venerdì 30 aprile 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott: la "Jeanne d'Arc au bûcher" di Honegger



Sono stati ritrovati questi pochi appunti di Ethan Prescott su un programma di sala di un concerto del marzo 1989. Il soggetto è l'oratorio di Arthur Honegger "Jeanne d'Arc au bûcher", del 1935.

Che straordinaria ricchezza di stili, che abbondanza di rimandi... a volte c'è un intasamento dello spazio sonoro che lascia senza fiato... con quel coro onnipresente (le voci!)...
E proprio quando la saturazione armonica sembra diventare insopportabile, ecco le trame divenire aeree, lievi, perdersi nel silenzio... il passaggio dal serio al comico, dal burlesco (pesantuccio, anche) al tragico....
Gesti retorici ampi, ma sinceri e convincenti. Come nello Stravinsky neoclassico (nell'Edipo re, per dire l'oratorio che mi è parso più vicino a questo), tutta la storia della musica dentro, dal gregoriano al corale, all'espressionismo al vaudeville, allo stesso Stravinsky, ma senza l'algida impassibilità di quest'ultimo nel trattare le parodie...

giovedì 29 aprile 2010

Consigli

Fa molto piacere vedere il proprio romanzo consigliato da amici di grande sensibilità e cultura: il primo è stato Guido Conterio, in una densa scheda su ibs, e già l'ho citato in un post di qualche giorno fa (http://www.ibs.it/code/9788862662420/morandini-claudio/rapsodia-su-un-solo.html); e poi Giona A. Nazzaro, che, intervistato da Barbara Baraldi per "Sickgirl Magazine" a proposito del suo "A Mon Dragone c'è il diavolo", alla domanda "E ora è il momento dei consigli letterari e cinematografici. Tre film e tre libri da vedere e leggere assolutamente" risponde "Mi limito a un libro: RAPSODIA SU UN SOLO TEMA di Claudio Morandini" (http://www.sickgirl.it/magazine.php?s=interviste&n=340).
Infine Paola Baratto, autrice dell'ultimo bellissimo "Saluti dall'esilio", di cui prima poi scriverò qualcosa: alla domanda posta dall'intervistatrice Piera Maculotti per il "Giornale di Brescia" del 24/04/2010, "Ultimamente ha letto qualche libro che l’ha colpita?" Paola riponde "Thérèse Desqueyroux di François Mauriac e tutti i potenti romanzi dell’autrice ungherese Magda Szabò. Tra gli emergenti italiani l’ultimo di Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema".

sabato 24 aprile 2010

L'esilio, più o meno



Questo pomeriggio, conversando con Nathalie Dorigato in occasione della presentazione a Agorà di “Rapsodia su un solo tema”, ho toccato il tema dell’esilio, che è anche il tema a cui quest’anno è dedicato Babel, il festival della parola di Aosta. Provo a parafrasare quello che ci siamo detti.
È vero, il sentimento dell’esilio è ben presente nel romanzo. Non solo perché Dvoinikov è emerso da una lunga fase storica che lo ha costretto a isolarsi dal mondo; egli stesso si è costretto a una sorta di esilio in casa, per stare lontano e in un certo senso farsi dimenticare da Galavamov, il suo persecutore – senza riuscirci, ma insomma riuscendo a sopravvivere. Ma anche in seguito, vuoi per il passare delle mode, vuoi per il carattere introverso, scontroso anche, con punte di bizzarria scostante, vuoi per l’avanzare dell’età e l’allontanarsi da un mondo che cambia e che non si fa più capire, Dvoinikov si è esiliato – in campagna, in una dacia, in poche stanze anzi di quella dacia. Il mondo lo ha dimenticato, nessuno passa più a intervistarlo o a salutarlo da un pezzo.
Ma anche prima, Dvoinikov è rimasto un isolato. A differenza di altri compositori sovietici, che coltivavano prudenti contatti con l’estero, e a volte potevano viaggiare in paesi stranieri, pur tra mille precauzioni, Dvoinikov sembra non essersi mai mosso dalla sua terra. Di lui sono arrivate fortunosamente alcune partiture negli Stati Uniti, e ogni tanto qualcuno sembra ricordarsi di lui – lo fa il giovane Prescott, incline al cosmopolitismo, pronto a sobbarcarsi ore e ore di viaggio senza apparentemente provare stanchezza, e questo cercare il vecchio maestro per restituirlo alla gloria che merita è sì l’atto di omaggio di un allievo nei confronti del maestro ideale, ma anche, forse, un gratificante sentirsi fautore di una riscoperta.
C’è un altro esiliato nel romanzo, ed è Arkady Klyuev, quell’incrocio tra Rachmaninov, Scriabin e Liberace che è stato uno degli amici più affettuosi di Dvoinikov negli anni venti. Quando, già malato, irrimediabilmente inviso al regime e soprattutto a Galavamov, Klyuev emigra negli Stati Uniti, spera forse di trovare una libertà nuova e definitiva. Ma il soggiorno americano lo riduce a una macchietta salottiera, a una sorta di Liberace appunto, ne stravolge non solo l’aspetto fisico, ma anche la coscienza, e la natura musicale: lo rende fatuo, ammiccante, grottesco. Nel suo caso, addirittura, l’influsso del potere (televisivo, in particolare) è ben più invasivo e deformante di quello a cui ha dovuto sottostare Dvoinikov rimasto in Unione Sovietica.
Insomma, e improvvisando un po’: per Dvoinikov l’esilio, pur casalingo, agreste, rappresenta una relativa salvezza, la preservazione di un residuo di libertà; nel caso di Klyuev, l’esilio in America ha invece un effetto distruttivo – il che, visti i riferimenti geografici e storici, rappresenta un bel ribaltamento di un luogo comune.

venerdì 23 aprile 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Giulio Cappa (2b)


In margine alle belle "Note a margine" di Giulio Cappa, finite nel precedente post:

- è vero, Prescott coltiva nel campo musicale molte delle mie idiosincrasie (ah, che sollievo poter fargli dire cattiverie sul minimalismo o su Gorecki!); ma mi sono trattenuto: per esempio, non gli ho fatto nominare Prince, che resta (oggi meno di un tempo, però) una mia passionaccia; quanto alla Minogue, di lei mi colpisce (colpiva, ecco) il sex appeal - bella vocetta, certo, intrigante il giusto, però...

- è vero, ho tenuto a bada il "bello scrivere", anche rischiando di lasciare qualche sciatteria di troppo: troppo lavoro di fino avrebbe cozzato con l'impalcatura provvisoria, incompiuta del romanzo. Mi dico però, a posteriori, che il Prescott scrive forse un tantino ipotattico per essere un vero americano (ma è un americano snob, mi rispondo da me, uno che usa il francese qua e là come il vecchio russo: uno così può benissimo inseguire una sua idea di stile all'europea, all'italiana...).

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Giulio Cappa (2)

Pubblico volentieri alcune "Osservazioni a margine" che Giulio Cappa mi ha fatto avere come postille al testo del servizio televisivo.

Morandini riesce a evitare il bello scrivere e i virtuosismi o le bellurie della parola: le scritture di cui si compone il libro sono tutte "voci" ben distinte l'una dall'altra: il diario, i saggi, i documenti, il racconto di Dvoinikov, i resoconti, il libro settecentesco. Una storia non a matrioska, perché gli elementi non sono uno dentro l'altro, ma uno accanto all'altro se mai come tessere di un mosaico


il Morandini noir, quello umoristico, quello cinico sono tenuti molto a freno: non assenti, ma messi al servizio di altri due Morandini: il musicista e il narratore


lo svolgersi della vicenda permette all'autore di esprimere competenze e considerazioni sulla musica a tutto campo; l'intero "Viaggio musicale nel secolo ventesimo" scritto da un antenato tedesco di Dvoinikov vissuto nel secolo XVIII gli offre la possibilità di una descrizione "straniata" - alla Sklovski - e satirica della scena musicale contemporanea


ma giudizi e notazioni sulla musica del 900 e di oggi sono presenti in tutto il libro: pollice verso per i Carmina Burana, il minimalismo americano, Rachmaninov: la musica techno è all'orecchio del protagonista è "un piatto martellio di suoni digitali, privo oltre tutto di qualsiasi interesse ritmico, giocato sulla più prevedibile scansione di un 4/4" o ancora "pura scansione metronomica e scalette frigie". Non si salva il jazz, definito strutturalmente musica popolare, elementare in molte sue componenti. Sono, questi, giudizi del protagonista, anche se nel "salvare" Britten e Kylie Minogue forse l'autore presta qualcosa di sé


il Morandini più importante, il narratore, si cimenta qui con ambienti diversi da quelli tutto sommato domestici di "Nora e le ombre" e delle "Larve". La "Rapsodia su un solo tema" si svolge in molti momenti dello spazio come in molti luoghi del tempo; c'è l'America, la Russia di ieri e di oggi, il protagonista approfitta della relatività osservando la realtà da un treno, un aereo o un pensiero in movimento

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Giulio Cappa

Ecco il testo del bel servizio che Giulio Cappa ha dedicato a "Rapsodia su un solo tema" all'interno di "Buongiorno Regione", trasmissione della RAI Valle d'Aosta, il 23 aprile 2010.


Dopo “Nora e le ombre”, dopo “Le larve”, Claudio Morandini correva il rischio di farsi una fama da romanziere del mistero e dell’orrore, di lucido indagatore e fustigatore di aldilà improbabili, di passati inconfessabili e di presenti miserie. In questo terzo romanzo, “Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov”, l’atmosfera è completamente diversa. Ethan Prescott, giovane e brillante compositore americano – parliamo di musica “colta”, “classica”, per intenderci – decide di occuparsi di un musicista russo, in qualche modo sopravvissuto al comunismo, un maestro nascosto e controverso, autore di musiche importanti, alcune di valore assoluto. Intorno ai colloqui tra i due musicisti Morandini tesse una serie di racconti che riguardano il privato del giovane e il passato del maestro, insieme a documenti, trascrizioni di interrogatori, recensioni e testimonianze. C’è anche lo scritto di un musicista del settecento antenato di Dvoinikov, uno strano “Viaggio musicale nel secolo ventesimo” che offre a Morandini la possibilità di descrivere la musica del nostro tempo attraverso l’effetto di straniamento descritto dai critici russi inventori dell’analisi formale della letteratura.
Il romanzo è fruibile a diversi livelli: c’è la storia personale, anche sentimentale, del protagonista Ethan Prescott. C’è il buio clima della dittatura staliniana che permette a un musicista mediocre di perseguitare e umiliare l’eccellenza di artisti che non può comprendere. C’è l’umorismo di Morandini, che fa parte del suo stile, ma qui non è più di color nero, è più disincantato che cinico. C’è un panorama della scena musicale contemporanea dove l’autore spazia con disinvoltura sia dal punto di vista storico che da quello tecnico.

Ma soprattutto “Rapsodia su un solo tema” è quello che dichiara di essere: un romanzo – cioè un racconto che intrattiene descrivendo il mondo e la vita come nessuna storia o cronaca è in grado di fare.

lunedì 19 aprile 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Guido Conterio

Scrive Guido Conterio, finissimo cesellatore di romanzi ("Città caffè", "Fosca Bis", entrambi Mobydick) e lettore esigente, a proposito di "Rapsodia su un solo tema":
Malinconia e leggerezza costituiscono i principi attivi del romanzo. Ma un sapiente corredo di eccipienti stempera la prima e àncora a un saldo telaio la seconda: sono i molteplici accorgimenti creativi di un autore ormai padrone dei mezzi e con le idee ben chiare riguardo ai fini, e si chiamano da un lato ironia, educata dissacrazione, comicità teatrale (quando è il caso), dall’altro rigore d’inquadramento e buona filologia, almeno fin dove non siano lesi i diritti del paradosso e del Witz. La stessa etichetta di “romanzo” – legittima ma, nella fattispecie, ellittica – fa in verità ombra alle molteplici nature che si contendono il privilegio di connotare l’opera: biografia immaginaria, pamphlet fantamusicologico (o musicologico tout court), diario intellettuale, o addirittura sit-com (un termine non a caso più volte citato), ma tutta “di testa”, squisitamente irrorata di risa a comando, ma interiori... E se è vero che, come si preannuncia in quarta di copertina, questa "Rapsodia su un solo tema" racconta di “musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano altri musicisti”, non è poi che il lettore rischi di spaesarsi banalmente e/o fiaccarsi in un intrico: l’Autore sa bene come rifornirlo via via di energia di ascolto, curiosità di inseguire uno sviluppo; e soprattutto come, onorando davvero il felice ossimoro che dà titolo all’opera, comporre le digressioni e i “livelli di gioco” entro un ispirato disegno unitario. Appunto: musicalmente.

domenica 18 aprile 2010

Letture: Carla Vasio



Da un pezzo volevo scrivere qualcosa su Carla Vasio, in particolare sui suoi ultimi romanzi pubblicati da Palomar, “Labirinti di mare” e “La più grande anamorfosi del mondo” (del 2008 e 2009 rispettivamente), che ho molto amato, perché amo le costruzioni narrative complesse che non suonano macchinose, artificiose. Mi ha colpito la scrittura tersa, in cui la limpidezza garantisce una visione (una visionarietà, anzi) più in profondo. Mi ha colpito soprattutto l’esplorazione dello spazio, condotta attraverso una sensibilità tra le più pittoriche che mi sia capitato di incontrare in letteratura. Entrambi i romanzi si fondano sulle perlustrazioni di superfici sempre più vaste. Ne “La più grande anamorfosi” il titolo chiarisce già da subito il gioco prospettico, la distorsione in opera: il romanzo è basato sul racconto di una deformazione progressiva e fluttuante della realtà, l’ingigantimento di dettagli trascurabili o quotidiani fino a dimensioni mostruose, la perturbazione sempre più frenetica del reale, la ripetizione compulsiva di gesti, frasi, l’allungarsi di situazioni fino al punto di rottura. L’io narrante, la donna che gli sta accanto, gli elementi della quotidianità che d’improvviso si trovano dotati di un altro significato, le frasi captate dalla radio o lette sui giornali che si ripetono gonfiandosi e sovradimensionandosi. Lo spazio che si allunga, si estende, si colora d’altro. Ne “La più grande anamorfosi” ho scorto insomma una profonda analogia tra un’arte vissuta come complessa costruzione di un enigma e la narrazione di una percezione del mondo, che di quell’enigma cerca disperatamente la soluzione (una soluzione, almeno). E ho trovato tutto ciò magnifico.



Anche “Labirinti di mare” reca un titolo a modo suo programmatico: qui a vagare in spazi sempre più remoti e in mondi sempre più tortuosamente favolosi è la voce di un marinaio misterioso, addossato a una barca, solo (apparentemente) su una spiaggia. Il suo è il racconto delle esplorazioni di mondi sconosciuti con l’afflato mitico di chi forse ha vissuto, forse ha solo sognato o immaginato, o forse sta immaginando al momento del racconto – un racconto agitato, convulso a tratti, la confessione del superamento di limiti invalicabili. Mentre il suo racconto si allontana sempre più nelle zone indistinte dell’improbabile e del fantastico, nel tableau quasi immobile di quella spiaggia lo notano, lo osservano, gli si avvicinano alcuni altri personaggi – il contrasto tra la lentezza guardinga con cui questi si fanno strada nell’inquadratura e i voli odisseici del racconto di quel marinaio dalla memoria o dalla fantasia “labirintica” rappresenta uno dei motivi di maggiore fascino di questo breve romanzo.
Credo insomma che "La più grande anamorfosi" e “Labirinti” siano due esempi eccellenti, e rari, di narrativa che, pur senza occuparsi di arte, sa raccontare l'arte, o meglio sa raccontare come l'arte il mondo, con la medesima percezione di spazi e forme.

giovedì 15 aprile 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott

Traduco un appunto di Ethan Prescott, che Carl Thalberg ha omesso da "Rapsodia su un solo tema" forse perché non era pertinente con l'argomento generale dell'opera, o perché vi sono contenute alcune perfidie nei confronti di Edna Coates, l'editrice di Prescott (la quale, per la verità, appare già in una luce piuttosto ambigua). Si faccia riferimento sempre a "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov", di imminentissima pubblicazione in Italia per i tipi della Manni.



Fino a pochi mesi fa, Edna teneva appesa in ufficio una polaroid risalente a qualche anno prima che la ritraeva in compagnia di Prince. Quella foto mi aveva sempre impressionato: era un’immagine quasi casuale, anche un tantino sfocata, con troppo contrasto, troppa luce. Lui, il cantante di Minneapolis, minuto, grigio di pelle, tutt’occhi e labbra, i riccioli scomposti dopo un aftershow di tre ore in un club di Philadelphia: lei già sovrappeso, lustra di sudore, un sorriso rapace e stolido, una mammella quasi fuori dall’abitino, e qualcosa di opaco tra i denti, forse un residuo di spinacio.
«Prince» diceva Edna a chi entrava e si guardava attorno.
«Già» diceva l’ospite, concentrandosi su quella foto. «Bassino, eh?»
«Un genio» diceva lei. E poi, come per scusarsi: «Ma guarda com’ero conciata! Non riuscivo a smettere di ballare! Prima al concerto, poi in questo show fuori programma… Un’energia, ti dico, quell'uomo… E non lo diresti proprio, a vederlo.»
Non lo avresti detto, no. Quel nanetto indeciso tra il broncio e una gaiezza sexy sembrava solo infinitamente stanco. E il vestito da Lord Brummel gli cascava dalle spalle come se fosse di tre taglie troppo grande.
Edna ama quel genere di contrasti – a destra di quella foto, sulla stessa parete, un autografo di John Corigliano, su un programma di sala; una caricatura originale firmata da David Levine di un Beethoven che faceva a pezzi un pianoforte; un 78 giri di Florence Foster Jenkins (sempre lei!).
«E non mangia mai! Sai che non mangia mai?» insisteva.
«Chi?»
«Prince! Non l’ho visto mai mangiare, giuro!» si sbracciava Edna. Sapevo che i due si erano limitati a scambiare qualche parola, sulla bellezza universale della musica e su altri luoghi comuni, e che lui, prima di andarsene, s’era fatto portare un tè senza zucchero, mentre lei addentava il secondo sandwich. L’aveva salutata appena, con un mugugno in falsetto, poi era scomparso tra i corpi giganteschi delle guardie del corpo. Ma Edna su quell’incontro aveva molto lavorato di immaginazione, e la sua ricostruzione continuava ogni volta ad arricchirsi di nuovi dettagli.
«Non mangia! Eppure…»
Quelle frasi sospese volevano suggerire chissà che. Con me non attaccava, certo, ma suppongo che un musicista diplomato non ignaro di funk potesse rimanere impressionato.

venerdì 9 aprile 2010

Sintonie: Giona A. Nazzaro



Nei racconti di Giona A. Nazzaro (“A Mon Dragone c’è il diavolo”, Perdisapop, 2010) vi sono alcune costanti che rendono fortemente compatta la raccolta nel suo insieme. L’ambientazione provinciale, innanzitutto: una provincia del sud, in cui persistono ancora forti tratti arcaici, accanto a tracce di contemporaneità; il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza – o meglio, il ricordo della percezione del mondo che si ha da bambini e da adolescenti, sempre un po’ enfatica, giocata sui contrasti più forti, e su un senso di curiosità che ad un adulto può sembrare sconveniente, perfino morboso; un’umanità spesso dolente, affaticata da un persistente male di vivere, e come incapace di venirne fuori; e infine, e soprattutto, la presenza fisica del male – del Maligno, anzi. Nell’universo narrativo di Giona (nei primi racconti in particolare) il diavolo è un protagonista ossessivo, ingombrante, ansioso di manifestarsi. Predilige le apparizioni sconvolgenti, le esplosioni di crudeltà e di disgusto, ama suscitare l’orrore. A volte, però, il suo operato diventa più sottile, la sua strategia più insinuante: diventa allora un retore del male, gioca con i sofismi, ed ha subito la meglio sulla povera retorica degli uomini. A colpire, a turbare, nei racconti di Giona, è proprio questa presenza indisturbata, opprimente: manca la controparte, manca il bene, o Dio insomma, anche se in diversi momenti vediamo affannarsi i suoi ministri, sacerdoti impegnati in lotte impari, solitarie, perse in partenza. Per un ateo, l’assenza di Dio è anche assenza del Diavolo: il male è, per chi non crede, un prodotto dell’uomo, o di un intricato sistema di concause di cui comunque l’uomo è il maggiore responsabile. Per un credente (un cattolico, diciamo), la presenza del male (e del Maligno) è invece un corollario della necessaria presenza di Dio. Ma nella particolare teologia di Giona A. Nazzaro è proprio Dio a mancare, o a tacere per sempre, il che non cambia di molto il risultato: la teologia si fa demonologia. Il Diavolo dei primi racconti di Giona – per fortuna, aggiungerei io – non è una figura glamour: è ripugnante, spaventoso, è privo di tratti affascinanti, anche quando si limita a concionare è per lo meno antipatico, urtante. Giona non ce lo presenta come un affascinante surrogato di Gesù virato al negativo, un Mefistofele, ma come una presenza angosciante, selvaggia, incontenibile.
Un personaggio così non si affronta con una scrittura piana, con discrezione: e Giona lascia correre sulle pagine una esuberanza di stile che ha del barocco, e che al momento dell’apparizione del Diavolo si accende ancor più. L’eccesso chiama l’eccesso, lo cerca anzi, cerca l’urlo, l’urlo dissonante, l’eloquenza enfatica, una veemenza congestionata.
Ma i racconti di “A Mon Dragone c’è il Diavolo” non sono tutti incentrati su quest’ultimo. L’angoscia della morte si carica di un grottesco metafisico in “Novena e veglia”, una fantasticheria in cui il protagonista discorre con l’anima purgante del padre di cui è tornato a prendere le povere ossa per seppellirle altrove; e in “Visioni di Olimpia” il sovrannaturale ha invece tinte pagane, precristiane. In questi racconti, efficacissimi, si coglie un desiderio di fuga inappagato, una malinconia divorante. Sono racconti lenti, e vagano attorno ai fatti, come lo sguardo del narratore vaga attento attorno alle cose.