domenica 28 febbraio 2010

Su "Colla" n. 5, l'inizio di "Rapsodia su un solo tema"

Sono felice di essere presente, con le prime pagine del mio nuovo romanzo "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni), sul nuovo numero della rivista online "Colla", http://www.collacolla.com/colla_5. Leggetela, è brillante, di alta qualità e ottimamente frequentata.
Ecco, da quell'estratto, le prime righe.



Ho sempre trovato avvincente come una trama romanzesca il percorso umano e artistico del compositore russo Rafail Dvoinikov. Negli anni venti, egli si è fatto conoscere in Unione Sovietica come un nervoso distruttore di impalcature accademiche; si è presentato al mondo come uno scontroso antiborghese che, al pari di altre avanguardie di quegli anni, ma con risultati più convincenti e durevoli, ha denudato convenzioni, squinternato tradizioni, buttato all’aria istituzioni e maestri, scrivendo opere di un’offensiva modernità. In virtù di quest’opera di demolizione, beffarda quanto seria, è assurto a membro onorario del consesso di artisti che, in parallelo alla rivoluzione politica nel suo paese, avrebbero voluto rigenerare il mondo delle arti. Ma quando la rivoluzione politica si è adagiata – come spesso, o forse sempre, accade – in un ripensamento via via più cupo e oppressivo dei propri fondamenti, egli, con molti altri, si è trovato prigioniero proprio di quel ruolo di distruttore delle convenzioni borghesi che prima gli era stato attribuito come massimo merito e ora gli veniva rinfacciato come pericolosa deviazione. Sono seguiti anni di difficoltà, di stenti anche, e di pentimenti brucianti come umiliazioni. Dvoinikov, audace sul pentagramma, ha dovuto imparare l’arte di dissimulare il suo carattere, e fingere di essere un prudente esecutore di direttive altrui – senza riuscirvi mai, e in questo fallimento sta la grandezza della sua musica, che oggi possiamo leggere come uno dei massimi esempi di un’arte tanto prepotente da sfuggire allo stesso artefice.

Eccetera eccetera.

domenica 21 febbraio 2010

Ancora su "Le larve": un'analisi di Norma Stramucci

Norma Stramucci, insegnante e poetessa, autrice del recente, bellissimo "Lettera da una professoressa" (Manni, 2009) e di ispirate raccolte di poesie ("Erica", "Del celeste confine", "L'oro unto", tutti Manni), ha scritto queste dense considerazioni sul mio "Le larve", incentrate sul tema del conflitto tra padre e figlio e sul rapporto con la letteratura del Primo Novecento. Le pubblico qui, con grande piacere.


Ricco e complesso, il romanzo di Claudio Morandini, Le larve, Pendragon, 2008, ripropone al dibattito letterario un tema tipico della grande narrativa del primo Novecento, quello del conflitto tra padre e figlio. La prima figura che viene in mente è Domenico, il padre di Pietro in Con gli occhi chiusi di Tozzi. E’ un uomo violento che esterna la propria virilità come simbolo di potere, che castra il proprio figlio imponendogli prove di forza che lo vedranno sconfitto e vinto. Anche Zeno Cosini, in La coscienza di Zeno, di Svevo, deve al padre la propria nevrosi e prova inconsci impulsi ad uccidere l’uomo che però lo umilia fino alla fine, schiaffeggiandolo, seppure incosciente, prima di morire. Ma se la forza di questi due padri può essere accostata al carattere despota di un nonno-padre, l’inettitudine di Pietro e Zeno si trasforma in qualcosa di diverso nel protagonista del romanzo di Morandini, più vicino semmai a chi riesce, o meglio, crede di riuscire, nella ribellione: ad Aligi che commette il parricidio in La figlia di Iorio di D’Annunzio, a Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno, centomila, di Pirandello, che pure, seppure simbolicamente, attraverso lo schiacciamento di uno scarafaggio, uccide il padre.
Che dai padri despota occorra liberarsi lo confessa anche Kafka nella famosa Lettera al padre del 1919: la propria “inabilità spirituale al matrimonio” è dovuta al rapporto “particolarmente infelice” che ha avuto con lui con il quale, consapevolmente, vuole troncare, il più nettamente possibile, ogni legame.
Il rapporto conflittuale tra padre e figlio scorre per tutto Le larve, complicandosi ulteriormente sia mediante l’avvicendamento generazionale, sia attraverso la confusione dei ruoli: l’arroganza del vecchio despota si manifesta fin dall’inizio della sua acquisita fortuna economica ma egli stesso ha, presumibilmente, ucciso i propri genitori, vergognandosene. Vergogna nei confronti del padre, e disprezzo e fantasie omicide, sono provati anche dal protagonista.
Il fatto è che le figure e i ruoli si sovrappongono (così come gli stessi piani temporali): se il nonno in realtà è il padre, il padre diventa fratello; se il nonno è padre di Aldina e di Saverio, si maturano due incesti. E Saverio, una sorta di alter ego del protagonista, pure ha un padre (falso, anche in questo caso) giudicato indegno:
“No, dal primo giorno avrebbe riso con me di quel suo padre, se lo avesse ritenuto tale. Ma forse –pensavo- non me ne aveva parlato perché tanto indifferente a quell’uomo privo di spirito vitale da non ritenerlo nemmeno degno di una freddura. E forse –perseveravo- era indifferente a lui perché sapeva che non era suo padre.” (p. 93)
A voler rendere conto della logica dell’intreccio aiuta la figura del figlio del protagonista: un bambino che consente all’uccisione del bisnonno, attraverso la scoperta –e l’accettazione- di vermi che il tempo ha eletto a distruttori del suo inquietante ritratto, ma non a quella del nonno malato. Un bambino dunque equilibrato, privo anche dei segni della licantropia da cui erano affetti bisnonno e padre; che con i vermi può anche, senza ribrezzo, giocare, ma che non si nutre di larve come i suoi progenitori; che vive serenamente in una casa-labirinto perché non ha e non avrà la necessità di esplorarla, respirandone gli angoscianti segreti che nasconde. La casa-labirinto è infatti il luogo delle malefatte; i sotterranei e i piani alti ricordano la metafora del kafkiano Il Castello: c’è chi compie il male e chi lo subisce ignorandone la ragione.
E dunque, se nel primo Novecento, pur producendo ribelli e inetti, il rifiuto del padre può essere facilmente inquadrato e spiegato, dal momento che è il tempo dell’esaltazione della giovinezza -e lo dimostrano il Futurismo, l’Espressionismo in ambito letterario; il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario in quello politico-, oggi spinge un autore del calibro di Morandini all’uccisione dei padri e a inventare un personaggio né del tutto ribelle, né del tutto inetto, qualcosa di diverso e di non ben definibile: la rappresentazione di una società indegna, dove ancora sono incomprensibili le logiche di chi esercita il potere, gestisce il male, e di chi, anche inconsapevolmente lo subisce, ne è vittima eletta (Aldina), ma dove, in uno spiraglio di luce, nasce il puro (il bambino).
Atmosfere gotiche, natura cupa, sono dietro a una storia in cui gli uomini, a parte Saverio, non hanno nome; né lo ha la madre, quasi a testimoniare una sorta di alienazione dell’uomo nel mondo odierno; il perturbante è mirabilmente diffuso tra le pagine:
“Con la lingua allacciai una larva, che sollevai fino alle fauci. […] Masticai la larva con lentezza: la lasciai disfarsi tra i molari, finché non diventò un denso impasto amarognolo che mi scivolò nell’esofago come sciroppo.” (p. 173)
Una prosa chiara, lineare e colta quella di questo romanzo che vuole esprimere senza sottintendere (persino per gli omicidi non c’è suspence. Il colpevole è noto prima di essere tale), e che per questo si serve tanto diffusamente del paragone: “come scogli aguzzi”; “come un rito sacro”; “come un re”; “come timpani”; “come lingue” (p. 98).

Da "Letteratitudine": letteratura e ironia

Un po' a sproposito, probabilmente, tempo fa ho postato (pardon) su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/02/04/letteratura-dellironia/#comments questi frettolosi pensierini.

Io andavo matto per Campanile: e mi divertiva un mondo vedere che i miei coetanei non lo trovavano così divertente.

Qualche anno fa ho riso molto con Magnus Mills e Joel Egloff (del primo: “Bestie” e “Niente di nuovo sull’Orient Express”, entrambi Guanda; del secondo: “Edmond Ganglion & Figlio” e un paio di altri, Instar). E poi con Alan Bennett.

In questi giorni, rido e soffro e torno a ridere con l’ultimo romanzo di Rosa Matteucci, “Tutta mio padre”; la stessa cosa mi era capitata con “Lourdes”, con “Cuore di mamma”… è come se Gadda, che so, o Palazzeschi, o Landolfi, si fossero messi a scrivere pezzi per i monologhi di Franca Valeri. En passant, anche leggere Franca Valeri è un’esperienza travolgente.

Amo l’ironia “tongue-in-cheek” (ne parlava Guido Almansi, un po’ di anni fa, in “Amica ironia”, ricordate?), implicita, disturbante come rumore di fondo, che non sai come prendere, che sembra affermare il contrario, certo, ma allo stesso tempo smentirsi. In generale, se vogliamo allargare il discorso ai meccanismi dell’umorismo, amo le iperboli, gli accumuli, i tormentoni, l’incongruo (tutti elementi che tra l’altro possono generare anche il tragico, oltre al comico, e questo vorrà pur dire qualcosa, no?), le contaminazioni tra alto e basso; non mi fanno impazzire invece i giochi linguistici, le parodie, gli anacronismi…

Ma avete notato che nella comunicazione di oggi non ci fidiamo più della capacità del nostro interlocutore di cogliere l’ironia? Se scriviamo un messaggio di evidente scherzosità ci sentiamo obbligati ad aggiungere un emoticon, un sorrisetto ridondante, giusto per essere chiari, per evitare fraintendimenti, musi lunghi, o chissà che. Questo tradisce forse una sfiducia nel mezzo, o appunto nel destinatario, o infine nella buona salute dell’ironia stessa come figura retorica. Forse non siamo tanto sicuri della condivisione dell’ironia – forse è semplicemente comodo (lo faccio anch’io, ci mancherebbe, e non mi urta certo vedere che amici lo fanno con me), chiarisce subito, dà all’istante il tono giusto. A differenza di quanto avviene nella comunicazione quotidiana, nella pagina scritta l’ambiguità dell’ironia, il suo essere e non essere o essere altro, sono risorse, preziosi impasti di timbri.

La citazione che vorrei sottoscrivere non c’è, in mezzo alle belle frasi che Massimo Maugeri ha suggerito in cima a questo lungo blog: ve la butto lì, citando a memoria, e dunque parafrasando. In “Roma”, di Fellini, nell’episodio dello scalcagnato spettacolo di varietà, mi pare che uno spettatore dica a un comico in difficoltà: “Ma non mi farà male ridere così tanto?”, e lo dica impassibile, tetro quasi. Ho usato molte volte quella frase, che ha il potere di raggelare gli spiritosoni – subito dopo, come si dovrebbe fare sempre, per compiutezza e onestà intellettuale, aggiungo dettagliati riferimenti sulla fonte.

domenica 7 febbraio 2010

Sul nome di Dvoinikov (in attesa di "Rapsodia su un solo tema")

Dvoinikov in origine si chiamava Dvornikov: cognome comune, ma anche – come dire – inadeguato, perché rimanda al mestiere di spazzino, poco adatto a una famiglia agiata come quella del nostro compositore. Quando l’ho scoperto, ho cercato, dopo un momento di scoramento, un cognome che non si allontanasse da quella sonorità, e allo stesso tempo evocasse tutt’altro significato. Ho trovato Dvoinikov, che è anch’esso un cognome attestato, e nell’etimo rimanda all’idea di doppio, di specchio: era perfetto. Dvoinikov non è doppio nel senso di ambiguo, di falso, ma nel senso di chi ha dovuto sempre far convivere la sua natura con degli obblighi imposti dall’alto; la doppiezza è avvertibile nella sua musica, nel dover essere quello che non vorrebbe essere. L’ambiguità sta nella sottile, equilibristica capacità di adeguarsi – e nello stesso tempo nell’incapacità di farlo fino in fondo, per via di una personalità troppo potente.

martedì 2 febbraio 2010

Letture: "Lettere da una professoressa", di Norma Stramucci



“Lettera da una professoressa”, pubblicato da Manni nel 2009, è una dichiarazione coraggiosa - e contagiosa - di amore per la funzione civile dell’insegnamento. Norma Stramucci avverte il declino del ruolo del docente nell’opinione comune, osserva l’indifferenza delle istituzioni a un discorso di educazione e formazione culturale e civile, assiste alla deriva - tragica - della famiglia come alleata della scuola nell’educazione dei ragazzi, nota l’emergere - il riemergere - di pregiudizi, falsi valori e falsi modelli… Eppure la sua “Lettera” non è una lamentosa elegia in memoria di una scuola perduta per sempre, anzi: proprio quando la sua descrizione dell’alunno vuoto di pensieri, rozzo e indifferente, afasico per incapacità di esprimersi, prevaricatore e ottusamente fiero della sua ignoranza – proprio quando questa descrizione di mostro di Frankenstein, in cui si concentrano tutte le angosce di ogni insegnante, sembra togliere ogni possibilità di azione, proprio allora Norma rivendica a sé il compito di aprire brecce, aiutare a generare pensieri, ad osservare gli altri con rispetto e curiosità, a crescere insomma.
A questo serve la scuola, a formare persone consapevoli del loro ruolo e degli altri, disposte ad ascoltare e pronte a lavorare sul proprio linguaggio per farsi comprendere, pronte al dialogo civile come alla forma primaria di democrazia, al rispetto delle diversità. Non è un caso che Norma Stramucci abbia usato la forma della lettera, che non è solo un omaggio alla “Lettera a una professoressa” della Scuola di Barbiana, ma è soprattutto uno stile, fondato sulla condivisione e la comunicazione, sul dialogo insomma – un dialogo socratico, che estrae con pazienza, quasi con ostinazione, le verità semplici e importanti dall’anima stessa dell’interlocutore, che non sarà mai così ottuso e vuoto da non rispondere, e da non sentirsi migliore dopo aver risposto.
Certo, è una scuola ormai isolata: abbandonata a se stessa dalle istituzioni, delegittimata da famiglie inebetite dall’indifferenza (no, non tutte: certo quella dell’alunno impossibile a cui si rivolge la lettera), tragicamente fuori moda rispetto ai falsi miti di una società che sembra coincidere con certi orribili programmi televisivi pomeridiani… Questo rende il lavoro di recupero degli alunni più arduo, ma, ancora una volta, non impossibile.

(Ho postato - pardon - queste considerazioni sabato 23 gennaio su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/)

"Le larve": una nuova recensione

Marco Codebò, autore di "Via dei serragli" e "Appuntamento", entrambi Manni, e docente di Letteratura italiana presso la Long Island University, ha scritto su "Le larve" questa splendida recensione pubblicata in http://www.retididedalus.it


Pungente esemplare di narrativa della crudeltà, Le larve è l’autobiografia in prima persona di un eroe della sgradevolezza. Egocentrico e spietato, il narratore protagonista del romanzo di Morandini è una specie di mostro, indifferente ad ogni sentimento che non sia la gioia per la sofferenza dei suoi simili. Riceve tale tratto per via genetica dall’uomo che fino ai quattordici anni considera suo nonno e che si rivela poi il suo vero padre, un avo terribile per forza di carattere e spregiudicatezza morale. Dal nonno/padre l’eroe del romanzo riceve in eredità un’immensa ricchezza e un groviglio di pulsioni animalesche che lo trasformano in una sorta di lupo mannaro nelle notti di luna e ne fanno un feroce partner per gli sventurati che a lui si collegano per amore o amicizia: tant’è vero che uccide, impunito, sia il suo unico amico sia la sua prima amante.

La gioiosa amoralità dell’eroe riposa su una concezione nietzschiana del mondo, che vede nella convivenza fra gli esseri umani un incessante scontro di volontà destinato a concludersi col trionfo dei più forti, mentre i deboli sono lasciati a consolarsi con le panacee zuccherose della pietà e dell’amore. Il nonno del protagonista è a tutti gli effetti un eroe nietzschiano, una belva che una volta arricchitosi misteriosamente uccide i genitori, schiaccia sotto il peso del suo dispotismo il figlio, terrorizza i dipendenti e abusa di cuoche e fantesche. Sulle orme del nonno/padre si muove il narratore in quello che, in ultima analisi, appare come un romanzo di formazione alla ferocia. Unico freno che impedisce al nipote/figlio di raggiungere l’efficiente amoralità dell’avo è una sorta di intellettualismo di fondo che lo spinge a trovare la soluzione più elegante dei problemi piuttosto che la più spiccia. Soprattutto, a differenza del nonno che non ha mai incontrato ostacoli alla sviluppo del suo sconfinato ego, l’eroe di Le larve trova un limite all’espansione della propria personalità in un altro essere umano, il figlio, un bambino assorto e inafferrabile privo della feroce animalità degli antenati e tuttavia in grado di sfuggire per pura destrezza all’invadenza paterna.

Da quanto sopra esposto è chiaro come il contesto principe del romanzo sia la famiglia, un’istituzione che esce dilaniata dalla lotta per la supremazia che impegna ogni energia dei propri membri. Anche se qui l’ovvio riferimento parrebbe Freud, preferirei invece proporre un legame letterario con un autore, Federigo Tozzi, la cui presenza si fa più volte sentire all’interno del romanzo di Morandini. La famiglia che è rappresentata in Le larve è quella stessa che lo scrittore senese ha raccontato in testi come Con gli occhi chiusi, Il podere, Mia madre e Un giovane, solo per citarne alcuni. È una famiglia dove i padri schiacciano i figli per riceverne in cambio un’ostilità muta e testarda che nemmeno la morte riesce ad estinguere e da cui l’amore sparisce lasciando il campo a grovigli di sentimenti oscuri: invidia, gelosia, sospetto, odio. Come in Tozzi così anche in Morandini la famiglia non è altro che il campione privilegiato di un mondo, inteso sia come società degli uomini sia come regno della natura, dominato dalla figura di Caino. Una cieca coazione ad offendere regola le azioni degli umani e degli animali in Le larve, tanto che una linea di demarcazione fra le due realtà appare fin da subito priva di senso. Emblema dell’animalità umana è il protagonista, uomo privo di moralità nei rapporti coi suoi simili e nello stesso tempo visceralmente attratto da bisce, rospi, topi e larve. Di quest’ultime arriva addirittura a nutrirsi, addentrandosi sottoterra alla maniera di una di quelle creature notturne che tanto lo affascinano.


Larve e terra sono presenze ricorrenti nel romanzo di Morandini. Le prime, che per tre anni crescono nel sottosuolo fino a mutarsi in sciami di coleotteri che devastano campi e coltivazioni, forniscono al romanzo la chiave per capire la valenza autodistruttiva della ferocia che ne percorre il narrato. La terra infine, l’humus originario dal quale tutto parte e tutto torna, diventa una sorta di magnete che attira verso le sue profondità quei personaggi che sono più degli altri pervasi da una carica di vitalità animalesca: il protagonista, il nonno e l’amico/nemico Saverio. Prodotto e metafora di tale rapporto con la terra è il palazzo costruito dal nonno dell’eroe, che si duplica in una rete di misteriosi bassifondi e cantine dove dominano i topi, si nascondono i cadaveri ed affiorano i morti.

L’elemento che separa Le larve dal resto della produzione neogotica sono i due tratti che definiscono il linguaggio di Morandini, da una parte la varietà dei suoi registri, che arricchisce l’esperienza del romanzo e ne movimenta la narrazione, e dall’altra la sua assoluta precisione. La parola di Morandini non scade mai nel generico perché, secondo la lezione di Pascoli e, di nuovo, Tozzi, è sempre quell’unica e sola che può, in un determinato contesto, descrivere un oggetto, uno stato d’animo o una situazione. È tale ricchezza lessicale e sintattica che permette a Le larve di utilizzare le risorse del genere senza mai scadere nella maniera e ne fa un testo narrativo prezioso e godibile la cui lettura è consigliabile ai lettori raffinati piuttosto che agli stomaci forti.
http://www.retididedalus.it/Archivi/2010/febbraio/LETTURE/4_morandini.htm