lunedì 25 maggio 2009

Sintonie: Barbara Gussoni


È bello imbattersi in un romanzo ricco di invenzioni e di emozioni, visionario il giusto, felicemente anticonformista e narrato con una voce personale, con stile ricco, con divertimento e compassione, come “Bondville” di Barbara Gussoni (Diabasis, 2007). Bondville è il nome della città a tre strati, tortiforme, da cui un quartetto di ragazzini poconormali parte per missioni che si trascinano come derive picaresche. L’io narrante, David, un bambino ritardato di memoria labile, racconta gli eventi non con parole sue, ma con quelle che l’autrice, Barbara Gussoni, gli presta per esprimere tutto ciò ch’egli sente e che non saprebbe forse definire: la sua è una lingua tra l’infantile e il lirico, robustamente umoristica, d’un umorismo per lo più involontario (per lui, David, non per l’autrice).
Attorno a lui, l’ottusità degli adulti (di molti, non di tutti), la solidarietà di certi personaggi incontrati per caso, come in una lunga fiaba, i compagni di avventura (la Zozza, Gerry il Bastardo, l’Asiatico), ora melensi ora crudeli ora sofferenti, piccole vittime di handicap e di pregiudizi. David osserva, cerca di capire o di interpretare, ricostruisce, dimentica. Sentiamo che il suo punto di vista, per quanto appannato, è quello giusto, quello che più si avvicina a una possibile verità.
La Gussoni sa raccontare muovendosi tra l’allegoria e la fiaba; della prima evita la pesantezza programmatica, della seconda le scorciatoie, i déjà-vu, di entrambe le astrazioni. Il suo modo di raccontare è spesso di una concretezza molto corporale, terragna – così vedono le cose i bambini, tutti, non solo i poconormali. A tratti, nelle scene più movimentate, l’autrice ricorre a ritmi e iperboli da cartone animato.
In certe ossessioni infantili mi sono riconosciuto – ero così da bambino: perso nella natura con cui confinava la periferia, imbambolato in rimuginii e in contemplazioni, in compagnia di coetanei che parevano disegnati da altri bambini, senza una percezione definita del tempo, degli spazi, dei rapporti umani. E anch’io interpretavo i luoghi familiari addensandovi sopra vaghezze allegoriche, che mi facevano sentire confusamente eroe di una saga in terre estranee, e a cui davo nomi altisonanti.
Si sente insomma che l’autrice conosce bene l’infanzia e ha osservato a lungo la vita dei bambini e gli handicap. Con concretezza disarmante scrive anche di ciò che di solito si rimuove dal mondo infantile (la crudeltà, la sessualità). In “Bondville” ha dato vita a questo mondo brulicante, affannato, impaurito, senza tentare di addobbarlo o addomesticarlo, lasciandolo esprimere in tutta la sua vitalità barbarica.
Dai loro gesti, dalle loro parole, anche dalle più aggressive e distruttive, emerge solo una spaventosa fame d’amore, che i grandi non sanno soddisfare, e talvolta neanche vedere.

sabato 16 maggio 2009

Sintonie: Annalena Manca, 2


C. In molte pagine moduli il senso del mistero e dell'attesa, con un amore per i dettagli che non appartiene più alla nostra epoca piuttosto impaziente. Quali sono i tuoi modelli letterari?
A. Per l’”Accademia” penso per prima cosa alla produzione vittoriana, e immediatamente pre-vittoriana. Non parlo solo di letteratura, ma di saggistica, di architettura, abbigliamento, giardinaggio. Sto estendendo e rimodellando in continuazione questo campo di ispirazione, che ora mi accompagna in modo diverso, mentre scrivo un nuovo libro. Cercherò di spiegare cosa intendo elencando alcune caratteristiche, senza specificare gli autori, tuttavia ricordando che nel gruppo ci sono autrici che sono per me un esempio di vite scritte (parole non mie), che vanno a fondersi nei loro libri.
- Molteplicità di storie e personaggi, che nel corso del tempo entrano tutti in relazione. Senso sociale interno al libro. Quindi, anche studio della trama, in cui sono importantissimi certi giochi del caso.
- Assetto teatrale. Dialoghi significativi, dinamici. Ritmo, perciò teatro, e musica.
- I luoghi sono personaggi, le cose sono storie, i nomi sono profezie. Tutto è funzionale: la descrizione, ogni parola, è vicenda che avanza, nella percezione del personaggio che la porge, nella strategia del narratore che la tesse. [ Continuo a non condividere, quando a scuola un insegnante di italiano dice: “ ora lavoriamo sulla descrizione, poi passeremo al testo narrativo”: che significa?]
- Intreccio e interferenza di scritture diverse. Voci. Lettere, biglietti, diari, memoriali, dialoghi, ma anche oggetti. Gli oggetti scrivono.
- Tipi di personaggi “forti” dentro contesti apparentemente deboli o ordinari. Per faccende di carattere o per perigli della sorte, non succedono cose di tutti i giorni. E che sempre, sempre, il lettore possa comunque dirsi: perché no?
- Persistenza e insistenza di un senso continuo di proibizione o inibizione che è narrazione in sé, conflitto. Le famose gambe dei tavolini coperte fino al pavimento. Io, come scrittrice, mi colloco sotto quel tavolino. Un luogo in cui ascoltare inascoltato i passi di altre gambe coperte e asservite. Tutti restano portatori della propria nudità, colpa o avventura che sia.
Se posso, io scrivo preferibilmente scalza.

C. Si avverte in molte pagine una sorta di impegno pedagogico, soprattutto nel carattere della protagonista, nel suo modo di porsi con gli altri. È un riflesso della tua professione di insegnante, o anche, come dire, una tua idea di letteratura?
A. L’ho già detto, a me l’impegno piace, mi piace vedere le cose realizzate, anche se lavoro in un ambito in cui il metodo e la cura sono amministrati nella crescente indeterminatezza. Mi accorgo però che continuo a rigenerarmi non grazie al senso del dovere o alla soddisfazione del risultato ma in virtù della frequentazione di un mondo, quello creativo.
Nella mia storia parlo di sopravvivenza, di salvaguardia di sé come nucleo anche disordinato ma libero. Parlo anche di una cosa che conosco altrettanto bene, che è la necessità pratica di gestire la propria esistenza in un terreno sociale che ha le sue regole, con le complicazioni che si verificano quando quelle regole non rispondono alla nostra visione.
Sono convinta del valore civile dell’istruzione, vedo la lettura e la scrittura come alleati per dare relazione con sé e visione dell’altro. Le parole vanno dette, la cosa difficile è creare e mantenere con esse un rapporto che onori il senso di mistero generale che percepisco, anche il senso di impotenza e di indefinitezza. In questo senso non ho assolutamente la sensazione che quello che scrivo sia subito appropriato, né che però muoia alla nascita; non provo dispiacere alcuno nel separare da me i miei scritti. Non vedo l'ora che siano pronti perché qualcuno li legga. In questo senso, la poesia di Emily Dickinson A word is dead è la mia idea di letteratura, ma anche di lavoro.
Teresa vuole offrire questa opportunità di istruzione ai ragazzi perché semplicemente, quella è stata la sua opportunità. Perché, da scrittrice, crede nel potere superiore della parola. C’è poco da fare, ognuno tende a insegnare quello che sa, anche se dovrebbe insegnare quello che non sa
Maddalena ha avuto modo di elaborare un pensiero di livello diverso, sulla molteplicità delle chiavi offerte alle persone per realizzare la propria esistenza. Non è quel tipo di narcisista che vuole che i figli divengano artisti. È una persona cresciuta in cattività che desidera la libertà , propria e altrui, una libertà che non passa attraverso il lavoro, come per Teresa, ma attraverso il tempo. È attraverso il tempo che Maddalena si evolve come artista, che ritrova anche lo spazio, la formula visiva appropriata.
Perciò, scrivendo o tacendo, la mia idea di letteratura non è altro che l’idea su quel che le parole e i fatti e le cose dischiudono o imprigionano. Le parole è appassionante cercarle, trovarle, e dirle, anche se ci si mette un mucchio di tempo.

A word is dead
When it is said,
Some say.
I say it just
Begins to live
That day.
Emily Dickinson

Sintonie: Annalena Manca, 1



“L’accademia degli scrittori muti” è il sorprendente romanzo che Annalena Manca ha pubblicato nel 2007 con Il Maestrale. È un’opera felicemente lontana dalle mode editoriali di oggi, orgogliosamente rétro nell’ambientazione, nei tempi e nei ritmi del racconto, nella resa psicologica di personaggi complessi – ma allo stesso tempo modernissima nel gioco dei piani narrativi, nel mantenimento di un’inquietudine di fondo, di una sospensione, di zone d’ombra. Ho amato subito questo romanzo, per la sfuggente bellezza dei caratteri (la giovane istitutrice Teresa, Donna Maddalena, i suoi cinque figli, i personaggi che affiorano dal passato, e via via gli altri), per la precisione incredibile eppure intensamente poetica con cui sono dipinti gli ambienti, per la scrittura densa e tersa, e per la presenza di certi temi che anch’io sento miei.
Per questo ho voluto proporre ad Annalena, che nel frattempo ho conosciuto grazie ad internet, una sorta di conversazione sul suo libro e sullo scrivere. Alle sue risposte, bellissime e ricche, non saprei che altro aggiungere. Sono onorato di poterle ospitare su questo piccolo blog.

C. Nel tuo romanzo si coglie subito un'attenzione meticolosa per la lingua. La tua scrittura è insieme estremamente precisa e intensamente evocativa. Numerosi riferimenti alla lingua, alle parole, alla scrittura, innervano anche la trama del romanzo. Da dove nasce questa particolare esigenza espressiva?
A. Io direi semplicemente che l’attenzione c’è. Lavoro con puntiglio per ottenere aderenza alla scena, al tono, al tipo di lessico e andamento di discorso di ogni personaggio, ma non ho questa percezione di precisione della mia scrittura realizzata. Mi sforzo di riferire quel che avevo in mente, ma credo che ogni scrittore lo faccia. Questo rileggere e riscrivere è uno degli aspetti della composizione che amo di più, è alimentato da un elemento biografico: dove scrivo, abita permanente il tema dell’artista autodidatta, con poche connessioni sociali. È quel che mi sento. Questo significa che certe volte mi perdo nel controllo degli esiti, e raffreddo la pagina. A volte mi manca, la frequentazione, l’abbrivio di qualcuno “passato di là” con cui confrontarmi direttamente. Questo vuoto riguarda la narrativa. Per il teatro di base, invece, ho scritto e scrivo con animo più disinvolto; i laboratori con giovanissimi originano l’adattamento di classici o la creazione di copioni. Ma non sono cose davvero mie, è il gruppo, così penso. Lo stesso per la scuola: come insegnante, ho collaborato con agio per molti anni a una nota rivista specializzata sulla pratiche didattiche, là ho imparato rispetto alla redazione dei testi, alla revisione, all’economia nella comunicazione.
L’aspetto di pulizia mi piace sempre come intenzione, amo molto riscrivere e revisionare – anche questo testo. Se si parla di narrativa originale, comunque, la cosa mi dà parecchio da fare. Non è sempre un bene: ho la tendenza a togliere troppo, per dare centro a quel che secondo me è essenziale. Così divento ellittica; oppure mi prende una certa presbiopia stilistica e strutturale, guardo tanto la frase, il paragrafo e perdo di vista l’insieme. Le mie prime stesure possono essere faticose per il lettore, per non dire deludenti. Lo dico per provata esperienza.


C. Come ti senti in rapporto con il panorama letterario, o narrativo, o editoriale di questi anni?
A. La mia casa editrice attuale si trova a Nuoro. A Roma, non frequento scrittori. Ho amici artisti, ma non si occupano di narrativa. Per citarmi, sono una scrittrice alquanto muta, nella società letteraria.
Mi piacciono gli incontri in cui si va a progettare o realizzare qualcosa, e quando capitano sono disponibile. Mi piace agire socialmente per portare non me, ma occasioni umane di lettura e scrittura. Mi piace fare la maestra, per questo motivo, e non solo. Sono attratta dalle persone che sono storie, lettori e scrittori. Scruto i bambini: che cosa saranno?
C’è più di una strada che mi ha sperso, se sono arrivata a esordire a 47 anni, quasi venti anni dopo aver lasciato la Sardegna. Eppure in una certa lettera di addio dicevo vado a Roma perché voglio fare la scrittrice. Il percorso ha compreso - mi è costato - anni e anni dedicati all’impegno personale e lavorativo su altri fronti. Ho trovato scuole che mi hanno consentito di fare esperienze molto variegate, con bambini generalmente interessati allo studio; ho fatto parte di gruppi attivi sia sulla sperimentazione didattica che sulla gestione di istituto. Tutto questo forse non mi induce a sentirmi parte di conversazioni e rituali che sono di mera esposizione di sé. Mi piace concretizzare. E poi una constatazione: insegnare orienta la giornata e l’energia verso certi orari, gli artisti osservano ritmi notturni che non posso seguire tanto. Ultimamente, il contatto con l’amministrazione scolastica mi snerva più del solito, bolle uno strano miscuglio di inconcludenza legittimata e pressappochismo organizzativo che mi sta venendo a noia; cerco di riservarmi una possibilità di futuro in cui mi rimanga più tempo per creare: teatro, scrivere. Per cambiare ambiti. Ora, con il primo libro pubblicato da neanche due anni, sto conoscendo alcuni scrittori. Non li frequento, alcuni vivono da altre parti. Non so neanche se uno che scrive debba necessariamente frequentare altre persone che scrivono. Quello che a volte mi manca sono consigli pratici, o un supporto nei momenti di dubbio. Ma l’assenza del circolo dei pari mi protegge dall’eccesso di egocentrismo. Sento che la scarsezza di tempo mi serve, come sento che mi strozza. Ho parlato di tempo che “ rimane”, prima. È triste. So che il lavoro limita la mia libertà espressiva, ma protegge la mia dignità di persona e la mia autonomia. Vedremo. Mi piacerebbe scrivere uno stesso libro con altre persone. Riguardo all’atto dell’ideare, mi sento molto ricca. Ho progetti, alcuni non di narrativa vera e propria. Per quanto riguarda il panorama italiano, non sono una lettrice informata. D’altronde non mi interessa esserlo. Ho i miei preferiti, indubbiamente, che rileggo d'abitudine per rifinire il lessico e aiutare l’orecchio, quando cerco la mia musica. Seguo qualche uscita, anche con attesa, sebbene i miei gusti primari siano di marca anglosassone - riesco a leggere anche in lingua originale. Vivo di percorsi associativi, che intreccio con visite in libreria e qualche lettura di inserti specializzati. Confesso che raramente prendo un libro perché qualcuno me lo consiglia. Mi faccio guidare dalle mie passioni, e da una certa forma di caso, che caso non è.

martedì 12 maggio 2009

Ancora dalla "Sonettaja Massima" di Clodoveo Moro

I
Nacque nel tempo, ed ebbe de la vita
l'acre concetto che ne trae l'ammorbo,
e volle d'ogne cosa fingers'orbo
ché in nulla cangiano fola e verìta.

Seppe che infante già si porta il corbo,
e che felicità s'è dipartita,
se mai n'è stata, sin da la sventrita:
sì che nel tello tosto vien l'assorbo.

Visse morendo placido e contorto
mentre s'illude il vulgo, sordo fiume;
e fu nel nada il lemure più accorto.

Ora lo piango, contr'a suo costume:
e se mio motto vale ad un risorto,
ch'egli risorga da le fitte brume.


VII
Novo Tiresia, novello Atteone
che spian celati grazie di preclara
diva che in polla immerge d’acqua chiara
sue grazie colte da un ascoso Adone

son io; e un dì la sorte non avara
diemmi somma letizia in visione:
ch’io vidi in talamo la spoliazione
fugace e onesta della casta Clara.

Mi fo divino anch’io a quel pensiero,
e anchor, muto pensando, sto perplesso
che quel ch’i’ scorsi non sie suto vero.

Abbaglio fu, ch’io credo esatto adesso?
O giusta vista? Amor, eccoti un cero:
illuminami, alfin ch’io ‘l dubbio cesso!

lunedì 11 maggio 2009

Sul Moro

So ben poco di Clodoveo Moro; di lui pare sia esistito solo un unico esemplare di un Canzoniere manoscritto ma quasi certamente non autografo, contenente le sezioni delle “Rime sparse” e della “Sonettaja massima” e la tragedia in versi “Il Laberinto” – manoscritto che le ultime tracce davano sepolto tra le carte e gli incunaboli della biblioteca dei Conti di Castelcardo. Da questo unicum era stata trascritta una parte, non so quanto ampia, da parte di un’erudita di provincia, N. C., che ne ha pubblicati stralci su tre numeri del “Corriere di Castelcardo” nel 1998, in un’edizione non affidabilissima. A questi attingo per il mio contributo non alla riscoperta, ma almeno alla rispolveratura di questo poeta minore tra i minori, se non minimo tra i minimi.
Il Moro resta un mistero: nulla si sa della sua vita; sulla sua vena poetica sussistono forti perplessità; nemmeno si riesce a capire se sia stato un emulo di manieristi, o un parodista – o un parodista del manierismo, o un manierista della parodia. Leggi, e non sai se la sua oscurità dipenda da goffaggine o da calcolo, e la sua voce immischiata di cascami della lirica dal Duecento al Seicento sia il frutto della ricerca di un mistilinguismo o dipenda dall’impotenza di chi, costretto entro i limiti delle forme poetiche, se ne esce malamente forzando le parole al gioco dei metri e delle rime. Sfogli i suoi sonetti, e vi trovi, in un guazzabuglio di temi e ossessioni, pruriti e frustrazioni da adolescente solitario e tristi bavosità senili.
Non aiuta molo nemmeno il titolo completo,


LE RIME
Del signor Clodoveo Moro

D'intorno alle massime quistioni della natura delle cose e dell'huomo e del suo fine e dell'amore dell'arte e della morte e dell'etternità dell'anima

Con un'idea dell'opera di mano dell'autore medesimo ad illustrazione delle oscurità e dei vari accidenti utile al capimento dei carmi.

Né soccorre molto quel che segue in esergo, una citazione da A. F. Grazzini detto il Lasca, fondatore nel 1540 dell’Accademia degli Umidi e poi di quella più famosa della Crusca: “Viene, che la Poefia italiana, Tofcana, volgare, o Fiorentina, ch'ella fi fia, è venuta nelle mani di Pedanti”; e una dedica in endecasillabi dello stesso Moro, che forse svela il gioco parodistico, ma forse è solo un primo impacciato esempio di cattivo gusto:

Tu che tettando da musaiche mamme,
Lettor curioso, vaghi per gli scritti
di questo libricciuol o ver bailamme,
poni attenzion che sovra non vi slitti
lubricamente a le fallaci squamme
di che son coricati i miei delitti:
bada a tue peste, avanza catelloni
per non fallar, ve' dove il piè riponi.

Clodoveo Moro: dalla "Sonettaja Massima"

XVI
Pur viene il tempo che l’estate fugge
lassando al freddo turbo le pratòra
et io di te vado piangendo ancora,
e il tuo desir ancor dentro mi rugge.

So ch’è destino che il bel tempo mora
nel tempo che già l’anno vecchio mugge,
ma esto pensier ogni consolo sugge
dentro lassando vuoto, e ghiaccio fora.

Già mi sei larva, e pur nol credo, clara;
miro l’oriente ove romba il tifone
e l’orrido iemal draco si para,

e penso e piango il loto che m’impone
Cronòs a l’alma che più non m’è cara
s’è di te priva e di tua profusione.


XVII
Fu passeggiar di diva in sagro luco,
et io veniva a lei dietro pensoso
come la bava segue al piè del bruco,
dal suo fulgor il mio candor nascoso.

E dialogammo del fatto amoroso,
lei dolce i’ cupo, e al dire un mesto muco
venìa negli occhi miei sanza riposo,
pel lagrimar che in cor facea gran buco.

Tutta loqueva lei, mite donzella,
lassando a me l’udir, ch’io non son bono
di dir concetti più savi che quella,

né pur volevo, muto a quel bel sono
le chiostre aprir a mettere favella,
ma sospirar soltanto, smorto truono.

sabato 9 maggio 2009

Clodoveo Moro: dalle "Rime sparse"


Ben si sa il cor subitamente amato
ciò ch'è criato
a sua fattura, e come n'è concetto
di sua gajezza saggia
o folle sia, e ciò sì il cor foraggia
che in pelle sua s'è letto.

****

Siccome suole il divo co' la druda
così fa il musicante in la sua muda.
Riguardalo e impietrisci, ma ritienti
dal giudicar se i suoi sien vani stenti.

****

Ti miro, e miro dentro
mentre, dolce morosa,
ti parlo e mi t'inventro.

****

Viene la sola notte
a dare a me che nulla cosa lieta
conosco, et alle membra egrotte
la giusta pieta
che sempre e spesso invano domandonne
l'innamorato insonne.

venerdì 8 maggio 2009

Clodoveo Moro, dalle "Rime sparse"


"Basta co' giochi. Siamo troppo tristi"

Basta co' giochi. Siamo troppo tristi.
Pensa agli inganni di che è ordito il mondo
od all'abisso infetto ch'è l'affondo
cariato di ciclopici dentisti,
e smetti di succiar uvette e fighi.
Or ritorniamo a' duoli ed a' gastighi.

****

"I' morto e tu vivente; qual mai torto"

I' morto e tu vivente; qual mai torto
è questo, o sagri numi?
Per che ne vado in fumi
mentre chi legge ha di vita conforto?
Sol mi rallegra il non casto pensiero
che un dì dovrà migrare
pur quegli, tosto ratto in sacco nero,
e nutricar zanzare.

****

"Or ti rivedo ignuda, e fiacco inganno "

Or ti rivedo ignuda, e fiacco inganno
noto che in cor per troppo tempo amore
m'ha infocolato, amor bieco tiranno
del gusto del criterio e del valore.

Clodoveo Moro, dalle "Rime sparse"


"Vent'anni, nulla; un feto ne la culla"

Vent'anni, nulla; un feto ne la culla
meno di me non ha, che ne guadagna.
La mente impone, ma n'è resa grulla;
il corpo mugge, e invan canta la lagna.
Chieggio perdon sanza saper cagione,
a chi non so, né se il priego s'impone.

****

"Murmuri fronde, albere benigne"

Murmuri fronde, albere benigne,
a me rezzo porgete, ch'a voi lasso
ristò mirando attonito le pigne
immote gravitar sul cranio in basso;
non volli amar, ma amore mi ricinse
a larva altera e fredda che mi vinse.

****

"È più magnalmo quel turpe tiranno"

È più magnalmo quel turpe tiranno,
Mesenzio detto, che ai carcami lega
orridi il prigionier che putrefanno,
reputo, ch'Ero che barbaro nega
te pace o tregua o spiro e ti ricinge
a feminil carcassa o secca sfinge.

venerdì 1 maggio 2009

Cinismi

Provo a ribattere a chi mi dà ancora del cinico secondo la comune accezione: non lo sono, uffa.
Potrebbe bastare questo, ma tenterò di approfondire. Nei romanzi e nei racconti mostro la sofferenza, non ne rido. Osservo gli uomini (i miei personaggi, via) agitarsi nella sofferenza, ne mostro l’inadeguatezza, l’irresolutezza, gli errori, i tentennamenti: non rido del loro dolore, della percezione angosciosa dell’insensatezza delle cose, ma piuttosto mi soffermo sulla quotidiana debolezza con cui provano a far fronte, a capire, a farsi capire, ad adeguarsi, a dar senso, a restituirlo. Lo faccio da vicino, da molto vicino: sto loro addosso. Ma resto serio.
C’è della compassione, per loro, da qualche parte, in ciò che scrivo – del rispetto, ecco, almeno per quelli che se lo meritano. Il vero cinismo starebbe nell’infilare, dopo averli accompagnati per pagine e pagine lungo la deriva della vita, un lieto fine che dia l’illusione che no, va tutto bene, è stato solo un momento un po’ così, le cose andranno meglio, stanno già andando meglio. La pietà per Nora si manifesta nel lasciarla andare da sola: accanirsi oltre sarebbe stato crudele, finire in bellezza sarebbe stato cinico. Pensiamo a de Sade: strapazza, insulta, tortura e stupra per migliaia di pagine, spinge sull’orlo dell’inferno, e poi oplà, conclude con un paio di paginette di beffardo happy end, in cui il male soccombe e il bene (o quel che ne resta) trionfa. Lui sì che ride di questo ottimismo posticcio – noi meno, non ci siamo mai arrivati fin lì, siamo stramazzati molto prima, sfiancati dalla noia, ma lo sappiamo che va così perché ne abbiamo letto altrove.
L’attenzione per i dettagli, per i mille piccoli miseri gesti o pensieri della vita, compresi quelli che l'opinione comune sente come inappropriati, può essere scambiato per cinismo. Non lo è, ripeto: è studio dell’animo, e non è colpa di nessuno scrittore se l’animo umano è quello che è. La vita quotidiana è fatta di un’infinità di momenti trascurabili che messi a fuoco rivelano più dei grandi gesti, dei pensieri elevati, degli incontri decisivi. Nel concentrarsi su questo travaglio quotidiano, intimo, la letteratura può trovare una nuova ricchezza, e una complessità che le manca quando si dà alle grandi costruzioni narrative in cui tutto è perfettamente coerente.