giovedì 27 agosto 2009

Wunderkammer: Berliner Medizinhistorisches Museum

Del Berliner Medizinhistorisches Museum, il primo piano è dedicato al lavoro del medico legale: ricostruzione di scene del crimine, tratti caratteristici delle diverse morti violente, il trantran dell’autopsia. Il terzo piano illustra strumenti d’uso, terapie, e una limitata serie di casi clinici risalenti alla prima metà del novecento, con letto, oggetti personali, lettere, farmaci, strumenti di contenzione. E va bene anche questo. Il piano di mezzo presenta una ricca collezione di reperti anatomici sotto formalina; non mancano le cere, in una sezione, pur limitata, che propone una serie di manifestazioni esterne di malattie sugli (attorno agli, dentro a, dietro gli) occhi. Ma le anomalie genetiche, a differenza di quello che si vede in altri musei universitari, sono tutte reali, ben conservate in barattoloni. Colpiscono alcuni aspetti: in particolare, dopo la consueta classificazione delle mostruosità genetiche, i sirenoidi, i ciclopi, i siamesi, rari ma catalogabili secondo una casistica, ecco una piccola serie di inclassificabili perché privi di qualunque riconducibilità: vengono chiamati amorfi, e si presentano come sacchi pallidi e semigonfi di pelle che non mostrano alcun tratto familiare, non un occhio, un organo, un arto, un orifizio, totalmente insensibili, impersonali come escrescenze.

domenica 23 agosto 2009

Wunderkammer: Museum für Fotografie

Il Museum für Fotografie di Berlino, dedicato a Helmut Newton, è irritante, ma conserva qualche motivo di interesse. Non sono i nudi di modelle dall’arroganza di maniera, o i ritratti degli stilisti, che si atteggiano a grandi artisti, da veri parvenus. Non è nemmeno, per carità, la strabordante sezione su Helmut Newton, che sembra beatificarne il gusto per il kitsch, per la provocazione da rivista da sala d’attesa, il compiacimento ormai inattuale per lo sgarbo da salotto. Tutto questo, dicevo, irrita. Sono invece certi ritratti di vecchiaia, anzi di decrepitezza, impietosi, a valere la visita. C’è un Dalì in particolare, più morto che vivo, attonito, con un tubo bianco che fuoriesce dal naso e subito sparisce tra le pieghe della veste da camera inutilmente sfarzosa. Altri vecchi (magnati, mogli di magnati, attori) esibiscono rughe immense, pelli geologiche, e non sai se il ritratto – quel ritratto – è stato carpito loro con l’inganno, o se sono stati al gioco, al momento dello scatto, o se da ricconi non hanno ritegno a ostentare quelle rughe profonde come piaghe, le palpebre inerti, la bocca una piega tra mille altre. O, più tristemente, se avere il ritratto di maniera di Newton, in bianco e nero, da un’inquadratura un po’ obliqua, fintamente casuale, non del tutto a fuoco, come di malavoglia, avere quel ritratto, dicevo, basta a giustificare ogni possibile risultato, anche il più offensivo.
La vera galleria degli orrori è però in una saletta dedicata a gli scatti della moglie di Newton, fotografa anch’essa. La vecchiaia in sé non ha nulla di orribile, intendiamoci: gli acciacchi del declino d’una vita possono infastidire o intenerire o preoccupare, ma certo non provocano orrore. Ma quelle vecchie dame dipinte e n posa, come dopo una seduta nell’atelier di Niki de Saint-Phalle, mettono paura e angoscia (non tutte: una scrittrice, con dignità, finge di leggere un libro, e ha tenuto ben lontani i damerini del trucco); e non basta il sospetto di un’estrema prova di autoironia in chi gioca a fare la silfide e sorride fino a rivelare l’attaccatura della dentiera. Tranne rare eccezioni, i due fotografi sembrano aver lavorato con programmatico cinismo sul peggio dei loro soggetti: che docilmente, e senza dover cercare troppo a fondo, hanno dato il peggio di sé.

sabato 22 agosto 2009

Wunderkammer: Museum für Naturkunde

Il Museum für Naturkunde di Berlino ospita alcune opere finaliste di un concorso internazionale di imbalsamatori. Si resta ammirati dinanzi alla bellezza e al realismo degli animali in mostra, soprattutto se si hanno presenti gli sgorbi impolverati e improbabili di cui le cantine di tutti i musei scientifici traboccano. Quella volpe addormentata con una mosca che passeggia sul naso pare sognare; è umido il naso di quell’antilope virtuosisticamente in equilibrio su un solo arto; i due cuccioli di volpe avvinti nel sonno inspirano tenerezza; così le due giovani volpi in un accenno di zuffa scherzosa. Certo, il pensiero che siano solo pelli svuotate e riempite d’uno scheletro metallico, di legno e di segatura compressa un po’ disturba; e non rassicura nemmeno che quegli esemplari così amorevolmente composti, suggeritori d’una natura benigna, di un’arcadia in placida fase REM, sono stati uccisi prima di essere trattati per sembrare così vivi – uccisi, tutti, anche i volpacchiotti che, per la loro fragile necessità di protezione, ci ispirano pulsioni genitoriali.

giovedì 6 agosto 2009

Sintonie: Sonia Serazzi


La biblioteca di Aosta ogni tanto invita i lettori a “adottare un libro”: a portarsi a casa cioè un libro che nessuno ha ancora preso in prestito. L’ho fatto, dopo avere sfogliato qualche pagina, con “Non c’è niente a Simbari Crichi” di Sonia Serazzi (Iride). È un peccato, per vari motivi, che quassù ad Aosta nessuno si sia ancora interessato a questa raccolta di racconti ambientati in un’immaginaria cittadina del Sud Italia. Prima di tutto, la Serazzi sa cosa significa scrivere, è attenta a modulare la sua voce su quella dei suoi personaggi (ogni racconto è un monologo, è una vita), e questa voce riecheggia buone letture e ottimi modelli, e profuma spesso delle inflessioni del parlato del sud senza aver niente di bozzettistico o di artificioso. Poi perché la vita in provincia, a parte il contorno, i dettagli socioeconomici, si assomiglia ovunque, ad Aosta come a Simbari Crichi: giornate inerti, uomini e donne che si affaccendano dietro a piccole, piccolissime cose, ragazzi quietamente insofferenti e adulti accomodatisi nella disillusione, voglia di partire, di cambiare le cose, una flemma nel fare, un disincanto che mica è prerogativa solo del Sud, ma dell’Italia (che è provincia tutta insieme, sempre più, provincia profonda).
Il libro è del 2004. Nel frattempo Sonia Serazzi ha pubblicato, per la stessa casa editrice, un romanzo che bisognerà procurarsi, perché la Serazzi è una scrittrice vera, consapevole, ha uno sguardo ironico e compassionevole sulle cose e sugli uomini, e i suoi personaggi ci somigliano.

martedì 4 agosto 2009

Sarah Ledda, "Imago Dei"

Solo apparentemente i quadri di Sarah Ledda, che a distanza sembrano perfette riproduzioni di fotogrammi di film, parlano di cinema, del cinema soprattutto hollywoodiano degli anni cinquanta. In realtà, essi rimandano a un’esperienza individuale, a un percorso interiore; sono immagini della memoria, reminiscenze nitide di attimi del passato, che non esauriscono il loro significato nella rievocazione di un momento individuale esteticamente intenso, ma anzi attivano relazioni impreviste, analogie sottili e poetiche, con un’altra stanza della mente, quella che conserva l’esperienza del sacro e il senso della spiritualità.
I due bambini di Mary Poppins intenti a guardare su per il camino sono altro: i loro sguardi meravigliati sono gli stessi di chi, Al terzo giorno (ecco il titolo del quadro), recatosi al sepolcro, lo vide vuoto. È sovente lo sguardo il legame sottile tra un mondo e l’altro, la porta socchiusa tra la stanza dei film impressi come esperienze reali e la stanza delle figure sacre. Lo è anche nei volti sorpresi, intensi, sofferenti, stanchi a volte, delle attrici (le più famose, ma spogliate della loro fama, restituite a una umanità priva di finzioni, colte, forse loro malgrado, in istanti in cui non recitano, ma sentono, e dunque vivono).

Al terzo giorno, 2009, olio, 200x230 (foto P. Gabriele)


Così, mentre ci avviciniamo ai quadri di Imago Dei (a San Lorenzo, Aosta), ci vergogniamo un po’ di essere cascati in un equivoco iniziale tutto nostro, di aver preso cioè queste tele per un virtuosistico duplicato a olio di fotogrammi: vediamo il tratto inspessirsi, le tracce di colore definirsi, e al contempo sfumarsi i contorni delle figure: siamo nella pittura, non nel cinema, una pittura fatta di pennellate e accostamenti cromatici, generosa negli impasti, saldamente ancorata a una tradizione precedente di secoli al cinema. Leggiamo poi i titoli: e vi troviamo la conferma di un rimando a un mondo iconografico, quello della pittura di soggetto sacro, inaspettatamente evocato accanto a quell’altro mondo iconografico, quello del cinema di ieri.
Quella di Sarah Ledda è pittura che si presta al contatto con altre forme espressive: intanto richiama la parola (la Parola, verrebbe da dire), la cerca (“tolle, lege, tolle, lege”). Ma non solo: abbiamo visto tempo fa, in una serata per altri versi non memorabile, un ritratto di Bette Davis (Retroscena) reggere imperturbabile le inquiete provocazioni digitali che vi proiettava sopra Riccardo Mantelli – ed era un incontro tra forme espressive lontane, eppure avvinte da una strana, commovente solidarietà.
In modo analogo, in occasione di Imago Dei un’ambiziosa composizione morbidamente eclettica di Christian Thoma accompagna la visione dei dipinti combinando cinque secoli di musica sacra e imprimendo all’evento un carattere rituale.

Maddalena, 2009, olio, 44x44 (foto P. Gabriele)

Immagino il momento in cui Sarah trova, nell’intrico di possibili legami tra Hollywood e spiritualità, proprio quello che le suona il più giusto: è un momento di piacere estetico intenso, in cui si coglie una logica, un ordine nel guazzabuglio dei propri pensieri, e si sente anche di poterlo comunicare agli altri, di mettere la propria sensibilità di artista al servizio degli altri, a dipanare i guazzabugli altrui. È il momento in cui si sente di poter dire una cosa dicendone un’altra, o meglio in cui, dicendo una cosa, se ne dicono tante, tutte vere, e si dà a chi ci ascolta, o osserva, o legge, una chiave di decifrazione, perché provi le stesse emozioni.