martedì 28 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": il racconto di Bruno Fiorini (Kai Zen)

Su http://kaizenology.wordpress.com, Bruno Fiorini, uno degli autori del collettivo Kai Zen, mi fa dono di una bella recensione che è anche un racconto. Ne riporto la parte finale.

La ricerca filologica, l’uso di termini desueti, la creazione dei personaggi in “Rapsodia” hanno raggiunto un grado di intellegibilità ormai universale. Morandini, a differenza di quello che potrebbe far intuire il complesso titolo del suo ultimo romanzo, ormai è per tutti. Perché il racconto che è un susseguirsi di piccoli saggi, lezioni e diari di finzione che hanno per protagonista un giovane compositore americano, Ethan Prescott, e quello che Prescott considera un maestro, il russo Rafail Dvoinikov, più anziano di un paio di generazioni, il racconto, dicevo, è complesso senza essere complicato, appasionato senza essere passionale, e soprattutto si snoda con agilità attraversando le vite dei due musicisti, così diversi fra loro ma allo stesso tempo così simili, scivolando via fino all’ultima pagina con leggerezza nonostante l’impianto narrativo di fondo sia tutt’altro che leggero (la musica in generale e nel dettaglio quella che si sviluppò in Russia negli anni della rivoluzione bolscevica prima e del comunismo poi). E a ben guardare non è solo la musica a fare da sfondo a questo romanzo, c’è anche la storia del ventesimo secolo, c’è l’America del ventesimo secolo e c’è quella propensione alla rivoluzione dell’uomo del Novecento (dove per rivoluzione si intende anche rinascita del personale, riscrescita dei desideri sopiti ma anche rifiuto, allontanamento da tutto quello che è “sistema”, lo stato e il mercato in primis). Il tutto raccontato con ironia e freschezza, come sempre.

Leggete il resto su http://kaizenology.wordpress.com/2010/12/28/rapsodia-su-un-solo-tema-il-nuovo-romanzo-di-morandini/.

sabato 25 dicembre 2010

Un frammento per un racconto

Mio figlio mi sbircia perplesso, quando tiro fuori dallo scatolone i vecchi betamax per toccarli e pensare a quello che c’era registrato. Da anni non posso più guardarli, perché non ho più l’apparecchio con cui guardarli – nessuno lo ha più. Mi limito a tenerli in mano, li soppeso, metto insieme i ricordi. Questo era la recita di fine anno di cui avevo curato la regia. Questo era “Il servo” di Losey. Questo conteneva riprese da un orribile matrimonio di una cugina, e quando ero triste lo mettevo su, perché mi faceva tornare il buon umore. Questo era la seconda stagione di “Caro papà”, o, se preferite, “Father, dear Father”, che già a riguardarla la terza volta non faceva più ridere, ma non importa, era un mio piccolo culto personale. Questo era un collage di momenti televisivi registrati a caso – ma li aveva registrati per scherzo lei, una sera, per me, e quel caso aveva finito subito per assumere un senso fortissimo.
I betamax. Li ripongo nello scatolone. E intanto penso che presto dovrò procurarmi altri scatoloni per mettere via i vhs, che sono molti di più. Mio figlio ora sorride. Quando gli parlo di vhs sgrana gli occhi – dei betamax sembra addirittura dimenticarsi subito, e riscoprirli ogni volta che li tiro fuori, e ogni volta con un’espressione più attonita. Per lui sono già obsoleti i cd e i dvd, che considera ingombranti e scomodi. Finiscono subito, obietta quando decanto i vantaggi dei dvd. Era la stessa riserva che avevo io nei confronti degli lp, finiscono subito, è tutto un alzarsi a cambiare, dicevo a mio padre scandalizzato, e mi divertivo a vedere la sua faccia tesa, di chi a gran colpi si sente messo da parte.
Mio figlio non sembra assistere ai cambiamenti tecnologici come è capitato a me. Non vede i cambiamenti, perché per lui la vita è un incessante concatenarsi di cambiamenti. Non sente lo scarto, il passaggio brusco, il trauma: né prova l’angoscia dell’adattamento alle novità, la sospensione dell’attesa che calino i prezzi del nuovo ritrovato, o che si assesti la qualità, o che il mercato confermi la bontà dell’aggeggio. Tutto scorre, per lui, che è nato in un’epoca irrimediabilmente fluida. Lo spaventerebbero piuttosto la stasi, l’assestamento, la fase di ripensamento – è un’ipotesi, giacché non vediamo stalli da parecchi anni, ma solo un perpetuum di aggiornamenti. Sembra perfino immune dalla nostalgia – melensa, lo ammetto – che coglie me quando rovisto nei miei scatoloni del passato e ne riemergo con walkman, mangiacassette, registratori a quattro piste. E non arranca, come invece capita a me, a fatica dietro a un presente che si spiega in un linguaggio che non è più il mio: sembra anzi sempre in leggero anticipo, in attesa, dominato da una sorta di persistente languorino – che sa placare a modo suo, cioè con le mie finanze. Per dire: non ha scatoloni, si sbarazza senza rimpianti di ciò che considera obsoleto, fingendosi munifico regala agli amici meno abbienti i congegni superati da modelli più recenti, o li piazza in aste che pullulano di amateur del vecchio. Ho provato a curiosare in quelle aste: la loro idea di vecchio coincide con la mia di nuovo. Me ne sono ritratto non senza una turbata vertigine.
Per consolarmi e non sentirmi vecchio, vado da mio padre. Abita in un quartiere della periferia, in mezzo a certi cantieri che sembrano non dover finire mai. Lo trovo che armeggia con il telecomando, e impreca. Impreca perché Loro gli cambiano i canali della televisione, gli nascondono i programmi preferiti, gli rendono la vita impossibile con tutti quei pulsanti di cui non riesce – non sa, non vuole – memorizzare il significato. Loro, quelli che complottano a rendergli la vita impossibile, sono entità vagamente paurose, capziosamente petulanti. Mio padre non sa andare oltre nella definizione – sa che esistono, che si divertono alle sue spalle, e tanto gli basta. Sono gli stessi che gli erigono cantieri tutt’attorno, riempiendo l’aria di polvere e stridori infernali – li minaccia con il pugno chiuso, da dietro le tendine della finestra.
Lo allontano dalla finestra, cerco di attirare la sua attenzione su qualcosa di facile. Per l’ennesima volta gli spiego come funziona il telecomando, insisto sul fatto che è il più semplice e intuitivo in circolazione, gli ricordo che gliel’ho comprato apposta, gli chiedo dov’è finito il foglietto su cui avevo segnato tutte le istruzioni. Quale foglietto? mi significa il suo sguardo. Trattenendo un sospiro, riscrivo le istruzioni, gli illustro gli appunti parola per parola. No, non gli spiego come registrare, tanto meno come programmare una registrazione – la frustrazione che gli provocherebbe non capirmi lo offenderebbe, e poi mi toccherebbe lavorare sui suoi musi lunghi. Tento di esporgli soltanto come accendere e cambiare canale.
Non era così, una volta, papà. Si era costruito una radio, da giovane, e ne andava fiero, e ascoltava solo quella, anche se la ricezione era mediocre, il suono gracchiante, la sintonia precaria. Ogni tanto la tira fuori da una cassetta degli attrezzi e me la mostra, parlandomene come se non ne sapessi nulla. Gli si inumidiscono gli occhi, mentre ne accarezza le parti impolverate, le valvole annerite e i cavi. Per non vederlo commuoversi, volgo lo sguardo altrove, oltre le tendine, verso i cantieri da cui provengono ronzii e schianti – ma a momenti lo sbircio perplesso.

martedì 21 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": i consigli di Mattia Filippini

Su http://rivistatupolev.wordpress.com e su http://www.linsolito.net, Mattia Filippini consiglia, accanto a Il sosia laterale di Paolo Albani (Bonnard) e A Bologna le bici erano come i cani di Paolo Nori (Ediciclo), il mio Rapsodia su un solo tema. Ecco che cosa scrive: "Un giovane compositore americano decide di andare in Russia a intervistare il vecchio compositore Rafail Dvoinikov; ne salterà fuori un’intervista in cui si parla con una straordinaria competenza di musica e composizione, ma anche di amore e della terribile censura che il regime stalinista imponeva ai suoi artisti. Tra annotazioni, sbobinature e pezzi di diario ci si affeziona ai personaggi, fino ad arrivare a un finale che lascia a bocca aperta. Poi ci si sente ignoranti, a non conoscere il compositore Dvoinikov e la sua famosa composizione Rapsodia su un solo tema; allora si corre su Wikipedia a cercare informazioni. E si scopre che è tutta un’invenzione."

http://rivistatupolev.wordpress.com/2010/12/21/consigli-di-natale/
http://www.linsolito.net/index.php?option=com_content&view=article&id=349%3Aconsigli-di-natale-2010&catid=39%3Aapprofondimenti&Itemid=68

martedì 14 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le recensioni di Vittorio Caffè

Non conosco Vittorio Caffè. Vedo che è molto attivo su amazon e ibs, come lettore di libri e ascoltatore di musica. Non so nemmeno come raggiungerlo per ringraziarlo dei giudizi molto positivi che ha espresso sul mio "Rapsodia su un solo tema" prima su ibs.it poi sul neonato amazon.it; se cito qui le sue parole è anche per comunicargli la mia gratitudine.
Ha scritto dapprima su ibs: "Non capita spesso di leggere un romanzo italiano che ti tira dall'inizio alla fine, che è scritto bene, che ha idee profonde, che ha passione e maturità, che non corre appresso alle mode e non cerca di tenere in piedi la storia puntando sul giallo. Ma capita, e quando succede, come in questo caso, è una gran soddisfazione. Bravo Morandini! (Ma forse il mio giudizio è influenzato dal fatto che mi piace la musica contemporanea e detesto la techno-music, come l'autore...)".
Scopro oggi su amazon.it un'altra scheda a suo nome:
"Bravo non solo per aver scritto un romanzo non banale, e trattando un argomento tutt'altro che di moda. Non ha scritto un giallo con addentellati politici, né un libro sui rapper. Ha scritto un romanzo dalla struttura insolita sulla musica contemporanea, quella che quasi nessuno ascolta ma che Morandini dimostra di conoscere benissimo. E lo ha fatto, e qui sta la doppia bravura, con una tenuta di stile considerevole.
La storia ruota attorno a due musicisti: un vecchio compositore russo, sopravvissuto alle purghe staliniane e a mille umiliazioni, semidimenticato, prossimo alla morte; e un giovane musicista e musicologo americano, ammiratore del vecchio maestro, gay e anche lui alle prese con un mondo che della sua arte non sa che farsene. Questo l'elemento che accomuna i due, diversissimi; come Dvornikov non poteva far eseguire la sua musica perché disapprovata dal regime stalinista, il giovane compositore americano non riesce a far arrivare la sua musica che a pochi addetti ai lavori, in un'epoca in cui dominano il rap, l'hip hop e la techno da discoteca. Sembrano due situazioni diverse, ma si ripete il dramma dell'artista misconosciuto e incompreso.
Altro ancora c'è in questo romanzo scritto come un'intervista intervallata da pagine di un diario. Altro che trapela dalle risposte spesso evasive di Dvornikov; e così questo dialogo tra musicisti diventa anche ricerca di una verità dimenticata, imbarazzante, sepolta dalle macerie della storia.
Complimenti a Morandini per aver scritto questo libro; di italiani che hanno qualcosa da dire e lo sanno dire tanto bene non è che ce ne siano poi tantissimi".
Che dire? Grazie, Vittorio!

lunedì 13 dicembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Criticaletteraria"

Riprendo parte della lunga intervista rilasciata a Michele Rainone per il blog "Critica letteraria". Per leggere il pezzo completo si vada su http://criticaletteraria.blogspot.com/2010/12/rapsodia-su-un-solo-tema-intervista.html.

3. Si è affezionato a qualche personaggio in particolare?
Sì, e senza troppi scrupoli. D’altra parte i miei personaggi li ho visti formarsi e crescere nel corso di anni, li ho sentiti pensare, anzi ho condiviso i loro pensieri, ho immaginato le loro emozioni, mi sono sorpreso dinanzi a certe loro scelte, ho rispettato certi loro silenzi e certe insensatezze. Ho sorriso delle loro debolezze, delle piccole crudeltà che si stavano infliggendo e delle incomprensioni che non riuscivano a dipanare. Talvolta mi sono arrabbiato con loro.
C’è un fondo sentimentale, nel romanzo, da commedia sentimentale, intendo, che è venuto su quasi per conto suo, facendosi strada in mezzo alla componente più propriamente musicale o storica. Bene, mi sono detto, assecondiamo questo aspetto, è piacevole, divertente, commovente anche, irritante talvolta. Quello che ci vuole per far sentire la vita.
A Prescott ho prestato molti miei pensieri in fatto di musica, e quella visione ironica talvolta un po’ spiazzante, rivolta a tutto, anche a ciò che ama. Anche Dvoinikov ha molto del mio modo di vedere le cose, e non solo nei suoi momenti migliori.

4. «Rafail Dvoinikov sorprende: Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso»: è d'accordo? Secondo lei, quale tra i protagonisti, non cede dinanzi a Rafail? Si rivede in qualcuno in particolare?
Mi sembra un’interpretazione convincente. Il vecchio Dvoinikov giganteggia, condiziona le vite di molti che gli sono devoti. È anche l’unico che abbia vissuto lungo l’arco di un secolo intero o quasi, e che abbia provato sulla propria pelle quello che gli altri conoscono soltanto per sentito dire. È un personaggio tragico, a modo suo, e non è un caso che si presenti come una sorta di Tiresia o Edipo. Prescott, in un certo senso, si reca presso di lui in pellegrinaggio, e vuole erigergli un monumento di carta.
Però è anche vero che quello che conosciamo in Rapsodia è il Rafail Dvoinikov ricostruito da Prescott. In questo senso lo sguardo di Prescott sembra prevaricare su ogni altro aspetto – è uno sguardo curioso e ironico, si diceva, sinceramente ammirato, ma anche irrimediabilmente accentratore, se non egocentrico. Si potrebbe sostenere, a questo punto, che il vero protagonista è Ethan Prescott, visto che tutto passa comunque attraverso il filtro del suo sguardo, del suo gusto, della sua “lettura”.

venerdì 10 dicembre 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Soulima Stravinsky, Quartetti per archi 1-3, 1982-1987

Ethan Prescott non si è solo dedicato all’esegesi delle opere di Dvoinikov (si veda per questo “Rapsodia su un solo tema”, Manni, 2010). Tra le sue carte ancora in via di catalogazione Carl Thalberg ha trovato abbozzi di articoli e saggi su musiche di molti altri compositori del Novecento. Prescott sembra attratto dalle composizioni meno note, dagli autori più trascurati, dalle figure che le circostanze, o una limitata ispirazione, hanno relegato nell’ombra. Così, invece di scrivere su Igor Stravinsky, il compianto musicologo di Philadelphia ha preferito soffermarsi sul figlio di questi, Soulima, pianista e compositore a sua volta: e per giunta non sui brani pianistici, che qualche volta capita di ascoltare,o sulla produzione didattica, ma proprio sui tardi e negletti quartetti per archi. In questa pagina capricciosa, che traduco alla bell’e meglio, Prescott contamina più del solito il linguaggio della musicologia con reminiscenze, impressioni, umori, perfidie: e ci lascia un doppio ritratto, di Stravinsky padre e Stravinsky figlio, amaro e sofferto.
C. M.


Nel suo primo quartetto, del 1982, Soulima sembra voler evitare tutto ciò che ha fatto il padre. Già la scelta dell’organico è significativa: Igor ha praticato poco e quasi di malavoglia il quartetto d’archi, e solo in pezzi d’occasione che preferirà ben presto orchestrare, e ha maltrattato gli strumenti ad arco con violenza, pretendendo da essi stridori, cigolii, colpi di tosse, ragli – in ogni caso mai lo sviluppo di un’idea. Soulima torna al quartetto tradizionale, ai tre tempi, a un’idea preromantica, cristallina e quasi ossequiosa di sviluppo tematico. Ogni strumento resta al suo posto, rispetta il proprio ruolo, sulla base di un accademismo così rigoroso che non può non significare altro. È un rimettere ordine negli scaffali della tradizione che il padre ha buttato all’aria. Vi sembrerà di sentirlo sbuffare, Soulima, il figlio, dinanzi al disordine lasciato da papà, di vederlo scuotere la testa.

Gli altri due quartetti (del 1983! del 1987!) non sono da meno, anche se si aprono a qualche imbronciata modernità ormai fuori tempo da un pezzo: soprattutto si negano a quello che il padre (le père Igor, alla lettera) ha sperimentato con maggiore ostinazione, l’irregolarità ritmica. Se è un 4/4, lo sia fino all’ultima battuta. E i temi siano squadrati, di 4, 8 battute. Soulima trattiene il fiato, si immerge in apnea, in un mondo musicale precedente a Stravinsky padre, precedente anche a Debussy, e scivola in un neo-neoclassicismo, privo di strizzatine d’occhio, di distacco ironico. È lì, trattiene il respiro, e intanto finge di essere orfano.

Ricordo di averli sentiti in antiche registrazioni, Igor e Soulima. Suonavano spesso a quattro mani – Igor aveva composto vari pezzi da concerto per loro due, su insistenza dello stesso Soulima. Più impacciato tecnicamente, il padre aveva riservato a se stesso la parte più facile, ma anche più accattivante e cantabile, e lasciato al figlio le tessiture più complesse, le rifiniture più ingrate. Ecco il più giovane sudare dietro agli intrichi irregolari in cui il più vecchio lo aveva infilato – sudare e imprecare sottovoce, curvo sulla tastiera, la lingua stretta tra i denti per la concentrazione, mai una battuta uguale all’altra, mai la rassicurante prevedibilità di uno sviluppo coerente, solo rotture, crasi, sincopi, fratture. E Igor, all’altro lato della tastiera, o all’altro pianoforte, a cincischiare le melodie, fintamente concentrato, in realtà soprappensiero, forse pure un po’ brillo.
Eccoli prendere gli applausi, in alcune foto. Soulima è bello, slanciato, elegante, e risalterebbe ben più del padre, se non fosse così compresso, e il suo sguardo non si fosse incupito. Per più di un’ora ha suonato musica che non ama, di cui certo non condivide nulla e che forse non capisce nemmeno. E ora riceve solo qualche applauso riflesso – il genio, in famiglia, è un altro.

Non stupiamoci se i suoi quartetti suonano così reazionari. Dal punto di vista di Soulima, l’unico modo per fare un passo avanti era farne due o tre indietro, prima di Debussy, Fauré, Borodin – sì, dalle parti di Borodin, perfetto, ci siamo, ma senza tutta quella gradevolezza, mi raccomando! Un Borodin riscritto da un Britten alzatosi di cattivo umore, immalinconito per una commissione accettata di malavoglia, o per un mezzo screzio con Peter Pears.

Ethan Prescott, su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/276-soulima-stravinsky-quartetti-per-archi-1-3-1982-1987.html

giovedì 9 dicembre 2010

Da "Letteratitudine": Mayra Montero e "Profondo Porpora"



Scovo e acquisto “Profondo Porpora” di Mayra Montero, che Vertigo ha appena pubblicato nella traduzione di Maria Cristina Secci (ma il titolo in inglese, "Deep Purple", suona assai più ilarmente incongruo). Vi si racconta di musica, ça va sans dire. Di musica e erotismo, per la precisione. Passione per la musica (per le musiciste, soprattutto, e anche taluni musicisti) e fervore erotico: curiosa accoppiata, che ogni tanto fa capolino nella letteratura ispirata alla musica (anche in Renzo Rosso, nel suo Ermanno Cornelis de “La dura spina”; anche, si parva licet con quel che segue, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, nel dongiovannismo disperato di Dvoinikov).
A una prima sfogliata i pruriti di Agustín Cabán, critico musicale in pensione, paiono frementi e umorosi quanto basta. Nel corso della lettura di "Profondo porpora" ho la conferma che l’esperienza della musica è ostinatamente paragonata all’esperienza del sesso: ma anche che, allo stesso modo, per una sorta di proprietà transitiva, il sesso è ostinatamente paragonato alla musica. L’uno è metafora dell’altro, a piacere, in questo inseguimento di un’idea totale di fisicità. L’io narrante, Agustín Cabán, confessa quasi subito: “Oltre ad ascoltare la loro musica, li annusavo, li ascoltavo parlare, auscultavo il rumore delle loro viscere. Forse può sembrare retorico, però l’anima musicale sta nelle interiora: ho potuto verificarlo attaccandoci l’orecchio e ascoltando con attenzione”. E poco più in là: “Guardo anche i polpacci e so che in qualche modo l’espressione nasce da lì, da un punto tra le caviglie e la parte posteriore delle ginocchia”. Viscere, o polpacci e ginocchia? Che importa se i due punti suonano poco coerenti, l’essenziale è che rimandino a una fisicità muscolare e umidosa, pure un po’ animalesca.
Per Agustín l’approccio musicale (musicologico, anzi) ha la stessa concretezza della conquista amorosa – e non stiamo parlando di amore platonico. L’ascolto della musica per lui equivale al possesso fisico del corpo che la esegue, e della mente che ne organizza l’interpretazione. O meglio: senza possesso fisico non c’è analisi della sapienza musicale. Tutto è iperbolico, in questo gioco: l’ascolto si colora di sensazioni, piaceri, dolori, e dolori dolci come piaceri, e piaceri urtanti come dolori; l’esecuzione è un insieme di atti di fisicità estrema, una performance di body art quasi, in cui il corpo dell’esecutore e lo strumento si uniscono in una liaison feticistica; e assistere all’esecuzione ha un quid di voyeuristico, ma è tutt’altro che un atto passivo, è un’impaziente premessa a un approccio più intenso e a ogni genere di compenetrazione.
Leggo, a proposito della relazione stretta tra musicista e il suo strumento: “Si stupirebbero molti appassionati se sapessero di certi termini carnali, o dovrei dire carnivori, con i quali si esprimono alcuni solisti rispetto ai loro strumenti, o rispetto alla musica che interpretano”.
Si aggiunga un altro elemento chiave: la memoria (il narrante è vecchio, le sue conquiste sono passate, rivivono nei ricordi ossessivi, in un rimuginio eccitato e allo stesso tempo disincantato). Se ne aggiunga un altro: la scrittura, o la parola – non solo perché Agustìn è un critico musicale, ma soprattutto perché questo suo dongiovannismo anteriore può concretarsi solo attraverso la confessione, deve farsi frase, paragrafo, capitolo (i capitoli, a proposito, portano come titoli i nomi delle sue conquiste, di quelle che più lo hanno segnato): il disordine dei sensi deve ricomporsi in uno stile memorialistico, esplicito quanto si vuole, ma comunque “educato” nella forma.

domenica 28 novembre 2010

Un inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Carl Thalberg, che in “Rapsodia su un solo tema” (Manni, 2010) ha raccolto e pubblicato le numerose pagine di Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, ha continuato a scoprire, tra le carte del suo compagno, appunti e minute sul compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. Traduco per gli amici di Malicuvata un frammento inedito, uno dei tanti, incentrato su una Sonata di Dvoinikov creduta dispersa, mai incisa su disco e, per quel che ne so, mai eseguita in concerto. In questa pagina un tantino iperbolica Prescott torna su certi temi che gli sono cari, e sembra raccontare la musica come sede di profondi e misteriosi conflitti.

Ethan Prescott – La Sonata per viola sola di Rafail Dvoinikov, 1951


La Sonata per viola sola è senz’altro una delle opere più stravaganti di Dvoinikov. Scritta di getto per un violista che non l’avrebbe mai eseguita in pubblico, sembra perseguire un’idea di sgradevolezza: nudità della melodia, idee tematiche di corto respiro strapazzate con ferocia, interruzioni e silenzi più lunghi e frequenti del sopportabile. Chi applaudirebbe con convinzione alla fine di una esecuzione di queste pagine scostanti? Il virtuosismo, che pure è richiesto, sembra occultarsi, negarsi, e non cerca l’ammirazione, ma piuttosto lo sconcerto, o, se appena si è un po’ sensibili, il raccapriccio.
Il primo tempo, un Allegretto il cui unico tema è giocato sulla cocciuta alternanza di un intervallo di quarta eccedente e uno di seconda maggiore, suona come un abbozzo, buttato lì con insofferenza. Ci viene da pensare che non lo vorremmo riascoltare mai più – come ci capita spesso, pensiamo che sarà più piacevole parlarne, piuttosto che ascoltarlo di nuovo. Eppure tra quei ghirigori impacciati sentiamo nascondersi un nucleo fascinoso di dolore, un grumo di spaventata bellezza – lo percepiamo risuonare leggerissimo nei silenzi, nel gioco traslucido degli armonici. È quella, la musica sottintesa delle vibrazioni e degli ipertoni, che vorremmo sentire, perché la intuiamo assai più bella e dolce di questa, reale, che ci strazia le orecchie e ci fa sbuffare. Il professionista riesce a distinguere con una certa consapevolezza la musica nascosta nelle altezze degli armonici, e ne resta turbato; agli altri, giunge comunque una qualche oscura impressione di un mondo negato, e la sensazione bruciante di non poter accedere a quel mondo.

Dopo un Adagio che esplora le zone paludose del registro basso senza mai sollevarsi, il Presto finale è poco più di un raptus disperato, interrotto dalla fretta o dal disamore a metà di una frase: una trentina di secondi in tutto, in cui la melodia si contorce in spirali ascendenti di velocità spaventosa, che rendono impossibile a chiunque il mantenimento dell’intonazione.

Questa Sonata sta ben lontana dagli intendimenti della letteratura per viola sola, di solito concentrata su temi pensosi, malinconicamente severi, aristocraticamente sonnacchiosi – si pensi a Hindemith, a Vieuxtemps, a Reger, a Stravinsky, o a tutti quei minori sovietici che hanno fatto della viola la loro voce preferita. Quella di Dvoinikov non è una viola, ma un violino sgraziato o un violoncello scordato, che dal suo esilio urla e mugugna e protesta e di certo non si metterà mai a cantare.

http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/275-sonata-per-viola-sola-1951.html

venerdì 26 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Critica letteraria"

"Rafail Dvoinikov sorprende" scrive Michele Rainone, in un'originale recensione apparsa su http://criticaletteraria.blogspot.com: "Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso. La sua vita privata non conquista, si avverte l’esigenza di andare avanti, di correre furiosamente verso gli “incontri con Dvoinikov”, di assaporare i suoi consigli, di ascoltare le sue storie. È come se tutti i personaggi gli facessero da spalla (...).
Sin dall’inizio si avverte questa presenza funerea nell’aspetto ma non nello spirito. Il compositore non deve dar conto a nessuno di ciò che dice e confessa, non si preoccupa più di scrivere: davanti a sé ha soltanto la strada, già battuta, dell’anzianità. È una sorta di riscatto dagli anni del regime russo, dalle costrizioni di Vladimir Galavamov, dai suoi dettami, dalle sue assurde considerazioni.
C’è un macro-colloquio in tutta l’opera, a fronte del quale i micro-dibattiti vengono meno, o meglio, si fondono: un colloquio che è presentato come il racconto di “musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano di altri musicisti che immaginano la vita di altri musicisti ancora”. La poca dimestichezza col settore non deve far indietreggiare i più curiosi: la semplicità dello stile e degli intrecci è funzionale a questo grande dibattito, in cui ogni musicista ha una parte ben precisa e non meno importante dei suoi colleghi. Tutto è musica, insomma: anche il rapporto tra Carl ed Ethan, lo pseudo protagonista che compie una serie di viaggi in Russia per incontrare l’eterno compositore. (...)
Sono tre mondi, quelli che si intrecciano: quello del presente – Ethan, Carl, Claire, Polina – quello del passato – i racconti di Dvoinikov – quello del futuro, ossia il tuffo di Joseph nel Novecento. Tre mondi, tre cori, un unico obiettivo: quello di porgere al lettore una serie di volti del mondo della musica che appassionano, e non solo per la sfortuna che si abbatte sulle loro vite. Il lettore si appassiona perché è testimone di questo grande colloquio, è osservatore di questi volti, corre persino il rischio di affezionarsi a qualcuno".

Si legga l'articolo completo di Michele Rainone alla pagina http://criticaletteraria.blogspot.com/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-liberi-di.html, e si segua il blog, ne vale la pena.

"Rapsodia su un solo tema": la recensione sul "Ghetto dei lettori"

"Se fosse un testo classico sarebbe una satira menippea" scrive Polyfilo di "Rapsodia su un solo tema" su quell'interessantissimo blog che è http://ghettodeilettori.blogspot.com.
E più avanti: "Piccole o grandi storie sono frammiste alla Storia maiuscola sullo stesso livello narrativo: i turbamenti di Ethan, che inaspettatamente, anche per sè stesso, subisce il fascino della solitaria segretaria di Dvoinikov, Polina, tanto da esserne quasi sconvolto; la quotidianità più spicciola del suo rapporto con il compagno Carl e le sue fisime; le testimonianze del compositore russo nei suoi rapporti con l'ambiente culturale e musicale sovietico insieme a quelle spesso dissacranti sulle debolezze della sua vita coniugale e famigliare, impastate di piccinerie e memorie dolorose.
Impareggiabilmente ironiche le - finte - trascrizioni d'archivio sulle convocazioni che Dvoinikov subiva dal boiardo di partito e mediocre musicista Galavamov, con tanto di processi sommari, ridicole imposizioni, sosia costretti a dialoghi pirandellianamente senza senso.
Lo stile, anzi meglio gli stili, si fondono amalgamandosi armonicamente, le diverse forme di narrazione permettono di mettere in mostra le diverse situazioni con registri e punti di vista diversi, che riescono a far emergere tante sfaccettature del protagonista, a volte in contraddizione tra di loro, senza disturbare il racconto.
Un solo tema di fondo, la libertà e il suo esprimersi attraverso le note musicali, viene analizzato e cucito - questa è appunto una rapsodia: una cucitura di diversi canti - da un ensemble di personaggi variamente e ben assortiti.
Una breve perla da leggere, con tanti riflessi, lieve e toccante insieme, resa preziosa anche dall'incompiutezza del finale, che arriva improvviso e senza spiegazioni, come accade a volte nella vita".
Che desiderare di più?

http://ghettodeilettori.blogspot.com/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-claudio.html

martedì 23 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Paperstreet"

Sulla vivace rivista http://rivistapaperstreet.wordpress.com/, molto attenta alla musica, alla letteratura e al cinema, compare una interessante recensione di "Rapsodia su un solo tema" firmata da Giacomo Lamborizio.
"Quello che il lettore si trova di fronte" scrive tra l'altro Lamborizio, "non è... il prodotto finito incorniciato da un dialogo, come si potrebbe pensare di primo acchito. bensì un testo composito e frammentato. Morandini con grande perizia e padronanza dei registi stilistici nasconde la sua voce di autore in un pastiche di testi diversi: dalla trascrizione dei colloqui tra i due musicisti alle pagine del diario di Prescott; verbali di interrogatorio e recuperi da un oscuro conte settecentesco, senza tralasciare un documentato approfondimento musicale tutt’altro che abbozzato.
"Nella varietà dei documenti non si perde però mai il filo e l’interesse verso la storia personale dei due protagonisti, il giovane americano che si interroga sulla sua vita sentimentale e artistica e il novantenne compositore. Un figura quest’ultima passata attraverso la rivoluzionaria stagione delle avanguardie pietroburghesi degli anni ’10-’20 (spazio-tempo in cui, citando Le invasioni barbariche, l’intelligenza “c’era”: basti ricordare figure e movimenti da Šostakovič a Majakovskij passando per la scuola formalista in letteratura, le avanguardie cinematografiche, teatrali e pittoriche capeggiate da Ėjzenštejn, Stanislavskij e Malevič) agli anni bui del rappel à l’ordre di Stalin e Zdanov. La tragedia dell’arte schiacciata dalla sanguinosa Storia del Novecento segna la parte migliore del libro, che inscena il racconto terribile del terrore e delle abiure cui Dvoinikov fu costretto dai tribunali dell’ortodossia rivoluzionaria capeggiati dagli orrendi burocrati dello stalinismo".

http://rivistapaperstreet.wordpress.com/2010/11/21/rapsodia-su-un-solo-tema-%E2%80%93-claudio-morandini/

lunedì 15 novembre 2010

Da "Letteratitudine": sul silenzio, 2

Non posso non accennare, parlando di silenzio, al musicista che forse più di ogni altro lo ha esplorato, John Cage, e al suo brano più famoso, 4′33”. Su youtube si trovano alcune esecuzioni (non sono ironico, nell’usare questo termine) di 4′33”, estremamente significative. Quella che preferisco è http://www.youtube.com/watch?v=HypmW4Yd7SY&feature=related , con David Tudor al pianoforte. Guardate la lieve coreografia dei suoi gesti, come chiude, apre e richiude il coperchio della tastiera, come usa il cronometro, rendendolo strumento silente, come tocca e legge la partitura bianca.
Una interpretazione impeccabile, la sua (ripeto, non sono ironico). Ci invita all’ascolto del silenzio, alla percezione di una dilatazione del tempo.
Due esecuzioni strumentali degne di nota (dell’assenza di nota, va bene) si possono seguire in
http://www.youtube.com/watch?v=hUJagb7hL0E
e in http://www.youtube.com/watch?v=04F22C_u658&feature=related .
Il gruppo strumentale “amplifica e radicalizza” l’effetto (mi sto citando, scusate; chissà che ne avrebbe pensato, il vecchio Dvoinikov di questa “Rapsodia senza temi”). Certo, l’effetto straniante è più evidente. Nel secondo caso, l’ensemble si accorda, in attesa del direttore. Nel primo caso, il direttore dotato di bacchetta è inappuntabile, ma non rinuncia alla piccola gag del detergersi il sudore dalla fronte: il pubblico, grato, si lascia andare a una risata liberatoria. Tra un movimento e l’altro (4′33” si compone, classicamente, di tre movimenti) il pubblico tossisce (un po’ troppo, come se anch’esso volesse lasciare testimonianza di una gag); e gli applausi finali, scroscianti, assieme ai ringraziamenti dei musicisti, coronano un’esecuzione un tantino sopra le righe.
In ogni caso, un pubblico così, che sta al gioco, e applaude convinto, è espressione di una civiltà culturale che noi ci sogniamo.
Ho pescato anche una curiosa lettura in duo, con Keith Jarrett e Chick Corea: i due si muovono, dondolano, ammiccano come se davvero suonassero, scrutano immaginari intrichi di note sulle pagine bianche. Jarrett però, a differenza di quello che fa quando davvero suona, non mugola. Anche in questo caso siamo dalle parti di una elegante interpretazione parodistica (anche Daffy Duck o Tom & Jerry eseguirebbero così 4′33”, non credete?). Guardatela su
http://www.youtube.com/watch?v=i8IT0hSLkMI&feature=related .

Da "Letteratitudine": sul silenzio, 1

Tra il 22 e il 26 luglio, conversando con uno dei frequentatori di “Letteratitudine”, Paolo, che tesseva l’elogio della concentrazione e condannava l’uso banale della musica nei luoghi di incontro, mi sono imbarcato in una riflessione sul silenzio. Ne riporto qui alcuni estratti successivamente adattati.

Verissimo, la musica è ormai usata ovunque e a sproposito, come carta da parati, come complemento d’arredo. Nelle mani e nelle intenzioni di Satie, e più tardi di Cage, la musica che si fa da parte, che arreda, poteva avere un suo spessore anche teorico, un valore nella reazione a certo accademismo. Ma non credo che chi oggi usa la musica come sfondo sonoro negli ascensori, nei supermercati o nei negozi lo faccia in omaggio a Satie o a Cage (e nemmeno, che so, a Brian Eno). E mettiamoci pure anche i ristoranti (musica a volume troppo alto, musica che non ascolteresti mai, e che mette di malumore, e costringe a parlare a voce alta, o a tacere), le sale d’aspetto degli studi medici (dove però la musica “copre” parole e suoni che ci rimanderebbero alle intimità altrui) e i film (invasi da colonne sonore sempre più tronfie, rozze e indistinguibili le une dalle altre).
La “civiltà della distrazione” (l’efficace definizione non è mia) ha questa specie di paura del vuoto, o del silenzio. Horror vacui, appunto. Intasa di stimoli gli spazi visivi, uditivi, sensoriali in genere. Impedisce di soffermarsi sul dettaglio, di scendere a scandagliare in profondità, anche di avere una visione di insieme.
Il silenzio ci impressiona - e ci sgomenta. In montagna, se ci troviamo avvolti dal silenzio, cerchiamo di riempirlo subito concentrandoci su rumori lontani e familiari (passaggi di aerei, l’incessante brusio di auto e camion dalle strade del fondovalle…)
L’ascolto concentrato ce lo dobbiamo costruire attorno, con pazienza. La sala da concerto, certo. Ma quanti spazi nati per ospitare avvenimenti musicali in realtà sembrano fatti per distrarre dalla musica, per opprimere il suono con un’acustica mal studiata, ostacolare la postura, infastidire con rumori estranei… (Lo scrivo perché di recente mi sono trovato in uno spazio così, generatore di interferenze di ogni tipo, e la sofferenza di vedere la musica - un Mozart, uno Schubert - umiliata da ogni tipo di tonfo, boato, scroscio, schianto, mi ha fatto scappare - in punta di piedi - all’intervallo).
Piccola digressione non del tutto peregrina: ricordo di aver visto più di una volta, da ragazzo, il buon Massimo Mila a concerto; arrivava con le partiture dei brani in programma, soprattutto dei brani più recenti e meno familiari, e il suo sguardo guizzava dall’orchestra alle pagine, dai gesti del direttore alle note. Ho sempre ammirato quel suo scrupolo, e ho sempre pensato che quello fosse l’ascolto più profondo e ricco. Quando potevo, e riuscivo a procurarmi qualche partitura, provavo a imitarlo - girando le pagine pian piano, per non disturbare con il fruscio.
Però, è anche vero che accanto a questo tipo di ascolto, un ascolto che esclude ogni altra attività e reclama ogni attenzione, può esserci anche un uso meno esclusivo della musica.
La musica, quella che amiamo di più, che già conosciamo, ci erige attorno un paravento di bellezza dalle brutture (o più semplicemente dalle distrazioni). Se scriviamo, ci accompagna, ci suggerisce (sembra suggerirci, d’accordo), ci impedisce di volare troppo basso… Il nostro ascolto in tal caso non è del tutto cosciente, e chissà quanto ci perdiamo di quella musica che sembra guidarci la mano: ma è una forma di conforto e di soccorso a cui non vorrei rinunciare.
Siamo abituati a pensare la musica in relazione con il tempo (anche qui, soggettivo e oggettivo). Ma è un tema affascinante anche la musica (il suono pensato e organizzato) che interagisce con lo spazio (interiore o esterno), lo percorre, le saggia le dimensioni e le forme, lo dilata o lo restringe, lo organizza, lo abita come un organismo vivente. Le esperienze di Cage e Eno (e chissà quanti altri) meritano di trovare chi le racconti.
(Io raccomando sempre quel prezioso ma ormai datato saggio di R. Murray Shafer su “Il paesaggio sonoro”, denso di intuizioni e spunti - chissà però quanti contributi successivi esistono.)

domenica 14 novembre 2010

Ancora su musica, linguaggio, Dvoinikov, libertà

Si parlava con Lorenzo Mari della concezione della musica espressa da Dvoinikov: “Sono note, solo note” dice il 20 marzo a Prescott il quale, colto dall’ammirazione, ha cominciato a definire il Trio op. 58 in termini altamente emotivi. “Sono note, solo note, amico mio, non dimentichi. Ho scritto note, non meditazioni, che Dio me ne scampi, e che scampi anche lei dal pensarlo” dice più esattamente il vecchio russo. E più avanti, dopo l’esecuzione della prima versione del Trio e la reazione commossa di Ethan: “Sono solo note, ricordi… Altre note rispetto a quelle che ho eseguito prima,
d’accordo: ma sempre e solo note della scala temperata”.
Trovo sempre più interessante questa ostinazione di Dvoinikov nel rifiutare alla musica (non solo alla sua musica, ma alla musica in generale) un significato che non sia nelle note stesse – nel rifiutare in particolare che la musica possa essere ciò che noi pensiamo o sentiamo che sia, quel coacervo di emozioni sensazioni allusioni rimandi alla memoria che in noi (e in Prescott) la musica suscita, ma che la musica non è, non significa. Mentre per Prescott un certo grado di semanticità della musica è ammissibile, è veicolabile, per Dvoinikov sembra davvero che la musica non sia altro che suoni.
Va bene, dietro a questa concezione c’è l’esempio di Stravinsky, che già nelle “Cronache della mia vita” aveva affermato l’incapacità della musica di descrivere qualunque altra cosa, compresi moti dell’animo o che so io (Stravinsky scrive esattamente così: “…”): una concezione che poi lo stesso Stravinsky modulerà in termini meno apodittici negli scritti successivi. E c’è quella linea teorica che nell’Ottocento ha avuto in Hanslick il suo più rigoroso interprete.
Ma in Dvoinikov questa concezione sembra rivestire un altro significato. Nelle musiche “private”, quelle scritte per se stesso, rimaste talvolta nell’ambito della vita privata se non della clandestinità, Dvoinikov rivendica questa assenza di significato come un dato di libertà – dall’imposizione di una musica a programma pesantemente descrittiva, in cui la forma si adegua alle necessità celebrative del momento. Il realismo socialista ha voluto fare di certe forme musicali – la sinfonia, in particolare – affreschi storici, sociali, politici, in cui il ricorso a cliché descrittivi piegava e manipolava la struttura e l’assunto rievocativo o encomiastico gonfiava e stravolgeva dimensioni e relazioni interne. La monumentalità di molte opere sinfoniche anche dei massimi autori sovietici ci suona oggi come sovradimensionata, indigesta, sovraccarica: pazientiamo al cospetto delle lunghe tirate retoriche, in attesa degli sprazzi davvero interessanti, delle idee in cui riconosciamo lo stile dell’autore. Ecco, Dvoinikov, nel rivendicare la inespressività della musica, sembra voler reclamare un diritto all’inespressività, cercare uno spazio – limitato, privato, sfuggente – di libertà per la musica – la sua, ma non solo.

sabato 13 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata", seconda parte

Riporto la continuazione della conversazione con Lorenzo Mari, apparsa su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/268-a-domanda-risponde-claudio-morandini.html.

Lorenzo Mari: Pare, tuttavia, che non sia più possibile fare questo attenendosi alla meta-letteratura che è stata tipica del “postmoderno classico”, se mi passi quest’ultima definizione, un po’ paradossale. Dove sono finiti gli scrittori che parlano di scrittori che parlano di scrittori o i personaggi che parlano di altri personaggi che parlano etc.? Sono stati sommersi dalla quantità di narrazioni disponibili oggi (tanto che andremo incontro, secondo Douglas Coupland, alla de-narrazione)? Meglio rifugiarsi nelle note, e nel loro confronto con le parole? In altre parole, il testo meta-letterario è ormai da considerarsi come un oggetto d’antiquariato? Non serve più? C’è ancora qualche speranza nella riflessione interdisciplinare? Quale?

Claudio Morandini: Da questo punto di vista, anche “Rapsodia su un solo tema” appare come un oggetto di antiquariato – o meglio di modernariato. C’è sempre qualcuno che, dopo aver letto un mio romanzo, ne nota l’inattualità – il più delle volte, per fortuna, si tratta di un complimento. Non è un problema per me: come ho già detto altrove, mi sento appartenere al Novecento, per ragioni anagrafiche e sentimentali. Soprattutto appartengono al Novecento i miei personaggi, come Dvoinikov, che guarda con disincanto alla fine del mito dell’originalità (ma non è un problema così grave, visto che per lui la composizione è essenzialmente un lavoro di alto artigianato…), e Prescott, che vive invece con una certa spensieratezza in un ambiente postmoderno (ma la contaminazione con il basso, con la techno di DJ Kosmo, lo riempirà di angoscia e di stizza). Per loro la classica, classicissima struttura a matrioska (uno che racconta di un altro che racconta di un altro che…) è un modo accettabile di intendere non solo la loro arte, ma anche la loro vita.
Nessuno dei due corre il rischio di cadere nella de-narrazione; non ne possono sospettare nemmeno il futuro concepimento. Si comportano come “personaggi”, e tendono a leggere se stessi come figure di romanzo – be’, d’accordo, sono davvero personaggi da romanzo. Prescott anzi sembra vedersi come una figura da sit-com… In questo senso, il più compiaciuto dei due è Dvoinikov, che nel racconto della sua vita ritorna quasi proto-novecentesco, e scivola un paio di volte in un decadentismo fuori tempo massimo. Ma lo si perdona, perché per lui inventare la propria vita come la vita di un personaggio di letteratura è un modo per rivendicare un controllo su di sé e coltivare un orticello di libertà.
Tornando alla questione della meta-letterarietà: ho la netta sensazione che ogni testo sia un meta-testo – io, almeno, leggo così ogni cosa che mi capiti sotto gli occhi, al di là del contenuto, come una riflessione sul linguaggio. Non rinuncio al piacere di seguire le avventure corse dalle parole, di indagare la componente “narrativa” del linguaggio. Tu dici che oggi il modello ormai “classico” di meta-letteratura post-moderna è in crisi – e io ti credo, non frequento molto la contemporaneità, seguo di malavoglia i trend editoriali. Che sia sopravvenuto un effetto di saturazione? Troppi scrittori hanno scritto di se stessi o di altri scrittori? Troppi si sono interrogati sulla natura della scrittura? Troppi scrittori in crisi (ora volo più basso), ridotti a macchietta, troppi complessi da pagina bianca? Oppure la meta-letteratura è diventato un giochino superficiale, un ricorso ludico a stilemi, a comodi cliché? O infine nessuno si interroga più sulla scrittura perché nessuno (ora esagero) padroneggia più la scrittura? O nessuno ha più nulla da chiedere alla letteratura, se non placido svago e qualche salto sulla sedia al momento giusto?
Non posso rispondere a queste domande – ma è certo, per dirne una, che il Calvino che indagava le potenzialità combinatorie del narrare non sembra aver lasciato tracce tangibili oggi, tra gli scaffali delle librerie. Anzi, da qualche anno si diffida di quel modello, e lo si fa con uno strano sollievo, come se ci si fosse finalmente liberati da un gran peso. E non parlo da calviniano tutto d’un pezzo, bada, perché c’è ben poco di calviniano nel mio modo di procedere, di accumulare pagine nel corso di anni, lasciando che si creino connessioni e si sviluppino percorsi. Mi manca insomma quel suo senso progettuale della struttura – ma amo il mio modo arruffato di procedere a tentoni. Però sto divagando.
Mi chiedi se la musica possa soccorrere la letteratura nella riflessione su se stessa, attraverso il confronto tra le peculiarità e le differenze dei due linguaggi. Perché no, mi dico. A patto che con “musica” non si intenda semplicemente il mondo colorato di chi vive di musica, la ascolta, la produce, la esegue, la scrive – in tal caso la musica vale quanto, che so, l’architettura, il giardinaggio o qualunque altro microcosmo popolato di personaggi più o meno singolari. E a patto che non si parli di “musicalità” della lingua – questa è semplicemente la cara vecchia retorica dei classici, altro che musica. Ma una letteratura che si avvicina alla musica, ne “imita” le forme, ne esplora le strutture, e allo stesso tempo non si illude di trasformarsi in musica, perché procederà sempre con approssimazione, per analogie o per contrasti – ecco, una letteratura così può avere un qualche senso anche oggi, sarà una riflessione sui fondamenti e sui processi del linguaggio. La cosa può diventare intrigante se, come fanno certi compositori o teorici della musica, si mette in dubbio che la musica possa essere considerata un linguaggio.
Il bello è che non mi sono posto questi interrogativi mentre lavoravo a“Rapsodia su un solo tema”. Ho lasciato lievitare il romanzo, animato soprattutto dal piacere dell’invenzione, o della reinvenzione – anche se l’ho concluso oppresso da un senso crescente di angoscia. Soprattutto, ero spinto dal desiderio di condividere una appassionata familiarità con la musica. Le riflessioni teoriche sono venute dopo, e sono ancora in corso, come vedi.

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata"

Questa settimana il sito di "Malicuvata Casa lettrice", http://www.malicuvata.it, in preparazione all'incontro bolognese del 18 novembre presso lo Zammù, ha dedicato varie pagine a "Rapsodia su un solo tema". Dopo la recensione di Lorenzo Mari (e la mia risposta), ecco un dialogo, intitolato "La msucia è un linguaggio?". Ne riporto la prima parte.

Lorenzo Mari: Nel tuo romanzo “Rapsodia su un solo tema”, le riflessioni sulla musica e sulla letteratura s’intrecciano senza sosta, e sempre con estrema naturalezza. Danno luogo a incontri, scontri, contraddizioni, deviazioni, fusioni sinergiche, e, non ultimo, anche ad ampie considerazioni estetiche.

Claudio Morandini: È vero. Molti dei compositori di cui racconto la vita in “Rapsodia” praticano la scrittura, oltre alla musica. Carl Thalberg si ostina da anni dietro un trattato sull’accordo di settima di dominante (e va bene, qui siamo dalle parti dello scherzo) ed è il curatore del trattato rimasto incompiuto dal suo compagno Ethan Prescott; questi è poco meno che un grafomane, un trascrittore di tutto ciò che gli accade; Dvoinikov stesso ha accarezzato più volte in passato di scrivere su questo e su quello – essenzialmente sul suo antenato musicista e anch’egli poligrafo Joseph Mathias Mayer… Dietro a questa intrusione della scrittura c’è ovviamente una necessità, quella mia di ricondurre comunque alla forma del romanzo, alla narrazione, una materia che sembra appartenere ad altri ambiti. Ma non è solo questo. Prescott, e anche Dvoinikov, almeno nelle intenzioni, si affidano alla scrittura per dire ciò che non possono dire con la musica. Visto che la musica sembra parlare solo di se stessa, erigendo strutture di puri suoni, rifiutandosi a ogni contaminazione con la vita (Dvoinikov ne è convinto, Prescott sembra più possibilista riguardo a una semantica musicale), ecco che la scrittura, le parole vengono in soccorso. Danno a Prescott uno strumento con cui leggere la realtà, o almeno provare a metterci ordine; e a Dvoinikov, addirittura, garantiscono una libertà che la musica, più ossequiosa alle regole proprie e alle direttive altrui, sembra negare.
Entrambi, da musicisti che sanno bene cosa la musica è e cosa non è, tengono ben separati i due mondi. È il romanzo – sono io, cioè – che mescola le carte, e tenta di contaminare musica e scrittura, non solo ispirandosi con una certa libertà a una delle forme meno rigide della musica – la rapsodia –, o a una certa idea di musica a programma, ma anche ripercorrendo i diversi modi possibili con cui la parola può “raccontare”, o “analizzare”, o “parafrasare” la musica.

mercoledì 10 novembre 2010

Un'intervista per "Libri Consigliati"

Riporto una piccola parte della bella intervista a cura di Maria Grazia Piemontese per http://www.libriconsigliati.it. Leggete il resto della conversazione su http://www.libriconsigliati.it/2010/11/intervista-a-claudio-morandini/ e continuate a seguire il sito, ne vale davvero la pena.

Piemontese Rapsodia su un solo tema si struttura su un plot che si arricchisce di numerose storie altre che potremmo definire “parallele”. Penso, ad esempio, alla presunta relazione tra la moglie di Dvoinikov e Nikolai, il fratello del musicista russo. Pensa di dare un seguito, uno sviluppo a questi spunti narrativi?

Morandini Ma che ne sarà di questo o quel personaggio? mi sento chiedere spesso. è un buon segno, vuol dire che ci si è affezionati ai personaggi, che si vuole sapere di più di loro, della loro vita. Io stesso a volte sento il desiderio di tornare su di loro, di immaginare possibili sviluppi. Però secondo me un romanzo non deve dire tutto. E amo i personaggi che nascondono qualcosa di sé al loro stesso autore, ponendolo così nelle medesime condizioni di un lettore. Un personaggio che non si esaurisce nelle parole di un libro, ma sembra vivere anche altrove, o proseguire altrove la sua esistenza indipendente, mi pare dotato di una ricchezza e di una complessità che lo avvicinano alle vite vere delle persone con cui abbiamo a che fare e di cui non sapremo mai tutto.
Io vivo questo lasciare in sospeso le vicende, oltre che come un avvicinamento alla realtà, anche come un corollario di quel patto tra pari che chi scrive istituisce con il lettore – una forma di rispetto per il ruolo attivo di chi legge. Io scrittore ti racconterò molto, ma non tutto. Lascio a te lettore tirare le somme. Mi insospettiscono i romanzi perfettamente architettati, in cui tutto è ben sistemato, ogni curiosità soddisfatta, ogni tassello al giusto posto, ogni dubbio risolto, ogni centimetro coperto. Mi sembrano una semplificazione, una banalizzazione più che un’astrazione. A quel punto, trovo molto più interessante, divertente o spaventosa la realtà, per quel quid di inestricabile, misterioso, caotico, eccessivo che la caratterizza.

martedì 9 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": il giudizio di "Wellesz"

Antonio De La Rose, che su http://www.youtube.com/user/Wellesz coltiva con gusto, competenza e una sorta di ispirata ostinazione la passione per la musica del Novecento, anche e soprattutto quella meno frequentata, ha scritto sul mio "Rapsodia su un solo tema" queste parole. Tengo molto a questo giudizio - il mio romanzo si è nutrito delle stesse musiche, delle stesse facce.
"Un libro unico, profondo, bellissimo, capace di raccontare il rapporto di un uomo con la sua musica in modo raro e delicato. Un confronto intenso tra due compositori appartenenti a generazioni diverse ma legati dalla stessa irrinunciabile spinta creativa. Una storia raccontata in modo originale, avvincente, calata nello scenario storico della musica del '900, ricca di citazioni e riferimenti continui alle vicende musicali (e non) del secolo scorso. Un dedalo di emozioni costruite attraverso l'utilizzo efficace di diversi stili narrativi ma coese in un unico grandioso progetto. Come in una rapsodia, appunto.
Chiunque abbia a cuore le vicende della musica moderna troverà in questo libro non solo una storia avvincente da leggere ma anche molti spunti di riflessione sulla connessione stessa dell'Arte, e della musica in particolare, con la parte più profonda di noi".

lunedì 8 novembre 2010

Da "Letteratitudine": Stendhal e Mozart


Che godimento leggere le lievi pagine che Stendhal dedicò a Mozart in varie occasioni, e che vedo raccolte in un’edizione Passigli del 1998! Stendhal, è noto, nutriva per la musica una passione smisurata, e frequentava quanto più poteva e ovunque il bel mondo musicale, prendendo posizione con forza, esaltandosi per questo e per quello, polemizzando con quegli altri; certo, la sua passione non si reggeva su solide conoscenze teoriche o tecniche, ma appunto sul gusto, sull’intuito, e su una acuta capacità di cogliere la grandezza del genio e la novità di linguaggio – e di riconoscere in altri campi, insomma, dei fratelli o dei complici suoi pari.
La patria della musica era per Stendhal l’Italia, almeno dal punto di vista della melodia, del canto, del bel canto anzi – era l’Italia della Scala, e di figure come Cimarosa prima e Rossini poi. Ma dell’Italia Stendhal sa cogliere anche i difetti, il provincialismo, l’incapacità di adeguarsi alle novità di linguaggio provenienti dal continente ed espresse da Mozart, la sordità nel cogliere la grandezza di quest’ultimo. Le pagine dedicate a Mozart ed estratte dalla “Vita di Rossini” del 1823 sono deliziosamente crudeli, quando descrivono il sottobosco di musicisti e personaggi da salotto che non si accorgono del giovane austriaco o ne deridono lo stile, le orchestre che non sanno suonarlo, ne storpiano la musica riducendola a una specie di sinfonia di Haydn eseguita da un branco di dilettanti, il formarsi di partiti pro e contro (in minoranza i primi, in decisa e roboante maggioranza i secondi). E certo il breve resoconto delle prove segrete e prolungate (sei mesi per i soli orchestrali!) dei principali pezzi d’assieme del “Don Giovanni” nel palazzo di un nobile appassionato di musica “ma un po’ scriteriato”, culminate infine nella prima seria esecuzione italiana, rivelatrice di ciò che era davvero (o avrebbe potuto essere) la musica di Mozart, meriterebbe da sola di essere raccontata di nuovo, e con dovizia di dettagli, magari in un romanzo storico (ma forse qualcuno ci ha già pensato, e io non lo so).
Di Mozart Stendhal amava le avventure imprevedibili dello stile (lo stesso senso dell’“avventura” sonora che coglieva nelle improvvisazioni vocali del bel canto, negli equilibrismi delle arie di Rossini). A illuminare questo aspetto, e in generale la sensibilità stendhaliana, pensa la breve introduzione di Enzo Siciliano, intitolata, et pour cause, “Du côté de chez Stendhal”.

domenica 7 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di "Libri e Recensioni"

Su http://www.librierecensioni.com si legge una recensione molto piacevole di "Rapsodia su un solo tema". Ne riporto alcuni brani. Il testo integrale si trova in http://www.librierecensioni.com/libri/rapsodia-su-un-solo-tema-claudio-morandini.html.

"Con un'opera completamente diversa dalla precedente Le larve, Morandini si conferma un autore notevolissimo e capace di creare delle splendide trame, narrate con proprietà di linguaggio e stile, come già apprezzato nei suoi precedenti romanzi. Quest'ultimo libro ha però qualcosa in più rispetto agli altri, ma "cosa" è difficile da definire. Sarà forse la cura nelle descrizioni di protagonisti, ambientazioni e ricostruzioni storiche? Sarà la precisione (e la conoscenza) dimostrate quando parla dei componimenti musicali, che fanno intuire una reale passione da parte dell'autore per l'argomento trattato, o ancora i diversi stili letterari usati passando dal racconto alle interviste, dal diario alle udienze, senza dimenticare le note a fondo pagina che, ironiche e spiritose, forniscono una chiave di lettura in più a tutto l'insieme, alleggerendone lo spirito?" si chiede l'autrice del pezzo. Che poi confessa il suo stupore nello scoprire che i personaggi sono frutto di immaginazione.
"Non si tratta infatti di una biografia che va a rivedere l'intera vita di un compositore realmente esistito, basata quindi prevalentemente su un lavoro di ricerca delle fonti, ma di qualcosa di molto più laborioso: una sorta di esperimento letterario perfettamente riuscito con il quale l'autore ricrea, interamente e con grande precisione, uomini, luoghi, avvenimenti, musica e periodo storico.
Ethan Prescott, il giovane intervistatore omosessuale, e Rafail N. Dvoinikov, l'anziano compositore che col suo spirito ribelle dimostra come si può restare liberi nonostante tutto, si rivelano due protagonisti d'eccezione che, descritti dal bravissimo Morandini, entrano nel cuore del lettore e svegliano il desiderio di approfondire la loro conoscenza. Personalmente, ammetto di aver provato un po' di delusione nello scoprire di non poterlo fare e rendermi conto che è impossibile ascoltare le composizioni citate nell'opera, perchè inventate!"
La chiusa rassicura sulla fruibilità del romanzo (un aspetto a cui tengo molto, come si può immaginare): "Con Rapsodia su un solo tema l'autore ha costruito un intero mondo che si incastra però, con grande realismo, agli avvenimenti del Novecento, in un libro che attira fin dalle prime pagine e che, a differenza di quel che il titolo potrebbe far supporre, non è dedicato solo agli appassionati del genere, ma a chiunque abbia voglia di leggere un romanzo affascinante, profondo e a tratti malinconico, ironico e doloroso; un romanzo intenso sulla vita, i dubbi e le passioni di due grandi personaggi, cui la musica fa da splendido sottofondo".

venerdì 5 novembre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 15: Heinrich Neuhaus



Il volume “Riflessioni, memorie, diari” che raccoglie scritti di diversa natura del pianista russo Heinrich Neuhaus, e che in Italia è stato pubblicato da Sellerio nel 2002, è un esuberante autoritratto di una personalità di straordinaria ricchezza. Pianista finissimo, ma soprattutto didatta eccellente, divulgatore di piacevolissima verve, Neuhaus lascia in queste pagine – alcune occasionali, altre più corpose; alcune di chiara impronta autobiografica, altre, più specialistiche, incentrate sull’arte dell’interpretazione pianistica – molto di sé, con sincerità disarmante – la stessa sincerità che nel 1941 lo ha cacciato nei guai, lo ha costretto a una penosa autocritica dopo le accuse di comportamento antisovietico e lo ha consegnato a una detenzione e poi a un esilio di qualche anno.
Molte cose mi piacciono di queste pagine raccolte e curate da Valerij Voskoboinikov: il senso morale sempre all’erta, che spesso si esplica in una febbrile attività pedagogica oltre che didattica; la descrizione di una solidarietà profonda – e vitale – tra musicisti e artisti, in un periodo e in un contesto in cui si guardava con sospetto a ogni iniziativa individuale; la curiosità per le novità, i nuovi interpreti, la nuova musica, e una crescente insofferenza per gli accademismi, il conservatorismo; la totale assenza di boria.
L’edizione Sellerio nelle primissime pagine riporta anche la breve testimonianza della figlia di Neuhaus, Miliza, sull’arresto del padre e gli interrogatori a cui è stato sottoposto nel 1941. Gli ampi stralci dai protocolli di quegli interrogatori, in cui Neuhaus, trascritto e rimaneggiato dal giudice istruttore, si autoaccusa con frequenza ossessiva di ogni sorta di comportamento antisovietico, hanno costituito una fonte importantissima per le pagine di “Rapsodia” in cui si citano gli immaginari verbali di Golovamov. Ma tutto il testo è stato prezioso per capire come si potesse vivere, e suonare, creare arte senza perdere del tutto se stessi e mantenere amicizie e affetti negli anni più tetri della storia dell’Unione Sovietica.

giovedì 4 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di "Libri Consigliati"

Una bella e ricca recensione del mio "Rapsodia su un solo tema", firmata da Maria Grazia Piemontese, è apparsa su http://www.libriconsigliati.it. Ne estrapolo alcune considerazioni, che individuano nel percorso interiore dei personaggi uno degli aspetti cruciali del romanzo.

"Morandini invita con garbo a intraprendere un viaggio che porta dall’America alla Russia, e che una pagina dopo l’altra si delinea più nettamente come un cammino dentro se stessi, anche attraverso la scoperta dei moti interiori che hanno determinato la figura del grande compositore Rafail Dvoinikov. Il musicista americano, nonché professore universitario Ethan Prescott, vuole tenere desto il ricordo del maestro Dvoinikov, consapevole del fatto che presto non solo il suo corpo ma anche le sue sinfonie potrebbero sbiadire nella memoria degli studenti. Come fosse una missione più personale che didattica, Prescott vola più volte dal suo collega in Russia. A dispetto delle indicazioni chiare e incoraggianti, l’americano attraverserà chilometri di strade deserte, paesaggi brulli e duri, freddo, scoraggiamento, prima di raggiungere l’umile e silenziosa dimora di Dvoinikov. Salvo poi capire che l’asperità del luogo e la complessità del viaggio rispecchiano l’intricato e sofferto mondo che il mentore russo racchiude nel suo animo".

Il confronto con una figura così forte come Dvoinikov segna il giovane Prescott.
"Ethan" scrive Maria Grazia Piemontese "vuole intervistare il compositore russo, ma gli incontri tra i due si risolvono in lunghe chiacchierate, spesso affannate e dolorose, filtrate dalla traduzione della giovane Polina. Prescott, e con lui il lettore, si scopre impreparato ad accogliere tanta complessa vitalità, numerosi patimenti e altrettanto fitti racconti di slanci passionali e piaceri sessuali, pulsioni e vibrazioni che sono stati linfa per la musica del maestro".
E più avanti: "...è riduttivo definire Rapsodia su un solo tema semplicemente un romanzo. Morandini ci ha donato un riuscitissimo connubio fra saggio, biografia, lunga intervista, storia della musica, pamphlet politico. E se il pretesto iniziale è il confronto e l’incontro tra due compositori di nazionalità, età, tendenze sessuali, formazione, cultura e periodi storici diversi, la scrittura si apre a ritmi, colpi di scena e situazioni care alla struttura delle fiction e delle sit-com, i cui finti applausi sono spesso citati da Prescott per sottolineare la falsità di talune scontate riflessioni".

La conclusione della Piemontese mette in luce un sottinteso pedagogico a cui tengo molto.
"Questo viaggio è anche l’insegnamento di un padre al giovane figlio, un commovente passaggio di testimone da una generazione eclissata a quella nascente. Quel che resta alla fine è un misto di rispetto e malinconia per uomini grandi che hanno espresso in note le loro stesse vite, e la riconferma di una riflessione a cui mi aveva indotto la lettura de La musica ferma il tempo di D. Barenboim: il blocco che spesso si avverte nell’ascolto della musica classica potrebbe essere superato se solo si pensasse che tanta imperiosa intensità e solennità dei suoni deriva dalle emozioni di uomini come tutti noi".

http://www.libriconsigliati.it/2010/11/rapsodia-su-un-solo-tema-di-claudio-morandini/

mercoledì 3 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le riflessioni di Lorenzo Mari

Lorenzo Mari, con cui avrò il piacere di confrontarmi giovedì 18 novembre nell'ambito della terza rassegna "Dalla A allo Zammù - Alfabeto letterario" allo Zammù di Bologna, ha dedicato a "Rapsodia su un solo tema" un'analisi densa e invitante sul suo blog http://langosciadellinfluenza.wordpress.com. La riporto nella sua interezza.

"In tutta la Rapsodia su un solo tema, Claudio Morandini pare dire una sola cosa: giocare con gli stilemi della scrittura postmoderna non vuol dire per forza di cose oscillare tra debole e forte. Semmai, significa lasciar scorrere le dita sulla tastiera di un piano/forte.
Leggiadra e certamente molto più aggraziata di questa battuta è la scrittura di Morandini, al suo terzo romanzo dopo Nora e le ombre (Palomar, 2006) e Le larve (Pendragon, 2008). È con grazia, infatti, prima che con altri mezzi, che lo scrittore aostano conduce per mano il lettore in questi Colloqui con Rafael Dvoinikov – sottotitolo del romanzo – facendolo passare attraverso una miriade di testualità differenti, un caleidoscopio di esperienze diverse: il diario di Ethan Prescott (nel ruolo dell’intervistatore, mentre Dvoinikov è l’intervistato; a volte, però, bouleversement: accade il contrario); il racconto in prima persona di Dvoinikov; la descrizione proto-saggistica delle opere di quest’ultimo; la trascrizione di un trattato del Settecento; una serie di note anarchiche e dissacranti…
E il lettore non si perde mai, in quest’opera riconoscibile a tutti gli effetti come post-moderna – dunque caotica, disseminata e multi-prospettica – potendo invece seguire fedelmente, e con passione, la storia, il plot. Brevemente: il musicista Ethan Prescott, imbarcatosi nell’impresa di scrivere una monografia sul compositore russo Rafael Dvoinikov, ritiratosi a vita privata, lo va a trovare più volte presso la sua dacia di campagna vicino a San Pietroburgo, traendone spunto per cambiare la propria vita. Il cambio avviene nello stesso modo in cui si riscrive un testo, in cui si torna a suonare una partitura…
Non sveliamo altro. Forte nel piano, si diceva. L’adesione, anche ideologica, all’estetica del postmoderno – reiterata la critica ai miti letterari dell’originalità e dell’autenticità (tanto complessi che risulta urgente, e allo stesso tempo, ridicolo cercare i Prescott e i Dvoinikov su Wikipedia) – non finisce, come spesso accade, per ostruire il libero flusso della narrazione. Non preclude, anzi riesce ad aumentare il piacere della lettura.
Ma sicuramente anche piano nel forte. Entrano dolcemente, con garbo, alcune note, che, uscendo dal frame del senso comune, acquistano il peso di una riflessione a tutto tondo, che non ha più bisogno di etichette – neanche di quella, assai ambigua, del “post-moderno”. Si tratta di alcune perle, come questa: È sempre sorprendente come i momenti cruciali della vita tendano ad assomigliare a scene madri da cattiva letteratura – ed è una scoperta altrettanto stupefacente che affrontare questi momenti razionalizzandoli attraverso il paragone letterario non faccia sentire per nulla meglio.
Naturalmente, quando la letteratura è buona, come in questo caso, arte e vita si fondono in modo esplosivo – non implosivo – dando vita a un’autentica rapsodia su un solo tema. E se anche la citazione logicamente non tiene, questo, nel mondo della letteratura, della musica, e non solo, non la squalifica, non la fa meno vera. Anzi."
http://langosciadellinfluenza.wordpress.com/2010/11/02/claudio-morandini-rapsodia-postmoderna-su-un-solo-tema-non-postmoderno/

Ho raccolto l'invito di Lorenzo a un confronto preliminare, e ho risposto così:
"Caro Lorenzo, la tua lettura di Rapsodia come di un testo post-moderno è convincente – lo è, post-moderno, anche se non era programmato che lo fosse. Credo che sia l’effetto – inevitabile, e da un certo punto in poi assecondato – di un modo di scrivere, il mio, che non segue un’architettura definita, e si fonda sull’accumulo per anni di pagine disparate attorno a un vaghissimo spunto iniziale (anche per Le larve è stato così). Ed è vero che molte di queste pagine sono travestimenti (diario, verbale, trattatello, pagina di saggio, sit-com…), o meglio appropriazioni, come lo è il punto di partenza (impadronirmi delle conversazioni tra Craft e Stravinsky come di un genere letterario e farci una storia insieme simile e diversa). Lavorare su materiale di provenienza esterna mi ha costretto in un certo senso a pormi il problema dell’originalità – a farlo porre ai miei personaggi, con una certa insistenza. Allo stesso tempo, credo che questo dell’originalità sia un tema non solo mio, ma di tutto il Novecento (secolo di cui mi sento ancora parte, per ragioni anagrafiche e sentimentali). A dirla tutta, e con un po’ di rossore, riconosco di essermi sentito stravinskiano in quest’operazione di attraversamento di epoche e generi e stili (lo Stravinsky manipolatore del Jeu de Cartes o insomma del neoclassicismo maturo). Procedere per tasselli, per piccoli passi, per scarti, con l’aria di divagare – e magari divagare davvero, e perdersi dietro a percorsi imprevisti, perché comunque anche tra pagine lontanissime si tessono fili, si colgono legami…
C’è un effetto che mi piace molto ottenere quando scrivo, ed è quel suono evocato per simpatia dall’attrito tra pagine tanto diverse, o quel silenzio improvviso che si apre tra una pagina l’altra – in attesa di cogliere un legame, un fil rouge, di ricondurre le parti a un insieme… Trovo che sia uno dei modi più “veri” della letteratura, o meglio uno dei punti di maggiore contatto tra la pagina scritta e la vita come la cogliamo noi – una posizione ingenua, è vero, e anche paradossale, perché comunque non esclude l’artificio letterario, anzi se ne appropria.
E hai ragione quando parli di “grazia”, di dolcezza o di garbo – a me, mentre scrivevo, veniva spesso in mente la “leggerezza”, quella calviniana (non sono tra quelli che oggi sbuffano a sentir parlare di Calvino), o una sorta di ideale di levità settecentesca (e al Settecento ho finito per arrivare davvero, con il libello di Mayer): un po’ per educazione mia (detesto alzare la voce), un po’ per il carattere dei miei personaggi, e per la struttura dialogica di gran parte del romanzo (conversare costringe ad ascoltarsi, a capirsi, a rispettarsi o almeno a fingere di farlo), un po’ infine per la materia del romanzo (la musica colta è materia ”pesante”, da bilanciare con un adeguato alleggerimento)."

L'appuntamento (e l'invito a continuare la conversazione) è per giovedì 18 novembre alle 21.30 alla Libreria Zammù, in via Saragozza 32/a a Bologna, per la Terza edizione della rassegna letteraria "Dalla A allo Zammù", curata da Casa Lettrice Malicuvata.
Introducono Lorenzo Mari, Marco Nardini e Bruno Fiorini. Illustrazioni live di Kain Malcovich.

domenica 31 ottobre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 14: notazione musicale contemporanea





Ho ritrovato, nel rigoroso saggio di Andrea Valle “La notazione musicale contemporanea” (De Sono, 2003), numerosi esempi di quella rivoluzione nella scrittura musicale del secondo Novecento che da ragazzino mi aveva impressionato sulle pagine degli ultimi fascicoli de “La musica moderna” della Fratelli Fabbri, e su cui mi sarei scervellato ai tempi dei corsi universitari di Estetica Musicale con Enrico Fubini. Certo Valle, che è semiologo e compositore, rintraccia le linee guida nello sviluppo apparentemente caotico del linguaggio scritto della musica dopo lo stallo del serialismo integrale, mette ordine nelle stanze a soqquadro della notazione, e chiarisce molte cose. Ma a me, che ho letto questo libro alla ricerca di spunti per la descrizione profetica del mondo musicale del Novecento nel libello di Joseph Mathias Mayer che si incastra nella seconda parte di “Rapsodia su un solo tema”, interessava (lo confesso) molto più recuperare il senso di stordimento divertito e il fascino che quelle pagine misteriose (quelle di Bussotti, in particolare, ma anche di Cage, Guaccero, Donatoni, Haubenstock-Ramati, Kayn, Kagel…) avevano suscitato in me ragazzino. Pagine più grafiche e pittoriche che scritte, che mi avevano indotto (ai tempi delle medie…) a tentare anche una mia via alla scrittura musicale, fatta di tratti lunghi e spessi di pennarello ondeggianti in sequenza su righi isolati…





Detto tra noi, sopravviene spesso un po’ di delusione quando si confrontano quelle partiture (potremo ancora chiamarle così?) con una esecuzione, soprattutto dal vivo e su strumenti tradizionali. L’esecuzione allora rischia di suonare come un chiarimento limitativo, un impoverimento insomma, rispetto a quello che ci eravamo immaginati – o come un repertorio di effetti e di trovatine… Ma questo è un altro discorso.

sabato 30 ottobre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 13: Galina Ustvolskaya



C’è un’opera che sembra evocare più di altre lo stile compositivo di Rafail Dvoinikov, ed è il “Concerto per pianoforte, archi e timpani” di Galina Ustvolskaya del 1947. Ecco una compositrice di forte, fortissima, brutale personalità. Lo stesso Shostakovich, il suo maestro, ha confidato a un certo punto di essere stato influenzato da lei – e certo, la secchezza e la castigatezza dell’ultimo Shostakovich devono qualcosa allo stile sorprendentemente denudato della Ustvolskaya. Il Concerto del 1947 è una delle prime opere, ed è legato ancora in parte al modello del maestro, di cui accentua gli estremi. È musica di spoglia eloquenza, di poche parole verrebbe da dire, ma urlate, di estremi non conciliati. È musica di rinunce, anche se non quanto lo saranno le composizioni successive della Ustvolskaya : il pianoforte rifiuta ogni virtuosismo, ogni bellezza, ogni seduzione; non canta mai, non fiorisce, non decora, non cerca additivi, piuttosto scandisce, e divaga. Frustra le attese, sempre – tranne quando conclude con un crescendo di potenza prometeica, appoggiandosi sui pugni sul tavolo battuti dai timpani. Il solista non elabora temi (se si eccettua un ispido fugato), ma sembra esplorare la tastiera con il tocco di chi disinfetta lunghe ferite su arti malati. Ma bisogna ascoltarlo dal vivo, e vederlo, questo Concerto, per ammirarne l’asciuttezza.
Le differenze non sono irrilevanti. La nudità della musica di Dvoinikov sembra rimandare a una concezione tutta materica del suono; nella Ustvolskaya, invece, l'asciuttezza brutale, il drastico depauperamento dei mezzi espressivi alludono a una dimensione spirituale, ascetica, che è comune a molti compositori ex sovietici, e che altri risolvono più superficialmente adagiandosi nel passatismo e ricorrendo a gesti retorici di grana piuttosto grossa.
Ma non è solo questione di musiche. Anche la Ustvolskaya ha difeso con scontrosa riservatezza la propria vita privata, e si è lasciata per così dire dimenticare, in un esilio volontario a San Pietroburgo. E anche la Ustvolskaya deve a un ammiratore straniero il merito di una riscoperta tardiva – il suo Prescott è stato il direttore d'orchestra e compositore Reinbert De Leeuw.

lunedì 25 ottobre 2010

Da "Letteratitudine": Antonio Pizzuto

La “Sinfonia” di Antonio Pizzuto nella stesura del 1923 (Mesogea, 2005) è introdotta da un denso saggetto di Antonio Pane, in cui si delineano i temi più propriamente filosofici, gli innesti che accomunano questa edizione con quella successiva, ampiamente rimaneggiata, del 1927 (l’ha pubblicata Lavieri giusto quest’anno), e soprattutto si dà conto della componente musicale, a cui Pizzuto conduce già dal titolo.
Parliamo di struttura musicale, non di musica raccontata (le pagine di Pizzuto raccontano spesso tutt’altro): la “Sinfonia” del 1923 è una vasta suite di quindici narrazioni indipendenti più una “Coda”, unite da rimandi e atmosfere. I titoli dei diversi capitoli (“I fantasmi parlanti”, “La morte del filosofo”, “La follia”, “Marinaresca”, “Le scintille”) mi ricordano certe composizioni di Gian Francesco Malipiero; anche quel divagare per analogie tematiche, quell’alludere a rimandi senza ricorrere a una vera idea di sviluppo tematico, quell’oscillare tra fantasticherie e momenti assorti, sembrano ricordare – mi ricordano – molte delle composizioni di Malipiero, e non dico quali, perché Malipiero è stato compositore fecondo, non sempre selettivo, d’accordo.
Non sappiamo per la verità se Pizzuto avesse in mente Malipiero: di sicuro pensava a Stravinsky, che nel capitolo “La follia” è omaggiato nel nome di uno dei personaggi, una donna chiamata Petrouchka (e Pane in una nota informa che Pizzuto progettava di inviare il testo proprio a Stravinsky, con una dedica, cosa poi non realizzata). Lo stesso Malipiero avrebbe nel 1945 reso omaggio al russo con il saggio “Stravinsky” – ma sto divagando.



Il titolo “Sinfonia” (mi riferisco ancora all’opera di Antonio Pizzuto pubblicata da Mesogea) è da intendersi come suite di riflessioni, concerto di concetti. Riflessioni, soprattutto, mai rimuginii: vi è sempre qualcosa di nobile, di compostamente maestoso in queste fantasticherie, anche nelle più bizzarre.
Compare poca musica, nei primi capitoli di “Sinfonia”, giusto un accenno qua e là. Per esempio, per via di metafora: “la città rallenta il suo ritmo febbrile: la sua immensa orchestra allarga il tempo e gli strumenti smorzano le voci loro. Un adagio solenne, su poche corde, subentra al moto concitato di prima”. Musica vera e propria, ancora meno: solo una marcia funebre appena accennata ne “La morte del filosofo”. La fitta partitura del testo di Piazzuto è fatta più di colori e forme (e odori!) che di suoni (ma nella caverna de “L’accusato si difende” si odono urla, preghiere cantate in coro, vagiti…).
Finalmente, ne “L’ora della sentenza”, il capitolo IX, in una digressione (ammesso che si possa parlare di digressioni in un testo così costruito) si racconta “una vecchia leggenda dimenticata”: un vecchio compositore di musica, sommerso da fasci di carte e circondato da ammiratori, che lo spiano, arrampicati fin sul tetto della casa dirimpetto, in attesa dell’Opera – di quella tale opera che sarà il suo capolavoro. Gli anni però passano, poi i lustri, le decadi: e l’opera “stava là, sotto il coltello paziente del grande artista, e si affinava, si abbelliva, si moltiplicava”. La folla di curiosi è tale che un’ordinanza della polizia proibisce di salire e assembrarsi sul tetto. Inconsapevole di tutto questo, chino sui suoi fogli, il compositore intanto lima, e Pizzuto non lo descrive come tormentato, angosciato, ma come estraniato in un suo totale esercizio di perfezione – che suona come una pratica amorosa, non un puntiglio da perfezionista.
Quando il “vegliardo amoroso” (appunto) muore, lascia tutti nello sgomento: ma l’opera, a sorpresa, è compiuta. Si esumano le carte, un “comitato” lavora giorno e notte all’edizione. In segreto, per un pubblico febbrile, si prepara l’esecuzione. Essa avviene, entusiasma dapprima. Ma poi, a cose fatte, “un senso profondo agghiacciò i cuori. Non era delusione… era dolore, un dolore cocente, di cui pochi riuscivano a spiegarsi le cause…”. Quell’esecuzione sembra ad alcuni una profanazione.
Il racconto è interrotto dallo sviluppo degli eventi.

Un’altra descrizione che dimostra la parca ma acuta sensibilità musicale di Pizzuto la trovo nel lungo “Nei fianchi della montagna”: quasi all’inizio, il passaggio quotidiano dei carcerieri per il controllo delle sbarre di ferro delle finestre di una prigione viene descritto così: “Il controllo aveva un ritmo musicale, che faceva risuonare per i vasti cameroni un dolce tema pastorale, monotono, un po’ gaio, un po’ triste, simile alle note suscitate sul violino percuotendolo con l’archetto”.
Ma è “Il Maestro di cappella” il racconto più fortemente incentrato sulla musica: dopo un sublime concerto di antica musica polifonica, il maestro, un Cardinale, un Generale e altri durante un banchetto discettano di musica antica e moderna – dei fondamenti filosofici e di aspetti tecnici. Ne parlerò ancora, portate pazienza, perché qui Pizzuto dimostra una grande curiosità per quanto di musicale gli avveniva attorno negli anni della stesura di “Sinfonia” – e finalmente Pizzuto “racconta” la musica, o meglio lascia che i suoi personaggi ci ragionino su.

“Il maestro di cappella” si apre con un solenne concerto di musica polifonica in una “cattedrale normanna”. Pizzuto descrive il mistero di un linguaggio che percorre gli spazi vasti delle navate dopo essere nato quasi dal nulla. “Il coro, invisibile, diviso in due semicori di quattro parti ciascuno, intonava la magnifica polifonia del Cinquecento. Ai fedeli giungeva, attraverso il flusso lento delle brevi gregoriane, il contrappunto meraviglioso dei soprani, dei contralti, dei tenori. Poi, sull’arsi estrema, si destava l’altro semicoro e, mentre il primo taceva, il cantofermo tornava, fra nuove cantilene, ora di tutti, poi di parti isolate, poi di soli, poi di insieme ancora, e non era spenta una parte che l’altra si accendeva, improvvisa, dopo una pausa, e, dopo un’altra ancora, si svegliavano i contralti, e otto vene di canto, otto splendide vene, serpeggiavano, si incrociavano, talvolta, si respingevano l’una con l’altra nel giuoco iridescente delle pause e delle entrate inattese, degli inseguimenti inani o, improvvisamente, vittoriosi, quando il coro intero cantava tutto insieme, avvinto in unico palpito possente, e l’edificio appariva tutto intero e compatto, nella sua piena luce diatonica”.
La lunga citazione serve a mostrare come Pizzuto descriva la musica: è una lingua misteriosa, governata da leggi che sfuggono ai più, dotata di una bellezza che si può definire solo per analogia, e di un fascino che solo per sinestesie si può spiegare, che attraversa gli spazi, gioca con il tempo, penetra la nostra percezione, fluisce a ondate, si muta in silenzio, ci trasforma – senza che sappiamo perché. Per ottenere questo effetto Pizzuto ricorre a qualche tecnicismo, a metafore organiche (le “vene di canto”), e appunto a sinestesie (l’ultima, la “piena luce diatonica”, ribalta il gioco, e definisce un elemento visivo con il ricorso a un termine musicale).
Ma ecco che la suggestione di quel canto viene subito contraddetta da un passaggio che si colora di paradosso: “un intendente di finanza… mormorò a un suo vicino, un vice-intendente, di avere notato, dianzi, una falsa relazione, al che il vice-intendente rispose, confermando, di avere nettamente percepito il tritono e le quinte per moto retto. Un brivido di orrore serpeggiò allora per le vene di entrambi”. Questa scenetta caricaturale sembra fare a pugni con il passaggio precedente, tutto giocato sul fascino ineffabile della musica esercitato sui fedeli accorsi nella cattedrale. Ecco due esperti che hanno un approccio razionale, tecnico anzi, e sanno riconoscere ad orecchio quelle proibizioni che l’armonia e il contrappunto tradizionali hanno imposto. Il loro borbottio anticipa lo sviluppo successivo del racconto, la diatriba puntigliosa sui fondamenti della musica che coinvolgerà altri personaggi ben più titolati di loro assieme al maestro di cappella del titolo.
Inconsapevoli del puntiglio con cui alcuni ascoltano, il coro continua a cantare “la polifonia grave e risplendente di tutti i bagliori”. Ecco un’altra immagine che sarebbe piaciuta a Malipiero e agli altri della generazione dell’Ottanta: “Era la nave al varo: libera di tutti i puntelli, scivolante sullo scalo, e poi sull’acqua, lontana, ormai, dal cantiere in cui fu costruita”.

Il dibattito, si diceva. Un Generale sostiene la purezza dell’arte del Rinascimento, e cita il gusto della musica moderna solo per definirlo “melenso”. Per lui, quella purezza ha cominciato a incrinarsi già con Bach e Rameau, con l’arrivo di una sensibilità scientifica, che ha “mutilato l’organismo meraviglioso (la musica pura del Rinascimento, appunto, nrd.), costretto il suo largo e molteplice respiro a una cruda e sterile meccanica che l’ha intristito e rimpicciolito”. Il discorso reazionario del Generale ha un bersaglio in particolare, l’accordo di settima di dominante, “un colpo di vento che, invece di aprire le porte socchiuse, le ha asserragliate, sbatacchiando e chiudendo pure tutte le finestre” (to’, chi si vede, la settima di dominante: permettetemi un accenno vanitoso al ponderoso saggio sulla settima di dominante a cui, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, lavora da anni il minuzioso Carl Thalberg…).
Dà man forte al Generale un Cardinale (tutte queste maiuscole sono in Pizzuto) con un discorso di tronfia pregnanza filosofica. Sommessamente, il maestro di cappella (minuscolo, lui, e non a caso) continua a sostenere la necessità di uno sviluppo nel linguaggio, fino all’esplorazione della atonalità (“Dialettica” lo chiama con spregio il Cardinale, “quella dialettica che soffoca tutta l’arte”, lontana mille miglia dalla pura “sintesi” della polifonia prebachiana).
Il maestro: l’atonalità “può essere semplice dialettica, ma ho fede che possa essere anche arte pura”. L’orecchio può seguire la musica in questo sviluppo verso regioni non ancora esplorate, e questa musica “potrebbe piacere, purché i pregiudizi e le tradizioni tacessero, purché la rieducazione fosse stata fatta per intero… e soprattutto, purché fosse un vero artista a produrre una vera sintesi nuova”. Il maestro man mano si scalda, prende coraggio, ipotizza una umanità che “tende irresistibilmente verso questa forma nuova”, e un’arte che di questa nuova umanità è specchio.
Musica e filosofia (e una certa dose di retorica) di gusto primonovecentesco pervadono queste pagine intense e paradossali – alla fine, sentiamo che le riflessioni di Pizzuto ci sono molto meno lontane (nel tempo, nello spazio) di quanto l’indeterminatezza dell’apologo voglia farci credere.

Come tutto questo materiale – assieme a molto altro – finisca nella “Sinfonia 1927-28” (quest’anno ripubblicata da Lavieri) lo chiarisce bene l’introduzione di Antonio Pane all’edizione ‘23 di Mesogea. E a questa introduzione, a cui ho abbondantemente attinto, rimando per ogni ulteriore chiarimento. Ricordo solo che nel ’27 il richiamo del titolo si fa più letterale: obbedendo a una sorta di “retour à l’ordre” Pizzuto redige una vasta partitura di parole nei classici quattro “tempi” autonomi, riconducibili tutti alla “forma relativamente libera di una Sinfonia musicale”, più una Coda (la stessa che compariva nel ’23).
“Sinfonia” è una parola potentemente suggeritrice, “una fiaccola che non si estingue” scrive Pane, per Pizzuto, che tornerà a usarla altre volte (l’ultima, leggo sempre in Pane, nel 1966).

"Rapsodia su un solo tema": la recensione di "Annessi & Connessi"

Mi piace come si presentano gli amici di “Annessi e connessi”: “Lo Staff amministrativo di A&C” leggo in “Chi siamo”, http://annessieconnessi.net/?page_id=6, "è caratterizzato dalla sua nebulosità incorporea: non si sa esattamente in quanti siano e che faccia abbiano, si sa solo che, come i Polysillabic Spree di Hornby, vestono bianche tuniche svolazzanti... Non parlano praticamente mai, tranne quando si tratta di criticare l’operato di qualche recensore, ovvero noi, le Legioni. E anche in quel caso sanno essere molto, molto distaccati…”
Chissà quanti sono. Di sicuro sono ironici, sanno evitare i personalismi, tengono a bada le voci soliste troppo alte. Amano leggere e condividere questa passione. Non si lasciano spaventare. E non ragionano per cliché.
Ad esempio, ammettono “di essere partiti un po’ con la sensazione di andare a leggere qualche cosa di molto serio, un saggio sulla musica e una biografia di un compositore” sconosciuto. “La mancanza di preparazione sul tema ci avrebbe permesso di arrivare a capire l’opera fino in fondo?” si chiedono.
La risposta fuga per fortuna ogni dubbio. “È un libro incentrato sulla musica, è chiaro, e in molti tratti si scende veramente nello specifico, ma la nostra ignoranza in materia non ci ha precluso la lettura, anzi, ci ha incuriosito, facendoci venire voglia di approfondire e capirne di più.
E poi, attorno alla musica si sviluppa un corollario narrativo veramente singolare, per la forma e contenuti.
L’autore con abilità e creatività ricrea una sorta di raccolta documentale di frammenti attorno agli incontri del protagonista, Ethan, con il compositore russo, il suo diario, trascrizioni di documenti, analisi di composizioni, in un caos soltanto apparente, che intervalla la narrazione biografica del compositore con le annotazioni dell’intervistatore.
Il tono, poi, è tutt’altro che serioso: in particolare gli stralci di diario scendono nella vita comune con una ironia così misurata e calibrata da risultare perfetta”.
E ancora: “Sebbene il libro spacci sé stesso come un omaggio ad un grande compositore russo bistrattato e ignoto ai più, di fatto l’autore presenta come protagonista assoluto Ethan, l’intervistatore, al contrario di molti altri romanzi con lo stesso espediente narrativo (…) in cui l’intervistatore sparisce in favore della storia raccontata. Ethan invece, inframmezza tutto, anche le stesse parole riportate di Dvoinikov, con le sue osservazioni e le sue note”.
La recensione integrale si può leggere in http://annessieconnessi.net/?p=698.

sabato 23 ottobre 2010

A proposito di "Rapsodia"...

Marilù Oliva ha gentilmente accolto sul suo blog, alla pagina http://mariluoliva.splinder.com/post/23439985/claudio-morandini, un testo di Luca Bortolazzi sul mio “Rapsodia su un solo tema”. Naturalmente ringrazio Luca delle sue osservazioni e Marilù dell’ospitalità: ma la recensione mi fa venire voglia di tornare su alcuni aspetti che mi stanno a cuore.
Luca individua nella violenza il vero tema del romanzo, e su questo gli si può dare tranquillamente ragione (la violenza del potere contro l’espressione artistica, innanzitutto); ma, ribadisco io, la violenza non è una mia pratica, e non credo lo sia nemmeno nell’esercizio della mia scrittura. Scrive Bortolazzi: “Morandini scrive con il bisturi, incidendo la carta virtuale, come fosse carne, con profondi solchi. Ogni frase è un’incisione profonda e netta, sine ira, sul cadavere che lui stesso sta sezionando sotto i nostri occhi”. Sembra un giudizio dosato su “Le larve”, forse, e su “Nora e le ombre”, ma non su “Rapsodia”. Mi verrebbe da dire che raccontare le debolezze (dei personaggi, degli uomini) è piuttosto un atto di compassione, di amore addirittura, non un’operazione chirurgica senza anestesia (per me, veramente, è stato così anche ai tempi di “Nora”: e qualche lettore – qualche lettrice, meglio – ha ben colto questa compassione, assai più vera della patina di cinismo con cui si scherma la voce narrante). E aggiungerei che individuare la contraddittoria complessità degli uomini non è crudeltà fine a se stessa, è semplicemente realismo…
La metafora da sala operatoria usata da Bortolazzi allude forse anche a una forma di violenza subdola nei confronti del lettore. Da parte mia, ritengo che provocare un certo effetto psicologico nel lettore, o provare a farlo, non sia esercitare violenza, sia semplicemente fare lo scrittore – o, più modestamente, raccontare una storia. Un lettore divertito, commosso, esitante, irrequieto, indignato, anche spaventato, non è un lettore violentato, ma è un lettore a cui si è chiesta – sempre gentilmente, in letteratura siamo tutti gentiluomini – la complicità.
Poco più avanti, Bortolazzi precisa: “La scrittura di Morandini è totalmente asettica, depurata da ogni sentimento positivo e condiviso”. Anche qui resto perplesso. È vero che spesso ricorro a una scrittura “fredda” e che definisco talvolta le revisioni a cui sottopongo i miei testi un’opera di “raffreddamento”. Ma, al di là delle metafore, vivo questa attenzione per una lingua “controllata” non come un depauperamento della potenzialità espressiva, ma piuttosto come il suo contrario, oltre che come una forma di rispetto per chi legge. Non penso insomma che il controllo sulla forma e il ricorso alla ricchezza della lingua depurino la scrittura di ogni sentimento, le tolgano spontaneità e vita.

giovedì 7 ottobre 2010

Parallelismi, 2: un frammento da "Folco"

«Somigliante…» sillabo lentamente, per guadagnare alcuni secondi sufficienti a scorgere, fissata con una puntina da disegno alla parete dietro alla statua, una fotografia a colori, di quelle che negli anni settanta ci scattavamo ogni tanto, in occasione di qualche scampagnata. Nella foto, la mamma, in mezzo a un prato fiorito ormai virato in azzurro, si ripara dalle folate di vento, e cerca di reggere sul capo un cappello a falde larghe che la rende simile a una mondina, e sorride, mentre il vento le sparge sulla faccia le ciocche di capelli.
«È… la mamma?» dico piano, riferendosi al blocco di legno.
«Sicuro» sussurra orgoglioso papà. «Ci vorrà ancora un bel po’, ma è già lei, vero?»
Cerco nervosamente qualcosa di interlocutorio da dire. «È senz’altro un lavoro, boh, ambizioso» mi esce finalmente di bocca.
«Però già ci somiglia» sento insistere.
Ricordo quella gita; era uno di quei fine settimana malinconici e solitari che trascorrevamo in qualche prato poco oltre la periferia, accovacciati su un plaid di lana, e che finivano eternati in due o tre foto che risultavano poi uguali a mille altre. All’epoca già partecipavo a quelle scampagnate sbuffando e col muso lungo – erano le ultime volte che sarei andato da qualche parte con i miei. Nelle foto compaio ormai imbronciato e pallido, e spesso non guardo nemmeno l’obiettivo; la mamma invece sorrideva sempre, anche se aveva appena finito di piangere: bastava che vedesse spuntare la macchinetta fotografica, e le guizzava un sorriso largo che rimaneva immobile fin dopo la posa. Avrebbero smesso presto, i miei, di portarmi con sé in quei pomeriggi di vento domenicali – e ben presto avrebbero rinunciato ad andare in giro anche loro due e si sarebbero rintanati in casa come clandestini, a guardare la televisione parlando il meno possibile.