mercoledì 25 febbraio 2009

Quel pomeriggio, 2

VI
Quel pomeriggio Elisa
ricevette all'incrocio tra True's Avenue
e Commandant Avenue una proposta oscena
da Frisby di anni quattro
e mezzo.

VII
Quel pomeriggio Sam notò
con orrore di sudare un po' troppo.
Decise di passare il resto
della giornata in cantina.

VIII
Quel pomeriggio Leslie
venne a trovarci.
Non ci trovò.

IX
Quel pomeriggio miss Davenport
iniziò la colletta per i poveri
della parrocchia. Convicere
il vecchio paparino non fu facile.

X
Quel pomeriggio
piovve. Senza una ragione.

martedì 24 febbraio 2009

Ancora su "Combat de l'amour et de la faim"

Non so che cosa sia stato più appassionante, nel leggere l’ultimo romanzo (il sesto) di Stéphanie Hochet, "Combat de l’amour et de la faim", se seguire le avventure di Marie, il protagonista, un picaro alla Twain con l’animo disincantato e tormentoso di un perdigiorno alla Hamsun, o seguire le avventure dell’immaginazione dell’autrice. C’è infatti in questo libro una sorprendente, generosa dissipazione di idee romanzesche, che potrebbero bastare per un romanzo fiume di cinquecento pagine, o per quattro romanzi di media stazza… Ma la sintesi (l’ellissi, anzi) è una delle doti di questa giovane, ispirata scrittrice francese.
Ha ragione Stéphanie quando parla della necessità di ambientare le vicende nell’America degli inizi del ventesimo secolo : allo stesso tempo, ci accorgiamo che la voce del protagonista ha una sensibilità europea per le cose, e che è la voce che abbiamo imparato a conoscere tra le pagine dei cinque precedenti romanzi. Ma non vuole essere un appunto: quella lingua complessa, quel rimuginio conferiscono profondità e sfumature ai pensieri di questo personaggio, che pensa molto, ascolta tutti, si sente pensare, ma non ama parlare: li arricchisce di lessico, questi pensieri, li architetta in sintassi, li aiuta a uscire, ad articolarsi. È questo essere scrittori.
Le ultime pagine sono sconvolgenti. Credo che Stéphanie abbia voluto giocare (non è la prima volta) con una sorta di suspence della morale. Marie, il protagonista, è capace di azioni condannabili (o almeno è capace di pensieri condannabili, che non sempre realizza). È crudele in un modo ambiguo: e ci trattiene in un luogo mentale tra la legge e il profitto, il bene e il male (entrambi in un’accezione relativa, non assoluta), il desiderio e il rimorso, l’abbandono e la vendetta, il sollievo dell’essere buono con gli altri e la pulsione alla crudeltà se questa preserva o sembra preservare ciò che gli è caro. Il suo oscillare tra questi opposti ci lascia nell’attesa di una scelta, e delle giustificazioni di questa scelta. Tutto questo, per me, è molto più affascinante della suspence dei polizieschi o dei thriller, nei quali i crimini rischiano di suonare solo come convenzioni, come astrazioni d’un intreccio. Marie si rivela una sorta di paradigma delle nostre debolezze e delle nostre zone d’ombra. La precisione chirurgica (permettetemelo) dello stile di Stéphanie rende vivido, dolorosamente vivido (ma anche ironicamente vivido) tutto questo.
E a questo punto, ho amato quello strano happy end, quella specie di catarsi di cui lo stesso Marie è cosciente e in cui si rifugia. In un certo senso, ne ho sentito il bisogno.

Stéphanie Hochet, "Combat de l'amour et de la faim", Fayard, 2008

Quel pomeriggio (1982), 1

I
Quel pomeriggio zia Nelly
mise nel forno
una torta delle sue e ci telefonò.
Fingemmo di non essere in casa.

II
Quel pomeriggio Norton
portò dal carrozziere
la nipotina e gliela fece sposare.
Il quartiere mormorò. "L'ha data via
come se fosse di prima mano" disse qualcuno.

III
Quel pomeriggio il gatto
della cara miss Davenport
finì su un salice del giardino
e non voleva saperne di scendere.
I pompieri lo convinsero con
le buone.

IV
Quel pomeriggio alcuni ragazzini
giocando alla settimana
vennero alle mani per delle sporche
faccende di punteggio. I padri
scesero nella strada e presero
le difese dei figli.
Poi salirono e li presero
a sberle.

V
Quel pomeriggio il criceto
di Mortimer scappò dalla gabbia
portandosi via la piccola giostra.

domenica 22 febbraio 2009

Ancora su "Le larve"

Ecco che cosa mi ha scritto in una lunga lettera Armando Saveriano, poeta, fondatore dell'associazione culturale Logopea di Avellino, autore dei cesellati e inquietanti racconti di "Elogio del blu" (Mephite, 2008).

È dal 1975, con "La dimora dei Branderson" di Raymond Rudorff (ed. Sonzogno), che non leggevo qualcosa di dannatamente buono come il tuo “Le larve”. Oggi posso dire che tu affianchi i miei autori prediletti, quelli che alla venatura dark fantasy o horror tout-court aggiungono il mainstream, a livelli di autentica alta letteratura: Ramsey Campbell, Clive Barker, Stephen King, Ray Brandbury, Gianfranco Manfredi di “Ultimi vampiri” e del recente “Ho freddo”.
Premetto che “Le larve” non va catalogato o relegato nella nicchia di un genere: sarebbe una deminutio. Ciò non toglie che è un neogotico di gran classe. Raffinatissimo.
Questo non è sufficiente a fare di un libro un “buon libro”. È necessario aggiungere il coinvolgimento che sappia o non sappia suscitare un qualche grado di empatia. Il primo esempio che mi viene in mente è il capitolo dedicato dal protagonista di “Pet Sematary” (King) al ricordo della sorella invalida: riesce a impressionare, a farti provare il classico “frisson”, per cui resti incollato alla pagina e niente e nessuno riuscirebbero a distoglierti neppure per un secondo.
Oppure il 90% della vastissima produzione di Ray Brandbury: non i romanzi, ma i racconti. Sono sconvolgenti. C’è poesia e stringimento di gola, curiosità e acume, una conoscenza delle corde emotive, per cui Brandbury somiglia a un pianista che contemporaneamente suona il flauto e l’arpa. Ti dà felicità e ti fa stare male, ti trasmette nostalgia e rimpianto, fino alla soglia delle lacrime.
“Le larve” avvince il cultore di genere e il lettore che mai avrebbe immaginato di leggere pagine così piene di ottima scrittura, tra Dickens e Thomas Mann. È come se tu fossi posseduto dallo spirito delle sorelle Brontë, dal demone tormentoso di Henry James di “Giro di vite”, dall’intrigo fascinoso di Daphne Du Maurier, con uno spolverio del lugubre sarcasmo delle opere di Friedrich Dürrenmatt, con un linguaggio straordinario, che mescola perfettamente il gusto e l’indirizzo attuale a un che di deliziosamente decadente.
La sequenza dell’io narrante, bimbo di quasi sei anni, che si arrampica sulla sedia per osservare il cadavere del nonno (con tutto quello che segue dopo), è da maestri della narrativa. Impressionante. S’imprime nella mente. Puoi a lungo immaginarti la scena… quasi viverla in prima persona. E avere paura. Il rapporto sadico che lega il signorino protagonista a Aldina ha una sua plausibilità che annulla e ricaccia indietro l’ipocrisia perbenista con cui ci stucchiamo l’anima.
E poi il linguaggio! Patriarchi, fanciulle, oscurità caravaggesca, il nome del cane, Morgo, che fa pensare piuttosto a un servo deforme…, fantesche, collegi, scorribande lupigne, luna che rapisce, entomofagia, campi tetri e brumosi, ciarlatani carismatici, tare familiari, il sospetto, il sospetto…
Una saga ipnotica e pellucida che mi riconduce a Poe, agli acquitrini psicotici di Lovecraft, ma anche alle morbosità moderne di Serge Brussolo, quando si dedica al noir e al mistery.
Tu scuoti il tempo, rompi ogni convenzione, fai oscillare il lettore fra ottocento e duemila, osi delle verità che noi censuriamo, ti diverti a scorticare il lettore, nello stesso modo con cui scotenni i tuoi personaggi. Le larve fa riscoprire la voluttà della lettura, il totale assorbimento...
La visione del nonno, che è forse il padre del protagonista, mentre sguscia come protervo signore e padrone, come vampiro, come un D’Annunzio assanguato, nella camera della nuora, assopita (o non già mesmerizzata?), per possederla, come si fa con una ninfa boschiva ubriaca di mosto e di delirio dionisiaco, è qualcosa di straordinario. Sei un narratore di razza, un Fritz Lang della penna. E “Le larve” è un romanzo eccezionale, una storia che ingolosirebbe produttori e registi, o titillerebbe nei grandi fumettari lo sfizio di disegnarla.
Purtroppo tu hai una pecca.
Vivi in Italia.

mercoledì 18 febbraio 2009

Farfalle, 3

A dire la verità, non si chiama davvero Morgo. Però preferisco nascondere la sua vera identità dietro questo pseudonimo un po' sciocco, perché quello che sto per raccontare del mio cane di razza fantasia non è molto lusinghiero.
Avrei dovuto immaginarlo da tempo, sin da quando vedevo Morgo cucciolo di pochi mesi inseguire ogni cosa che si muovesse lungo un sentiero, facendo scattare per aria le fauci come un piccolo tirannosauro nero. All'epoca, Morgo pareva interessato anche alle file di formiche, alle foglie che rotolavano spinte dalla brezza, alle cavallette che, saltando a caso, gli finivano tra le patte. Crescendo, ha rinunciato a inseguire le forme di vita più minuscole, e si è dedicato a lucertole, topolini di campagna e in qualche caso, purtroppo, a galline che raspavano libere nei prati. Ma le farfalle, naturalmente, le delicate, aeree, danzanti, distratte farfalle, sono la sua passione più divorante.
Pazienza quando Morgo si avventa su una pozza d'acqua verdognola, e fa sollevare un nugolo di farfallette azzurre (o, per meglio dire, Plebiculae amandae) contro cui, a caso, lancia morsi e zampate, deciso a colpire nel mucchio come uno squalo capitato in un branco di sardine. Pazienza anche quando sorprende una cavolaia solitaria - di cavolaie è pieno il mondo, mi dico per consolarmi. O quando spinge a nasate una polverosa falena notturna (una Acherontia Atropos, magari) caduta dal muro su cui si era accomodata all'alba, indeciso se assaggiarla o abbaiarle contro. Ma quando lo vedo allungare il muso, divaricare le fauci, proiettare la lingua - il tutto in meno di un secondo - verso un esemplare che l'occhio e l'esperienza mi dicono raro e prezioso, allora oscillo tra la rabbia e la disperazione.

martedì 17 febbraio 2009

Farfalle, 2

E poi, vederle posate su un fiore - un languido fiore luminoso in un tardo pomeriggio d'estate, ad esempio, o un fresco pugno di petali bagnati in un primo mattino di primavera - è uno spettacolo che i collezionisti amanti dei lepidotteri morti e appuntati in una teca lignea non capiranno mai. In natura, i colori che su abiti, nell'arredamento di un interno o in un quadro ci sembrano inconciliabili, si sposano con un'armonia tale da bloccarti a bocca aperta, ristupidito. Il violetto sul blu, ad esempio. L'azzurro sull'arancio. Il rosso sul lilla sul verde. Il miracolo, alle volte, persiste anche sulla stampa della foto, o sullo schermo illuminato dal proiettore di diapositive. L'armonia imprevista dei colori, pur così fragile, non sempre si rompe nella riproduzione, e così riesco a portarmi a casa ogni tanto un piccolo miracolo di natura - e di tecnica fotografica, modestia a parte.

Ogni tanto, non sempre. E non è sempre questione di luce, di filtri, di obiettivi, di messa a fuoco o chissà di cos'altro. No, per queste cose sono bravina, me lo dicono tutti. E non è neanche un problema di tempi di posa, di soggetti che prendono il volo senza avvisare o si spostano di un millimetro mettendosi del tutto fuori fuoco, o chiudono le ali, o muoiono proprio lì e proprio in quel momento. Anzi, di solito le farfalle sono creature pazienti, e di solito si lasciano studiare come se fossero nate per ostentare bellezza agli altri esseri viventi, e lo sapessero, con un po' di civetteria innocente. No, il vero guaio è un altro. Si tratta di Morgo.

sabato 14 febbraio 2009

Farfalle, 1

Catturare lepidotteri non è facile. Prima di tutto i lepidotteri non si lasciano prendere volentieri, e su questo non discuto. Ci sono in giro tanti collezionisti che amano infilzarli con uno spillo dentro teche lignee quando ancora sono vivi; vivi, perché così i colori si conservano meglio - dicono. Altri, più inetti, li sfracellano stringendoli per le ali con le dita, e sono costretti a raccoglierne dozzine di ogni esemplare, per salvarne almeno uno. E infilzarlo, sempre e comunque, in una teca lignea.

Be', io non faccio così. Voglio dire, anch'io appendo farfalle colorate alle pareti, ma preferisco fotografarle all'aria aperta, e lasciarle poi libere. Hanno già una vita così breve per conto loro, povere farfalline. Giusto il tempo di stiracchiarsi le ali dopo una lunga infanzia da vermiciattoli e una adolescenza sonnacchiosa da crisalidi, volteggiare qualche ora - qualche giorno nei casi più longevi - da un fiore all'altro, mangiare qualcosina, praticare un po' di sesso - in volo o a terra, a seconda dei gusti -, ed è finita. Stop. Amen. Si stampano a poco a poco sulla terra, con delicatezza - sono farfalle, dopotutto, no? - e ingrigiscono malinconicamente fino a tornare tutt'uno con la la terra, la gran madre, il ciclo continuo, nulla si crea e nulla si distrugge, eccetera. E io dovrei contribuire a render loro l'esistenza ancora più labile?

giovedì 5 febbraio 2009

Sintonie: conversazione con Alessio Elia, 1

Da tempo desideravo iniziare uno scambio di idee con Alessio Elia, compositore colto e ispirato che vive tra Roma e Budapest e che da anni si dedica - l'ho già scritto - a un ambizioso ciclo su Géza Csáth, autore alla cui lettura egli stesso mi ha iniziato.
Come ti nasce un’idea musicale? Voglio dire, quanto conta per te la manualità, il tocco delle dita sulla tastiera? O si tratta per lo più di idee mentali? O, che so, le tue idee hanno una natura grafica?

Recentemente mi accosto ai termini “musica” e “musicale” con forte sospetto, e li sostituisco volentieri con “suono” e “sonoro”, se non altro per prendere le dovute distanze da quell’equivoco che ha da sempre affiancato, o sottinteso, alla parola “musica” il termine “linguaggio”.
La musica non è un linguaggio, non lo è più, o meglio, non dovrebbe più esserlo.
Se lo fosse presupporrebbe un significato, tra l’altro condiviso, che viaggia da chi la scrive, a chi la esegue per depositarsi infine in chi la ascolta, la quale cosa è una palese assurdità, che vorrebbe la musica ancora schiava della lingua e della comunicativa.
La musica non comunica mai nulla di definito o di definibile, ammesso che desideri comunicare qualcosa oltre se stessa.
Se esiste un significato in essa, questo le è attribuito dall’ascoltatore, in modo chiaramente arbitrario e personale.
Non a caso si sente spesso dire che una tale musica ha “comunicato” qualcosa ad A, ma un qualcosa di completamente diverso a B.
Quale sarebbe quel linguaggio che pone il significato non in colui che parla ma in colui che ascolta?
Immagina un uomo che proferisca parole senza sapere minimamente quale significato esse abbiano.
Ed immagina il destinatario di queste parole annuire, mostrandosi completamente consapevole del “senso” che giace in esse.
Te la sentiresti di chiamarlo linguaggio?
Paradossalmente io lo definirei, in apparente completa contraddizione con quanto detto prima, un linguaggio, sì, ammesso però che la definizione di linguaggio venga profondamente riveduta e annetta come suo presupposto essenziale l’incomunicabilità, e vuoi anche la contraddizione, tra segno, suono e pensiero.
Se volessimo ridefinire il termine linguaggio, lo chiamerei una delle infinite forme di essere fraintesi, ammesso che esista qualcuno che voglia dare un significato a qualcosa.
Ma parlarne ora renderebbe ancora più lunga questa sorta di premessa alla risposta che, giuro, sono in procinto di darti.

Mi chiedevi da dove e come nascano le mie idee musicali (sonore).
Ti direi innanzitutto che esse si relazionano necessariamente ad un’idea di suono, di sonorità.
Che esse poi si leghino a suggestioni extra-sonore è altresì vero, ma queste ultime sono essenzialmente “incidenti” a cui la materia sonora in qualche modo si lega e si confonde.
Se così non fosse si rischierebbe di scadere in una mera parafrasi-traduzione di un pensiero che all’origine non contempli il suono in se stesso e che lo renda dunque un mero veicolo di trasmissione di concetti altri che appartengono ad una sfera che con il suono ha poco o nulla a che vedere.
Qualsiasi idea sonora si sviluppa poi nel tempo che è la dimensione necessaria alla percezione della sua manifestazione, un tempo che, ahimè, è kronos, ossia linearità di un presente che verso un futuro diviene passato.
Ma questa linearità è solo l’umana percezione del tempo di cui tra l’altro la sequenza passato- presente-futuro ne è solo l’interpretazione più conosciuta.
In “Logica del senso” Gilles Deleuze spiega molto chiaramente come la condizione del divenire sia sempre bi-univoca, secondo cui non esiste solo un passato verso un futuro ma anche, e contemporaneamente, un futuro che diviene passato.
«“Alice cresce”. Vuol dire che diventa più grande di quanto era prima ma al tempo stesso significa che diventa di più piccola di quanto non sia adesso.Certamente non è nello stesso tempo che Alice è più grande o più piccola. Ma è nello stesso tempo che lo diventa» (Deleuze).

martedì 3 febbraio 2009

Wunderkammer, 6

Può accadere, rovistando nelle bancarelle di libri usati, di imbattersi nella ristampa delle ventisette Tabulae anatomicae di Pietro Berrettini, o Pietro da Cortona, pittore barocchissimo. Io le ho scovate nel bookshop del Museo di Anatomia di Torino, di cui, prima o poi, parlerò. Sono opere che uniscono un certo gusto pittorico e compositivo a una forte precisione anatomica, o almeno a un forte desiderio di precisione anatomica (dietro, o accanto, al Berrettini pare abbia agito con consigli e aggiustamenti Nicolas Larcher, chirurgo al Santo Spirito in Sassia a Roma – lo leggo nella nota di R. P. Ciardi che accompagna l’edizione italiana a cura dell’Editore Pacini).



I personaggi delle tavole sono uomini (tutti maschi, tranne l’ultima della serie, una donna gravida che mostra tra le interiora un feto inusitatamente fanciullesco), uomini che abitano rovine di templi romani, si appoggiano con compostezza a colonne, salgono gradini, siedono reggendo specchi o altre riproduzioni. La loro nudità è totale. Le loro pelli sono levate, a rivelare gli strati sottostanti, le nervature, le fasce di muscoli, i grumi ghiandolari. Essi stessi, con garbo, intervengono con le dita a scostare gli strati più esterni, per rivelare pieghe più intime, attorcigliamenti di viscere, gravare di organi e organuli, e altre fasce e altre nervature, fino all’osso, e oltre. I più zelanti sollevano da sé i propri sterni e divaricano i propri costati. Nulla, nei loro sguardi privi di palpebre, o nelle loro posture di languido contegno, tradisce sofferenza. Vien da pensare che si siano preoccupati essi stessi, poco prima di essere ritratti, di scorticarsi e incidersi, a edificazione degli studenti di anatomia; accanto a loro fluttuano ordinati nel disegno i reperti, i globi oculari, le ghiandole escisse, gli ingorghi di nervi e di arterie.



Dietro gli squarci, si intravedono scorci paesaggistici, corsi di fiumicelli sul limitare di boschetti, accenni di nuvole su cieli arcadici. Nelle ultime tavole, però, questa rappresentazione bucolica si filaccia, e tempietti e selve scompaiono, lasciando alla sola enumerazione degli organi il possesso della pagina. Sono tavole in cui, rotta l’illusione barocca, terminato l’ultimo atto del gran teatro della vita umana, restano solo più pezzi di carne, ordinati ma morti.