo, per meglio dire.

domenica 27 giugno 2010

Su "Letteratitudine": musica e letteratura

"Rapsodia su un solo tema", assieme a "La nota segreta" di Marta Morazzoni, splendido romanzo storico che sto leggendo e di cui parlerò presto, e "Bacchetta in levare" di Achille Maccapani, è al centro del dibattito sui rapporti tra letteratura e musica che Massimo Maugeri ha aperto sul blog Letteratitudine. Curiosate su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/
e lasciate i vostri commenti. Il tema è vasto e complesso, e siamo appena agli inizi.

giovedì 24 giugno 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 6: Bernstein



Un esempio di conversazione brillante sulla musica, sui suoi meccanismi, su questioni interpretative, è dato dalle numerose lezioni tenute nel corso di decenni da Leonard Bernstein davanti a platee televisive o durante lezioni-concerto a teatro. Bernstein sa come parlare all’orchestra, per ottenere un certo suono, un certo impasto, un certo effetto, e allo stesso sa come comunicare tutto questo a un pubblico interessato ma non musicalmente colto. Sa giocare sugli strumenti retorici di sempre, racconta la forma di una composizione come una sequenza narrativa, i cui personaggi sono di volta in volta i temi, o gli strumenti. La sua parafrasi narrativa non è sempre solida, ma è sempre accattivante. Fa amare la musica, e probabilmente la fa capire un po’ di più. Bernstein dosa con abilità da entertainer la drammatizzazione con l’understatement, la metafora e l’ammicco, non disdegna la mimica, la gestualità, non si vergogna di qualche riferimento facile al cinema o alla televisione. Sentiamo che l’orchestra non ha davvero bisogno di questi agganci (l’orchestra è reduce da una serie di prove, e da una lunga militanza condivisa con il direttore), ma sta al gioco: gli orchestrali sorridono, si lasciano trascinare nella narrazione, diventano essi stessi personaggi, come i loro strumenti, come i temi che sono invitati ad eseguire.
Nelle pubblicazioni Bernstein sa essere altrettanto brillante e rassicurante: si dia un'occhiata al bel "Giocare con la musica", pubblicato da Excelsior 1881.

Qualcosa di questa capacità eloquente di divulgazione, che mi sembra tipicamente anglosassone (non solo americana: anche gli inglesi sanno divulgare con invidiabile capacità professionale, e sulla musica sanno anche scherzare, e ad altissimo livello, come dimostrano le elegantissime parodie musicali di Dudley Moore, che si possono vedere su youtube, e che ci consegnano l’immagine di una televisione che non aveva paura di essere colta anche nello scherzo), qualcosa, dicevo, deve essere rimasto nello stile con cui Ethan Prescott racconta la musica. Si sente che Prescott non sta pensando di destinare il suo saggio a un pubblico di specialisti: vuol far conoscere Dvoinikov, vuol farlo capire, vuol farlo amare. Per questo non rinuncia a quella dose di piacevole approssimazione che serve a chi ama la musica ma non la conosce a fondo. Per questo parla per similitudini, o per metafore, e sceglie un ibrido che non rinuncia ad alcuni elementi di analisi musicale ma li mescola a riferimenti ad altri linguaggi. Per questo, infine, non rinuncia a parlare della musica riflettendo sull’effetto che essa ha sulle emozioni di chi ascolta. La musica non esprime emozioni, ma certo le fa scaturire. E anche questo è materia di racconto.

domenica 20 giugno 2010

Una presentazione a Genova



Martedì 22 giugno, alle 18, presenterò "Rapsodia su un solo tema" con Marco Codebò, che a sua volta parlerà del suo "Appuntamento". Il luogo dell'appuntamento è speciale: si tratta di Lifefoms Art Studio, in vico del Fieno, la galleria di Lino Di Vinci.
Tornerò sull'argomento, l'incontro si preannuncia particolarmente interessante, oltre che piacevole.

venerdì 18 giugno 2010

Anagrammi

Loris Biazzetti mi ha regalato su facebook una serie deliziosa di anagrammi su CLAUDIO MORANDINI. Li riprendo anche qui, un po' per vanità, ma soprattutto perché sono divertenti e arguti.

Lo scrittore ricrea un'umanità immaginaria ricalcata su quella reale?
DARÀ CLONI D'UOMINI

La barbara sensualità che esprimi nelle tue opere:
CALDI AMORI DI UNNO

È ancora viva in me l'eco dei tuoi successi radiofonici:
CLAMOR UDII IN ONDA

Lo scrittore sincero non disdegna i dolci sussurri, ma in compenso...
NON DOMA ACIDI URLI

L'ossimorica ambiguità dell'artista, sempre in bilico tra la contemplazione del sublime e l'esperienza delle miserie umane:
MIRA DIO INCULANDO

Claudio, lo sappiamo, sa regalarci anche giocose composizioni musicali:
DONA ARMONICI LUDI

Nei tuoi romanzi emerge la natura bestiale che si nasconde in ognuno di noi...
CUOR, NIDO D'ANIMAL...

Talvolta all'artista piace tenere ben nascosti dentro di sé i propri lati migliori...
DOLCI IN UN ARMADIO

giovedì 17 giugno 2010

"Rapsodia su un solo tema": una recensione

Norma Stramucci, dopo aver letto "Rapsodia su un solo tema", ha pubblicato su http://www.recensionilibri.org/2010/06/claudio-morandini-rapsodia-su-un-solo-tema-%E2%80%9Csviluppi-contorsioni-rifrazioni%E2%80%9D.html questa attenta riflessione. La riporto per intero, commosso dalla densità e dalla profondità dei riferimenti.

Leggendo il terzo romanzo di Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema, Manni, 2010, non ho potuto non riferirmi a un passo (155-156) dello Zibaldone di pensieri di Leopardi, quello in cui sostiene che l’effetto della musica sulle bestie è diverso rispetto a quello che provoca nell’uomo. Aggiunge che bisogna distinguere tra il suono, che è la materia della musica come i colori sono la materia della pittura, e l’armonia. Sebbene sia il suono a colpire, questo effetto è giudicato naturale e non arte. Si ha arte solamente quando il suono è modificato dall’armonia. Conclude scrivendo che gli animali percepiscono il suono e non l’armonia, così come non tutti gli uomini, e non tutte le nazioni, sono in grado di apprezzare l’armonia, limitandosi a cogliere il solo suono.

Ebbene, per chi ha già letto il romanzo di Morandini è chiaro quali siano i due personaggi ai poli di Ethan Prescott: l’armonia di Rafail Dvoinikov e il suono di DJ Kosmo; la ricerca di un senso -per il proprio io, più che universale-, con Dvoinikov e il venire a patti con gli “animali”, nel rapporto con il secondo.
Ad interessare Ethan, a condurlo più volte dall’America in Russia per incontrare il vecchio compositore, non è certo il “colore” di una partitura (quella che dà il titolo al romanzo), quanto il consolidamento di proprie certezze; e ciò non trova. I viaggi anzi stimolano ulteriori interrogativi, addirittura sulla propria, data per acquisita, identità sessuale.
Non è possibile, se non a patto di dolorose omissioni, sintetizzare il contenuto di questo libro che lo stesso autore ha rivelato fatto di parti che si combinano come le bamboline in una matrioska; e che affida al lettore, con un sorriso, il compito di ricomporle, fino all’ultima, quando ormai divenuta una, non c’è voglia di riporla su di un qualsiasi scaffale e si è invece tentati di separarle nuovamente, magari alla ricerca… di un epilogo diverso.
Bamboline di matrioska sono altresì gli stili, da saggio, da diario personale, da trascrizione di conversazioni e di verbali di interrogatori, da pamphlet settecentesco, da appunto personale. Matrioska lo stesso titolo: dal momento che la rapsodia è a più temi, e se ne dichiara uno unico… dove sono le bamboline nascoste? Probabilmente nelle esecuzioni della Rapsodia, successive all’unica che Ethan ha avuto la facoltà di ascoltare, e dunque -ironicamente- negate.
Il paragone con le matrioske è più che calzante, se anche il pensiero di Dvoinikov è che “un’idea non vive mai sola, […] non appena la si scrive le si avviluppano attorno all’istante altre idee, altre varianti della stessa idea, sviluppi, contorsioni, rifrazioni” (p. 121).
Un’espressione diretta del bello, eterna, perfetta, compiuta, sembra ciò che Ethan-Morandini inseguono; Ethan la percepisce persino…

domenica 13 giugno 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 3-5: Liberace, "Lisztomania", Daugherty



Su youtube c’è la possibilità di recuperare spezzoni dei video che ebbero come protagonista Liberace alla televisione americana. Non nego di aver pensato a lui, nel delineare il declino di Klyuev (anche se Klyuev si spolpa sempre più, fino a diventare uno scheletro rivestito di pelle e ricoperto di fard, mentre Liberace tendeva a gonfiarsi, e a stare sempre più stretto dentro a quegli abitini sgargianti da damerino settecentesco, gli stessi che Prince vestirà ai tempi di “Purple rain”).
La cifra è quella dell’eccesso kitsch, certo. Fronzoli, trucco, sbuffi di maniche, orpelli scenografici, spruzzi di fontane, effetti di luce, candelabri: e il tutto, certo involontariamente, crea un’atmosfera da camera ardente, da funerale di lusso come solo un americano della media borghesia sa immaginare. Gli ultimi anni il pubblico, senza saperlo, assiste a una cerimonia funebre giocata sull’eccesso, in cui il celebrante è lo stesso defunto, per così dire. Liberace sembra celebrare le proprie esequie, come il Trimalcione di Petronio (e di Fellini e Canali). Ha un gigantesco bisogno di essere amato, di essere ammirato e desiderato: ed ecco che il modo più giusto sembra essere quello di mettere in scena il proprio funerale, l’apoteosi come garanzia di una presumibile immortalità, se non dell’anima almeno della propria immagine mediatica.



L’altra cosa a colpire, se solo ci si sofferma ad ascoltare con un po’ di attenzione, è la tecnica approssimativa, il buttare lì. Liberace finge soltanto di essere un virtuoso, ma non lo è, è sciatto, usa trucchetti da baraccone per coprire le magagne tecniche, abbonda nell’uso del pedale di risonanza, si lascia coprire dal suono sovrabbondante di un’orchestra ipertrofica. Durante i primi anni della sua carriera – lo si trova testimoniato sempre su youtube – la sua conoscenza della tecnica pianistica era certo più affinata, per quanto mai davvero solida. Col passare degli anni, si è lasciato andare, ha smesso di studiare e di fare esercizio, e ha cominciato a fare ricorso a quei trucchetti che dicevo – gli stessi a cui ricorre Klyuev vecchio nello special televisivo. Inutile dire che trovo questo declino mascherato da successo estremamente interessante.
E il repertorio? Un guazzabuglio di classica di facile presa e musica leggera a prevalenza latino-americana. Tra la “Patetica” di Beethoven e “Tico-Tico” non vi è differenza, non nell’approccio, a parte il fatto che nella prima Liberace si sente in dovere di non sorridere, mentre nella seconda vuole mostrarsi adorabile. In questo mescolare i generi mettendo tutto sullo stesso piano Liberace è un vero (inconsapevole) campione dell’estetica del post-moderno.
Che Liberace rappresenti un modello dell’eccesso, un monstrum incredibilmente rappresentativo dell’approccio statunitense alla musica e all’arte lo si può cogliere in due filiazioni di affettuosa ferocia. La prima la vedo in una delle scene più gustose del vecchio musical rock (rock!) “Lisztomania” di Ken Russell (1975): il travolgente successo presso un pubblico (non solo) femminile del giovane Liszt è raccontato come un fragoroso concerto di Liberace. La seconda nel più recente “Tombeau de Liberace” di Michael Daugherty, in cui il gioco parodistico investe non solo il pacchiano pianista italoamericano ma una parte significativa della storia della musica colta e leggera del Novecento. Daugherty, poi, ha saputo cogliere il côté macabro e funereo di tutta la faccenda, e ha saputo riderci su, come nel “Dead Elvis”, e anche meglio.

venerdì 11 giugno 2010

Una pagina da "Fosca - Una novella valdostana"


Sabato 12 giugno, alle 18, parteciperò alla presentazione dell'antologia "Nero Piemonte e Valle d'Aosta" (Perrone Lab, a cura di Barbara Balbiano) presso la Libreria Minerva ad Aosta - il momento giusto per postare (pardon) una pagina dal mio racconto "Fosca - Una novella valdostana".

La sera, quando il buio lo costringeva ad accendere il lume, Rocco sfogliava la sua collezione di almanacchi, che raccoglieva da quand’era bambino. Dopo le prime pagine, con il calendario, i salamelecchi dei maggiorenti e del clero e qualche elzeviro di routine, iniziavano le pagine dei morti. Comune dopo comune, frazione dopo frazione, le fotografie dei morti, affiancate in teorie composte come lapidi al camposanto, erano decine, poi centinaia, poi migliaia. In certe località, gli unici avvenimenti degni di nota erano i lutti. Vecchie ingrugnite, vecchi con lunghi baffi, con gli occhi quasi chiusi dal sovrapporsi delle rughe, giovani dall’aria spaesata schiantati in un incidente, bambini ridenti e misteriosi – immagini spesso vecchissime, anche negli almanacchi più recenti, con messe in piega antiche, basette e pizzetti e frange e, nei sorrisi più aperti, rifacimenti e otturazioni da tempo della guerra, o chiostre vuote. Rocco amava fissare quelle facce strane, e poi scorrere con lo sguardo dall’una all’altra, sempre più veloce, per lasciarsi confondere dalle differenze nello sguardo, nella postura, nella conformazione cranica. Lo tramortiva quella varietà di sagome, pur nella fissità degli sguardi, nella frontalità inesorabile. Passava da una pagina all’altra, accumulando i morti, sentendosi appiccicare quei volti sulle pupille, come immagini luminose. Ogni tanto chiudeva gli occhi e rivedeva nel buio frastagliato delle palpebre la quintessenza di quelle facce, come quando in primavera, a furia di raccogliere germogli di luppolo, vedeva fantasmi di intrecci di luppoli per un paio d’ore. Quell’incerto galleggiare di visi vecchi e rugosi e insieme giovani e tesi gli rimaneva stampato nell’interno delle palpebre fino a quando si metteva a letto, e lo accompagnava nel sonno.

mercoledì 9 giugno 2010

Su "Vocione" (Monk records, 2010)





Colpisce, nel progetto “Vocione”, di Marta Raviglia e Tony Cattano, la nudità. Ancor più che in “Morfeo”, l’altro duo della Raviglia con il vocalist Manuel Attanasio, Marta sottrae, essenzializza, spoglia il canto, trovando nel trombonista Tony Cattano un complice affiatato.
Dov’è l’armonia? ci chiediamo mentre ascoltiamo. Le due voci cantano libere, a volte l’una accompagna l’altra, a volte entrano in giochi di contrappunto, ma più spesso cantano spiegate, aperte, nude appunto, in una strana sintonia che non esclude il bisticcio o la gara e che fa a meno del rivestimento rassicurante delle armonie. L’ascoltatore è invitato a riempire i vuoti con l’immaginazione, a pensare gli accordi che mancano – ma a me piace lasciare la voce e il trombone da soli, in quel silenzio lievemente riverberante, senza ricondurli alla sintassi armonica, alle cadenze, alle risoluzioni. C’è un lato liberatorio, selvaggio quasi in questo cantare senza gli accordi di altri strumenti: è la rivendicazione orgogliosa di volerlo e poterlo fare, e di farlo senza ricorrere alle astuzie e alle carinerie di altri dui (si dirà?) impostati su voce e strumento, che giocano a denudare la musica senza farlo davvero (soprattutto perché infarciscono i pezzi di ospiti, e perché lo strumento resta uno strumento di accompagnamento).
Marta e Tony sono invece due voci soliste, che non rinunciano ad esserlo: e da questo incontro-scontro di ruoli sgorga una fertile tensione. Ad alimentare questa tensione contribuisce forse anche la storia intricata del progetto “Vocione” – una prima registrazione poi accantonata per problemi di qualità del suono, un vagare tra etichette fino all’approdo alla Monk, che sta mostrando grande coraggio nello sfidare allegramente convenzioni e tabù commerciali.

sabato 5 giugno 2010

"Rapsodia su un solo tema": una recensione

Su http://linsolito.net/ Matteo Di Giulio recensisce il mio "Rapsodia" accanto all'eccellente "Appuntamento" di Marco Codebò. Del pezzo di Matteo riporto la parte che mi riguarda.
"...Claudio Morandini, già lodato per Le larve (Pendragon),... al terzo romanzo sfrutta lo scalpello della musica colta del Novecento per una storia nelle epoche storiche. Rapsodia su un solo tema immagina un compositore russo, tale Rafail Dvoinikov, da riscoprire. Ci pensa uno studioso americano, Ethan Prescott, che viaggia tra Philadelphia e San Pietroburgo per rintracciare il maestro e ricomporne la biografia. Nel cinema li chiamano mockumentary, finti documentari, ed è qui che l'esperimento dello scrittore aostano si dimostra forte e funzionale. Nell'intreccio di tempi, di spazi (quasi un viaggio nel tempo), di prime e terze persone, di incastri di gendering e regimi. Ne deriva un romanzo politico, poetico, sociale, che perde per strada - volutamente - gli spunti di partenza ed elabora la sostanza con una competenza tecnica di prim'ordine. Le emozioni, da principio trattenute, si liberando voltando una pagina dietro l'altra. Una scoperta che da individuale diventa collettiva, polemica e infine semplicemente emozionante".
Matteo Di Giulio approfitta dell'occasione per tracciare un profilo della Manni, una realtà editoriale in cerca "della qualità, della sperimentazione, di autori fuori dagli schemi canonici".

"Rapsodia su un solo tema": una recensione



Compare sul numero di giugno del mensile "Rumore" una bella recensione di "Rapsodia su un solo tema" firmata da Giona A. Nazzaro.
"Con il suo terzo romanzo, Claudio Morandini imprime un’ulteriore accelerazione alla sua vertiginosa scalata stilistica. Se Nora e le ombre e Le larve avevano già ampiamente manifestato la straordinaria padronanza stilistica dello scrittore aostano, con Rapsodia su un solo tema Morandini firma senza timore di smentita quello che può essere ritenuto il suo lavoro migliore, più libero, più spericolato e soprattutto più complesso" scrive Giona A. Nazzaro.
E più avanti: "Morandini non solo si rivela acutissimo conoscitore di teorie musicali e composizione... ma riesce, attraverso questa struttura complessa e lieve al tempo stesso, a mettere in scena una danza degli equivoci del desiderio che ambisce alla compiutezza dell’opera d’arte totale. Come in sorprendente equilibrio tra Calvino e Bulgakov, questo dialogo a più voci fra musicisti dislocati in tempi e spazi diversi diventa il trionfo di una scrittura libera e assolutamente padrona di ogni sfumatura e accento".

giovedì 3 giugno 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 2: Jerry Seinfeld



In “Rapsodia” si parla con insistenza di sit-com, cioè di situation comedy – qualcuno me l’ha anche rimproverato, come se quell’ammicco guastasse la dignità dell’insieme. Ma citare la sit-com mi serviva per sottolineare il mondo eclettico dei riferimenti culturali, anche popolari, televisivi, di Ethan Prescott. Esistono sit-com detestabili, moralistiche, se non retrive, fondate su situazioni banali, su un familismo opprimente, su una sorta di gerarchia piramidale che parte dal capo (capofamiglia, capufficio, che so) e giù giù arriva ai gregari, alle vittime, ai buffoni; in queste nulla incrina l’ordine costituito, nulla spariglia i rapporti di potere; e l’umorismo è sempre indulgente con i difettucci dei potenti, mentre si accanisce sui poveracci, e non per i loro difetti, ma proprio perché sono poveracci. Queste sit-com sono deprimenti, e danno la misura di una società compressa e ingiusta, diffidente, mugugnante.
Ci sono altre sit-com, ci sono state anzi, in cui questo plumbeo universo immobile e fintamente ilare, in realtà torvo, si è trovato rovistato e scombinato: la migliore mi è sembrata senz’altro “Seinfeld” (NBC, 1989-1998), non a caso conosciuta poco e male in Italia, e solo nelle prime stagioni (le migliori, ad ogni modo, quelle precedenti al derivativismo un po’ meccanico che coglie anche i prodotti migliori, quando son tirati per le lunghe). Ho coltivato per conto mio una passione quasi clandestina, senz’altro di nicchia, per Seinfeld, per i gioiellini comici, miracoli di equilibrio tra umorismo non banale e ribaltamento cinico delle convenzioni: e immagino che anche Ethan Prescott avrà amato Seinfeld, anche se in “Rapsodia” confessa con un certo snobismo di prediligere le sit-com deteriori, quelle in cui la risata dello spettatore è veicolata dalle risate registrate, non scaturisce dalla bontà della battuta o dei tempi comici.
Ed è vero che ho pensato a certi dialoghi presenti nelle pagine diaristiche di Prescott come a immaginari dialoghi da sit-com, tant’è che pare, alle volte, di sentir davvero lontane risate preregistrate rispondere alle battute – ma no, è Dvoinikov che in un’altra stanza tossisce o borbotta, o ride per motivi suoi.