sabato 28 marzo 2009

Ghosts, 1

I
Zia Nelly non lo credereste
va matta per le sedute
spiritiche. Ogni venerdì
sera a casa sua
le zitelle bianche di mezza
città convergono.
Sembrano loro gli spettri.

II
"Dimmi se sei buono" chiede
la voce tremante di miss Lunceford.
"No" scrive il fantasma sulla tavola
oui-ja "cosa sperate
di trovare il venerdì sera?"

III
"Dimmi se sei buono" chiede
miss Lunceford. "Buonissimo
mia cara" scrive William morto
impiccato cinquantatre anni fa
per libidine violenta.

IV
"Dimmi se sei uno spirito buono"
chiede miss Lunceford. "Abbastanza"
scrive Cotton e aggiunge "credo".
Gli avevano detto che miss Betty e
le altre erano delle bellissime
femmine da rimorchio.

V
Zia Nelly riaccende il cero.
Qualcuno lo ha spento.
Miss Betty ci ha starnutito sopra.

mercoledì 25 marzo 2009

People, 4

XVI
La nostra bella città
non ha barboni suoi
e per questo attira
tanti barboni da fuori.

XVII
La nostra bella città
non sa che farsene di zingari
e di universitari.

XVIII
La nostra bella città
ha in tutta la contea
la percentuale più alta
di panchine per un totale
di una panchina e mezzo
per una famiglia di sette.

XIX
La nostra bella città
era meta dei più bei nomi
della Guerra di Secessione
per le cure termali.

XX
La nostra bella città
d'inverno si copre
di neve
bianca. D'estate no.

martedì 24 marzo 2009

Sintonie: Marta Raviglia Quartet


La musica di Marta Raviglia e del Quartetto che prende il nome da lei sta percorrendo nuove strade, la voce limpida, duttile, agile di Marta riecheggia in paesaggi sonori nuovi. L’inquietudine artistica spinge da anni Marta a esplorare zone di confine tra il jazz e altri ambiti musicali, pur sempre nei limiti della forma canzone – limiti che rendono gentile, sorridente e anche sentimentale la sua ricerca. Questa ansia di ricerca si manifesta non solo nei progetti più sperimentali (come “Vocione”, con il trombonista Tony Cattano) o nelle liaison con la musica colta (la “Sequenza” per voce sola di Berio) o nelle indagini teoriche oltre che artistiche (lo studio sulla vocalità in Meredith Monk), ma anche nella sua formazione più canonicamente jazzistica, il Marta Raviglia Quartet appunto, con Simone e Alessio Sbarzella e, da poco, Roberto Raciti. Rispetto al CD “Spiral Tales” (Alfa Music 2007), brillante e innovativo, ma – come dire – composto, ora il Quartet suona davvero più inquieto, come colto nel mezzo di un'avventura di cui si intuiscono alcune prossime tappe. Ce ne siamo accorti domenica 22 marzo, al concerto a Colleretto Giacosa che ha concluso l’edizione 2009 dell’Euro Jazz Festival d’Ivrea e del Canavese.
È un jazz che evita le secche degli standard (e soprattutto, grazie a Dio, quel coacervo di standard melensi che è il repertorio canzonettistico italiano) e preferisce fondarsi su ispirati brani originali, o rovistare nel rock, quello degli anni settanta, il meno conciliante e più sperimentale, che però non vuole rendere jazz, ma trasformare in un’altra cosa, trasformandosi con esso – in un’altra cosa intrisa di spessore armonico, di contrappunto incalzante. Del rock insomma recupera la semplicità per renderla complessa, non la brutalità per addomesticarla. Quello del MR4tet è un approccio creativo e curioso da compositori, non da semplici esecutori. Ed è una musica che si fa teatrale, vive di gioco di squadra, di intesa profonda e di condivisione – e di una dedizione insieme ironica e appassionata.

domenica 22 marzo 2009

La "berlera" e altro, 6

«Quest’ultima mail» rispondo a Claudia «un po’ mi rasserena. Oggi, però, preso di nuovo dall'inquietudine, ho coinvolto la stessa Fabiana, che alla fine ha promesso di telefonare al ristorante La Berlera (l'unico attestato su internet) per sentire se i gestori sanno dire l'origine del nome.
Devo essere stato piuttosto buffo nella mia agitazione. Ma capisci che un vuoto simile (di memoria, prima di tutto, poi, come dire, di metodo) mi preoccupa e mi rende pessimista sulla mia lucidità.
Comunque».

L’indomani, prima Fabiana con un lunghissimo sms (il più dotto degli sms che io abbia mai ricevuto o inviato), poi Claudia con una mail mi aggiornano sulle rincuoranti novità.
«Per fortuna» mi scrive appunto quest’ultima «la lieta novella te l'ha già data Fabiana: "berlera", con un buon margine di approssimazione, esiste. Il LEI (Lessico Etimologico Italiano) ne attesta una possibile radice *berl, polisemica, che ha, tra le altre accezioni, quella di 'battere, percuotere, colpire' (il LEI segnala come corradicale "sberla"). Per quanto "berlera" non sia attestato tra le occorrenze dialettali (almeno non mi pare: ma sono circa dieci pagine fitte di esempi, o poco meno), un dialettologo prenderebbe in seria considerazione che possa farne parte. In questo senso, varrebbe 'parte che si calpesta, zona battuta', o simili. Ovviamente la caccia è ancora aperta, e il Ristorante "La Berlera" potrebbe offrire delucidazioni ancora più precise».


L'indagine sta diventando davvero appassionante, più di un poliziesco. Accantonata l'inquietudine del primo giorno, sono passato a una divertita curiosità, e ora sento che "berlera" non solo resta una parola di bel suono evocativo, ma è l'unica "giusta" in quel punto, per quanto sorta per vie misteriose e rimasta lì nella pagina come un foruncolo male assorbito.
Il che può avere, dal mio punto di vista, vari possibili sviluppi:
a) l'uso (prudente, però) di "berlera" in altri testi;
b) una riflessione sul termine, su come è nato, ecc.
c) la stesura di un racconto su questa parola, su come è stata individuata, sulle ricerche successive, ecc.
(Infatti, queste righe sembrano conciliare il punto b e il c).
«Fabiana» rispondo ancora a Claudia «mi ha detto che per il momento "berlera" è entrata nel vostro repertorio. Ne sono felice. Lo è anche del mio, perché le nostre comuni avventure lessicali sono diventate oggetto di conversazioni con gli amici più stretti di qui. Ci salutiamo con “buona berlera”, ci auguriamo “tante belle berlere” e via dicendo.
«Bene, è ora che torni a correggere il pacco di compiti su grammatica, retorica e metrica che ho somministrato in seconda. Non hai idea della bellezza di certi hapax di oscura origine che pesco tra quelle pagine» le scrivo nel congedarmi.
(Ecco il lieto fine di questa esile storia: ora “berbera”, se la si cerca su google, non è solo più il ristorante sul lago di Garda, di cui tra l’altro tutti parlan bene, e che prima o poi visiterò).

venerdì 20 marzo 2009

La "berlera" e altro, 5

Non so rintracciare il percorso a ritroso, dal libro alla fonte: vado in biblioteca, dove sfoglio volumi che mi pare di ricordare di avere consultato anni fa, ma preso da una lieve amarezza rinuncio ad altri più antichi ormai finiti in magazzino. Nessuna traccia di “berlera”. Forse, mi dico, ho tentato di memorizzare un’altra parola che, una volta giunto a casa ho storpiato; forse l’ho scritta male su un foglietto e ho poi riletto male lo sgorbio. Scrivo al ritorno:
«Cara Claudia, una breve e non sistematica ricerca in biblioteca non ha dato risultati su "berlera".
Spero di non avere trovato una parola di qualche suggestione (che so, "barena"), e di averla ricordata male una volta giunto a casa; una frettolosa sbirciata su internet mi avrà messo di fronte a, putacaso, il ristorante "La Berlera"... ma no, io quelle parole le ho cercate tutte... e se non le avessi cercate proprio tutte?
Quanto a "vezzeggi", che avrò formato sul modello di motteggi, o di maneggi (alla Goldoni), e che forse è presente nel dialetto veneto, vedo che su internet è usato: ma la qualità linguistica piuttosto bassa dei testi in cui lo vedo impiegato non mi rassicura e anzi un tantino mi deprime».

«Ma quale depressione! Per carità, che non mi si deprima l'autore!» mi risponde Claudia, di cui immagino i sorrisi.
«Dunque: su 'berlera' continuo a cercare da domani alla Nazionale sui repertori dialettologici. Se non esce nulla, dal mio personalissimo punto di vista, ancora meglio. Il tuo sarà allora un hapax la cui genesi resterà avvolta nel mistero... e non verrà mai rivelata in sedi istituzionali e ufficiali (anche se il mio silenzio ha un prezzo).
Quanto a 'vezzeggio', la situazione è diversa, perché rientra nelle derivazioni possibili, anche se un po' eccentriche nella morfologia italiana. Il sistema insomma lo accetta, la norma non lo censura, l'uso... è il Signor Uso, come diceva Manzoni, che tutto può. Ancor più quando è l'uso di uno scrittore».

People, 3

XI
Miss O'Hara la maestra
di tutta la crema della città
secondo voci attendibili
ha tirato le orecchie al sindaco
J. J. Harrison suo allievo
tanti anni fa
dopo un discorso elettorale
farcito di solecismi.

XII
Miss O'Hara la maestra
di tutte le teste d'uovo della città
non si è mai sposata
per certi suoi gusti particolari.
Cosa avete capito? Sto parlando
di cucina esotica.

XIII
Miss O'Hara la maestra
di tutta la città
ha portato alla tomba
decine di ex allievi
ed è stata pure capace durante
più di un discorso funebre
di correggere padre Rodgers.

XIV
Miss O'Hara la maestra
è morta improvvisamente
due settimane fa.
L'hanno ritrovata ieri.

XV
Miss O'Hara la maestra
di tutta la città
per la prima volta nella sua
vita si fa per dire
ha dovuto sopportare
gli anacoluti di padre Rodgers
senza poter reagire.

mercoledì 18 marzo 2009

La "berlera" e altro, 4

Cerco allora anch’io – prima su internet, perché sono pigro, poi sui dizionari di casa. Nulla. Non solo “berlera” non è attestato, ma nessuno tra le decine di migliaia di frequentatori della rete, pare averla mai usata, con l'eccezione delle pagine relative a un ristorante sul lago di Garda. Sento sorgere un’inquietudine sorda, simile a quella che mi coglie – di rado, per fortuna – quando mi accorgo troppo tardi di un refuso, di una distrazione, di un’incongruenza che, col passare dei minuti, si ingigantiscono.

«Mi hai colto in castagna» rispondo a Claudia, dopo una ricerca frettolosa di mezz’ora: «di "berlera" non ricordo l'origine: nel senso che la parola compare dalla seconda stesura, ed è presumibile che io l'abbia aggiunta assieme ad altre per dare un tocco di pianura ad alcuni momenti. Ma davvero non so dove posso averla pescata (e ora come ora - ehm - non saprei nemmeno dirti esattamente il significato). Potrei averla tratta da uno dei manuali di agricoltura che ho consultato (andrò in biblioteca a spulciare quei volumi per tentare di rintracciare l'iter), o su uno dei testi di letteratura di campagna che ho saccheggiato per il lessico. E quindi sì, potrebbe avere un'origine dialettale (è curioso che sia passata indenne attraverso le molteplici correzioni di bozze: di solito mi si chiede di normalizzare, abbassare il tono, uniformare... Quanto a me, spero di non doverti dire in una prossima mail che "berlera" è irrintracciabile, o che è una storpiatura ingiustificabile, o un vero e proprio refuso, o un irragionevole neologismo ...).
Su vezzeggi hai ragione: è una sorta di via di mezzo, anomala quanto a formazione, tra vezzi e vezzeggiamenti. Ha il significato della seconda, ma una maggiore grazia (per me).
En passant, in "Nora e le ombre" il mio contributo ai neologismi si era limitato a un "rotuluto", cioè dotato di rotule particolarmente evidenti (detto di una figura di Bacon), nato sul modello di "naticuto", e da me strenuamente difeso dagli scrupoli di un editor prudentissimo».

martedì 17 marzo 2009

People, 2

VI
Il nostro cronista
Herbert McKenzie ama
giocare a golf anche se
non l'ha mai fatto.

VII
Il caro padre Rodgers
prima che gli morisse la governante
non aveva mai pensato
di prendere moglie.

VIII
Il caro padre Rodgers
d'altra parte
non è mica come quei sapientoni
dei cattolici.

IX
Il caro padre Rodgers
ha un debole per i dolci
della zia Nelly. Herbert McKenzie
sospetta che in realtà
quei due se la intendano.

X
Il caro padre Rodgers
aveva una sorellina
morta di tisi a cinque anni
un vero angioletto
soprattutto ora.

La "berlera" e altro, 3

Ma veniamo a “berlera”. A pagina 95 de “Le larve” scrivo: « Poi, appagato per il momento, era sgusciato dalla matrice fecondata, e dal letto, e dalla casa colonica, ed era andato ad abbaiare il suo canto d’esultanza ferina qualche miglio più in là, in una berlera, o dietro i filari di faggi che delimitavano le tenute».
“Berlera” è uno di quei termini che non mi sono familiari e che forse ho pescato anni fa nel corso di lunghi, oziosi pomeriggi d’estate in biblioteca, su manuali di agricoltura, giardinaggio, ambienti di pianura, parassiti e malattie delle piante e della terra. Compare ne “Le larve” dalla seconda versione, cioè dal 2005. Mi piace il suono di quella parola: rimanda a lontananze di bassopiano, a forre o fossati o gore o cave perse tra le nebbie. Ha una connotazione indeterminatamente dialettale, una cadenza lenta, piacevolmente misteriosa.
Nella mail successiva, Claudia Fabrizio, inconsapevolmente, tocca un punto critico – un piccolo punto critico, pungente.

«Sto provvedendo allo spoglio lessicale delle occorrenze che mi sembrano più interessanti. A ciascuna si legherà una brevissima citazione dal tuo testo, perché possa ricevere l'inquadramento del contesto originale. M'interessa soprattutto restituire la portata strutturale del lessico del tuo romanzo, individuando, come ti ho scritto, la stratificazione delle sue componenti.
A questo proposito mi occorrono lumi su 'berlera' (p. 94) e 'vezzeggi' (p. 89). Il primo dei due lessemi mi è completamente oscuro (ed è assente dalle fonti lessicografiche sincroniche e storiche: non ho cercato ancora tuttavia nei repertori dialettali); il secondo è trasparente quanto a significato, ma anomalo quanto a sagoma morfologica, giacché presenta quella che i linguisti chiamano una derivazione zero, cioè l'assenza di un morfo derivazionale che produce cambiamento di categoria lessicale verbo> nome (vezzeggiare > vezzeggiamento). Anche 'vezzeggio' non trova attestazioni lessicografiche.
Ti sarei grata se m'indicassi significato e origine del primo (se è un dialettismo tanto meglio, è ancora più interessante), e se rispetto al secondo hai una fonte che ignoro o ne sei stato, sic et simpliciter, onomaturgo. Anche in questo caso, è un indizio utilissimo per me».

La "berlera" e altro, 2


«Devo dirti» mi scrive una prima volta Claudia Fabrizio, tra i miei lettori attenti e competenti la più competente e attenta, «che mi avvicino alla lettura, e dunque anche al tuo libro, da un'angolazione volutamente parziale e settoriale. Mi occupo di linguistica e a me interessa la lingua che le persone usano. La ragione fondamentale per cui il tuo libro mi ha convinta è proprio questa: vi ho letto un investimento simbolico, da parte tue, sulle parole, una cura della forma che non è mai stucchevole ma che è sempre esercitata con scrupolo, e non lascia nulla al caso. In un momento in cui in generale la critica, quando parla d'un libro, ne descrive sempre e solo la trama, l'attenzione che poni alla confezione linguistica del tuo testo mi convince e mi rassicura sul fatto che ancora qualcuno, oggi, possa fare adeguatamente il mestiere di scrittore».
A Claudia, che ho conosciuto tramite Fabiana Piersanti, ho proposto di farmi da relatrice, nel corso di un paio di presentazioni a Roma, verso la fine del dicembre 2008. Nel risponderle, dopo essermi dilungato in ringraziamenti, aggiungo:
«Ho sentito crescere anno dopo anno una sensibilità per la lingua che sta diventando un aspetto prioritario della mia scrittura - fino alla sofferenza, nei momenti peggiori. Oggi non posso fare a meno di misurarmi (ogni volta, ad ogni riga) con le vaste possibilità espressive determinate da una scelta linguistica: che questa ricerca suoni inconsueta, nel mondo letterario di oggi, è una cosa che notano molti; che suoni "falsa", artificiosa, per fortuna nessuno ha osato dirlo. Sto modulando una mia "voce", che ho imparato a intonare pagina dopo pagina: è la voce che ricostruisce il mondo, lo modifica anche, prova se non altro a mettere ordine nelle cose. Ci noterai arcaismi (troppi anni passati a leggere i classici, un'attenzione tutto sommato distratta per i contemporanei, una predilezione per autori dallo stile fuori dal tempo, ecco a cosa mi hanno portato) che però sento miei, che mi vengono alla penna con una certa spontaneità; indeterminatezze leopardiane; spulciature di vocabolario (ecco un passatempo che adoro); qualche tic snobistico, in via di correzione; e chissà che altro. Nemmeno io» continuo «sopporto più il ridursi dei contributi critici più frettolosi alla sola trama. Oltretutto, non credo che "Le larve" possa reggere un approccio del genere (io stesso mi vergogno a raccontare spizzichi di trama quando presento il libro, perché so che non è l'aspetto più importante, e perché temo che, ridotto all'osso, l'intreccio potrebbe dar luogo a qualche equivoco)».

lunedì 16 marzo 2009

People, 1

I
Il sindaco J. J. Harrison
presenziando all'inaugurazione
del nuovo oratorio per gli
orfanelli ha espresso
tutto il suo compiacimento.

II
Il sindaco J. J. Harrison
ha un figliolo - il secondo -
capellone ma però
è un bravo ragazzo
e fila dritto.

III
Il sindaco J. J. Harrison
ama dire di essere diventato
repubblicano
soltanto a due anni perché
la sua prima balia
era democratica.

IV
Il nostro cronista
Herbert McKenzie
la sa lunga ma sua moglie
la sa lunga più di lui.

V
Il nostro cronista
Herbert McKenzie
a scuola era un monellaccio.
Caro ragazzo.

La "berlera" e altro, 1


Che le parole vivano di una vita propria, e vivano avventure parallele a quelle dei personaggi di un romanzo o di un racconto, avventure nascoste, implicite, talvolta intuibili, o sospettabili, ma non meno intense, non meno appassionate – lo andavo dicendo da troppo tempo. Per chi scrive, il momento della formazione di una frase, dell’inscatolamento d’un paragrafo, è eccitante come dominare il caos delle cose, o almeno un gratificante tentare di farlo – anche questo l’ho detto, portate pazienza. Alle volte, le parole però sembrano sfuggire al controllo di chi le ha scovate; alcune parole, storpie o improprie, incongrue o ignote, si assestano in mezzo alle altre più familiari, si ritagliano un cantuccio, si accomodano nelle frasi, e restano lì, evocative quel tanto che basta per non sembrare allarmanti, allusive a un uso che non è il loro, segnali di un mondo che non è il nostro, quello della nostra lingua. Spesso le adocchiamo, queste parole, non subito, ma ce ne insospettiamo, le guardiamo storto, e per esse consultiamo dizionari, finché non ne smascheriamo la natura, e le espungiamo, non senza un lieve rossore. Di rado, affezionatici alla bellezza insolita di alcune, all’aura evocativa dei suoni che le compongono, le lasciamo al loro posto, le facciamo nostre, ne giustifichiamo la creazione con un’urgenza espressiva, ne legittimiamo l’esistenza con la constatazione che nessun’altra parola vivente potrebbe sostituirle del tutto.
In fondo, a guardare con una lente metaforica dentro a quelle frasi, a isolare su un vetrino ogni parola, e ogni sillaba di quella parola, e ogni suono di quella sillaba, ad entrare nel mondo delle unità indivisibili della comunicazione, i fonemi, i soffi, i silenzi, i respiri, le articolazioni tra gola e labbra, ad esplorare quel mondo atomico, si scopre che ogni parola di quello è fatta: suoni, silenzi e suoni. Suoni che si aprono e si chiudono, suoni che si appoggiano ad altri suoni, o che si lasciano trascinare, suoni lenti e suoni rapidi come battiti di ciglia, suoni che non si pronunciano ma si pensano, suoni che risuonano per righe intere, suoni che vorremmo riascoltare o ripronunciare e non compaiono più, suoni che fanno quasi male, e suoni che lasciano imbambolati di tenerezza.
È masticando questi suoni, lentamente, come fanno i bambini con le gomme nei momenti di riflessione, che si mettono insieme le parole, e le parole in frasi, e le frasi in sequenze. Si lasciano le parole parlare, cincischiare, strillare, grattare, ansimare, tamburellare, gorgogliare…
Ma questo è un altro discorso. E sto divagando.

martedì 10 marzo 2009

Quel pomeriggio, 8

XXXVI
Quel pomeriggio Logan parlò
di fantasmi alla fermata del 12.
Mandò via la gang degli spagnoli
e diventò l'idolo delle vecchiette.

XXXVII
Quel pomeriggio Bartholomaeus
confessò il suo vero nome
alla biondina. La biondina
non gli credette ma se ne andò
di fretta lo stesso.

XXXVIII
Quel pomeriggio la corrente
elettrica mancò per tre minuti.
"Per fortuna è ancora chiaro" pensarono
alcuni.

XXXIX
Quel pomeriggio il guardiano
del cimitero ebbe un violento
alterco con se stesso.

(1982)

domenica 8 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 3

(Ma perfino “Gianni e il magico Alverman” ci caricava di suggestioni che bisognava trasformare in giochi perché non ci facessero paura, perfino certe insulse puntate de “I ragazzi di padre Tobia”, o certi caroselli…). E c’erano i film e i telefilm che, in occasione dei viaggi spaziali, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta la televisione mandava in onda le mattine d’estate. “Il risveglio del dinosauro” lo scoprii così, per caso, una mattina: a guardare un film non proprio dall’inizio, senza saper nulla dei titoli di testa, un bambino si coccolava in aspettative sue, e sperava (io, da bambino devoto, a volte pregavo proprio il Signore) che quei tipi in giacca che dialogavano del più e del mano fossero in attesa di un Evento singolare, di un’Apparizione, di una Trasformazione, di un Mostro; questo atteggiamento ci faceva guardare fin quasi alla fine drammoni sentimentali, polpettoni storici, esili commedie, come se fossero la premessa – tirata per le lunghe, d’accordo – a una Cataclisma, allo scatenarsi dell’Irreale; ne uscivamo il più delle volte frustrati e annoiati: ma quando capitava davvero, quando i dialoghi si rivelavano davvero per un prender tempo prima del Salto sulla Sedia, quando di colpo i due innamorati prendevano a fuggire per le vie del centro inseguiti da una creatura preistorica o aliena in stop motion, la nostra esaltazione traboccava, pronta a durare mesi.
Annoto un’ultima (per oggi) sintonia con Mari, avvistata nel racconto “Le copertine di Urania”, laddove parla di larve abitanti nei muri delle nostre case, “attente scrutatrici della nostra vita domestica”. Il riferimento, esplicitato dallo stesso Mari, è con “Gli uomini nei muri” di W. Tenn, romanzo in cui gli uomini (i terrestri) sono le larve che abitano nei muri di case spaventose; lo avrei letto anch’io, ma più avanti, e non sotto forma di Urania, ma in un’antologia Mondadori curata da Fruttero e Lucentini e intitolata “Scendendo”. Non nego di aver avuto in mente quel romanzo di Tenn ogni volta che, nel mio “Le larve”, ho parlato di muri, e li ho descritti come vivi, o come abitati.

Quel pomeriggio, 7

XXXI
Quel pomeriggio Arnold
si offese con la madre.
"Bugiarda" le disse, "io non ho
sei anni. Io ho sei anni
e mezzo".

XXXII
Quel pomeriggio la moglie di Sam
ebbe voglia di pizza alle patate.
"Oh no non un altro"
esclamò Sam.

XXXIII
Quel pomeriggio Leslie
tornò a trovarci. Ci vide
sulla terrazza. Maledizione.

XXXIV
Quel pomeriggio la radio
parlò di un maniaco omicida
evaso. Sam accusò la moglie
di avergli nascosto il fucile.

XXXV
Quel pomeriggio
piovve di nuovo. "Eppure ci deve essere
una ragione" si chiese qualcuno.

sabato 7 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 2

Prima, certo, prima di quei cantieri c’erano stati prati, lì attorno, che d’estate, dopo l’apertura dei canaletti d’irrigazione, si riempivano di rane vocianti, e in cui d’autunno ciancicava qualche mucca isolata da cavi in cui correvano lievi scariche elettriche, che noialtri del cortile sorbivamo attraverso la mano in gare di resistenza che ci lasciavano inebetiti. Ma non era campagna, e non era vera solitudine la mia, come pare invece di leggere nella ricostruzione che Mari fa del suo passato: c’erano gli amici – del cortile, appunto – coetanei o quasi, e i loro fratellini o cuginetti in vacanza, e a volte sorelline e cuginette; ed ogni esperienza era vissuta da tutti, comprese le quadriennali carneficine dei maggiolini che ho raccontato senza inventare nulla nel primo capitolo de “Le larve”, ed era rievocata poi dalle voci di tutti nei mesi successivi, in un gioco complesso di reciproca alimentazione dei ricordi di ognuno. Erano infanzie in cui la televisione (quella dei grandi) entrava prepotente, ad nutrire di figure in bianco e nero, sguardi attoniti, silenzi dilatati, ritmi rallentati, pensosità dense di segreti, la nostra immaginazione: soprattutto gli sceneggiati dei primi anni settanta (che anche Mari rievoca, con tenerezza, in “Verderame”, mescolando in un guazzabuglio ironico i nomi ricorrenti degli interpreti, e che oggi golosamente colleziono in dvd, nella speranza di ritrovare lo spirito con cui li guardavo), che scoprivano il mistero e lo raccontavano con i mezzi di allora, un approccio ancora teatrale e un intento didascalico, “Il segno del comando”, “A come Andromeda”, il dottor Jeckyll di Albertazzi, o le serie d’importazione, o il Polifemo dell’”Odissea”, con quella mano protesa a ghermire, che a un bambino sembrava insopportabilmente reale, e spaventava anche solo a ricordarla, o a parlarne, e il gesto dello sbranamento di spalle, e i versi, i versi, la deglutizione, i rigurgiti…

venerdì 6 marzo 2009

Quel pomeriggio, 6

XXVI
Quel pomeriggio Pearl
si sentì poetessa.
Tre minuti dopo
si sentì di farsi un tè.

XXVII
Quel pomeriggio la zia Nelly
ci telefonò di nuovo.
Fingemmo di non essere in casa.
Non era un bugia. Eravamo
sul terrazzo.

XXVIII
Quel pomeriggio Susy
non riuscì a risolvere
un'equazione di secondo
grado.
Colpa del televisore, si disse
senza spegnerlo.

XXIX
Quel pomeriggio John e Bob
fondarono una big band
e la sciolsero.

XXX
Quel pomeriggio la gang degli spagnoli
si appostò alla fermata del 12
per importunare le vecchiette.
Miss Davenport ne fu molto turbata.

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 1

Più mi addentro nella lettura di Michele Mari più scopro affinità, non solo di stile ma anche in un certo modo biografiche, che mi esaltano e un po’ mi preoccupano. Il primo a notare una sintonia tra il mio “Le larve” e “Verderame” di Mari è stato, e lo ringrazio per questo, Umberto Rossi nella sua recensione su “Pulp”. Da lì è iniziato tutto – è iniziata cioè una scoperta à rebours dell’opera di Mari, che fino a quel momento conoscevo poco e maluccio. Certi momenti iniziali di “Verderame” (il vecchio che spacca a metà le lumache con la zappa) mi hanno riempito di inquietudine (anch’io avevo immaginato, nel primo capitolo, il fattore che divideva a metà, con zappa o con vanga, non ricordo, grosse larve di maggiolino cavate dal suolo): se il romanzo di Mari avesse continuato su quella strada, avrebbe svuotato di senso il mio. Per fortuna (fortuna mia, soltanto mia, è ovvio) “Verderame” procede in un’altra direzione, si colora di altre tinte, e i due testi si divaricano fino a non assomigliarsi più, nell’impianto, nell’architettura. Terminata la lettura con un sospiro di sollievo, onorato dell’affinità e salvo, non schiacciato dal paragone, mi sono accostato ad altre opere. E in queste, ad esempio in molti dei racconti di “Tu, sanguinosa infanzia”, sto recuperando, da lettore, quello stupefacente senso di condivisione che in parte ho sentito tra le pagine di “Verderame”: il bambino e il ragazzino delle modulate autobiografie di quei racconti, pur con qualche aggiustamento dovuto in parte ad esperienze diverse e ai cinque anni di differenza – quel ragazzino o bambino è davvero com’ero io. Va bene, non del tutto: io ero un piccolo esploratore urbano, da periferia di città di provincia, non da tenuta di campagna; ficcavo il naso nelle scale dei condomini che negli anni sessanta e settanta venivan su a fungaie in quelle distese di prati che sarebbero divenute ben presto una suburbia polverosa; andavo su quelle scale, in cerca di suoni, di esalazioni di pranzi, di voci dalle porte, di macchie sui muri, di avvitamenti fossili sulla pietra dei gradini; oppure nei cantieri aperti salivo da un piano all’altro, lungo percorsi provvisori, inerpicandomi su assi e putrelle, e visitavo – nei giorni di festa, quando i cantieri erano deserti – quelle che sarebbero diventate stanze, e che prive di luce somigliavano a cantine sospese, a catacombe aeree.

giovedì 5 marzo 2009

Quel pomeriggio (1982), 5

XXI
Quel pomeriggio mister Burgess
decise di potare le siepi del giardino
ben deciso a non farlo davvero.

XXII
Quel pomeriggio Pearl
si dichiarò per lettera
a Cary Grant.

XXIII
Quel pomeriggio Tim
si ruppe il dito e suo padre
gli ruppe il naso.

XXIV
Quel pomeriggio il lavello
della cucina di mamma Bell
prese a gorgogliare e pareva proprio
che imprecasse in polacco.
"Basta con i telefilm dell'orrore"
si disse mamma Bell.

XXV
Quel pomeriggio il Presidente
parlò alla nazione
e a pensarci bene
perché lo fece?

lunedì 2 marzo 2009

Quel pomeriggio, 4

XVI
Quel pomeriggio Susy
pianse e si sentì meglio.

XVII
Quel pomeriggio anche Marion
pianse ma suo padre la prese
a schiaffi dicendole
"Così piangi per qualcosa".

XVIII
Quel pomeriggio la gang degli spagnoli
si comprò un gelato.
Uno solo.

XIX
Quel pomeriggio le campane
della chiesa suonarono a distesa
e qualcuno si chiese anche
perché.

XX
Quel pomeriggio miss O' Connors
morì. Giorni dopo furono tutti
d'accordo nel dire che aveva scelto
il momento meno opportuno.

Quel pomeriggio, 3

XI
Quel pomeriggio Logan finì per parlare di fantasmi
e il caffè si svuotò. Perché mai?
si chiese Logan. Che abbiano
tutti paura?

XII
Quel pomeriggio il gestore
del caffè disse chiaro e tondo
a Logan di piantarla di lanciare
rumori sospetti.

XIII
Quel pomeriggio Bartholomaeus
finse di chiamarsi
Jimmy. La biondina
gli credette.

XIV
Quel pomeriggio padre Rodgers
tornò a trovarci.
Non ci trovò.

XV
Quel pomeriggio Constantin
imprecò contro il Presidente
perché si era tagliato
un dito
nell'aprire una lattina di birra.

"Nora e le ombre": conversazione con Claudia Fabrizio

CLAUDIA "Nora e le Ombre" è un romanzo molto ben scritto (ma non potevo dubitarne), e percorso da lampi d'intuizione narrativa. Il personaggio della protagonista restituisce un'ideale di femminilità sconfitta, malata di autolesionismo quanto il suo alter ego Aurora, debole da rasentare la stupidità bovina, incapace di pretendere alcunché alla vita e da sé stessa. Una donna incapace di fare del male, ma anche del bene, aliena dalle grandi passioni, e quasi priva di senso della giustizia, paradossalmente. Nessuno si salva, nella storia di Nora: tra follia, visioni e dabbenaggine allo stato puro, uomini e donne sono tutti sulla stessa desolante barca fatta di piccolezze e meschinità. Persino la piccola Aurora, candidata alla santità, non si sottrae al cerchio malato delle apparizioni e si palesa alla donna che abita dopo di lei la sua casa. L'insegnante di religione non è retta, ma nemmeno pecca sino in fondo. Mario è un uomo tanto fallimentare da indurre quasi alla pena. Sono tutte creature a metà, quasi che il loro limbo fosse qui in terra.
Devo aggiungere che a mio avviso tra il primo e il secondo romanzo è nato qualcosa d'altro nella tua vena di scrittore. "Le larve" sono, da un certo punto di vista, una maturazione e un consolidamento del tuo senso artistico, pur rappresentandone un'oggettivazione tanto distante e diversa dalla tua prima prova narrativa. La lingua ne è un buon esempio: più netta e decisa, in certo modo, con più personalità, quella delle “Larve”; e poi l'unità, la coerenza delle designazioni, la pienezza del dominio dei contenuti del tuo secondo romanzo illuminano a ritroso - e rendono ammirevole - il percorso di novità e di originalità che hai saputo affrontare pur nell'arco di poco tempo.
In "Nora e Le Ombre" c'è già lo scrittore, ma manca forse, ancora, l'autore pienamente cosciente del suo talento. L'ho letto con grande interesse e con crescente passione, anche perché mi sembrava raccontato a voce da te, ora che ti conosco. Inutile dirti che attendo con ansia di conoscere i futuri sviluppi della tua scrittura, e il modo nuovo con cui saprai raccontare un po' di te e molto della condizione umana, come hai fatto sinora.

CLAUDIO Quello che scrivi mi fa molto piacere e mi trova d'accordo. In "Nora" ho raccontato fallimenti e miserie, calcando la mano su elementi farseschi, soprattutto nel delineare le figure maschili, e sul senso dell'incongruo, che è proprio di Nora. Dentro al romanzo sono affastellati contrasti (anche di linguaggio, anche di stile), confusioni, depistaggi e tempi morti: c'è la provincia, il senso della provincia, insomma, così come la vivo e la subisco io.
Dell'affinarsi della lingua con "Le larve" sono cosciente, e questo mi fa ripensare a "Nora" con un po’ di pudore: nel senso che oggi scriverei in modo diverso quel primo romanzo. Però è anche vero che nelle "Larve" la voce è quella di un narrante colto e snob, intrisa anche di cliché decadenti o superomistici, mentre "Nora" si concentra sui pensieri e sui gesti di una povera insegnante di religione di cultura non vastissima, sui suoi dubbi e insomma sulla sua incapacità di cogliere il senso delle cose, o di dar nome alle sue angosce.
Del prossimo romanzo, chissà che penserai. Come sarà la lingua di un romanzo italiano che finge di essere fatto degli appunti di un compositore statunitense brillante ma non particolarmente profondo nei quali si traducono conversazioni con un vecchio, amareggiato compositore sovietico? Mi sono sforzato di aderire a un registro medio, e ho tentato di coniugare precisione di analisi musicologica con leggibilità.

CLAUDIA Hai perfettamente ragione: la scrittura di "Nora" ripete l'atmosfera dell'accidia provinciale, senza slanci, senza vere passioni, senza rimedio. Che questa sia l'atmosfera di Aosta, mi stupisce, giacché dai racconti tuoi e di Marilisa la vostra città mi è apparsa invece come una piccolo centro operoso e non estraneo alla cultura. Ma tu sei uno scrittore, e quindi sai trasformare un piccolo dettaglio in un teorema esistenziale: e dunque sì, ogni provincia è come quella in cui vive Nora, così come ogni insegnante di religione di mezza età può essere scialba e inetta come lei.
Ciò che mi scrivi del tuo prossimo libro, e che accennavi anche in una delle due presentazioni, mi incuriosisce moltissimo. Quello che mi piace della tua scrittura è che non diventa cliché; la lettura del tuo primo romanzo mi ha confermato che sai variare: quindi c'è stile ma non maniera. La tua prossima prova sarà un'ulteriore variazione.
Claudia Fabrizio, dottoranda di ricerca in linguistica, è autrice del nitido, solidissimo "Idee linguistiche e pratica della lingua in Giovanni Gentile" (Fabrizio Serra Editore, 2008).