sabato 17 ottobre 2009

Ancora due sonetti di Clodoveo Moro

Non oso più parlarti, amata perla
che sfingea attendi o pur lungi ti poni,
né so se val crederti falsa gerla
o vera proda di mie suspicioni.

Siccome petra attira corbo o merla
pel barbagliar di fint’e fredde fiamme,
così io che m’allatto a le gran mamme
di tua fantasma, vo’ in occhio tenerla.

E fin che mostri l’amate postilla
i’ non mi stacco da tua vista bruna,
e colgo il parco ben che sen dispilla

come ‘l lucore da l’avara luna:
e miro ratto venustà che prilla
pria che ratta mi sia da la fortuna.

*** ***

Che la spoglia mortale abbia perduto
chi saggio e parco dal consorzio humano
givane chino e pur d’orgoglio muto
mostra che forse un tale esiglio è vano.

Che forse al fato aggrada ciò ch’è bruto,
l’intrico sazio, la contorta mano
di chi s’immota, et il delirio acuto
di chi bifronte di comanda a Giano.

Forse: e quel dubbio arretra chi dispera,
e ben rigonfia chi ciancica amaro
pronto a sferrar su la gran norna fera

il bel “t’accuso” che tanto m’è caro,
siccome in broglio tigre ringhia altera
e vinta nulla perde, o come Icàro.

mercoledì 14 ottobre 2009

Chessex


Jacques Chessex è morto il 9 ottobre. Una morte alla Molière, sottilmente ironica, provocata da un infarto, in una biblioteca, durante una conferenza su di lui. In Italia lo si conosce poco e male, addirittura lo si è scambiato per uno scrittore di genere (noir, gotico, fate voi), quando è molto di più. Spero che la sua morte serva almeno a cancellare l'equivoco, e che sia all'origine di nuove traduzioni e di una diversa attenzione critica.
Ne ho conosciuto le pagine solo di recente, lo ammetto, e grazie a Stéphanie Hochet, che lo aveva incontrato e aveva ricevuto da lui parole di ammirazione e di complicità. "Un enfant et un ogre" l'ha definita Chessex, che trovava in lei sintonie profonde con il suo mondo poetico. E aggiungeva: "vous faites partie de mes fous". Chessex se ne intendeva: del 1973 è "L'ogre", che ha vinto il Goncourt; "Le vampire de Ropraz", del 2007, è forse il suo romanzo più noto - certo lo è in Italia.
Ne riparlerò.

sabato 10 ottobre 2009

Altri due sonetti attribuiti a Clodoveo Moro

Chi fu che ti costrinse da me lungi,
il Tedio malo o vero il Lutto insano?
Perché, e forse nol sai, così mi pungi
ch’ogni rimedio, fuor che te, m’è vano?

Segue il meriggio a l’alba, e già l’humano
sperar vacilla co’ fiamma svapora
fiaccata dal soffiar del tramontano;
segue notte a l’occaso e a quella aurora.

Mi s’abbolisce il tuo bel simulacro
di poco in poco, se non v’è alimento
d’atomi novi dal tuo corpo sacro;

e s’esso svane i’ moro, e non ti mento
che via com’esso squaglierommi a l’etra
nemmen lassando a’ vermi nervo o petra.

*** *** ***

Spande roventi lagrime chi Amore
prende per mano e poi lascia per strada,
ché sol l’humano strazio al divo aggrada
e chi di gran dolore si fa attore.

Vedi chi a lui vero grondò cruore
per compiacere femmina, e di biada
umìle sé nutrì e di secca piada
fingendo a sé di manicar del fiore:

persa la speme e gittato nel braco,
gli toccan crude celie e rei pispigli
che lo ritraggon piggiore di Caco;

ma maggior strazio vien dal sovvenire
di tra l’ortiche i rari dolci gigli
or umiliosi, e pronti per le pire.

(Sempre all'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923)

Due sonetti di Clodoveo Moro

Donna, ché più non fiati? O tu, favella,
ch’a nulla val lassar nel brago vile
chi t’aiutò servente presto e umìle
te riputando savia quanto bella.

Vegg’io gl’amanti andar in lunghe file
ad implorar, come se a Compostella
gìan pellegrini, schiavi d’un’ancella
ch’ora muta li sbuccia in un bacile.

Son io tra lor, e reggo invano un cero:
a te l’infoco, a te mesto m’immolo
se vale a riportar contento vero;

per te mi ficco in un puntuto brolo,
per te spungo dal cor lo spesso siero,
per te sprezzante, ora tutto mi scolo.

*** *** ***

Fato crudel che vuoi ch’i’ lasci Clara,
dunque timor non hai de le vendette
humane? Ghigni d’ogne sorte amara,
e storte rendi quelle che son rette.

Nessuno a te s’oppone, e tu non smette
di dar a ogne letizia grama tara,
sicché questa il piacer che quella mette
ne toglie, e pur vota lascia la gara.

Iniquo fato, d’afflizion ti godi
morendo ciò che la natura impone,
et hai in grazia l’odio ‘n guisa di lodi:

sappi però che mai la donna mia
vorrò scordar nel canto o in orazione
finch’ella giunta al Parnaso non sia.

(Dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923)

venerdì 9 ottobre 2009

Sintonie: Morfeo


Marta Raviglia e Manuel Attanasio sono i componenti di Morfeo, il duo vocale che uscirà a giorni con un cd pubblicato da Monk Records ("A Rhyme"). Ho avuto il privilegio di ascoltarli in anteprima e il piacere di scrivere queste note di copertina. Si veda anche http://www.monkrecords.it/artisti/morfeo

Morfeo non è semplicemente un duo vocale che, moltiplicandosi, si comporta come un coro. Marta e Manuel cantano, certo, ma ringhiano anche, rantolano, soffiano, sbuffano, nel bel mezzo di una melodia distesa si inceppano o si inerpicano innaturalmente, come se qualcuno lavorasse di manopola per dispetto o per sbaglio, ridono, piangono, minacciano, blandiscono, rischiano il soffocamento, tentano polifonie mongoliche, bamboleggiano, russano, si perdono, litigano, si concedono un virtuosismo, poi la parodia del virtuosismo, poi la parodia della parodia… Quello di Morfeo è un gioco serio, concentrato, come i giochi di quando si è bambini e si indagano le possibilità dei suoni che ci escono di bocca e si sfidano le convenzioni e le etichette degli adulti.

Dietro questi guizzi, questi borborigmi, e le urla, i singhiozzi, senti la lezione dei grandi sperimentatori degli ultimi decenni – la Berberian, certo, e in generale lo studio di Berio sulla vocalità e sul folklore, ma anche Meredith Monk, Norma Winstone, Sainkho Namchylak, Demetrio Stratos, Dean Bowman… Ma inseguire le ascendenze e i possibili modelli ha senso fino a un certo punto, di fronte alla ricerca di Marta e Manuel, che partono sempre dalla propria voce, e da quella dell’altro, nutrendosene, e procedono per espansioni e rifrazioni: la combinazione crea attriti, tensioni irrisolte, disturbi stridenti, ma sa aprirsi anche a momenti di intesa e di tenerezza, che non sai quanto potranno durare, ma intanto ci sono, prima che un’ondata inaspettata di suoni o rumori li cancelli o ne alteri il senso.

Pensa alle poche note di pianoforte con cui si apre A Rhyme, e che sembrano introdurre un paesaggio bucolico, che il canto di Marta espande e colora: non fai in tempo a indugiare in un ristagno di malinconia appagata, che quel paesaggio sonoro è turbato da versi trafelati, che lo increspano irrimediabilmente. Oppure pensa a Unn, a quel sottofondo di monaci tibetani, inebetiti dietro al loro mantra, e al folletto capriccioso che declama in primo piano – o a Salty Jewel, in cui la voce un po’ alla volta si discosta dallo stile giocosamente jazzistico dell’inizio, con una libertà che solo chi ha una padronanza perfetta dei propri mezzi può concedersi.

Sono poche le parole intelligibili, concentrate in alcuni momenti. Farfugli, invece, assoli strumentali, melopee in lingue inventate, jodel, falsetti, sibili, cigolii, distorsioni heavy metal, vibrati belcantistici, melismi orientali, filastrocche infantili, loop notturni, versi di uccelli crepuscolari, belati, e i gorgheggi di Manuel che si fanno rumore bianco, poi si trasformano in ritmo percussivo, poi ronzano gravi come un didgeridoo… A volte il contrasto si appiana, e ti chiedi d’improvviso di chi dei due sia la voce che senti stagliarsi sulle altre.

È una musica che nasce da un nulla, da un balbettio o da un canticchiare confuso, da sfarfallii della coscienza, e come i pensieri nel dormiveglia procede tentoni, per associazioni alogiche, per suggestioni analogiche, per sobbalzi, per perturbazioni spaziotemporali… Pesca nel calderone delle esperienze passate, giocherella con i déjà vu, e in questo percorre una via espressiva che non sia definibile o catalogabile per generi, e che sia indifferente alle convenzioni (e figuriamoci alle leggi del mercato). Butta all’aria le strutture consolidate con la giocosità assonnata di un bambino un po’ malinconico colto da un mezzo sonno la sera.

Tra i tanti piccoli gioielli che compongono questo disco si prenda My Bonnie, che sembra seguire un pensiero narrativo. Senti il canto di Marta, che nel silenzio di una stanza enuncia con pacatezza materna la prima strofa, come per indurre al sonno un bambino restio; senti poi aprirsi strati di reminiscenze, paesaggi mentali, vasti come solo nei sogni appaiono, e solo ai bambini; e poi, placatisi questi, torna la voce, ma trasformata, soffocata in un sussurro, e ti chiedi se sia la madre di prima, che per consegnare al sonno completo termina la sua nenia prima di andarsene, o non sia piuttosto qualcos’altro, che posatosi sul cuscino dopo l’uscita di scena della madre ne prende il posto, per sussurrare al bambino un finale imprevedibilmente macabro; e quando Marta lascia in sospeso la conclusione, mangiandosi l’ultima sillaba, resti con il fiato sospeso, in attesa, e scopri di aver smesso di respirare per qualche secondo.

Colpisce l’essenzialità di questi momenti. Capita che un duo, nel tentare di superare i limiti oggettivi dell’essere costituito appunto solo da due musicisti, si lasci cogliere da una tentazione – come dire – sinfonica: e carichi di suoni, gonfi di armonie, attraverso un accanito lavoro di sovraincisioni che suggerisce a volte un horror vacui. Morfeo vuole invece sfidare l’ascoltatore a esplorare gli spazi vuoti, l’immensità dei silenzi attorno alle due voci e ai suoni. Morfeo permette di assaporare questi silenzi come un elemento attivo della costruzione musicale, la sottrazione come un arricchimento del tessuto compositivo. Marta e Manuel procedono spesso in punta di piedi, e per effetto del vuoto quei passi si sentono, come si sentono i respiri, i sospiri, le lievi esitazioni, i piccoli rumori organici che produciamo senza accorgercene. Quanto agli strilli, nel silenzio tagliano la pelle.

Certo, non mancano sorprendenti eccezioni, i pieni, le tumefazioni corali. Red Bug, il primo brano, si satura fino all’inverosimile, fino a sfiorare il rumore bianco, per interrompersi di colpo, sulla soglia del dolore. In Fix in Medio, Manuel detta non solo il ritmo indolente, ma spalma strati di un’armonia dilatata, su cui adagia assorto i suoi vocalizzi. E 1, 2, 3, 4 & 5, uno scherzo tinto di jazz e funk che inizia in sordina e diventa poi una marcetta grottesca, è gonfiato via via di voci e di strilli, e di fronte a questa parata minacciosa non sai se sorridere o rabbrividire, perché tutti i passi di marcia, anche quelli più scanzonati, hanno un retrogusto di armi, polvere e guerra. La traccia fantasma, Daylight, sembra voler chiudere con un bozzetto di serenità impressionista, a due voci. Ma per quell’accartocciare sullo sfondo, e soprattutto per ciò che abbiamo ascoltato fino a quel momento, non ci sentiamo tranquilli. La vera dimensione di Morfeo è quella imprevedibile, volatile, ambigua, talvolta sinistra, del sogno.