mercoledì 30 dicembre 2009

Su Storia e romanzo, ancora (le scelte di "Rapsodia su un solo tema")

Prima di optare per un’ambientazione russa, ho tentennato parecchio. Mi sono chiesto se non fosse più opportuno collocare le vicende di Dvoinikov (o meglio, di un suo equivalente) in un contesto più familiare, come l’Italia del fascismo; ma la compromissione dei musicisti italiani con il fascismo non è stata così carica di valenze drammatiche, nel senso che il fascismo non si è mai preoccupato di dare chiare e drastiche linee estetiche in campo musicale. I compositori più attempati (Mascagni), per loro natura conservatori in musica, hanno aderito senza problemi al partito; anche alcuni di quelli più giovani, della cosiddetta generazione dell’ottanta (Casella in particolare), hanno suonato il tamburo, per così dire, al regime imperante. Chi si è opposto o si è tenuto lontano (Malipiero, Ghedini) non si differenziava davvero nel linguaggio dai più avanzati sostenitori del fascismo. E non dimentichiamo che Mussolini amava darsi arie da sostenitore delle nuove tendenze, e se Stravinsky passava per Roma, ecco che veniva invitato a Palazzo Venezia.
Se una collocazione italiana avrebbe difettato di dramma, una collocazione nella Germania hitleriana o in qualunque paese occupato dalle truppe naziste avrebbe posto problemi di ordine opposto. L’accusa di arte degenerata mossa ai movimenti artistici più avanzati costringeva al silenzio, o all’isolamento più totale, alla fuga (qui i nomi sarebbero davvero troppi) o portava alla morte nei campi di sterminio (Schulhoff, Haas, Pavel…). In quel deserto di idee, sopravvivevano casi singolari, monstra (Pfintzer, il vecchio Strauss, il giovane Orff, Egk), o figure complesse e ambigue come certi direttori d’orchestra che però mi sono sembrati già troppo praticati (Furtwängler, il giovane Karajan).
La storia della musica sovietica mi offriva invece numerosi esempi straordinari di compositori che con tormento hanno vissuto sulla propria pelle il conflitto tra le proprie esigenze espressive e le direttive dall’alto (Shostakovic, certo, a cui Dvoinikov assomiglia, e a cui viene spesso accostato, ma anche Prokofiev, e decine e decine di altri nomi). Nelle loro vite e nelle loro musiche sentivo il dramma di personalità potenti costrette all’umiliazione dell’ossequio ma non del tutto rinunciatarie – ma anche la farsa, o la tragedia, a seconda dei momenti.

lunedì 28 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": il romanzo storico (e "Rapsodia su un solo tema", già che ci siamo)

Scrivevo qualche settimana fa, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/12/13/dibattito-sul-romanzo-storico/.
È magnifico che il romanzo storico sia ancora così vitale! Chi lo avrebbe detto, solo pochi decenni fa? I problemi che lo scrittore di romanzi storici affronta, e che sono delineati nelle domande di questo blog, sono quelli di due secoli fa, è vero, e il fatto che ci si interroghi ancora su questi problemi rivela forse l’impossibilità di risolverli in modo definitivo: ma questa per me è una forza, un vantaggio. Non c’è una ricetta per il romanzo storico, un dosaggio perfetto tra vero e verosimile, tra documentazione e invenzione. Probabilmente la cosa più essenziale è che ci sia vita, in quelle pagine, che l’erudizione non soffochi i caratteri, che la ricostruzione non schiacci le figure, o non ne faccia delle figurine. Il rischio dell’incongruo c’è sempre, ma forse non è così importante: in fondo, nel più ingombrante modello di romanzo storico della nostra letteratura non ci sono popolani lombardi del Seicento che parlano come borghesi fiorentini dell’Ottocento?
Allo stesso modo, la storia con la esse maiuscola (perdonate il luogo comune) non dovrebbe fare da fondale, l’epoca non dovrebbe essere intercambiabile con altre epoche. Credo sia importante che abbia una sua necessità – e che siano tirati dei fili tra quell’epoca e la nostra, ma sottili, o diventa tutto troppo facile.

E continuavo, rispondendo a una cortese suggestione di Massimo Maugeri.
il “romanzo storico” di cui mi chiedi conto (te ne sono davvero grato, en passant) è bell’e che finito, e attraversa quella fase tormentata che precede la stampa. Si intitola “Rapsodia su un solo tema” e uscirà a marzo nella collana Pretesti di Manni. È “storico” a modo suo, nel senso che, dopo due romanzi che erano, anche se in parte e tra molte virgolette, riconducibili alle indeterminatezze nebbiose del genere gotico, ho sentito il bisogno di cambiare atmosfere e temi per misurarmi, sia pure di sbieco, con alcuni aspetti della storia del Novecento. Ho dato vita così a un vecchio compositore russo che le vessazioni subite in passato hanno reso disincantato e stanco, e a un giovane e ambizioso compositore di Philadelphia, e li ho fatti incontrare. Nel ricostruire i decenni più controversi della storia dell’Unione Sovietica ho inventato situazioni e personaggi, facendo emergere, accanto alla storia reale, una storia immaginaria, sotterranea, fatta di figure torve e paradigmatiche, musicisti falliti e potenti e capricciosi censori; ho seguito lo stesso procedimento nel delineare il milieu intellettuale statunitense di oggi (della metà degli anni novanta, cioè), mescolando a nomi reali nomi fittizi. Una delle domande che “Rapsodia” romanzo si pone è: si può mantenere una certa dose di libertà espressiva in una condizione di continua prevaricazione? Si può rimanere se stessi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle imposizioni di un potere coercitivo?
Ho alternato pagine diaristiche ad appunti, ad abbozzi saggistici, a verbali di interrogatori, a schede critiche di analisi di partiture inesistenti, e ai capitoli della fantasticheria settecentesca Viaggio musicale nel secolo ventesimo, un libello alla Swift (o alla Cyrano de Bergerac, o alla Rétif de la Bretonne) scritto da un antenato del russo; vorrei insomma dare al lettore l’impressione di trovarsi tra le pagine di un’opera in fase di elaborazione, la cui calcolata incompiutezza troverà una ragion d’essere solo alla fine del romanzo.

Concludevo - ma fino a un certo punto - così.
Secondo me, uno dei rischi che corre lo scrittore che si dedica al romanzo storico è di ingombrare la scena di oggetti di antiquariato, viscontianamente, colto dall’ossessione di trasmettere il colore, il senso, l’odore dell’epoca. Il buon romanzo (anche quello storico), credo, sa evitare il sovraffollamento, l’affastellamento di oggetti, la carta da parati i soprammobili i capi di vestiario i complementi d’arredo le armi i cappelli le parrucche i fregi gli stucchi i ricettari, e sa applicare la provvidenziale tecnica della reticenza e dell’ellissi anche nella ricostruzione del passato.
La storia della Unione Sovietica appare di sfuggita, nel mio prossimo romanzo: eccola nelle note a piè di pagina, o in certi inquadramenti delle pagine più analitiche. Allo stesso modo, l’ambientazione statunitense resta implicita, il mondo universitario in cui lavora il giovane americano è appena accennato – lo stesso si può dire della ricostruzione storica del Settecento. Prendono più spazio i momenti privati, in entrambi i casi, le vicende individuali, o un tipo particolare di storia parallela che si sovrappone alla storia reale, ne amplifica determinati aspetti, ne è la parodia o la versione iperbolica. Mi sono sforzato di non colorare con riferimenti convenzionali la vita dei personaggi, la loro collocazione in determinati ambienti: va bene, c’è un samovar, ma è elettrico – soprattutto, non scorre vodka a fiumi.

domenica 27 dicembre 2009

Letture: "Appuntamento", di Marco Codebò


“Appuntamento”, il nuovo romanzo di Marco Codebò (Manni, 2009) inizia sornione, come la rivisitazione dei luoghi comuni della narrativa giallistica di provincia. Sembrerebbe quasi di trovarsi nelle pagine di un poliziesco della Frilli, ambientato in una Genova percorsa con una nostalgia golosa di dettagli, di topografie – sembrerebbe, se non fosse per la superiore qualità di scrittura di Codebò e per l’insinuarsi di elementi disturbanti, per l’affastellarsi di segnali che i giallisti di provincia non praticano se non di rado. Ma proprio quando il lettore si è affezionato a quel che di convenzionale che i personaggi si portano addosso, e si dice che sì, in fondo siamo tutti fatti di convenzioni, mastichiamo luoghi comuni (qualcuno di noi lo fa sapendo che lo sono, e spera così di salvarsi, ma lo fa comunque, perché, come dire, è la vita), e condiamo le nostre giornate con gli ingredienti che sono gli stessi per tutti, e quel lettore si è abbandonato al piacere del gioco – proprio a quel punto Codebò butta all’aria tutto, prende le distanze (con una severità inaspettata) con quanto abbiamo appena letto, e ricomincia da un’altra parte, con altri personaggi, e tiene in sospeso il lettore finché non lascia che tra la parte A e la parte B si allaccino fili via via più intricati. In questa seconda parte, non meno coinvolgente della prima, l’approccio si fa più intellettuale, più apertamente narratologico. Se in A (ormai chiamo così per comodità la prima parte) è la vita ad invadere le pagine, a intasarle di luoghi, cibi, bevande, marche, vie, quartieri, in B sono i libri, o meglio la dimensione narrativa e l’analisi delle strutture e delle forme (delle strutture e delle forme di A in particolare), a prevalere (fino ad un certo punto, a dire il vero: c’è ancora vita, ci sono ancora vie, quartieri, e cibo, cibo italiano o all’italiana), a fornire un possibile senso:e a questo punto anche quelle che ci erano sembrate, in A, rassicuranti convenzioni di genere, ci appaiono nuove, sotto una luce diversa.
Qui, in B, in queste pagine arrovellate, si trova la chiave per comprendere l’operazione di Marco Codebò: “Non crediate… che un romanzo che si spegne lasciandovi nel dubbio vi tradisca, al contrario è un amico che in fraterna povertà vi offre il dono del suo poco sapere, che invece di spiegare il mondo si fa con voi pellegrino verso un’irraggiungibile Santiago”. E poco più avanti, a proposito del “poliziesco incompiuto”: “quando i casi della vita impediscono al romanzo, e al giallo in particolare, di compiersi, lo trasformano in un mirabile strumento di conoscenza, nel racconto che chiede al lettore di dargliela lui una conclusione”. In questa dichiarazione di intenti, che commuove tanto è in sintonia con quanto pensa ogni lettore avveduto, e non solo del giallo, e che faccio mia senza riserve, non senti solo il piglio dello studioso e dell’insegnante di letteratura italiana (alla Long Island University), ma anche lo scrittore che non smette di riflettere sul proprio ruolo e sul rapporto con chi legge e sulla funzione della letteratura e della scrittura.
Marco Codebò ha un modo personalissimo di giocare con i propri ricordi, le nostalgie, il proprio passato e insomma con quel bagaglio di autobiografia che ogni scrittore dovrebbe saper coltivare con accortezza ogni volta che prende la penna. Lo usa con evidente piacere, ma se ne distacca attraverso un puntiglio critico che pochi potrebbero concedersi, lo filtra attraverso altre voci, lo sbircia attraverso altri sguardi, lo mette alla prova attraverso un serrato confronto con il presente. Lo stesso atteggiamento avevo notato nel precedente romanzo pubblicato da Manni, “Via dei serragli”, del 2003, intriso di anni settanta e contemporaneità, Italia e America, rimpianto e distacco. Nella dedica che compare in esergo a “Appuntamento”, ha un nome, l’unico possibile in effetti: “arte della memoria”.

sabato 19 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 3: William Golding


Ho scritto in quell'oasi civilissima di confronto che è http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/:

C’è un romanzo che sembra funzionare, in prima liceo: è buona letteratura, e allo stesso tempo racconta un’avventura eccitante; e sembra solo avventura, invece smentisce le attese, e diventa per i ragazzi l’occasione per una riflessione profonda su loro stessi, sul mondo degli adulti, sui ruoli, sui pregiudizi, sulle paure. È “Il signore delle mosche”, di William Golding. Non ha la frettolosità della letteratura di consumo, non prende le scorciatoie comode della narrativa di evasione; suggerisce, invece di proclamare; richiede pazienza, certo, ma sa restituire (credo, spero) emozioni anche ai lettori più restii. Parla di ragazzini, il che consente un certo grado di coinvolgimento; evoca uno dei sogni più forti dell’adolescenza (l’essere soli, senza adulti tra i piedi) e lo ribalta in una delle paure più forti (l’essere abbandonati dagli adulti, l’essere totalmente responsabili e privi di alibi in un mondo ostile).
Ne leggiamo pagine da anni, in prima, e funziona. Ne tentiamo un’analisi (tempi, luoghi, ruoli, punto di vista, quelle cose lì) e il romanzo sopravvive alla dissezione, l’approccio analitico non ammazza il piacere di leggere. La traduzione del vecchio Oscar ha oltretutto un vago sapore di antico che non stona.
Certo, se i ragazzi arrivassero in prima con quel bagaglio di letture personali che noi da ragazzini affrontavamo per conto nostro, ci sentirebbero l’eco di secoli di narrativa d’avventura; ci sentirebbero Verne, Defoe (ridotto per lettori in erba), Omero, Stevenson, Swift, che ne so, ma anche Molnàr, perfino Collodi e De Amicis, to’, anche se quest’ultimo tirato dentro per i capelli. Invece, a differenza dei giovanissimi personaggi del romanzo, che hanno fatto queste letture (o altre simili) e sanno ritrovare riferimenti letterari alla loro situazione, i ragazzi di oggi al massimo sanno citare qualche film visto per lo più in dvd, o, quando va male, qualche trasmissione televisiva. I rimandi, gli echi li costruiamo in classe, li mappiamo alla lavagna – è già qualcosa, hai visto mai che da quelle mappe nascano nuovi desideri di lettura –, ma è un peccato che a tracciare quelle frecce con il gesso sia sempre e solo io. (Per dire: noi insegnanti di lettere del biennio stiamo mettendo in piedi una piccola libreria scolastica con testi per ragazzini, visto che riteniamo che non ci si possa accostare con profitto alla grande letteratura senza quel passaggio intermedio ; gradus ad Parnassum, insomma; è triste, ma sembra davvero l’unica via possibile).
“Il signore delle mosche” non è “Il fu Mattia Pascal” o “La coscienza di Zeno”: è una sorta di via di mezzo tra le frenesie della narrativa d’avventura e i lenti tormenti di una narrativa “alta” troppo povera di azione per adolescenti agitati come personaggi da cartone animato, troppo austera (solo per ora, almeno, per la loro età, spero).

E più avanti:

Torno su “Il signore delle mosche” di Golding: una sua virtù, lo so per esperienza, (una delle tante, oltre al nitore dello stile), sta nel gioco con le attese dei lettori. I ragazzi che leggono sono abituati a romanzi (anche imponenti) che danno loro esattamente quello che loro si aspettano: avventure, sentimenti primari, eroi, o comunque figure in cui identificarsi comodamente. Golding invece frustra queste attese, smentisce le premesse: non è avventura, ragazzi, e non è così divertente come credevate. Non è una delle fantasticherie ad occhi aperti che vi piacciono – non è nemmeno uno degli incubi ad occhi aperti con cui amate farvi venire i brividi: è riflessione, amara, aspra, su ciò che non riusciamo ad essere.
I personaggi non hanno nulla degli eroi: sono goffi, inadeguati, spaventati, soli. Tutto questo potrebbe far pensare che “Il signore delle mosche” non sia esattamente il romanzo più adatto per degli adolescenti: eppure, pur nel pessimismo di fondo, è chiaro che il discorso morale è delineato con grande precisione (ed è questo che mi interessa, oggi). La distinzione tra bene e male è netta: questo è bene, anche se è molto più difficile (anzi, è bene proprio perché è così difficile); quello è male, ed è anche terribilmente facile. Le dittature e le autocrazie hanno dalla loro il vantaggio della facilità (è così comodo essere sudditi! Così difficile fare i cittadini!). Insomma, Golding delinea questi rischi, e incarna nella figura di Jack il paradigma del “grande dittatore” del ventesimo secolo, e fa di Ralph il rappresentante di un sistema democratico che non sa come proteggersi dai pericoli dell’autoritarismo.
A me, tutto questo discorso sembra vitale, nella scuola di oggi.

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 2

Così ho risposto a Maria Rita Pennisi, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/.

Emergo solo ora dalla revisione delle bozze, e mi scuso del ritardo con cui ti rispondo. Ha ragione, ci dimentichiamo (è un noi retorico, in realtà: io cerco di non dimenticarmi mai, come anche tu) della sensibilità dei nostri allievi; e invece dobbiamo vederli come persone, e persone complesse. A volte, con diversi allievi, ho l’impressione di essere il primo a farlo (ti parlo del primo anno di liceo, in particolare). In effetti la televisione si rivolge a loro come a dei promettenti consumatori, e null’altro, e i loro genitori continuano a trattarli come bambini. Arrivano in prima liceo, e di colpo (no, non di colpo: sono cose graduali, il loro adattamento richiede attenzione) ecco che ci si rivolge a loro come a dei grandi, dei futuri grandi cioè, dei professionisti dello studio.

E più avanti, nello stesso blog:

Ma non è solo questo: penso che il confronto con le profondità della letteratura (della grande letteratura, a patto che sia adatta alla loro età) possa affinare la capacità degli studenti di osservare la complessità del mondo (ma questo l’ho già detto) e possa soprattutto dare loro le parole giuste per raccontare ciò che hanno dentro e che non saprebbero esprimere. Funziona con noi tutti (la forza universale dei classici sta soprattutto in questo esprimere quello che siamo speriamo e temiamo in un modo che a noi non è concesso, ma che dopo la lettura diventa il nostro). Il rispetto degli studenti come persone, per me, passa anche attraverso queste immersioni in una ricchezza inesauribile di contenuti e di stili, di visioni del mondo; dopo anni di insegnamento, scopro cose nuove nei libri che affronto con i miei alunni: loro lo sentono, si accorgono di questo condividere con loro la sorpresa di sentir parlare i libri.

domenica 6 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola

Trascrivo un paio di contributi che ho postato (pardon) su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/, invitato da Massimo Maugeri ad esprimermi sul mondo della scuola.


Insegnare in Valle d’Aosta permette di lavorare senza dubbio in tranquillità, lontano da certe emergenze drammatiche con cui si scontrano quotidianamente molti colleghi delle scuole di quartieri a rischio, di licei della cintura urbana. Però si lavora in una sorta di bolla di vetro. Ciò che succede nel resto del paese (nelle scuole del resto del paese) giunge con un ritardo fisiologico, e resta ovattato. Credo poi che manchi da noi lo stimolo di una sana concorrenza da grande città (un solo liceo scientifico, come ho detto, e un solo classico, ecc.).
Per il resto, i problemi sono gli stessi. Progressivo svuotamento di senso del ruolo del docente – agli occhi della società, e ai propri. Aumento preoccupante della parte burocratica, che per ora l’informatica non ha semplificato, ma ha solo moltiplicato. Confronto quotidiano con un impoverimento del linguaggio, con una percezione sempre più offuscata delle relazioni tra le cose, una visione sempre più orizzontale, cumulatoria, della realtà, con figure di riferimento sempre più estranee. Finisco per lavorare su questo. Sull’esercizio alla pazienza, per esempio, contrapposta al tutto-e-subito che sembra invece dominante oggi in quella facile scaletta di valori che molti giovanissimi e varie famiglie si portano dietro. Sull’esercizio alla complessità (e la complessità come ricchezza, come valore, non come ostacolo in nome di un presunto primato della semplificazione, o del semplicismo). Sull’importanza della chiarezza, della correttezza anche formale, contro l’approssimazione, il buona-la-prima.
È curioso, ma quando scrivo mi muovo nella stessa direzione. Non vedo la scrittura come una terapia per curarmi dai guasti della scuola, ma come un completamento di quanto a scuola faccio come insegnante, anche se ovviamente pubblicare un romanzo non è fare lezione.

E il giorno dopo:

Chi insegna e insieme scrive sente uno sdoppiamento di ruoli che mi pare salutare: a scuola si mette nei panni del maestro; quando scrive torna in quelli dell’allievo (del discepolo? Posso usare questo termine desueto? Anche maestro, in effetti, lo è). Intendo dire che l’apprendistato dello scrittore (di quello consapevole, se non altro) non ha mai fine. I maestri sono lì, nei libri che continuiamo a leggere, su cui continuiamo a formarci una voce. Li abbiamo scelti noi, nel corso di anni, oppure siamo incappati nelle loro pagine per caso: ad ogni modo, ci hanno cambiato – continuano a cambiarci, anche se li immaginiamo sempre un po’ insoddisfatti di noi. È una salutare lezione, che smentisce l’opinione corrente – diffusa presso certi colleghi, ahimè, che non scriverebbero mai, se non verbali – l’opinione, dicevo, che chi scrive, e ha la ventura di essere pubblicato, metta su una boria da nouveau riche. In realtà scrivere, e rivestire il ruolo dell’allievo perenne, aiuta a riscoprire un po’ di umiltà, e tutto sommato a sentirsi solidali con gli allievi veri. I loro errori, per chi scrivendo è addestrato a scoprire i propri refusi (non finirò mai di sorprendermi di tutte le sciocchezze, le incongruenze che sopravvivono a riletture anche accanite), sembreranno non meno gravi, ma meno colpevoli.

martedì 1 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e sud

Riprendo qui un paio di interventi che ho lasciato su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/24/il-sud-nella-nuova-narrativa-italiana/, quell'oasi di idee che Massimo Maugeri cura con entusiasmo contagioso.

(Caro Massimo, io, che vivo ad Aosta, mi sento di intervenire in questa discussione solo tra parentesi, e dopo aver tentennato per giorni. Un giorno ti racconterò com’è lavorare – e scrivere, anche – quassù, in una piccola regione dalle tendenze culturali autoreferenziali. Posso solo dire che la tradizione letteraria del meridione va guardata con profondo rispetto, quei giganti sulle cui spalle si sente posato Alajmo sono modelli ancora attualissimi, vivi. Per dire, lo sguardo di Verga sul mondo e sugli uomini ha educato il mio, il suo stare addosso ai personaggi per osservarne i gesti, le smorfie, per odorarne il fiato, mi hanno insegnato moltissimo. È possibile che la scuola abbia provocato traumi con letture forzate di Verga e Pirandello, perfino di Sciascia, ma questo non toglie nulla alla forza delle loro pagine, all’approccio problematico e incontentabile alla realtà, alla nitida complessità della loro lingua. La Porta a Fahrenheit concludeva, se non sbaglio, parlando del sud come metafora di una condizione di diversità, o di estraneità, e auspicava un “sentirsi sud” indipendentemente dalle proprie radici. Ecco, mi ci sono riconosciuto in pieno. E ora chiudo la parentesi, non prima di aver salutato tutti).

Aggiungevo, un paio di giorni dopo, stimolato dall'interesse di Massimo Maugeri
In apparenza, la Valle d’Aosta è una terra di confine, che ama guardare a ciò che accade oltralpe e operare una sintesi culturale tra Italia e Europa. Purtroppo questo è vero in minima parte. Da qualche decennio ho l’impressione che prevalga una tendenza opposta, all’arroccamento su una posizione – come dicevo – autoreferenziale. Si esalta una originalità locale, si costruiscono miti culturali che poi si alimentano ostinatamente. Si guarda a un passato idealizzato, con nostalgia si ripropone l’esaltazione di valori pastorali, e si finisce per delineare un mondo bucolico, irrealistico, una piccola Vandea in posa in un dagherrotipo. Sento, nella posizione ufficiale, crescere la diffidenza per tutto ciò che non corrisponde a questo disegno revisionistico. Per fare un esempio, uno dei miti più ossessivi è da tempo – non ridere, ti prego – la mucca. La mucca è ovunque, una presenza totemica, da civiltà minoica. La città è attraversata periodicamente dalle mandrie che tornano dagli alpeggi – e non perché debbano davvero passare per il centro, ma perché si vuole attraverso questo evento marchiare un territorio sostanzialmente estraneo ai valori pastorali come la città o il fondo valle. L’arte e il teatro di ricerca ricevono foraggio economico dall’amministrazione a patto che, in un modo o nell’altro, compaiano mucche, o almeno qualche altro emblema di specificità locale. Un discorso analogo andrebbe fatto sulla difesa ad oltranza del dialetto – sull’accanimento terapeutico con cui lo si preserva dal declino – o sul francese come lingua pari all’italiano.
Nella discussione sulla letteratura del sud Italia molti interventi vertevano sul rapporto sulla tradizione, cioè sui grandi, talvolta ingombranti modelli letterari, con cui avere un continuo dialogo, una costante resa dei conti. Ecco, quassù modelli così, con cui confrontarsi, su cui formarsi magari per buttarli all’aria, non ci sono. La cultura valdostana del passato è costituita per lo più da figure di eruditi di provincia, curati spulciatori di archivi parrocchiali, cronisti, verseggiatori, compilatori: e ancora oggi una discreta produzione locale è in mano a compilatori di compilatori, a cronisti di cronache altrui, a eruditi di secondo o terzo grado. Nessun modello insomma con cui avere un vero dialogo: per fortuna altre terre di confine, come il Piemonte, ci regalano figure irrequiete sulle cui pagine formarsi una voce. Pavese, certo, e Fenoglio, e la Romano, ma prima ancora altri, Alfieri perfino, addirittura Faldella.
Uno si guarda attorno, insomma, e tesse per conto suo relazioni con autori geograficamente lontani, scopre affinità in pianura, o sull’Appennino, o in mezzo al Mediterraneo. Che so, Landolfi è un maestro di isolamento, ma anche, come dire, di dissipazione di sé sulla pagina, nel senso che aveva individuato Manganelli. Un altro splendido isolato è Mari. Isolamento e inquietudine, insoddisfazione e sguardo lungo – ecco quello che ho trovato via da qui. Ma non voglio attaccare con l’elenco dei maestri inconsapevoli, o non finisco più.
C’è anche chi preferisce non allungare troppo lo sguardo, si lascia coccolare dentro confini troppo stretti ma comunque rassicuranti, e dà il suo contributo alla costruzione di questa Arcadia un po’ operettistica. Sarà portato in palmo di mano, ma, a non misurarsi con il mondo al di fuori, non saprà mai davvero quanto vale.