lunedì 31 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema" e "Quello che brucia non ritorna" alla libreria Minerva di Aosta, 2



Rieccomi a parlare dell’incontro con Matteo Di Giulio avvenuto sabato 29 paggio alla libreria Minerva di Aosta. In un post precedente ho notato soprattutto le singolari affinità tra i nostri ultimi romanzi, nel corso della piacevolissima chiacchierata con Matteo è emersa anche qualche differenza. La più forte sta forse nel rapporto con il luogo in cui si è nati e si vive, e che per Matteo è Milano, per me Aosta. Ora, Di Giulio riconosce di coltivare un rapporto di amore-odio con Milano, e sente questo rapporto tanto stretto da non poter fare a meno di parlarne (di scriverne, cioè). La sua Milano è onnipresente, e lo era anche nel suo romanzo precedente, “La Milano d’acqua e sabbia”: una città degradata e disumana, lottizzata e sporca, in cui l’ultramoderno nasconde tare e magagne, in cui il sentimento dominante è la diffidenza, una diffidenza spesso aggressiva e ottusa. La stessa Milano la ritroviamo in “Quello che brucia non ritorna”, dove il confronto tra la città degli anni novanta e quella di oggi mostra come, un decennio fa, in mezzo ai cascami degli anni ottanta, alla deriva morale, esistessero ancora, e in pieno centro, spazi di libertà e di aggregazione, negozi, centri sociali, ritrovi; oggi, invece, il centro è stato omologato, ripulito, spersonalizzato, e quegli spazi di libertà e di antagonismo o sono stati chiusi per sempre o sono scivolati verso le fasce periferiche. Tutto questo per dire che Matteo Di Giulio la sua Milano la vive così intensamente da non poterla che rendere la mappa geografica che anche i suoi personaggi percorrono.

A me, che sono nato e vivo ad Aosta, invece non viene l’idea di ambientare ad Aosta le mie storie. Proprio non ci riesco. Ne respiro la limitatezza, le occasioni perdute, il provincialismo inconsapevole ma fortissimo, e reagisco prescindendone. Certo, in “Nora e le ombre” la città di provincia che fa da sfondo alle vicende di Nora, De Mastris e compagnia bella assomiglia molto a un’Aosta sbattuta in mezzo a una pianura. E in “Fosca” abbozzo scenette di bucolica sarcastica che rimandano a ambienti montani di queste parti – ma faceva parte del gioco, e non avrei mai avuto quest’idea se non mi fosse stato imposto dal progetto generale dell’antologia “Nero Piemonte e Valle d’Aosta”. Ad ogni modo, la pianura immaginaria de “Le larve” e il via vai tra Philadelphia e la campagna attorno a San Pietroburgo di “Rapsodia su un solo tema” sono la risposta definitiva (“Aosta dov’è?” credo di avere più o meno risposto nell’ultima intervista di Giulio Cappa, in una parte poi tagliata. “È laggiù, laggiù, sorvolata probabilmente dalle rotte aeree, e tanto basta”). Come dire: ad Aosta già ci vivo, non è il caso di scriverne pure. E Torino per fortuna è a un’ora di macchina. E il web consente di aprirsi all’esplorazione di altri spazi assai più eccitanti anche stando qui. E la letteratura fa il resto, e lo fa egregiamente, definitivamente.
Due modi opposti di reagire agli spazi in cui viviamo, quello di Matteo e il mio: immagino che in letteratura siano legittimi entrambi.

venerdì 28 maggio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 1: Igor Stravinsky, "Cronache della mia vita"



Non lo nego: c’è molto Stravinsky nella costruzione di un personaggio come Dvoinikov. Le differenze tra i due sono notevoli: due storie umane contrapposte, da una parte il musicista cosmopolita, nostalgicamente legato a una Russia prerivoluzionaria, in perenne viaggio nel mondo, esule di lusso, fondatore di mode e di stili fin quasi alla fine della sua vita; dall’altra il musicista isolato, isolatissimo anzi, impelagato nella storia dell’Unione Sovietica, in esilio dal potere ma sempre entro i confini del suo paese, e lontano dalle mode, anzi sempre più fuori moda. Eppure tra i due corrono legami sottili ma costanti, confermati anche dall’immagine di copertina.
Uno di questi legami sta nel ricordo, sempre vivo, delle prime pagine delle “Cronache della mia vita”, quelle pagine nelle quali Stravinsky rievoca l’infanzia e i primi contatti con la musica, o per meglio dire il mondo dei suoni. Sono pagine affascinanti e bizzarre, ben diverse da quelle della seconda metà, in cui prevale il resoconto cronachistico di viaggi, incontri, tournée, commissioni, e che trasmettono un crescente senso di noia e di distacco.
“Così, una delle prime impressioni sonore che ricordo può parer molto strana” (cito dalla traduzione di Alberto Mantelli per Feltrinelli, 1979, sintetizzando a malincuore). In campagna, d’estate: “un enorme contadino seduto sull’estremità di un tronco d’albero... Era muto, ma faceva schioccare molto rumorosamente la lingua… Per divertire i ragazzi, egli si metteva a cantare. Il canto era accompagnato da due sillabe, le sole che riusciva a pronunciare, prive di qualsiasi senso… Accompagnava questo schioccare nel seguente modo: applicava la palma della mano destra sotto l’ascella sinistra, poi, con un gesto rapido, faceva muovere il braccio sinistro appoggiandolo sulla mano destra. Faceva così uscire da sotto la camicia una serie di suoni abbastanza sospetti… che per eufemismo si potevano definire “baci di nutrice” e che il piccolo Igor si sforzava “con molto zelo” di imitare, sconcertando i familiari.
Segue il ricordo dei canti contadini (femminili, all’unisono) e, anche in questo caso, il tentativo di imitarli. La conclusione dell’episodio potrebbe essere sottoscritta dallo stesso Dvoinikov: “Questo semplice fatto, dopo tutto assai insignificante, ha per me un senso particolare, perché, a partire da quel momento, presi coscienza di me stesso come musicista”.

giovedì 27 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema" e "Quello che brucia non ritorna" alla libreria Minerva di Aosta



Sono molto curioso di vedere che cosa verrà fuori dalla conversazione che Matteo Di Giulio ed io avremo sabato 29 maggio alla libreria Minerva di Aosta. Tra i nostri romanzi ci sono alcuni punti in comune che mi paiono significativi, non occasionali (tutto può essere collegato con tutto, d’accordo, anche gli asparagi e l’immortalità dell’anima, come insegnava Achille Campanile; ma qui gli elementi di connessione sono sostanziali, e raccontano di temi che stanno a cuore a entrambi).
Prima di tutto la musica: quella colta del Novecento, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, con varie puntate in altri generi, a ventaglio; quella rigorosamente circoscritta dall’etichetta del punk hardcore degli anni novanta in “Quello che brucia non ritorna” di Matteo.
Poi l’approccio alla musica: fitto di nomi, riferimenti, luoghi, titoli, citati come se fossero parte di un vissuto comune – e sia in “Rapsodia sia in “Quello che brucia” il lettore è chiamato a condividere tutti quei nomi, a fidarsene, ad abbandonarsi alla bellezza dell’elenco, a intuire l’aura di rimandi che ogni nome si porta dietro (attorno, per meglio dire). È un approccio da dilettante appassionato della materia, da collezionista incline al completismo – solo un approccio così garantisce libertà di movimento, invenzione, e anche, all’occorrenza, sguardo ironico sull’oggetto delle proprie attenzioni oltre che su se stessi. E Matteo Di Giulio ha praticato il punk, ha suonato, ha collezionato dischi, ha incontrato musicisti. Queste esperienze si sono sedimentate nella materia di un romanzo fertile e dolentemente personale.
E poi: anche Matteo ha sentito il bisogno, dopo “Milano d’acqua e sabbia”, di tentare una via più personale, svincolata dalle convenzioni dei generi (quelle del giallo urbano, nel suo caso). E questo mi pare un altro punto in comune, su cui mi piacerà conversare. “Quello che brucia non ritorna” traccia davvero un percorso originale, anche dal punto di vista espressivo, e sembra rispondere a un’urgenza interiore, non a un progetto studiato a tavolino.
Un altro aspetto che ci avvicina sta nell’inquietudine dei protagonisti, nella necessità di muoversi, di tornare. Smalley, il protagonista di “Quello che brucia”, da Amsterdam torna a Milano, una Milano sordida e decadente, priva di quegli elementi (ritrovi, negozi di dischi, centri sociali) che la rendevano vivibile una decina di anni prima; il suo tornare nei luoghi è anche, ovviamente, un tornare indietro, via via più disincantato, nel tempo, una scoperta del declino, la netta percezione della deriva verso il peggio. Allo stesso tempo, è la ricerca di quei frammenti di passato che possono restituire un senso al suo presente, ed è, soprattutto, la ricerca del conforto degli affetti – quelli ancora rintracciabili. Anche Ethan Prescott, uno dei protagonisti del mio “Rapsodia”, si muove avanti e indietro da Philadelphia a San Pietroburgo, ed è colto, come gli altri personaggi del romanzo, da un’inquietudine di fondo, che lui potrebbe giustificare interpretandola come inclinazione al cosmopolitismo, ma che è invece sintomo di una vasta insoddisfazione. E anche il mio Prescott orchestra viaggi che sono anche balzi all’indietro, esplorazioni del passato (di un passato non suo, oltretutto, e che lui va scoprendo, senza forse capirlo del tutto, un po’ alla volta, attraverso la rievocazione di Dvoinikov e le fonti fornite da Polina).
Per finire, mi ha colpito che anche in “Quello che brucia” il tema della musica sia legato a quello del rapporto con il potere – un potere oppressivo, che si manifesta con le cariche della polizia, le chiusure degli spazi alternativi, i controlli, le botte, e soprattutto forse con l’invasione proterva di questi spazi da parte di una Milano consumistica, amorale, diffidente, ottusa. Nel romanzo di Matteo, questo conflitto tra libera espressione musicale e potere è anche uno scontro bruciante e violento tra generazioni – figli contro padri, padri contro figli, spietatamente, ciecamente. In questo conflitto, raccontato come se fosse il retaggio ineludibile di contrapposizioni arcaiche, anche la vendetta finisce per avere un senso – ma sto dicendo troppo.
Insomma, sono impaziente di sentire da Matteo Di Giulio che cosa pensi di questi connessioni possibili tra il suo romanzo e il mio. Ne riparleremo.

lunedì 24 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema": una recensione

Stefania Celesia è una lettrice sensibile e attenta: per questo mi fa particolarmente piacere quello che ha scritto del mio "Rapsodia su un solo tema" nella sua rubrica “Fruscio di pagine – Novità e curiosità in libreria” su “Gazzetta Matin” del 24 maggio 2010.

“Lei ha imparato a convivere con un segreto, che rivela solo a coloro che ritiene pronti. E ama di un sofisticato amore quel segreto, perché esso lo rende diverso dagli altri, migliore – e non parlo dell’essere un compositore”. Dopo Nora e le ombre e Le larve, l’autore sceglie per il suo terzo romanzo una veste nuova che racchiude al suo interno diversi e preziosi ornamenti. E così la scrittura si anima, si trasforma e si completa in un girotondo di stili e forme: dalle lettere al saggio, dalle pagine di conversazioni e di diario alla trascrizione di un pamphlet settecentesco. In apparenza protagonista, la musica dà il titolo al libro, ne accompagna la trama, i suoi protagonisti, ma si svela pretesto per riflessioni, ricerca di senso, scoperta di pensieri. La rapsodia di Dvoinikov ha un solo tema, il più dolce di tutto il Novecento, e viene suonato una volta sola, all’inizio: “ce ne fa sentire subito la nostalgia (…), pare prepararne l’evocazione in più momenti, ma ci lascia sempre delusi. Il supplizio di questa attesa tradita, misteriosamente, suona dolcissimo, irresistibile. È come addormentarsi desiderano di morire”. Ancora una volta Morandini ci regala una scrittura intensa, completa ma non conclusa all’interno della quale serpeggia, con leggerezza, quella sottile sensazione di attesa, vana ed inevitabile, per qualcosa che non verrà più o non verrà mai. Una sensazione che s’insinua nel lettore grazie o per colpa di un’ironia malinconica che, qua e là e mai a caso, fa capolino nella narrazione e che si rafforza nel sorprendente finale che rimette ordine nell’apparente disordine del testo. Al lettore non resta che prenderne atto.

mercoledì 19 maggio 2010

Da "Letteratitudine": il Salone del libro di Torino 2010

(Ecco il mio secondo intervento da Letteratitudine, a proposito della seconda esplorazione del SAlone del libro di Torino 2010.)

Oggi, domenica 16, è il giorno della esplorazione sistematica, cartina alla mano. Perdo in realtà quasi subito la cartina, in mezzo ai libri e ai cataloghi, e vago a spirale invece che a zig zag, ma non importa. Mentre mia moglie preferisce dedicarsi alle conferenze, io parto alla ricerca degli stand degli editori dal catalogo affascinante, fatto di titoli che vorrei avere tutti.
Diabasis è uno di questi: ogni libro è una perlustrazione di spazi, un’indagine di luoghi. La narrativa va alla deriva in geografie filtrate dalla memoria o dall’immaginazione. Quest’anno tocca a “Dalla stiva di una nave blasfema” di Francesco Permunian (l’anno scorso ho scoperto il delizioso “Bondville” della Gussoni).
Un altro raffinato editore di luoghi, memorie e scritture è Interlinea. A malincuore, dopo aver tentennato parecchio in mezzo all’esposizione dei titoli in catalogo, scelgo l’antologia di saggi “Il silenzio” (è forse il crescente frastuono di fondo del Salone a impormi questa scelta).
E poi Casagrande, il finissimo editore ticinese i cui libri raccontano il confine non come arroccamento e chiusura, ma come apertura curiosa, come dilatazione di sguardi. Anche qui, rinuncio a parecchi titoli che mi interessano e me ne vado (a malincuore, sempre) con il solo “L’anno della valanga” di Giovanni Orelli.
I piccoli editori di qualità riservano sempre sorprese. L’indagine sui linguaggi dell’arte portata avanti da ObarraO meriterebbe un’attenzione particolare. Quest’anno tocca a “La creazione del nulla” di Sabina Villa (l’anno scorso mi sono inerpicato lungo i ragionamenti de “La giornata di un compositore” di Zago, che forse ho già citato altrove). Tengo sotto osservazione (nel senso più benevolo del termine, e anzi con ammirazione) i ripescaggi e le delikatessen di :due punti, di cui prendo l’esile e gustoso “I mimi”, di Marcel Schwob.

Una pausa rigenerante di un paio d’ore, ad ascoltare le presentazioni di Paola Baratto e Enza Silvestrini, entrambe mie compagne di collana, e a scoprire come per tutti gli scrittori consapevoli la scrittura sia soprattutto riflessione e sottrazione. Poi si riparte.
Ronzo ingolosito attorno a Passigli, a La lepre, a ETS, (di colpo mi sembra irrinunciabile “Per chi guarda nella stufa” di Lawrence Jeffery)… E Keller? Memorie di sofferenze, vite difficili, scritture eccelse, un catalogo mai scontato. Mi accaparro l’antologia “Voci di fiume”.
Approdo da Gaffi, dove incontro degli amici, ammiro la qualità e l’originalità delle scelte, e scopro che c’è il mio amato Chessex in catalogo. Me ne vado con “Corpi barocchi” di Luca Scarlini. A più riprese torno da Manni (oggi sto buono, mi contento del solo “Amore, com’è ferito il secolo” di Giorgio Caproni), dove provo la sensazione eccitante di sentirmi a casa, e in un’ottima casa.
Prima di partire, passo allo stand della Perrone, a incontrare qualche collega dell’antologia “Nero Piemonte e Valle d’Aosta – Geografie del mistero” che ospita un mio raccontino, “Fosca – Una novella valdostana” (lo so, lo so, il titolo suona uno sbeffeggiamento a Tarchetti e a Giacosa).

Per questo il Salone ha un senso. Non mi sono accorto quasi del luna park mediatico, delle presenze imbarazzanti, dell’ingombro delle case massime, quelle i cui titoli troveresti anche nell’edicola sotto casa o all’autogrill. Quasi: perché il rumore di fondo è spaventoso, come sempre, gli assembramenti in entrata e uscita difficilmente aggirabili. Ma appunto, al di là di queste zone sovreccitate, c’è il Salone, addirittura il Salotto, angoli di pace in cui conversare è possibile, in cui puoi farlo con l’editore o con redattori, e sentire chiaramente che per loro pubblicare un libro nasce soprattutto da un’intenzione culturale.
E per concludere: i libri è bello e giusto comprarli in libreria. Ecco perché mi sono trattenuto.

Da "Letteratitudine": il Salone del libro di Torino 2010

(Posto - pardon - anche qui due miei interventi che il bel sito di Massimo Maugeri Letteratitudine ha ospitato nei giorni scorsi.)

Venerdì 14 maggio, ore 16.30: prima esplorazione (frettolosa, d’accordo, e stralunata) del Salone del libro di Torino, dopo la presentazione del mio “Rapsodia ecc.” nel piccolo ma accogliente stand della Regione Puglia, e dopo aver salutato gli amici (Stefano Peloso, Marco Gigliotti e Francesco Sparacino, della rivista “Colla”, che ha ospitato le prime pagine del romanzo, Marco Codebò, autore di quel gioiellino che è “Appuntamento”, l’insostituibile Agnese Manni, e vari altri…).
Il tema della memoria lo vedo ovunque, e non potrebbe essere altrimenti: dove ci sono libri, c’è un sedimento di memoria, individuale o collettiva; ogni parola scritta risuona della memoria di tutte le volte in cui è stata usata (non sentiamo tutti questi armonici, è vero, ma è solo per colpa della nostra limitata capacità di percezione). Ogni libro vive del confronto tra il passato e il presente (o tra molti passati e molti presenti), si alimenta della nostra ricostruzione del passato attraverso la memoria (una memoria che reinventa, sostituisce, risana, mette ordine, armonizza, tira fili, allaccia, costruisce ponti, scopre connessioni). Girare tra gli stand di questo Salone, o entrare in una libreria, mi dà da sempre la netta sensazione di trovarmi in uno spazio in cui la memoria individuale di ognuno diventa collettiva: e non parlo solo di quella di chi scrive e ha la ventura di farsi pubblicare, ma anche di chi legge, e in quelle pagine riconosce le proprie esperienze, e in quelle parole quelle che avrebbe voluto usare per condividere a sua volta il suo passato.
Così, oggi (ieri, cioè) ho cercato libri in cui il fertile gioco della memoria è prepotente: “Un piccolo grande Novecento”, in cui Antonio Debenedetti conversa con Paolo Di Paolo; “Terrapadre” di Silvia Martufi; “Satyricon e Satiricon” di Luca Canali; e, per entrare su un piano più direttamente storico, “Sotto falso nome” di Raffaella Simili e l’ormai classico “Zia, che cos’è la Resistenza?” di Tina Anselmi, che voglio utilizzare a scuola l’anno prossimo, perché la memoria di questi tempi va puntellata e rinforzata per benino, prima che sia troppo tardi.

lunedì 17 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Sick Girl"

Ecco un'altra parte dell'intervista rilasciata a Barbara Baraldi (leggete il suo "Lullaby", Castelvecchi) per "Sick Girl", http://sickgirl.it/magazine.php?s=Interviste&n=348

Seguendo le tracce della vita del grande compositore russo, Ethan ritrova pezzi di se stesso perduti o si perde definitivamente?

Il giovane americano Ethan Prescott è alla ricerca prima di tutto di un maestro, uno di quelli su cui si è formato, che ha scoperto da sé, e che ha coltivato come un piccolo culto personale. Lo vuole scoprire, e lo vuole far scoprire al mondo. In questo c’è probabilmente anche un po’ di vanità, o di presunzione: Prescott sente di essere la persona adatta a restituire fama a un compositore dimenticato, e spera in un po’ di gratitudine. C’è comunque soprattutto la necessità di Prescott di un riferimento solido, di un maestro, di una sorta di padre artistico. Non troverà in Dvoinikov quello che sperava di trovare – Dvoinikov è sfuggente, elusivo, e sembra giocare a smentire le attese dell’americano, a smontare le sue tesi, talvolta è deludente, insomma non è un modello, è un uomo, per giunta parecchio complesso.
Ma è vero quello che dici, Prescott si perde. La sua è una deriva non programmata, dietro a un solo tema ascoltato una volta all’inizio, e poi inseguito invano, appunto. Intanto è un allontanamento da Carl Thalberg, il suo compagno, dalle sue attenzioni ansiose. Ethan ama Carl, ma è probabilmente spaventato dal futuro accanto a un Carl sempre più vecchio. C’è poi un’inquietudine di fondo in Ethan Prescott, un’insoddisfazione che lo spinge a partire, sobbarcandosi ore e ore di viaggio, poi a tornare, a ripartire, e così via. C’è la scoperta di sofferenze, pulsioni e dubbi di cui prima non ha mai sospettato la portata. L’incontro con Polina, la giovane assistente che sta sfiorendo accanto a Dvoinikov, complicherà e dilaterà questa inquietudine.
Ma non è solo questo. Ethan è messo in crisi da Dvoinikov. Il primo, esponente brillante di una società libera fondata sulle leggi del mercato, scopre (glielo fa scoprire il vecchio russo, con sarcasmo) che ciò che si vuole da lui non è poi tanto diverso da quello che volevano i fautori del realismo socialista: un’arte addomesticata, piacevole, rassicurante, celebrativa, riconoscibile. Broadway non è così lontana dai ballettoni del Kirov, per dire, almeno quanto a risultati. Per Prescott anche questo (lo scoprirsi assoggettato ai condizionamenti altrui) è un trauma.

venerdì 14 maggio 2010

"Rapsodia": Matteo di Giulio su anobii

Matteo di Giulio, autore tra l'altro del potente e appassionato "Quello che brucia non ritorna" (Agenzia X) ha scritto queste righe sul mio "Rapsodia su un solo tema" per anobii (http://www.anobii.com/books/Rapsodia_su_un_solo_tema/9788862662420/01f48d8d579db9b905/).

Un viaggio immaginario nella biografia di un misconosciuto compositore russo. Uno studioso americano si mette a nudo, ma è soprattutto l'autore, il valdostano Claudio Morandini, a compiere un atto di incredibile onestà narrativa, spingendo la prosa verso una non-fiction volutamente scarna, che sa di diario, di appunti, di frasi rubate ai taccuini. Un esperimento di anti-romanzo che si scopre strada facendo, una lingua aulica e lirica, come si addice al tema della musica classica che permea l'intero libro. Un saggio, un'epopea, uno studio, un'ironica dissertazione romanzata: nella varietà, ed è questo il successo di un piccolo capolavoro di coerenza e fantasia, però a risaltare in assoluto è principalmente la sobrietà. Un romanzo importante, un tentativo letterario riuscito di andare oltre la classica pagina di scrittura artigianale.

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Sick Girl"

Ecco parte della bella intervista che mi ha fatto Barbara Baraldi per la rivista "Sick Girl". Si può leggere la versione integrale su http://sickgirl.it/magazine.php?&s=interviste&n=348

E ora arriviamo alla tua ultima fatica. Cosa si deve aspettare chi si accinge a leggere "Rapsodia su un solo tema?"

Non lasciatevi ingannare dal titolo, dal sottotitolo e dalla copertina: fanno parte del gioco, nel senso che preludono a un trattato che in realtà è un romanzo. Un trattato di musicologia, per giunta con implicazioni storiche. Però si tratta di un depistaggio gentile, la cifra costante del libro è la leggerezza, il colore persistente è una specie di ironia malinconica, o di malinconia ironica. La musica ha un ruolo determinante, è vero, e le pagine dedicate all’analisi di composizioni immaginarie sono numerose: ma a contare in “Rapsodia” soprattutto sono i musicisti, le vite dei personaggi insomma, i loro sentimenti, le loro giornate, le aspirazioni, le sofferenze, le illusioni… Il tutto osservato da più sguardi – su tutti prevalgono quello lieve e anche un tantino fatuo di Ethan Prescott, quello più disincantato e amaro di Rafail Dvoinikov, ma da un certo punto anche quello divertito e sconcertato del protagonista del pamphlet settecentesco sul Secolo ventesimo.

Chi è Rafail Dvoinikov e cosa rappresenta?

Dvoinikov è un uomo che tutto sommato ha saputo mantenersi integro, come uomo e come artista, anche scendendo a compromessi. È un compositore che non è riuscito a nascondere del tutto le tracce della sua personalità musicale nelle opere più celebrative – Prescott ama questa prepotenza di personalità, insegue queste tracce di modernità, questo affiorare dell’originalità nella palude del conformismo e dell’accademismo.
Ma è anche un isolato, un esule in casa propria, il quale per combattere noia e paura si dà a un dongiovannismo compulsivo.
La sua musica (sua di Dvoinikov, intendo) è esemplificata dalla composizione che dà anche titolo al romanzo: un ossimoro, perché la rapsodia è una forma che combina più temi, mentre questa è fatta di un solo tema, che si fa ascoltare una sola volta, all’inizio, e poi si fa desiderare invano fino alla fine. Questo senso di attesa di qualcosa che non verrà più, e che forse è solo frutto di un sogno, è solo una fantasticheria, una pietosa insania – questo senso di perdita via via più intenso è probabilmente una delle chiavi del romanzo.

domenica 2 maggio 2010

"Fosca - Una novella valdostana"



Quasi due anni fa, passai a Fabiana Piersanti il mio racconto "Fosca" per sapere che cosa ne pensasse. Ben presto ricevetti queste righe di commento, che ho conservate e che ora posto (pardon) in occasione dell'uscita di "Fosca" (divenuta nel frattempo "Fosca - Una novella valdostana") nell'antologia "Nero Piemonte e Valle d'Aosta - Geografie del mistero", a cura di Barbara Balbiano (Perrone).

"Ho letto la tua Fosca stamattina e, ora che ho smaltito i brividi, posso parlartene con più serenità.
Non stento a credere che sarà il noir - sempre ammesso che possa definirsi noir - più singolare della raccolta. Il tuo stile è inconfondibile e con piacere ho ritrovato, in questo raccontino - '-ino' per le dimensioni, per carità - tutte le caratteristiche della tua penna che tanto mi sono care. Oramai è così dilettevole l'esercizio al quale mi sottopongo ogni volta che ti leggo che ormai l'attendo con una certa ansia. Parlo del ricorrere al dizionario, dello scoprire su quale sinonimo è andata a cadere la tua scelta per mettere in luce quella sfumatura...

Ho notato una cosa: stavolta non ti affidi alla sola tua maestria nel formulare metafore (ce ne sono alcune che mi hanno davvero emozionato) per suggerire immagini e atmosfere, ma calchi molto sulla crudezza quasi morfologica di alcune parole (quella "merda", buttata lì, per esempio, è molto forte).
Mi piace il fatto che anche qui non ti soffermi a cercare di costruire facili suspense: tutto è annunciato; il lettore, fin dalle prime righe, può tracciare una plausibile lista di vittime e di efferatezze. L'attorno così ben esaminato impone la contestualizzazione di ogni azione. Si sa, sì, che la mucca è cattiva, è colpevole, sta nel torto, ma in qualche momento la si guarda sorprendentemente con occhi compassionevoli: la scena del parto è terribile, è disgustosa, è nauseabonda; il lettore dovrebbe felicitarsi della giusta punizione divina (o del dono demoniaco) inflitta, ma non è così: si prova tenerezza per il comportamento di Fosca nei confronti del suo aborto. Ma anche qui potrebbe celarsi un inganno (ma forse sono solo io che vaneggio): la ricerca del figlio da parte di Fosca potrebbe essere interpretato come un gesto commoventemente amorevole, ma anche come il mancato ripudio della sua componente demoniaca.
Senti, Claudio, potrei andare avanti per un'oretta buona. Davvero. Ma questo però devo dirtelo: la scena delle galline e della vedova guaritrice mi ha fatto rotolare dal ridere. Quella battuta, poi: "potrei risuscitarle", ho rischiato l'infarto...".