domenica 19 aprile 2009

"Verso il lago", 1

Sul supplemento "Castelli di cultura" di "Mélange" (febbraio 2009), rivista quadrimestrale della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre, sono usciti due miei racconti. Uno, "Il varco", è la versione lunga che già quacuno conoscerà; l'altro, "Verso il lago", inizia così.
*** *** ***
Salì a salutare l’anziana madre, prima di partire per la montagna con l’amica.
«Mamma».
Lei aprì un occhio, a fatica. «Sei tu».
«Mamma, io vado».
Lei taceva, in attesa. Lasciò partire un sospiro.
«Io vado» ripeté il figlio. «In montagna».
«Da solo?».
«Sì, mamma».
Un secondo sospiro – lei avrebbe sospirato comunque, dopo qualunque risposta. «Sempre da solo».
«Non è vero, sai».
«Non hai amici».
«Ho amici, invece».
«E nessuna ragazza ti vuole».
Qui fu lui a tacere. Frequentava da un paio di settimane una ragazza di un altro quartiere, ma alla madre non osava confidarlo – sentiva che avrebbe reagito in modo infinitamente più negativo che a saperlo solo.
«In montagna, poi. E se ti fai male?».
«Starò attento».
«Dicon tutti così. Poi si vede in televisione, come stanno attenti».
«Non andrò in posti pericolosi».
Sospiro. Altro sospiro. La madre, immobile nel gran letto matrimoniale, svuotata di carne, prosciugata dalle malattie, sembrava una bambina. Anche la sua voce risuonava acuta e priva di vibrazioni, come il timbro di un piccolo corista prima della pubertà.
«Starò attentissimo, promesso» ripeté lui, allungando un sorriso che però la vecchia sembrò non vedere.
«Starò in pensiero finché non torni».
«Guarda un po’ di televisione, piuttosto, ti terrà compagnia».
A quelle parole, la mano della madre brancicò tra le lenzuola e le trine del copriletto finché non afferrò un telecomando.
«Vado, allora».
Mentre chiudeva la porta, la sentì mormorare – preghiere, o imprecazioni, poteva trattarsi di qualunque cosa. Più tardi la domestica sarebbe tornata dal giro al mercato, le avrebbe tenuto compagnia, ne avrebbe ascoltato i lamenti.

Egli scese le scale, e per misurarsi con il buio chiuse gli occhi e procedette alla cieca.

Ghosts, 3

XI
"Ma da voi dunque è più o meno
come da noi?" chiede zia Nelly.
"Meglio ancora nonnetta" risponde
brusco William ormai stanco
"da noi le tardone si fanno
gli affari loro e basta".

XII
"È vero che dite le bugie?"
chiede miss Lunceford. "No certo"
è la risposta. Ma il dubbio
rimane.

XIII
"Potreste manifestarvi
in altro modo?" chiede miss Betty
"che so staccando quadri scotendo servizi di piatti o insanguinando
i muri?" Zia Nelly però
non sembra molto d'accordo.

XIV
Una volta miss Lunceford
è caduta in trance. Ha detto poi
di non ricordarsi niente.
Meglio così.

XV
"Esiste dunque Dio?" domanda
miss Betty che da sempre
manifesta tendenze agnostiche.
"Aspetta che chiedo in giro
bellezza" risponde
William l'impiccato.

martedì 14 aprile 2009

Wunderkammer: Ceroplastica a Bologna, 3

Per effetto dell’insegnamento di Luigi Calori e soprattutto di Cesare Taruffi, grande catalogatore di malformazioni e raccoglitore di preparati teratologici, il Museo Cattaneo conserva un numero considerevole di cere anatomiche relative alle grandi deformità. Ci accostiamo ad esse entrando in un’ultima sala, dopo che il nostro sguardo si è già posato su acromegalici, ermafroditi, pigopagi, vittime di lebbre, vaioli, scabbie, e crediamo di aver visto abbastanza, di aver misurato, grazie alla vividezza della cera, i diversi gradi della sofferenza umana. In realtà, abbiamo visto poco o niente, per ora: i capricci di natura più improbabili devono ancora rivelarsi, ben ordinati nelle teche. Ormai i ceroplasti sembrano avere abbandonato ogni tentativo di conciliazione tra la cruda riproduzione anatomica e l’equilibrio dell’arte, tra il brutto e il bello: le manifestazioni teratologiche sono così estreme da non consentire altro che la riproduzione, senza velleità compositive.
Quei feti a cinque, sei arti, quei doppi crani cresciuti l’uno dentro l’altro, che paiono azzannarsi, i ciclopi neonati, i cuccioli di sirena, i crani in cui gli organi stanno scompigliati in guazzabugli incomprensibili, non si atteggiano come fauni, come putti – soltanto a volte, accucciati, sembrano voler emulare certe sculturette precolombiane, ma è tutto. Le mostruosità più insostenibili, riflettiamo, non possono aver consentito che una sopravvivenza di pochi minuti; negli scampati, ci auguriamo uno stato almeno di incoscienza, un’inconsapevolezza che possa aver reso sopportabile l’esistenza. C’è un silenzio pieno di rispetto, e di timore ancor più che di rispetto, nella sala: nessuno fiata, quasi nessuno scatta fotografie.

lunedì 13 aprile 2009

Wunderkammer: Ceroplastica a Bologna, 2



La cera è un materiale incredibilmente duttile, adattissimo non solo a giocare con l’illusione della pelle o delle fasce muscolari esposte, ma pronto a prestarsi anche alla riproduzione delle parti dure, delle ossa, o di quelle più sottili e sfuggenti, nervi, tubuli, mignoli di neonati, palpebre dischiuse di morenti, pieghe innominate attorno a tumefazioni teratologiche. Adagiata in un modo piuttosto che in un altro, suggerisce la mollezza di ventri svuotati o il turgore di organi induriti da ossificazioni, da elefantiasi, da superfetazioni morfologiche. Il ceroplasta provetto sa giocare sul discrimine sottile tra la bellezza e l’orrore. In questo il prolifico e ben documentato (anche a Palazzo Poggi sempre a Bologna, e a Firenze, Cagliari, Parma) Clemente Susini (1757-1814) fu maestro. I suoi volti rescissi hanno un che di sensuale, di sensualmente meditativo, prefigurano forse, ma con compostezza, con educazione maggiori, certi studi di Géricault. I suoi occhi ti scrutano con una sorta di vitalità da dormiente, da anestetizzato: da quei mezzi crani squadernati, le cui particole sono ben distribuite tutt’attorno, partono sguardi intrisi di pacato scetticismo, sguardi dell’uomo che ormai ha visto tutto, e sa come andrà a finire, e per tutti. Le sue donne si adagiano con una mollezza invitante su letti di dissezione: non fosse per l’esposizione dei loro organi interni, quelli sì molli e lustri, coloratissimi, sdipanantisi spesso oltre le fasce che li hanno avvolti in vita, non fosse per quegli organi le penseresti fintamente addormentate, come ninfe sorprese a metà d’un gioco.

domenica 12 aprile 2009

Wunderkammer: Ceroplastica a Bologna

A Bologna vale la pena, anche nel senso della sofferenza, di visitare il museo delle Cere Anatomiche “Luigi Cattaneo”. Vi si conservano le opere di ceroplasti insigni, che tra il XVII e il XVIII secolo hanno riprodotto sezioni anatomiche e prodigi teratologici, con una precisione che mozza il respiro. Tra questi, uno dei più sofisticati è Giuseppe Astorri, che con preparazioni che hanno richiesto mesi, e a volte anni di lavoro ha modellato deformità di feti o frutti di altre malformazioni congenite, ed effetti di malattie. Il suo volto tragicamente butterato di giovane colpita dal vaiolo, posto accanto ad altri busti, riproducenti gli effetti della scabbia, della pellagra, della lebbra di Comacchio (la lebbra di Comacchio!), dà brutalmente la coscienza di come doveva essere, nei secoli andati, vivere da poveri e da poverissimi, in ambienti malsani, in assenza di profilassi e di igiene; le parrucche che ricoprono quei poveri crani, i vestiti che fasciano quei busti e sotto cui la precisione del ceroplasta ha senz’altro nascosto altre manifestazioni dei morbi, incrementano il realismo della rappresentazione, e incidono a tagli nel nostro senso di pietà. A volte, in certi quadri d’insieme (il “Feto con placenta”, i casi di “Pseudo-ermafroditismo”, il “Pigopago”) sembra voler conciliare la freddezza dello sguardo scientifico con l’attenzione compositiva dell’artista, la composta ferocia della dissezione con la morbida (nel senso forse anche di morbosa) gentilezza del ritrattista. In questo, però, il fiorentino Clemente Susini, ben rappresentato a Bologna, si muoverà con maggiore consapevolezza già romantica, o almeno protoromantica.

lunedì 6 aprile 2009

Ghosts, 2

VI
"Riuscirò a maritarmi?" chiede
la trepidante miss Lunceford.
Il cero si spenge di nuovo.

VII
"Secondo te spettro buono" chiede
zia Nelly "padre Rodgers può provare
qualcosa di molto intenso nei riguardi
di una di noi?" "Padre Rodgers
sogna di inchiappettarvi tutte le notti"
ghigna lo spettro che molto buono
certo non è.

VIII
"Vai verso il crocifisso spettro
non mi convinci" dice inflessibile
miss Davenport. "Devo proprio?"
chiede William. "Non potrei andare
verso santa Caterina?"

IX
"Sarebbe possibile parlare
con l'anima di Dean Martin?"
chiede miss Davenport. "No, mi dispiace"
risponde Cotton "è in giro a far serate".

X
"Esiste il Paradiso? Esiste
l'Inferno?" chiede trepidante
miss Lunceford. "Oh" risponde Cotton
"esiste il Paradiso l'Inferno
il Purgatorio ma il night di Charlie
è meglio ancora".

Un frammento, 3

Gli diedero del cinico, ed egli delibò la sensazione di apparire tale. Per alcuni questo cinismo significava un semplice, triste decremento di umanità, una tara caratteriale, una lacuna morale. Per altri, però, era un sintomo di superiorità, se non di grandezza superomistica, il frutto di uno splendido controllo di sé d’una mente privilegiata, il raggiungimento della pienezza di una dottrina filosofica. Rodolfo, va da sé, preferiva credere a questi ultimi, ma reagiva con prudente distacco ai suoi accusatori, perché questo ci si aspetta da un cinico vero, che sia indifferente alle riserve altrui.
Talvolta – non spesso, è vero – gli capitava, nella solitudine di certe sere, o in momenti inaspettati di giornate agitate, di ripensare ai gesti sconnessi che, all’indomani dell’abbandono, aveva compiuto nello sforzo di recuperare un contatto con colei che lo stava tenendo lontano. Non se ne capacitava più: l’aveva inseguita, aspettata, preceduta, le aveva inflitto lettere o cupamente minacciose o untuosamente appassionate, s’era informato, soffrendo ogni volta di più, sulle mosse di lei, sugli incontri, le aveva chiesto appuntamenti da cui era poi fuggito dopo pochi minuti per l’incapacità di reggere il peso d’una distanza sempre più aperta.

domenica 5 aprile 2009

Un frammento, 2

Il lavoro di lima colpì molti, che presero a parlarne e a scriverne. Rodolfo si abbandonò con gratitudine alle domande dei lettori, proprio perché vertevano sulla forma, sul puro sofisticato estenuato gioco formale, e giorno dopo giorno dimenticò davvero il pretesto iniziale, e prese a rivivere le pagine come frutto di un gioco letterario. Lo aiutavano in questo le esternazioni dei lettori, che ammiravano, e talvolta gli rinfacciavano, il piglio analitico, il compassato controllo del risentimento e del dolore, il rimuginio freddamente ironico sull’ansia dell’abbandono. Come fai, gli chiedevano. Come fai a rendere con una precisione così gelida ciò che non hai evidentemente mai provato? Rodolfo sorrideva, e aggiungeva che uno scrittore sa immaginare con piena verosimiglianza ciò che non ha vissuto, e se sa entrare, poniamo, nella mente di un vecchio esacerbato dai fallimenti, o di un adolescente gonfio di speranze confuse, o di una donna appassionata, o di un assassino che ama con tutto se stesso ciò che fa – se sa entrare in queste menti, saprà senza grossi sforzi misurarsi con una situazione tutto sommato agevole come una delusione d’amore. Anzi, per me, insisteva Rodolfo, con una sorta di voluttà di distacco, sentendosi parlare, e meravigliandosi di quanto gli fosse facile esprimersi a quel modo, per me un abbandono d’amore è quasi una vacanza, tant’è facile, una vacanza – e qui fingeva un filo di imbarazzo, a scusarsi di avere scritto di temi sui quali tutti avrebbero potuto dire altrettanto, e meglio, e di più. Ma no, che sarà mai? rispondeva agli applausi, schermendosi, è solo amore, solo amore!

sabato 4 aprile 2009

Un frammento

Colto dall’urgenza di elaborare la fine di un amore divorante e tempestoso, Rodolfo si accanì a scriverne: ricavandone, dopo giorni di sforzi, alcune pagine di appassionato livore, che nascose in un cassetto, com’era sua abitudine, per lasciarle decantare. Tornatovi sopra, a distanza di un mese, e trovatele troppo esuberanti, oltre che ancora troppo dolorose alla lettura, ne smussò i toni e i colori, e soprattutto ne rifinì il periodare. Un altro mese, e ci era sopra di nuovo, a rendere classicheggiante il dettato, armonico il cursus. Un altro anno, e ne risciacquò il lessico in qualche fiume di buona tradizione, lavorando di lima e di vocabolario.
Alla fine quelle poche pagine presero una coloritura algida, si effusero di una cristallina impassibilità, vestirono un distacco ieratico da quella lontana esperienza da cui pure avevano tratto origine. Rodolfo riusciva addirittura a sfogliarle senza sentirsi pungere di sofferenza nel centro del petto. Quando, la volta successiva, seppe leggere e nel contempo dimenticarsi dell’origine di tutto, o almeno illudersi di potersi dimenticare, decise che le pagine erano pronte per la diffusione e la pubblicazione.